Alla Blue Gallery di Venezia quattro opere recenti di Antonio Tropiano

Una foglia di fico, un alveare sospeso a un appendiabiti, una mano trasformata in chela, un sacchetto di carta che invita a guardare nel vuoto. Antonio Tropiano affida a forme quotidiane interrogativi sul presente, lavorando il legno con una precisione tecnica che accompagna una ricerca fondata sul rapporto tra pensiero e materia.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Blue Gallery – Cristina Gatti – Press & P.R. – Venezia <press@cristinagatti.it>.

Quattro sculture bastano a definire il territorio nel quale Antonio Tropiano si muove: forme immediatamente riconoscibili che, una volta tradotte nel legno, perdono la loro consueta evidenza e diventano strumenti per interrogare ciò che accade intorno a noi. È questo il nucleo di “Restante”, la personale che Blue Gallery presenta a Venezia dal 26 settembre al 26 ottobre 2026, curata da Alberto Dambruoso e Silvio Pasqualini, con testo critico di Dambruoso e testo poetico di Teresa Murgida.

Il titolo individua con precisione uno dei temi centrali della ricerca dell’artista. “Restante” è ciò che sopravvive alla sottrazione, ciò che rimane dopo l’azione dello scalpello, ma anche ciò che proprio quella sottrazione rende possibile. Nella concezione di Tropiano, la scultura è un campo aperto nel quale persino gli scarti e le schegge cadute a terra partecipano alla definizione dell’opera: ciò che è stato tolto ha consentito alla forma di emergere. Il vuoto, di conseguenza, non coincide semplicemente con un’assenza, ma entra nel processo scultoreo come elemento attivo e come possibilità.

Questa relazione fra presenza e sottrazione attraversa le quattro opere esposte, realizzate negli ultimi anni. Alberto Dambruoso individua nella ricerca di Tropiano la capacità di tenere insieme pensiero e forma attraverso una pratica legata alla tradizione della scultura lignea e condotta con grande rigore compositivo. Oggetti semplici come un appendiabiti, una foglia di fico o un sacchetto di carta per il pane diventano il punto di partenza per costruzioni concettuali più complesse, sostenute da una lavorazione manuale di particolare precisione.

“Edenismi”, del 2024, è ricavata da un noce e assume l’aspetto di una gigantesca foglia di fico rinsecchita. Tropiano la collega alla difficoltà di distinguere il vero dal falso nell’attuale sistema dell’informazione globale, una condizione che il testo mette in rapporto anche con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. La foglia di fico, tradizionalmente chiamata a dissimulare, viene rappresentata ormai rattrappita e privata della propria funzione: per l’artista, in un contesto nel quale la distinzione tra realtà e falsificazione diventa sempre più problematica, quello strumento di occultamento ha perso la propria utilità.

“Appendihabitat”, realizzata nel 2019, presenta invece un alveare appeso a un appendiabiti. L’opera nasce dalla riflessione di Tropiano sul periodo della pandemia e sulla temporanea coesione prodotta dalla necessità. L’alveare rappresenta una comunità che si compatta durante l’emergenza e torna successivamente a disgregarsi, lasciando nuovamente prevalere gli interessi individuali. L’artista riassume questo passaggio attraverso l’immagine di un impermeabile riposto sull’appendiabiti quando ha smesso di piovere: «Si è smesso di cantare e di abbracciarsi» e, con la fine dell’emergenza, anche quel senso di comunione viene accantonato.

La trasformazione del corpo è al centro di “Metà Morfosi”, del 2021. Il titolo dichiara una metamorfosi compiuta soltanto parzialmente: la mano umana termina in un’enorme chela di granchio. Tropiano collega questa mutazione grottesca alla società tecnocratica e iperconnessa e alla continua necessità di esprimere consenso attraverso il gesto del pollice alzato e dei “like”, anche di fronte a contenuti banali ed effimeri. Il gesto ormai abituale viene così portato fino a una deformazione fisica, traducendo in forma scultorea il comportamento al quale l’opera fa riferimento.

Con “Cenoscopio”, del 2025, il discorso torna direttamente al vuoto. L’opera riproduce un sacchetto di carta per il pane, stropicciato, sul cui fondo è collocata una lente d’ingrandimento. Lo spettatore è invitato ad avvicinarsi e a guardare dentro, ma ciò che incontra è il vuoto. Il sacchetto, pur non contenendo nulla, conserva tuttavia la propria essenza, che per Tropiano non coincide soltanto con la funzione pratica del contenere. Da qui il punto attorno al quale si costruisce l’opera: «Il vuoto non è assenza, ma essenza del contenere».

Le quattro sculture sono differenti per forma e argomento, ma condividono la volontà di utilizzare l’oggetto come dispositivo capace di suscitare domande. Nella lettura di Dambruoso, Tropiano mira a provocare nello spettatore l’insorgere di una coscienza critica, portando in superficie aspetti della realtà che possono sfuggire per distrazione o mancata attenzione. È una dimensione concettuale che non prescinde dalla materia: al contrario, passa attraverso il controllo del gesto e la qualità dell’esecuzione.

È proprio l’unione fra pensiero e pratica manuale ad aver interessato Silvio Pasqualini, artista e animatore della Blue Gallery. Per Pasqualini l’artista contemporaneo deve assumere anche una funzione intellettuale, entrando nei significati e facendo dell’opera uno strumento capace di produrne. Tropiano porta nella scultura una formazione umanistica precisa: è filologo di arte medievale e rinascimentale e saggista nel campo della storia dell’arte e delle lettere umanistiche. «Scolpisce il linguaggio, il tempo e la memoria», osserva Pasqualini.

Alla formazione si affianca un rapporto familiare con il lavoro del legno. Il nonno dell’artista era ebanista e falegname, un’eredità che nella ricerca di Tropiano si intreccia alla memoria della Calabria, dello Ionio e della cultura mediterranea. In questa prospettiva la manualità mantiene una posizione centrale anche mentre strumenti digitali, intelligenza artificiale e macchine intervengono sempre più nei processi di produzione delle immagini e delle forme. Pasqualini individua proprio nella possibilità di unire tradizione, innovazione e contemporaneità uno degli elementi della ricerca dello scultore.

Nato a Santa Caterina dello Ionio nel 1976, Antonio Tropiano vive e lavora tra Roma e la Calabria. Ha compiuto studi di filologia medievale e rinascimentale a Bologna e Firenze e collabora come saggista nell’ambito della storia dell’arte e delle lettere umanistiche. Fin da ragazzo si è interessato alla creazione plastica e alle possibilità del legno, sviluppando nel tempo un linguaggio nel quale la matrice letteraria e metaforica incontra la rappresentazione dell’agire umano.

La sua attività espositiva comprende partecipazioni a collettive e mostre personali con installazioni site-specific in diverse sedi italiane, tra le quali il Castello Estense di Ferrara, Spazio Mondadori a Venezia, il Milano Art Gallery Pavilion a Venezia, Palazzo San Bernardino a Rossano, Borgo Ferri e Torre S. Antonio a Santa Caterina dello Ionio. Nel 2015 ha partecipato alla Pro Biennale di Venezia su invito di Vittorio Sgarbi e collabora con diverse gallerie d’arte contemporanea.

“Restante” è dedicata alla memoria di Marco Schanzer, recentemente scomparso, amico fraterno di Silvio Pasqualini e per molti anni sostenitore della Blue Gallery. Il progetto è dedicato anche ai suoi fratelli Ilario e Alvise.

La mostra inaugura sabato 26 settembre alle ore 18 e rimane aperta fino al 26 ottobre 2026 alla Blue Gallery, nel Sestiere Dorsoduro 3061, tra Campo Santa Margherita e il Ponte dei Pugni, a Venezia. È visitabile dal martedì al sabato dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00, con ingresso libero.


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