Duecentoventi poster, linguaggi diversissimi e un tema costruito intorno a due parole solo apparentemente contrapposte. Con “CONFLITTO E CURA”, CHEAP torna a usare il manifesto come dispositivo pubblico, affidando alle immagini il compito di occupare la città e mettere in discussione ciò che appare immutabile.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Daccapo Comunicazione <info@daccapocomunicazione.it>.
Duecentoventi manifesti hanno preso posto nello spazio pubblico di Bologna. Sono il risultato della Call for Artists 2026 di CHEAP, che quest’anno ha scelto come campo di riflessione “CONFLITTO E CURA” e ha raccolto centinaia di proposte provenienti da 26 paesi. I numeri descrivono l’ampiezza della partecipazione, ma il dato sul quale il progetto insiste maggiormente è un altro: la varietà e la radicalità degli immaginari confluiti nell’affissione collettiva. Lotta, futuro, diritti, comunità, cura, autodeterminazione e rivendicazione attraversano le immagini e, una volta trasferiti sui muri, entrano direttamente nel paesaggio quotidiano della città.

Il tema era stato lanciato a gennaio partendo da un presupposto preciso: conflitto e cura non costituiscono necessariamente gli estremi di un’opposizione. Possono essere interpretati piuttosto come parti di un movimento circolare. La cura diventa una prima forma di conflitto con lo stato delle cose quando interviene a difesa di corpi, territori, relazioni e forme di vita. Il conflitto, a sua volta, può assumere una funzione di cura quando produce lo spazio necessario affinché possa emergere qualcosa che ancora non esiste.
È all’interno di questa tensione che CHEAP colloca pratiche femministe, lotte per la giustizia sociale e climatica, esperienze di autodeterminazione e azioni collettive capaci di contestare l’ordine esistente e immaginare possibilità differenti.
La comunità artistica chiamata a confrontarsi con questo tema ha restituito un panorama estremamente articolato. I poster parlano di guerra e pace, confini e migrazioni, crisi climatica e devastazione ambientale, patriarcato e autodeterminazione, lavoro e sfruttamento. Al centro ricorrono corpi, diritti, comunità e differenti forme di resistenza. Non si tratta, nelle intenzioni del progetto, di costruire un discorso conciliante: l’affissione porta nello spazio urbano una pluralità di posizioni che non considerano il presente come l’unico scenario possibile e affidano all’immagine la capacità di aprire un confronto.

Una presenza particolarmente evidente è quella della Palestina. Nessuno dei 26 paesi dai quali sono arrivate le adesioni alla call è la Palestina, ma la lotta del popolo palestinese per l’autodeterminazione attraversa numerosi lavori selezionati. Compaiono bandiere, angurie e dichiarazioni di solidarietà, fino a un poster alto tre metri che raffigura una donna incinta con una kefiah. È una delle immagini emblematiche dell’intero progetto e rende esplicita quella relazione tra conflitto e cura sulla quale è costruita l’edizione 2026.
Altrettanto eterogenee sono le provenienze professionali e generazionali degli autori e delle autrici. La call riunisce figure storicizzate della street art e giovani illustratrici appena uscite dall’accademia, artiste premiate e disegnatori legati a differenti aree di movimento, fotogiornaliste argentine e fotografe impegnate nella preparazione della propria tesi, artisti rappresentati da gallerie londinesi e muralisti appartenenti a collettivi clandestini sudamericani. La dimensione internazionale non determina quindi un linguaggio comune, ma moltiplica punti di vista e modalità di intervento.
La stessa pluralità emerge sul piano formale. Fotogiornalismo, fotografia di studio e street photography convivono con illustrazione, grafica d’arte, manifesti politici, richiami futuristi, lettering e incisione. Ci sono claim e poesia, massimalismo e ironia, inchiesta e immaginazione radicale. Linguaggi differenti vengono accostati senza cercare una sintesi stilistica, perché è proprio la loro compresenza a costruire il carattere corale della call.

Dietro l’eterogeneità delle opere rimane però riconoscibile un elemento comune: l’uso dell’immaginario come forma di intervento. CHEAP descrive l’affissione collettiva come una riappropriazione dello spazio pubblico attraverso visioni dissidenti. Il risultato dell’edizione 2026 viene valutato dagli stessi organizzatori come uno dei punti più alti raggiunti dalla Call for Posters per qualità, impegno e risultato.
Una valutazione che assume un significato particolare alla luce del tema scelto: a emergere dalle opere non sarebbe infatti un sentimento di sconfitta, ma una forte presenza di speranza, desiderio e lotta.
“Non c’è sconfitta negli immaginari che i manifesti veicolano”, sottolinea CHEAP nel presentare il progetto. Pur collocandosi dentro un presente attraversato da guerre e crisi, le opere continuano a produrre immagini di futuri possibili. L’immaginazione radicale viene quindi considerata non come evasione dalla realtà, ma come capacità di concepire alternative e di renderle visibili proprio nel luogo nel quale il confronto diventa inevitabile: la strada.

È una posizione coerente con il lavoro che CHEAP porta avanti da oltre dieci anni. La città viene considerata uno spazio politico, attraversato da fratture e contraddizioni sulle quali è possibile intervenire. Lo strumento scelto è il manifesto, per la sua immediatezza, la possibilità di riproduzione e soprattutto la sua natura pubblica. L’immagine non rimane confinata all’interno di uno spazio espositivo, ma incontra un pubblico non necessariamente intenzionato a cercarla.
In questa prospettiva CHEAP si definisce come piattaforma capace di mettere in relazione artisti, pratiche e soggettività differenti per trasferirli nello stesso campo d’azione. Quel campo è la città. Qui le immagini possono diventare strumenti di presa di parola, rendere visibili posizioni e conflitti che eccedono le narrazioni dominanti e misurare la propria forza nel confronto diretto con il presente.
“CONFLITTO E CURA” porta questa pratica alle sue conseguenze più esplicite. I 220 poster disseminati per Bologna non chiedono di essere osservati come una sequenza ordinata di opere. Costruiscono piuttosto una presenza diffusa, fatta di linguaggi, rivendicazioni e desideri differenti. La strada li tiene insieme e ne modifica la funzione: l’immaginazione esce dal territorio astratto delle possibilità e diventa un gesto pubblico.

