Dal settimanale satirico “D’Artagnan” ai versi di “Centona”, dalle compagnie teatrali al cinema muto, Martoglio attraversò linguaggi diversi mantenendo la Sicilia al centro della propria ricerca. Una vicenda artistica intensa, interrotta nel 1921 da una morte improvvisa e tragica.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del testo ricevuto da Accademia della Lingua Siciliana <accademialinguasiciliana@gmail.com>.
Il mare avrebbe potuto essere il suo destino, e per qualche tempo tutto sembrò condurre Nino Martoglio in quella direzione. Aveva compiuto studi nautici e conseguito il brevetto di capitano di lungo corso, ma scelse presto un’altra rotta. Entrò giovanissimo nella redazione della Gazzetta di Catania, fondata dal padre, e nel 1889, quando non aveva ancora vent’anni, fondò a Catania il settimanale satirico D’Artagnan. Cominciava così un percorso che avrebbe fatto di lui una delle personalità più originali della cultura siciliana fra Otto e Novecento.
D’Artagnan non rimase una semplice esperienza giovanile. Negli anni divenne un punto di riferimento del dibattito culturale dell’isola, accogliendo versi e prose tanto in siciliano quanto in italiano. Sulle sue pagine comparvero firme destinate a segnare profondamente la letteratura italiana, fra le quali Luigi Capuana, Giovanni Verga e Luigi Pirandello. Il giornalismo fu dunque uno dei primi laboratori nei quali Martoglio mise alla prova quella capacità di osservare la società siciliana e di tradurne caratteri, contraddizioni e linguaggi che sarebbe poi confluita nella poesia e nel teatro.

Nel 1899 arrivò Centona, la sua raccolta poetica più celebre. I versi in siciliano restituiscono la vita popolare attraverso tipi umani, situazioni quotidiane e rapporti sociali osservati con realismo e acutezza. La raccolta ottenne l’apprezzamento entusiasta di Capuana e di Pirandello, che nelle edizioni successive ne firmò una celebre prefazione. La lingua siciliana non è qui un semplice colore locale: diventa lo strumento con cui personaggi, sentimenti e situazioni acquistano immediatezza.
Lo mostra bene L’amuri, componimento incluso in Centona, costruito come un dialogo fra una madre e una figlia. La ragazza domanda che cosa significhi essere innamorati; la madre risponde con la diffidenza di chi associa l’amore alle bugie e ai tradimenti degli uomini. Ma il racconto dell’incontro con Turiddu, lo sguardo della giovane, il suo imbarazzo e soprattutto quel cuore che batte «forti forti» finiscono per dare alla domanda iniziale una risposta più efficace di qualsiasi definizione. È la scena stessa, affidata al dialogo, a spiegare che cosa sia l’amore.
Questa naturale disposizione a trasformare la parola in azione trova il suo terreno più fertile nel teatro. Agli inizi del Novecento Martoglio diede vita ad alcune compagnie che, pur avendo spesso esistenza breve, ottennero successo e portarono in diverse città italiane il teatro in lingua siciliana. Fu anche un’occasione decisiva per valorizzare interpreti come Angelo Musco e Giovanni Grasso, protagonisti di una stagione nella quale la scena siciliana riuscì a superare i confini regionali.
Tra le opere teatrali più note di Martoglio figurano San Giuvanni Decullatu e L’aria del continente. La circolazione dei suoi testi andò oltre la Sicilia: alcune opere furono tradotte in dialetti locali dell’Italia centrale e settentrionale, segno della possibilità di trasferire situazioni e meccanismi teatrali nati dentro una cultura fortemente caratterizzata in contesti linguistici differenti.
In questi anni acquistò particolare importanza anche il rapporto con Luigi Pirandello. L’amicizia fra i due autori si trasformò in collaborazione e portò alla scrittura a quattro mani di opere come ’A vilanza e Cappiddazzu paga tuttu. Era l’incontro fra due scrittori che, con percorsi e risultati differenti, riconoscevano nella realtà siciliana un patrimonio di personaggi, conflitti e linguaggi capace di alimentare la scena.
Martoglio, però, non si fermò al palcoscenico. Dal 1913 cominciò a dedicarsi al cinema, scrivendo soggetti e sceneggiature e dirigendo alcuni film nell’epoca del muto. Anche questa parte della sua attività testimonia una notevole capacità di muoversi fra linguaggi diversi, in un momento in cui il cinema stava ancora definendo forme, tecniche e possibilità narrative.
Fra i suoi film, Sperduti nel buio sarebbe stato considerato dalla critica degli anni Trenta il suo capolavoro. La vicenda materiale della pellicola ha però impedito alle generazioni successive di conoscerla direttamente: l’unica copia esistente, custodita presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, venne trafugata dai tedeschi nel 1943 e non fu mai più ritrovata. Di una delle opere ritenute più significative della produzione cinematografica di Martoglio è rimasta così la testimonianza critica, ma non il film.
La sua vita si concluse in modo improvviso il 15 settembre 1921. Martoglio aveva cinquant’anni e si trovava all’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania, dove si era recato per visitare il figlio ricoverato. Precipitò nel vano di un ascensore ancora in costruzione e morì a seguito della caduta. Una fine tragica interruppe un’attività che aveva attraversato giornalismo, poesia, teatro e cinema in poco più di tre decenni.
A centocinque anni da quella morte, il filo che tiene insieme esperienze tanto diverse rimane riconoscibile. Martoglio portò la cultura siciliana dalla pagina al palcoscenico e dal palcoscenico allo schermo, affidandosi a una lingua capace di raccontare senza attenuazioni la vita dell’isola. La sua Sicilia non rimase sullo sfondo: entrò nei dialoghi, nei versi, nei personaggi e nelle immagini, diventando essa stessa materia della rappresentazione.

