Fotografia, moda e patrimonio artistico si confrontano attraverso due percorsi distinti alla Galleria Vik Milano. “Bright Lights” riunisce una selezione dall’archivio analogico di Antonio Guccione, mentre “Italian Threads” presenta creazioni di Samarcanda nelle quali l’immagine pittorica entra nella costruzione sartoriale e segue il movimento del corpo.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Galleria Vik Milano – Paola Martino Press <paolamartino@paolamartinopress.it>.
Due mostre, due linguaggi e una stessa data d’apertura. Il 14 settembre, alla vigilia della Milano Fashion Week in programma dal 22 al 28 settembre, Galleria Vik Milano presenta negli spazi di VikPellico8 “Bright Lights” di Antonio Guccione e “Italian Threads” di Samarcanda. I due progetti mantengono ciascuno titolo, percorso e autonomia, ma la loro contemporanea presenza permette di osservare da prospettive differenti il rapporto fra moda e immagine.
In “Bright Lights – When the room was dark and the years very bright”, a cura di Alessandro Riva, Guccione torna alla New York degli anni Ottanta e Novanta e alla stagione nella quale la moda italiana conquistò una posizione centrale nell’immaginario internazionale. Milano, Parigi e New York erano luoghi di scambio fra linguaggi, talenti e intuizioni, mentre il Made in Italy ampliava la propria presenza oltre i confini nazionali e le top model assumevano una visibilità nuova. Cindy Crawford, Iman, Tyra Banks, Elle Macpherson, Micaela Bercu, Susie Bick e Pia Klover diventavano personalità riconoscibili, capaci di legare il proprio volto a un’intera idea di bellezza.

Antonio Guccione attraversò quella stagione lavorando fra fotografia di moda, ritratto, pubblicità e arte. Il suo archivio analogico conta oltre centodiecimila negativi e conserva le tracce di un sistema creativo fatto di produzioni complesse, lunghi tempi di preparazione e incontri che potevano modificare in un istante ciò che era stato progettato.
“Bright Lights” ne propone una selezione concentrata: otto fotografie in bianco e nero nel formato 50 × 40 centimetri, due immagini verticali di 150 × 120 centimetri, “Jasmin & Pomodoro” di 120 × 150 centimetri e “Silver Body”, trittico formato da tre fotografie di 50 × 40 centimetri nato da una richiesta di Gianfranco Ferré. La mostra non segue una successione cronologica, ma costruisce un montaggio di immagini capace di restituire il ritmo visivo di quegli anni.
Il bianco e nero domina il percorso e concentra l’attenzione sui corpi, sulle pose, sui gesti e sul rapporto tra tessuto e luce. Il colore emerge invece in alcuni lavori nei quali il dialogo fra moda e arte diventa particolarmente evidente. È il caso di “Jasmin & Pomodoro”, realizzata nel 1984 davanti a una sfera di Arnaldo Pomodoro: corpo, abito e superficie metallica entrano nella stessa costruzione visiva.
Un procedimento differente caratterizza “Silver Body”. La modella, interamente ricoperta di colore argento, è fotografata di spalle per mettere in evidenza la costruzione del costume di Gianfranco Ferré. La figura assume così la fissità di una statua. L’immagine permette anche di leggere un tratto del metodo di Guccione: una preparazione rigorosa della scena che lascia tuttavia spazio alla postura inattesa e alla variazione capace di emergere durante lo scatto. Ripensando oggi a quelle fotografie, lo stesso autore ha precisato che «non è nostalgia: è il tentativo di capire cosa resta, cosa resiste, cosa continua a parlarci».
Anche il titolo della mostra contiene un riferimento preciso. “Bright Lights” richiama “Bright Lights, Big City” di Jay McInerney e mette in relazione due diverse idee di luce: quella fisica dei set fotografici, ottenuta nel buio dello studio e della camera oscura, e quella associata a una stagione vissuta soprattutto a New York, dove moda, arte, cinema e musica condividevano la stessa scena quotidiana. Le fotografie stabiliscono così anche un confronto fra la lentezza del procedimento analogico, costruito sull’attesa e sulla concentrazione, e l’attuale circolazione continua e immediata delle immagini.
Nato ad Alia, in provincia di Palermo, nel 1947, Antonio Guccione ha studiato scenografia e fotografia e ha iniziato la propria attività alla fine degli anni Settanta. La sua carriera si è sviluppata tra Milano, Parigi, Londra e New York. Ha realizzato campagne per Prada, Gucci, Versace e Gianfranco Ferré e ha fotografato modelle, attori, scrittori, artisti e registi. Nel suo archivio compaiono, tra gli altri, Cindy Crawford, Iman, Richard Gere, Dustin Hoffman, Federico Fellini, Alberto Moravia, Umberto Eco, Ettore Sottsass e Mario Schifano. Vive e lavora fra Italia e Svezia insieme alla moglie Pia Klover, modella, attrice e artista, con la quale condivide una ricerca che attraversa fotografia, pittura e scultura.
Accanto alle fotografie di Guccione, ma attraverso un percorso espositivo autonomo, “Italian Threads” porta alla Galleria Vik Milano il progetto di couture di Samarcanda dedicato al patrimonio artistico italiano. Il nome del marchio rimanda alla città che per secoli fu al centro della Via della Seta, luogo di transito fra Oriente e Occidente, merci e conoscenze. Da questo riferimento nasce una ricerca nella quale il tessuto viene considerato materia capace di conservare provenienze, tecniche e memorie. Ogni collezione nasce dall’incontro con una civiltà o una tradizione tessile; “Italian Threads” è il capitolo rivolto alla pittura e alla manifattura italiane.

Il procedimento non consiste nella semplice riproduzione di un quadro sul tessuto. Le composizioni artistiche vengono scomposte e adattate alla struttura sartoriale, distribuite lungo pieghe, aperture e volumi affinché l’immagine cambi insieme al corpo. La seta introduce così un elemento mobile: figure, architetture e colori si modificano con il passo, la luce e la forma dell’abito.
Tra le creazioni presentate figurano un abito in seta plissé color avorio accompagnato da un grande mantello ispirato alla “Nascita di Venere” di Botticelli; una creazione dedicata alla nascita di Adamo di Michelangelo, nella quale la scena si sviluppa lungo un caftano; e un abito ispirato alla “Gioconda” di Leonardo da Vinci. Il comunicato indica inoltre Botticelli, Michelangelo, Raffaello e Canaletto tra gli artisti le cui composizioni vengono trasferite e rielaborate nella costruzione sartoriale della collezione.
Ogni capo di Samarcanda è un pezzo unico, progettato e realizzato interamente in Italia utilizzando fibre naturali e lavorazioni di alta sartoria. A identificarlo compare una piccola melagrana dorata, emblema del marchio e simbolo di prosperità, conoscenza e incontro fra culture. La ricerca di Samarcanda si estende a territori e tradizioni differenti, dall’Uzbekistan alla Cina, dall’India agli Emirati Arabi Uniti, attraverso la selezione di sete, lane, lini e altre fibre naturali scelte per qualità e storia.
La vicinanza fra le due mostre rende leggibile il rapporto fra moda e immagine attraverso un movimento inverso. Nelle fotografie di Guccione il corpo e l’abito diventano immagine; nelle creazioni di Samarcanda l’immagine passa invece nel tessuto, acquista volume e viene affidata al corpo. I due percorsi restano indipendenti, ma si incontrano negli stessi spazi proprio nel periodo in cui Milano torna a concentrarsi sulla moda internazionale.
“Antonio Guccione – Bright Lights” e “Samarcanda – Italian Threads” sono visitabili alla Galleria Vik Milano, negli spazi di VikPellico8 in via Silvio Pellico 8, dal 14 settembre al 14 ottobre 2026. L’inaugurazione è fissata per lunedì 14 settembre alle 18.30. Le mostre sono aperte tutti i giorni dalle 10.00 alle 21.00.

