François Reboul a Venezia: attraversare il caos per conquistare la libertà

Il caos come materia iniziale, il gesto come esperienza, la libertà come conquista. La pittura di François Reboul torna a confrontarsi con l’eredità dell’Espressionismo Astratto americano, ma ne sposta il punto d’arrivo: sulla tela l’incertezza non conduce alla stasi, bensì a un percorso di trasformazione.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del testo critico di Vittoria Brachi e del comunicato stampa ricevuto da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it> .

Una tela bianca, nessun disegno preparatorio e nessuna composizione stabilita in anticipo. François Reboul comincia da qui, affidando a materia, gesto e tempo il compito di trovare progressivamente una direzione. La pittura prende forma mentre viene dipinta e il disordine iniziale diventa qualcosa da attraversare. È questo movimento a dare il titolo a From Chaos to Freedom, personale dell’artista francese in programma dal 29 agosto al 22 novembre 2026 allo Spazio SV, nell’ex Scoletta di San Zaccaria a Venezia, con inaugurazione il 4 settembre alle 18.30. Il giorno successivo, alla stessa ora, è prevista anche l’apertura dell’Atelier François Reboul in Calle Zoccolo, a Cannaregio.

Curata da Vittoria Brachi, la mostra costituisce il secondo movimento del progetto avviato con Beyond Chaos e approfondisce una ricerca che Reboul sviluppa dal 2020. Nuovi lavori si affiancano a opere significative appartenenti a cicli precedenti, componendo un percorso capace di restituire l’evoluzione più recente della sua pittura. Il riferimento storico dichiarato è l’Espressionismo Astratto americano e, in particolare, la Scuola di New York. Jackson Pollock e Willem de Kooning appartengono alla genealogia con la quale Reboul si confronta, senza tuttavia limitarsi a riprenderne formule e procedimenti.

Nel suo testo critico, Vittoria Brachi insiste proprio sulla posizione non ortodossa dell’artista rispetto a questa eredità. Reboul viene definito un «discepolo ribelle dell’espressionismo astratto»: raccoglie la libertà del gesto e la pratica del dipingere direttamente sulla tela, ma cerca una pittura capace di andare oltre la questione dell’arte per l’arte e di parlare all’essere umano attraverso il colore e le forme che emergono sulla superficie. Accanto a Pollock e de Kooning, Brachi richiama anche Cecily Brown, la cui tela registra movimenti e azioni del corpo.

La differenza decisiva riguarda però il significato attribuito al caos. Se per i protagonisti dell’Action Painting esso poteva rappresentare una condizione naturale della pittura, per Reboul è una materia iniziale da trasformare. Non costituisce dunque l’approdo dell’opera, ma l’origine di un viaggio verso una forma possibile di ordine. La libertà evocata dal titolo nasce da questa tensione: non coincide con l’assenza di regole né con la pura spontaneità, ma con il progressivo raggiungimento di un equilibrio.

Brachi interpreta questo passaggio come una corrispondenza fra arte e vita. Il gesto pittorico diventa esperienza e la tela registra movimenti, esitazioni, accelerazioni e pause. Nel testo critico compare a questo proposito l’immagine del «vagabondaggio»: Reboul vagabonda sulla superficie, cercando percorsi che non conosce in anticipo. L’azione può essere istintiva, ma alle sue spalle rimane un processo di meditazione. L’opera emerge da questa compresenza di impulso e consapevolezza, in un viaggio che tende all’equilibrio e conserva la possibilità della meraviglia.

«La cosa più essenziale della vita, se voglio liberarmi dal caos, è la libertà nelle opere», afferma Reboul nel testo che accompagna la mostra. Una necessità che l’artista associa alla ricerca della serenità. È un’affermazione che permette di comprendere quanto il passaggio dal caos alla libertà non venga inteso esclusivamente in termini formali. La libertà comincia nell’atto stesso del dipingere, ma tende a trasformarsi in uno stato interiore. Per raggiungerla occorre entrare nel disordine, confrontarsi con esso e provare a scioglierne le tensioni.

La mostra traduce questa idea anche attraverso l’allestimento. La conformazione su due livelli dello Spazio SV permette di costruire un doppio itinerario, organizzato attorno a due grandi dittici di recente realizzazione. Sono le opere centrali dell’esposizione e propongono due differenti paesaggi emotivi, mostrando come il passaggio verso la libertà possa seguire strade diverse.

Al piano terra il visitatore incontra un grande dittico Untitled dominato da campiture dorate, attraversate da energiche pennellate blu cobalto. Il gesto supera visivamente la separazione fisica tra le due tele, creando una continuità che Brachi legge anche sul piano simbolico.

L’aumento delle dimensioni offre infatti all’artista una maggiore possibilità di «spaziare», tanto fisicamente quanto spiritualmente. Non vi sono, precisa il testo critico, riferimenti intenzionali alla tradizione medievale o moderna del dittico: la scelta deriva piuttosto dal desiderio di misurarsi istintivamente con formati più grandi.

Attorno all’opera principale, altre tele mostrano differenti momenti del percorso. Gesti e movimenti della mano testimoniano quel vagabondare sulla superficie nel quale Reboul cerca compromessi tra luce e ombra. Il piano terra assume così una qualità prevalentemente luminosa, ma non offre una soluzione definitiva. Indica piuttosto una delle possibili strade attraverso cui il disordine può essere attraversato.

Al piano superiore l’atmosfera cambia. Rossi profondi, blu e viola dominano le opere, mentre linee nere e avorio, realizzate in parte con acrilico e in parte a spray, attraversano superfici più cupe e complesse. Anche qui il grande dittico centrale è affiancato da lavori di formato minore. La tensione cromatica mostra un itinerario meno luminoso ma altrettanto energico: la libertà non corrisponde a un’unica condizione visiva e può emergere anche attraverso una materia pittorica più drammatica.

Per Brachi, ogni tela diventa così una tappa di un viaggio tra le «crepe del tempo e dello spazio». L’architettura stessa dell’esposizione finisce quindi per rendere visibile il principio sul quale si fonda la ricerca. Al piano terra e al primo piano non vengono presentate semplicemente due diverse soluzioni cromatiche, ma due possibilità di attraversamento. Il caos non viene cancellato: rimane presente come energia originaria, indispensabile affinché possa prodursi il movimento che conduce altrove.

Questa impostazione consente a Reboul di mantenere un dialogo con la grande tradizione dell’astrazione novecentesca senza trasformarla in un repertorio da ripetere. Il rapporto fra ordine e disordine, controllo e spontaneità, materia e coscienza viene rimesso in gioco attraverso una pratica che considera la pittura un’esperienza continuamente modificabile. La superficie diventa il luogo nel quale l’artista tenta di tradurre in materia emozioni e inquietudini del presente, conservando allo stesso tempo la possibilità di raggiungere una condizione di apertura.

La biografia di Reboul aiuta a comprendere la particolare traiettoria di questa ricerca. Francese, oggi vive e lavora a Venezia. L’interesse per l’arte moderna risale alla giovinezza e trova nell’Espressionismo Astratto e nella Scuola di New York i riferimenti principali. Un viaggio negli Stati Uniti nel 1960 gli permette di entrare direttamente in contatto con la scena artistica americana. Tornato in Francia, sceglie tuttavia una strada professionale differente, diventando medico oncologo e lavorando tra Europa e Stati Uniti. Mantiene nel tempo rapporti con gli ambienti culturali e sviluppa parallelamente una pratica fotografica, alimentata anche da lunghi viaggi in Asia e Sud America.

È durante il primo lockdown che Reboul ritorna pienamente alla pittura e decide di dedicarsi alla vocazione originaria. Da quel momento la pratica diventa quotidiana e prende forma il corpus di lavori attraverso cui rilegge personalmente l’Espressionismo Astratto. From Chaos to Freedom fotografa una fase di questo percorso, senza pretendere di concluderlo.

Vittoria Brachi, nata a Prato nel 1995, è storica dell’arte, ricercatrice e curatrice indipendente. La sua attività si sviluppa tra ricerca accademica, critica militante e pratica curatoriale, con particolare attenzione ai rapporti tra arte, territorio e pratiche editoriali underground. Nella sua ricerca hanno un ruolo centrale i processi di ibridazione tra uomo e medium e il montaggio inteso come forma di pensiero. Co-fondatrice di Rivista Stanca e collaboratrice di diverse realtà editoriali, lavora intorno a quella che definisce una «pedagogia dello sguardo», nella quale lo spettatore è chiamato ad assumere una posizione critica di fronte alla frammentazione contemporanea.

Il percorso veneziano può infine proseguire fuori dallo spazio espositivo. L’atelier di François Reboul, in Calle Zoccolo 2510 a Cannaregio, è visitabile su prenotazione e permette di avvicinarsi direttamente al luogo nel quale nasce il suo processo creativo. La mostra allo Spazio SV, in Campo San Zaccaria 4693, rimane aperta fino al 22 novembre, con ingresso libero, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18, escluso il lunedì.

From Chaos to Freedom resta dunque coerente con il proprio titolo fino alla fine: non propone la libertà come condizione già acquisita, ma come movimento. Il caos è necessario perché il viaggio possa cominciare; la tela è il luogo in cui quel movimento lascia traccia. E proprio nell’impossibilità di conoscere in anticipo la forma definitiva dell’opera si trova il nucleo della ricerca di Reboul: dipingere significa attraversare l’incertezza cercando, ogni volta, una nuova possibilità di equilibrio.


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