Enzo Casale, il “Melting pot” della figura umana tra identità, fragilità e trasformazione

Culture, esperienze e identità differenti convivono nei ritratti di Enzo Casale senza gerarchie. “Melting pot” porta questa pluralità sul terreno della pittura, tra figurazione e dissoluzione dell’immagine, mentre il testo critico di Alberto Dambruoso ne approfondisce le componenti psicologiche, antropologiche e autobiografiche.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Marta Bianchi <studioinevoluzionet@gmail.com>.

Un volto può essere perfettamente riconoscibile oppure perdere progressivamente i propri contorni, lasciare che il colore ne consumi i lineamenti, diventare sagoma. Tra questi due estremi si muove da oltre trent’anni la pittura di Enzo Casale, costruendo una galleria di figure contemporanee nelle quali l’identità non appare mai come qualcosa di definitivamente acquisito. È questo il territorio di Melting pot, la personale dell’artista in programma dal 18 settembre al 24 ottobre 2026 da PROSA contemporanea, in via Marin Sanudo 24 a Roma, con la curatela di Alberto Dambruoso. L’inaugurazione è fissata per venerdì 18 settembre alle 18.30 e la mostra partecipa all’undicesima edizione della RAW – Rome Art Week.

Il titolo indica immediatamente la direzione del progetto. L’espressione melting pot rimanda a una società cosmopolita nella quale persone di origini, culture, religioni ed esperienze differenti entrano in relazione. Trasferito nella pittura di Casale, il concetto non suggerisce però la cancellazione delle differenze a favore di un’identità uniforme. Al contrario, mette al centro la possibilità di convivere mantenendo riconoscibili le singolarità e costruendo uno spazio comune attraverso il reciproco riconoscimento.

La pittura stessa diventa allora un possibile melting pot: luogo nel quale forme, sensibilità e identità si incontrano, si sovrappongono e si trasformano. La figura umana, protagonista costante della ricerca di Casale, è il campo sul quale questo processo diventa visibile. Nei dipinti non compare come presenza stabile e conclusa, ma come organismo attraversato da tensioni, desideri, fragilità e identità molteplici. Tra dimensione individuale e collettiva si apre così uno spazio di passaggio, nel quale riconoscersi non esclude la possibilità di essere altro.

È proprio su questo aspetto che interviene il testo critico di Alberto Dambruoso, che accompagna e approfondisce il progetto espositivo. Il curatore legge il lungo lavoro di Casale sulla figura umana secondo una duplice prospettiva, psicologica e antropologica. Nei molti ritratti realizzati dall’artista si riflette il suo rapporto con gli altri e, più ampiamente, con la società. Culture, etnie, lingue e colori diversi possono coabitare senza distinzioni gerarchiche, mentre ciascuna figura conserva il proprio patrimonio individuale di esperienze.

Questa individualità affiora anche attraverso il carattere dei soggetti. Alcuni volti appaiono risoluti, talvolta persino sfrontati; altri lasciano emergere malinconia e fragilità. Casale affida alla pittura il compito di rendere percepibili queste differenze e modifica il proprio linguaggio in relazione a ciò che intende rappresentare. Un volto può dunque essere costruito attraverso una definizione precisa dei dettagli quando prevalgono sicurezza e affermazione della persona; altrove la materia pittorica tende invece a dissolvere la figura fino quasi a renderla irriconoscibile, facendo affiorare incertezza e vulnerabilità.

Nel testo di Dambruoso questa oscillazione tra figurazione e astrazione assume un significato che supera il dato formale. La figura si colloca sulla soglia tra un’identità che viene mostrata e un’altra che rimane nascosta e protetta. I volti appena accennati o corrosi dal colore abitano così una zona incerta tra apparizione e scomparsa, coinvolgendo anche la percezione di chi guarda. La trasformazione dell’immagine diventa il corrispettivo visivo di una condizione umana che non può essere ricondotta a un’identità immobile.

Anche le tecniche impiegate concorrono a questa continua ridefinizione. Pur mantenendo la figura come elemento centrale della propria ricerca, Casale ha sperimentato nel corso degli anni colori, tessuti e procedimenti differenti, arrivando talvolta a produrre versioni diverse dello stesso soggetto. La formazione classica si combina con riferimenti alle avanguardie del Novecento: Dambruoso individua richiami all’Informale nelle figure materiche che tendono verso l’astrazione e al Cubismo nei collage, dove i volti vengono scomposti e ricomposti fino ad assumere talvolta configurazioni deformate.

Dentro questa pratica entra anche un’altra componente della formazione di Casale: la moda. Dopo gli studi di Pittura all’Accademia di Belle Arti, l’artista ha frequentato l’Accademia di Costume e Moda, collaborando con diversi stilisti e realizzando collezioni per importanti industrie della maglieria e della confezione. Quell’esperienza continua a riaffiorare nelle opere attraverso l’impiego di tessuti che appartengono più facilmente agli atelier d’alta moda che alla pratica pittorica tradizionale. Anche alcuni modelli ritratti provengono da quell’ambiente e vengono colti, in alcuni casi, durante le sfilate.

Colori, matite e foglie d’oro intervengono nella costruzione e nella ricomposizione di frammenti anatomici e parti del volto. Dambruoso interpreta i ritagli ingranditi e disposti come patchwork quasi come grandi cerotti chiamati a suturare ferite. Righe e fili partecipano allo stesso processo di frammentazione e ricostruzione: possono ricongiungere uno squarcio, proteggere oppure intrappolare. Le griglie verticali e orizzontali che talvolta si sovrappongono ai volti evocano una gabbia e sono messe in relazione con il senso di claustrofobia dell’artista. Il filo possiede però anche una memoria più remota e personale: rimanda alle prime indicazioni di disegno ricevute dalla madre, che da bambino lo incoraggiava a rappresentare a tratteggio la frutta e gli oggetti di casa.

La componente autobiografica si intreccia così con quella esistenziale. Casale non cerca soltanto la fisionomia dei soggetti, ma ciò che può affiorare dietro l’immagine visibile. Alcune figure sono private del volto e ridotte a profili o sagome, persone comuni che potrebbero essere incontrate ogni giorno. La pittura tenta di oltrepassare l’apparenza per portare in superficie un’interiorità nella quale alla felicità e alla spensieratezza si affiancano solitudine e angoscia.

Sono presenze che potrebbero passare inosservate, ma che lo sguardo dell’artista trattiene e restituisce nella loro umanità, anche quando questa si manifesta attraverso la sofferenza. È in questo punto che Dambruoso individua uno dei valori centrali del lavoro di Casale: la possibilità che dimensione etica ed estetica confluiscano nella stessa pittura.

La biografia dell’artista aiuta a comprendere la continuità di questa ricerca. Casale vive e lavora a Roma e, dopo l’esperienza nell’ambito della moda, nel 2003 è tornato a dedicarsi a tempo pieno alla pittura, concentrandosi sulla figura e sull’identità. Il suo linguaggio alterna un segno energico e deciso a registri più delicati,

affrontando anche la possibilità di vivere identità e sessualità oltre le categorie tradizionali. Predilige la figurazione, ma la sottopone a reinterpretazioni e deformazioni che il comunicato mette in relazione con la cultura dell’Informale europeo.

La sua ricerca è stata presentata in mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Tra le esperienze più recenti figurano la personale del 2025 a Palazzo Izzi di Fondi, curata da Alberto Dambruoso, e le esposizioni Sfigurazione del 2023 e Identità Dipinte e Trasparenze del 2022, anch’esse affidate alla curatela di Dambruoso.

Casale ha inoltre partecipato a rassegne e progetti espositivi a Roma, Rovereto, Rende, Berlino e New York. Nel 2015 è stato artista in residenza ai BoCs Art di Cosenza con l’associazione i Martedì Critici e le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private.

Melting pot riunisce dunque questioni che appartengono da tempo alla pittura di Casale e le porta dentro una riflessione sulla convivenza delle differenze. Il volto può essere integro o frammentato, riconoscibile o quasi cancellato; fili, tessuti, colore e collage possono separarlo e ricomporlo. Ma dietro le trasformazioni resta la persona, con ciò che sceglie di mostrare e ciò che preferisce custodire. È proprio in questa tensione, come suggerisce la lettura di Alberto Dambruoso, che la pluralità evocata dal titolo smette di essere soltanto un tema sociale e diventa una condizione dell’esistenza individuale.

La mostra Melting pot sarà visitabile presso PROSA contemporanea, in via Marin Sanudo 24 a Roma, dal 18 settembre al 24 ottobre 2026. La galleria è aperta dal lunedì al venerdì dalle 16.00 alle 19.00 e su appuntamento. L’ingresso è libero.


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