Alberto Malossi, il “Sovramondo” ritrovato tra natura, immagini e memoria

Animali, fiori, foglie, colori e apparizioni in continuo mutamento danno forma al “Sovramondo” immaginato da Alberto Malossi. Non una fuga fantastica dalla realtà, secondo l’artista, ma un diverso modo di percepirla, affidato a immagini, memoria e immersione nello spazio.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Da Elena Jelmoni <jelmonistudio@gmail.com.

Una porta perduta e poi ritrovata sotto le foglie, nel cavo di un albero. Alberto Malossi parte da questa immagine per raccontare il ritorno al suo “Sovramondo”, una dimensione che definisce «perfettamente intatta» e nuovamente spalancata davanti agli occhi, accesa da una moltitudine di colori. È da questa esperienza percettiva che prende forma “Sovramondo. L’Anima della Terra”, la mostra a cura di Jelmoni Studio Gallery, in programma sabato 19 settembre 2026, dalle 17.30 alle 19.30, negli spazi della galleria in via Molineria S. Nicolò 8, a Piacenza.

Malossi chiarisce il punto di partenza senza lasciare il proprio mondo nel territorio indistinto della fantasia. Per lui il Sovramondo non è un sogno, ma «una realtà percettiva sovrapposta al mondo reale», potenzialmente accessibile a chi sia disposto a vederla. A popolarla sono animali pacifici, fiori e foglie, colori ed emozioni sottoposti a una continua trasformazione. Una natura non ostile, dunque, ma capace di stabilire con l’essere umano una condizione di armonia.

In questa visione, il paesaggio naturale acquista soprattutto una dimensione interiore. Il Sovramondo coincide con una condizione di pace dell’anima, con il riposo spirituale e mentale e con quella simbiosi con la natura che Malossi considera un bisogno profondo dell’uomo. Fino all’immagine conclusiva scelta dall’artista: quella di un giardino dell’Eden finalmente ritrovato. Il progetto espositivo si muove precisamente lungo questa soglia, facendo dell’esperienza visiva uno strumento per alterare, o almeno mettere in discussione, la percezione abituale del reale.

La Jelmoni Studio Gallery ha modulato i propri spazi in una sequenza di ambienti concepiti per produrre un diverso registro emotivo nel corso della visita. Momenti di maggiore intensità e raccoglimento si alternano ad atmosfere più sospese, costruendo un percorso che non procede soltanto attraverso le singole opere, ma coinvolge direttamente lo spazio nel quale queste vengono presentate.

Fulcro dell’allestimento è “Il Sovramondo. L’Anima della Terra”, nel quale videoinstallazione, Digital Art e immagini entrano in relazione con l’ambiente. Le figure sembrano fluttuare nel vuoto e moltiplicarsi attraverso i riflessi, mentre il video, inserito nello spazio della galleria, perde la condizione di semplice superficie di proiezione per integrarsi nell’architettura circostante. Ne deriva una sorta di caleidoscopio visivo, continuamente modificato dalla relazione fra immagini, luce, riflessi e percezione dello spettatore.

È proprio il carattere non lineare di questa costruzione a definire il linguaggio di Malossi.

La narrazione filmica procede liberamente, affidandosi soprattutto alla forza evocativa delle immagini e alla possibilità di rintracciare lo straordinario dentro ciò che appare ordinario. Le associazioni visive non seguono necessariamente una concatenazione narrativa tradizionale: il percorso è episodico e preferisce soffermare lo sguardo, creare corrispondenze, lasciare emergere connessioni inattese.

Immagine e memoria finiscono così per compenetrarsi. Non interessa tanto raccontare una storia attraverso una successione di avvenimenti, quanto intervenire sulla maniera in cui ciò che vediamo viene percepito e riconosciuto. Il Sovramondo nasce esattamente in questo scarto: è sovrapposto alla realtà quotidiana e, nello stesso tempo, ne modifica la lettura.

La mostra costruisce quindi il proprio nucleo attorno a una natura trasformata in esperienza mentale e sensoriale. Il mondo di Malossi non pretende di sostituire quello reale: gli si dispone sopra, come suggerisce lo stesso titolo, rendendo visibile una dimensione che l’artista considera già presente. Per accedervi non occorre allontanarsi dal mondo, ma cambiare il modo di guardarlo.


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