Roma, Palazzo Bonaparte – JAGO. The exhibition

Dal 12 marzo, Palazzo Bonaparte a Roma ospita la prima grande mostra di JAGO. Jago scolpisce come Michelangelo ed è una rockstar. Amatissimo dal grande pubblico, mito per i giovani e fenomeno social, è l’emblema dell’artista contemporaneo, che unisce talento creativo e capacità comunicative.

Arthemisia propone la sua prima mostra, in contemporanea a quella dedicata all’icona della video-arte, BILL VIOLA. E propone anche il primo esperimento di studio d’artista durante l’esposizione: Jago lavorerà a una nuova opera all’interno delle sale di Palazzo Bonaparte, rendendo partecipe il pubblico della sua creazione.

Una primavera ricca di energia, dedicata all’arte contemporanea, a Palazzo Bonaparte.

JAGO
The exhibition

12 marzo – 3 luglio 2022 Palazzo Bonaparte, Roma

Jago
Habemus hominem, 2009 / 2016 1
Marmo, 60x35x69 cm
Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi (NA)
Photo by Francesco Bertola
TESTO CRITICO

Palazzo Bonaparte a Roma ospita dal 12 marzo al 3 luglio 2022 la prima grande mostra dedicata a Jago. Jago, pseudonimo di Jacopo Cardillo, nato a Frosinone nel 1987, scultore raffinato dalle reminiscenze michelangiolesche, è conosciuto in tutto il mondo come “The Social Artist” per le sue innate capacità comunicative e il grande successo che riscuote sui social.

Jago unisce un grande talento creativo all’utilizzo dei mezzi di comunicazione più contemporanei. E come tutti i grandi artisti, arriva al cuore del pubblico che lo ama, anzi lo adora. È una rockstar, e trasmette l’amore per l’arte ai giovani.

Le dirette streaming e le documentazioni foto e video raccontano il processo produttivo di ogni sua singola opera, e, mediante questo percorso condiviso, lo scultore rende tutti partecipi della genesi di ogni suo lavoro.

La genialità moderna di Jago viene raccontata per la prima volta in una mostra in cui sono esposte tutte le opere realizzate sino ad oggi, dai piccoli sassi di fiume scolpiti (da Memoria di Sé a Excalibur), fino alle sculture monumentali di più recente realizzazione (la Pietà), passando per le opere più mediatiche quali il Papa (Habemus Hominem).

Curata dalla Professoressa Maria Teresa Benedetti, la mostra vedrà esposte 12 opere di Jago, a connotare gli elementi chiave di un’opera dedicata a istituire un rapporto tra il nostro tempo e la tradizione.

Prima testimonianza è lo scavo sui grandi sassi raccolti nel greto di un fiume alle pendici delle Alpi Apuane, pazientemente scavati nel desiderio di raccontare una storia personale e umana. Pietà e violenza si intrecciano nello sguardo del giovane artista. Sorprendente è la scardinante nudità del Pontefice emerito, mentre l’immagine di una Venere (2018), priva della venustà giovanile, sconcerta e induce a riflettere. D’altro lato incalza l’oggi con la presenza del Figlio Velato (2019), icona simbolica di tragedie senza tempo, cui si connette l’intensa meditazione sul dolore, racchiusa nella drammatica monumentalità della Pietà (2021). Nel contempo l’artista propone un tema svincolato dalla storia, nel replicare la sequenza del battito cardiaco in Apparato Circolatorio (2017).

Palazzo Bonaparte si trasformerà inoltre in uno studio d’artista: durante i mesi di mostra, infatti, Jago lavorerà alla sua prossima imponente scultura all’interno della sede espositiva, rendendo partecipi i visitatori del processo creativo della sua opera.

L’esposizione JAGO. The Exhibition è prodotta e organizzata da Arthemisia con la collaborazione di Jago Art Studio. L’evento è consigliato da Sky Arte.

LA MOSTRA


Emblema dell’artista contemporaneo, che unisce talento creativo e rara abilità comunicativa,
Jago afferma di sé: “mi considero un uomo e uno scultore del mio tempo. Utilizzo il marmo
come materiale nobile legato alla tradizione ma tratto temi fondamentali dell’epoca in cui vivo. Il
legame col mondo è fortissimo. Guardo a ciò che mi circonda, gli do forma e lo condivido.”
Scultore e comunicatore, Jago incarna la complessa figura dell’artista che si affida solo a sé
stesso senza mediazioni, assumendosi per intero il compito di dialogare con il mondo.
Attraverso le sue opere fornisce al pubblico una lettura personale della storia, risignificandola e
utilizzando un materiale nobile come il marmo, appartenente alla tradizione, e procedimenti
esecutivi classici (dal disegno al modello, dal bozzetto d’argilla al calco in gesso), insieme
all’adozione della figura umana come soggetto prevalente.
Un codice e un linguaggio si esprimono nell’asperità di superfici ruvide, lontane dalla
levigatezza, dalla lucentezza e dalla grazia di molte sculture del passato, ribadendo l’aspetto
contemporaneo di un’inevitabile corrosione del tempo.
Nella puntuale ricerca di stimoli sempre nuovi, emerge in Jago un preciso interesse per
elementi apparentemente inanimati da valorizzare, tale è il caso del sasso, scarto del processo
di cavatura del marmo gettato nel fiume, forma capace di sollecitare emozioni e sviluppi.

È il caso dell’opera giovanile La pelle dentro dove la capacità dell’arto di penetrare in maniera
veemente all’interno della materia è in grado di enucleare una forma che lo rappresenti. Il
lavorio incessante dell’acqua sul sasso diviene metafora dell’intervento creativo e la mano è
emblematicamente assunta a strumento principe di ogni possibile realizzazione. È la mano dello
scultore, strumento fondamentale per ogni operazione creativa.
In Memoria di sé l’immagine di un bambino rispecchia lo scorrere dell’esistenza di un adulto. È
un inno alla vita nel modo di unificarne gli aspetti fondamentali attraverso la circolarità delle
emozioni.
Altrove, come in Excalibur, il sasso è assunto sfrontatamente a contenitore per la
rappresentazione del kalašnikov, vistoso strumento della violenza in atto. Un rapporto tra
l’aggressività e l’antico ideale cavalleresco citato nel titolo è segno di ironico contrappasso o
ampliamento di contenuti ambiguamente presenti.
Dagli elementi evidenti in natura Jago passa a entità più scopertamente fisiche e anatomiche.
Si allude ad Apparato Circolatorio, rappresentazione iconica del battito cardiaco in ognuna delle
sue fasi dedicata a un amico scomparso. Un cuore continua a battere al di là della vita, nel
pensiero di chi è stato amato. Ecco un modo di connotare di significati un’operazione nata
all’insegna dell’individuazione di meccanismi biologici.
La nudità del pontefice emerito in Habemus Hominem è sigillo di un gesto di radicale
spoliazione. Il corpo di Papa Benedetto XVI risulta denudato, il volto sorride con inedita
dolcezza, il busto emaciato fa emergere l’umanità creaturale di chi è tornato a essere uomo.
Venere è bruscamente sottratta a significati tradizionali, privata di giovinezza e di ogni
seduzione estetica, scelta allusiva a valori altri assertori di una diversa verità. Ciò non esclude
che l’atteggiamento delle braccia si richiami ancora ad un’antica grazia.
Simbolico indizio di sofferenze atemporali è la figura del Figlio Velato, proveniente dalla
Cappella dei Bianchi nel napoletano rione Sanità. Il fanciullo che giace inerme su una lastra
marmorea racconta di una sorte oscura e drammatica, lo scacco di tanti innocenti che
affrontano un cammino ricco di insidie, senza riuscire a toccare un approdo.
Allo stesso modo una forte carica evocativa si riscontra nella Pietà, icona simbolica dell’arte di
Jago, accolta in Santa Maria in Montesanto a Roma da un pubblico di straordinarie dimensioni.
Un uomo desolato sorregge il corpo inanimato di un adolescente, offrendo un’impressione di
grandiosità scabra e solenne.
Come brusca successione temporale, additiamo la presenza nell’esposizione di un piccolo feto
scolpito in marmo (The First Baby), affidato alle cure dell’astronauta Luca Parmitano. Portato
nello spazio nel 2019, tornato in Terra l’anno successivo, rappresenta un modo di dilatare la
presenza umana verso confini sempre più ampi.
Una mostra – per citare la curatrice Maria Teresa Benedetti – nella quale “Si può essere sedotti
dai nuovi linguaggi ampiamente adottati nella pratica artistica contemporanea, avvertire
l’innegabile appeal della digital life, ma si può anche intuire la necessità di non escludere la
storia, custode di valori che arricchiscono il nostro presente, pure così dirompentemente
diverso.”

L’ARTISTA

JAGO è un artista italiano che opera nel campo della scultura, grafica e produzione video.
Nasce a Frosinone (Italia) nel 1987, dove ha frequentato il liceo artistico e poi il Accademia di Belle Arti (lasciata nel 2010).

Dal 2016, anno della sua prima mostra personale nella capitale italiana, ha vissuto e lavorato in Italia, Cina e America. È stato professore ospite al New York Academy of Art, dove ha tenuto una masterclass e diverse lezioni nel 2018. JAGO ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali quali: la Medaglia Pontificia (consegnatagli dal cardinale Ravasi in occasione del premio delle Pontificie Accademie nel 2010), il premio Gala de l’Art di Monte Carlo nel 2013, il premio Pio Catel nel 2015, il Premio del pubblico Arte Fiera nel 2017 e ha inoltre ricevuto l’investitura come Mastro della Pietra al MarmoMacc del 2017.

All’età di 24 anni, su presentazione della storica dell’arte Maria Teresa Benedetti, è stato selezionato dal prof. Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54a edizione della Biennale di Venezia, esponendo il busto in marmo di Papa Benedetto XVI (2009) che gli è valso la suddetta Medaglia Pontificia. Questa scultura giovanile è stata poi rielaborata nel 2016, prendendo il nome di “Habemus Hominem” e divenendo una

delle sue opere più significative. L’opera, che raffigura la spoliazione del Papa emerito da suoi paramenti, è stata esposta a Roma, nel 2018, presso il Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, con un numero record di visitatori (più di 3.500 durante la sola inaugurazione).
A seguito di un’esposizione all’Armory Show di Manhattan, JAGO si trasferisce a New York. Qui inizia la

realizzazione del “Figlio Velato”, opera ispirata al Cristo Velato del Sanmartino, esposta permanentemente all’interno della Cappella dei Bianchi nella Chiesa di San Severo fuori le mura. La ricerca artistica di JAGO occupa una complessa cornice concettuale che, tuttavia, fonda le sue radici nelle tecniche ereditate dai maestri del Rinascimento, tentando di instaurare un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo dei video e dei social network, attraverso i quali condivide il processo produttivo delle sue opere.

Nel 2019, in occasione della missione Beyond dell’ESA (European Space Agency), JAGO è stato il primo artista ad aver inviato una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale. L’opera, intitolata

“The First Baby” e raffigurante il feto di un bambino, è tornata sulla terra a febbraio 2020 sotto la custodia del capo missione, Luca Parmitano. Da maggio 2020 Jago risiede a Napoli, dove lavora nel suo studio nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi e dove, a inizio novembre, ha realizzato l’installazione “Look Down” in Piazza del Plebiscito, mentre il 1 ottobre 2021, installa l’opera “Pietà” nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, in Piazza del Popolo a Roma.


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Ufficio Stampa
Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
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