Da una parte un’opera totale, manoscritta e illustrata, costruita da Mazzarelli negli ultimi anni della sua vita dopo avere per due volte distrutto il proprio lavoro. Dall’altra gli spazi prospettici e gli specchi di Cavinato, che coinvolgono fisicamente lo spettatore e trasformano la visione in un’esperienza instabile.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.
Due mostre, due percorsi lontani per generazione e linguaggio, un terreno comune sul quale misurare ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Il MAN di Nuoro apre la stagione autunnale con “Luigi Mazzarelli. Il Libro Bianco” e “Paolo Cavinato. Hall of Mirrors”, progetti inediti e site-specific che saranno inaugurati venerdì 25 settembre alle ore 18 nelle rinnovate sale del piano nobile del museo, appena restaurate. Tempo e percezione, forma e illusione costituiscono le coordinate condivise di un programma che mette in relazione la riscoperta di una figura radicale del secondo Novecento sardo con la ricerca di un artista contemporaneo interessato alla natura instabile dello spazio.
Il ritorno di Luigi Mazzarelli al centro dell’attenzione pubblica avviene a vent’anni dalla sua morte e a più di quarant’anni dall’ultima esposizione in un’istituzione pubblica italiana. Nato a Cagliari nel 1940 e morto nel 2006, pittore e teorico, Mazzarelli ha condotto una ricerca nella quale pratica artistica e riflessione sulla creazione tendono progressivamente a coincidere. Il punto di arrivo è “Il Libro Bianco”, tre volumi ai quali iniziò a lavorare alla fine degli anni Ottanta e che sarebbero diventati il principale lascito della sua esperienza.
Una data segna profondamente la genesi dell’opera: il 1993, anno della prematura scomparsa della figlia Ada, alla quale il libro è dedicato. Da quel momento Mazzarelli si concentra esclusivamente sul progetto, portandolo avanti quasi in totale isolamento fino alla morte. “Il Libro Bianco” è interamente manoscritto, miniato e illustrato a mano. La sua dimensione monumentale e ossessiva potrebbe suggerire un flusso di coscienza incontrollato, ma la costruzione segue invece un metodo rigoroso e una precisa struttura formale e compositiva.

Dentro quei tre volumi confluiscono pittura, filosofia e teoria. Mazzarelli immagina persino una redazione composta dai propri alter ego, impegnati a formulare assiomi e teoremi sulle ragioni della composizione, sulla libertà e sulla necessità della creazione, sui principi dello spazio e del tempo e sull’opposizione fra forma e vuoto. L’opera assume così il carattere di una summa nella quale l’artista tenta di ricondurre la propria ricerca a un sistema, facendo coincidere progressivamente il pensiero sull’arte con l’atto stesso del produrla.
A rendere ancora più radicale questa vicenda sono due episodi che attraversano la biografia di Mazzarelli e ne modificano profondamente il percorso. Nel 1970 l’artista distrusse con il fuoco tutta la produzione realizzata fino a quel momento. Nel 1996 ripeté il gesto: centinaia di tele e migliaia di carte furono date alle fiamme nella volontà di interrompere ancora una volta il rapporto con il passato. Da quella seconda distruzione prese avvio l’ultimo capitolo della sua ricerca sull’opera totale.
La mostra del MAN intende restituire l’attualità di una riflessione sviluppata attraverso sperimentazione e rigore intellettuale, riportando l’attenzione su una figura che il museo colloca non soltanto nel contesto della ricerca artistica sarda, ma nel più ampio panorama italiano. Il progetto è curato da Chiara Gatti e nasce da un’idea di Elisabetta Masala, con il coordinamento di Rita Moro. Alessandro Biggio interviene in qualità di visiting artist. Nel progetto sono presenti inoltre il testo “Luigi Mazzarelli. Una teoria del trauma” di Montecristo Project e il video “Al di qua e al di là della morte dell’arte” del Centro Man Ray.
Se Mazzarelli procede verso l’opera totale attraverso la scrittura, la pittura, il pensiero e persino la distruzione della propria produzione, Paolo Cavinato mette alla prova la stabilità dello spazio nel quale il corpo si muove. Mantovano, nato nel 1975, Cavinato costruisce ambienti prospettici che trascinano lo sguardo in profondità e producono effetti di illusione e perturbamento.
“Hall of Mirrors” è concepita come progetto site-specific e trova il proprio fulcro in “Attraverso”, un’installazione abitabile nella quale il visitatore entra fisicamente. Si percorre una galleria costruita attraverso specchi ed effetti visivi e percettivi; ciò che appare solido comincia a perdere certezza, mentre lo spazio psicofisico sembra dilatarsi. Il percorso introduce falle, varchi e possibilità, facendo vacillare i riferimenti sui quali abitualmente si organizza la visione.
All’interno di questa esperienza si inserisce il richiamo al mistero delle rifrazioni del pozzo sacro di Santa Cristina. Cavinato porta così la riflessione dal semplice artificio ottico verso questioni che riguardano il tempo, il processo e la visione, ma anche le relazioni fra corpo e architettura, corpo e spazio, corpo e vuoto. La stanza prospettica, razionale e apparentemente misurabile assume la forma di un “non-luogo” domestico, uno spazio abitato che diventa rappresentazione simbolica della condizione umana.
A questa struttura si contrappone l’elemento organico e naturale, che sfugge alla possibilità di essere completamente governato. I suoi flussi seguono un corso indipendente dalla volontà umana. Le due dimensioni si sovrappongono in un’esperienza che coinvolge la coscienza e contemporaneamente ne destabilizza le coordinate, accompagnata dal progetto sonoro di Stefano Trevisi.
Lo specchio è lo strumento decisivo di questo slittamento. La sua presenza porta con sé una lunga storia nella cultura visiva – il comunicato richiama il percorso che da Tiziano arriva a Pistoletto – ma in “Attraverso” il dispositivo non serve soltanto a restituire il doppio della realtà. Finisce per mettere in crisi la centralità stessa del corpo umano, facendone apparire e dissolvere la presenza. Quando l’immagine scompare, emerge una possibilità di oltrepassamento del vuoto.
Il riferimento indicato è quello di “Solaris”, fra Stanisław Lem e Andrej Tarkovskij: un’entità esterna ai personaggi che manifesta una propria coscienza e una propria essenza. Anche lo spazio di Cavinato sembra acquistare così un’autonomia rispetto a chi lo attraversa. Non è più soltanto il contenitore dell’esperienza, ma qualcosa che agisce sul visitatore, sottoponendo i limiti del sensibile a una verifica diretta.
Attorno all’installazione site-specific la mostra costruisce un percorso che comprende lavori precedenti e opere più recenti. “Drops”, concepita già nel 2000, utilizza la goccia come battito che scandisce il tempo dell’esistenza. Nella serie “Inner Spaces”, invece, sottili fili dipinti attraversano spazi vuoti come particelle quantistiche. L’apparente precisione della costruzione non conduce a una condizione di stabilità: tutto sembra calibrato, misurato e regolato, ma resta caduco, effimero ed evanescente.
È in questa tensione che Cavinato costruisce uno spazio insieme prospettico, mentale e matematico. La luce diventa materia da dipingere, proiettare e scomporre, mentre l’ambiente assume la funzione di campo di ragionamento e luogo nel quale sembrano raccogliersi energie invisibili. “Hall of Mirrors” è curata da Chiara Gatti, con il coordinamento di Rita Moro e la partecipazione di Stefano Trevisi; il progetto vede inoltre il coinvolgimento della Galleria The Flat – Massimo Carasi.
L’accostamento proposto dal MAN evita di forzare una continuità fra due artisti profondamente differenti. Mazzarelli concentra nell’opera la propria esperienza fino a farne un sistema e arriva per due volte alla distruzione fisica del lavoro precedente; Cavinato costruisce invece spazi nei quali è la certezza percettiva dello spettatore a essere progressivamente sottratta. Nel primo caso il vuoto nasce anche dal gesto radicale di cancellare ciò che è stato prodotto; nel secondo diventa una condizione da attraversare.
È proprio qui che le due mostre finiscono per incontrarsi: nella precarietà di ciò che consideriamo stabile. Un’opera può essere distrutta e ricominciare sotto un’altra forma; uno spazio perfettamente misurato può perdere improvvisamente i propri riferimenti. Fra “Il Libro Bianco” e “Hall of Mirrors”, il MAN porta così nelle sue sale restaurate due differenti interrogazioni sulla possibilità di dare forma al tempo e al vuoto, e sulla necessità di rimettere continuamente in discussione ciò che l’occhio e la memoria considerano acquisito.
Le mostre saranno ospitate al MAN – Museo d’arte provincia di Nuoro, in via Sebastiano Satta 27. Il museo è aperto dalle 10 alle 20 e rimane chiuso il lunedì.

