Sergio Bertolami, A UN’ORA DELLA NOTTE – Genesi del romanzo

di Sergio Bertolami

Ci sono storie, come questa di Pellegrina, che non vogliono rimanere chiuse in un cassetto. Quasi vivessero di vita propria. Quante volte s’è detto di personaggi che incalzano l’autore a scrivere di loro? Per non citare Luigi Pirandello, farò l’esempio del premio Nobel Orhan Pamuk e di Kemal, protagonista del romanzo Il Museo dell’innocenza. Kemal, ormai anziano, chiama Pamuk al suo capezzale e lo convince a raccontare di Füsun, l’amore giovanile perduto irrimediabilmente. Come se non bastasse, gli chiede anche di trasformare in un autentico Museo dei ricordi la casa di un quartiere popolare di Istanbul, dove un tempo la ragazza abitava con la famiglia. È vero: Kemal e Füsun sono personaggi di fantasia; al contrario di Pamuk e del Museo dell’innocenza, che oggi è possibile visitare realmente a Istanbul oltre che leggerne il romanzo. Immaginazione e realtà si confondono. Nel caso di Pellegrina – della quale narra la mia storia – nulla, invece, riguarda la fantasia. Eppure, in maniera analoga, sono portato a credere che questa volontà di manifestarsi da parte dei personaggi abbia qualcosa di reale. A distanza di poco meno di cinquecento anni, insistentemente prendono di nuovo vita e attraggono su di essi ogni attenzione. Basterebbero due fatti a dimostrarlo.

Il primo: quando agli albori del Novecento nell’Archivio General de Simancas, in Spagna, i documenti riguardanti Pellegrina saltarono all’occhio di Carlo Alberto Garufi, il paleografo siciliano era impegnato in tutt’altri studi. Non volle però tralasciare la vicenda e ne pubblicò gli atti processuali con una breve prefazione, nella quale un errore da nulla avvalora quanto minimo fosse il suo coinvolgimento a conferma di non avere intenzione di soffermarsi più di tanto su quelle carte. A leggerle attentamente in soli 53 giorni – e non 42 come scriveva lo studioso – il Santo Tribunale decise dell’esistenza di Pellegrina Vitello. Un tempo limitato, dovendo giudicare se dichiararla colpevole di una pena severa, tanto da rilasciarla al braccio secolare, oppure condannarla semplicemente come persona ariola et magara induvinatrichi, come dire, considerala una sventurata che nel giro del vicinato diffondeva chiacchiere e falsità mentre fingeva di divinare.

Il secondo fatto: all’epoca in cui ne ho sentito parlare per la prima volta il tema inquisitorio era proprio lontano dai miei interessi specifici. Un giorno il mio amico Antonio fece cenno a questa vicenda, della quale aveva scritto e attendeva come prossima la pubblicazione su di una rivista curata dalla facoltà di storia dell’università di Messina. In questa narrazione della genesi del libro non mi soffermerò sui dettagli e di coloro che mi hanno accompagnato negli anni citerò solo i nomi personali, riferendomi ad essi unicamente in quanto amici. Ebbene, con Antonio avevamo l’abitudine di scambiarci le pubblicazioni e, nel farmi omaggio del suo saggio fresco di stampa, che costituiva l’intero numero speciale della rivista, aggiunse di volere tornare ad approfondirne le ricerche. Era dell’idea di seguire l’impronta del resoconto storico come processo indiziario, proposto da Carlo Ginzburg in mancanza di prove decisive, metodo di lavoro che si poteva rintracciare anche in Morelli, Sherlock Holmes, Freud, Dupin. Il giorno che mi fu annunciata la prematura scomparsa di Antonio, fra gli scritti che di lui conservavo, con tristezza indicibile ho trascorso il tempo a leggere di Pellegrina, riprendendo il testo dalla prima pagina. Fu allora che la storia mi si piantò in mente. Una storia silenziosa, che restituisce pensieri, credenze, speranze di gente umile. Ricostruisce una vicenda dall’eco appena percepibile. Perché mai mi colpiva tanto? In verità, richiamava alla memoria certi temi di cultura materiale vagliati da Fernand Braudel e dalla École des Annales, che trasversalmente mi avevano influenzato a cavallo della laurea.

Di Garufi recuperai Fatti e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia, dove in appena 19 pagine era riportata l’intera trascrizione degli atti processuali espressi in un linguaggio, a primo acchito, del tutto ostico e incomprensibile. Il mio modo di agire è sempre quello di partire dalle fonti, e anche nella storia di Pellegrina avvertivo, come diceva Antonio, che molto era ancora da rivelare.  Così, senza neppure riflettere, mi ero ritrovato a volerne penetrare i risvolti più oscuri. Tant’è che l’epigramma dall’Antologia Palatina, che apre il libro pubblicato nel 2008, bene esprime la sensazione di smarrimento che mi colse da subito: «Non volgere troppo in fretta i fogli di Eraclito d’Efeso. Sono tenebre fonde come la notte. Ma se ti guida un iniziato, la sua luce è più chiara di quella del sole». L’iniziato, va da sé, rappresenta, uno per tutti, quegli autori che sull’inquisizione si sono espressi, le cui letture mi hanno impegnato a lungo in varie biblioteche. Tuttavia, il libro uscito nel 2008 non è lo stesso che leggerete ora. Va spiegato il motivo, almeno nei suoi tratti essenziali.

L’idea iniziale fu subito quella di scrivere un romanzo, ma più mi documentavo più si delineava il saggio. Allora perché non scrivere un saggio in forma di romanzo? L’intento era di analizzare a fondo, sotto piani poco abituali, il caso di Pellegrina Vitello, trent’anni, napoletana, accusata dalla Santa Inquisizione siciliana di fare sortilegi e divinazioni, con invocazione di demoni. M’intrigava l’idea di mettere a frutto tutte quelle scoperte che le attestazioni mi riservavano e soprattutto il metodo di lettura che da sempre adotto nelle mie ricerche e che ora potevo applicare anche a questa storia. Mi piaceva fare conoscere al lettore la trepidazione che, spesso, prende chi rovista fra le carte antiche. In effetti i documenti del passato non si trovano mai per caso. Lo storico Marc Bloch lo affermava di fatto in virtù dell’esperienza: «Nonostante ciò che talora sembrano credere i principianti, i documenti non saltano fuori, qui o là, per effetto di chissà quale imperscrutabile volere degli dèi. La loro presenza, o la loro assenza, in un fondo archivistico o in una biblioteca, dipendono da cause umane che non sfuggono affatto all’analisi».

I documenti salvati o al contrario distrutti nel corso del tempo – rifletteva lo storico francese – «toccano essi stessi nell’intimo la vita del passato, perché ciò che si trova così messo in gioco è nientemeno che il passaggio del ricordo attraverso le successive generazioni». Ecco perché, fin dall’inizio, la forma dialogica fra due interlocutori mi parve la più interessante e il ripetuto uso del confronto sereno, espresso in molteplici opere letterarie, ne è la riprova. Pensai, dunque, che l’inchiesta, condotta da un immaginario professore che segue la tesi di laurea di una sua singolare allieva, a conclusione dei fatti, mi avrebbe permesso di concepire un’attenta e documentata analisi delle fonti d’archivio rinvenute a Simancas. Ne sarebbero scaturite, al contempo, pagine avvincenti come un giallo fitto di spunti e colpi di scena. Ipotesi ed errori iniziali, corretti nel corso dei ragionamenti fra professore e allieva, avrebbero fatto progredire il racconto, per afferrare passo dopo passo una verità spesso labile, da rimettere ogni volta in discussione. Esattamente il romanzo che oggi si può leggere a distanza di anni e che, ritagliando tempo al tempo, ho scritto con entusiasmo e partecipazione, senza sapere di quanta costanza avrei dovuto dotarmi per portarlo a compimento.

L’ideazione e la realizzazione del libro, però, non fu così lineare come a prima vista potrebbe sembrare. Questo perché, esattamente durante la stesura del romanzo, nasceva Experiences e uno dei pilastri della società doveva essere la costituzione di una casa editrice, al fine di editare analisi storiche condotte sul territorio e ristampare libri non più facilmente reperibili. Sembrerebbe un vantaggio, ma riguardo al racconto su Pellegrina c’era un ostacolo. Punto fermo era che Experiences avrebbe pubblicato soltanto saggi e io tra le mani avevo il manoscritto di un romanzo. Nella cerchia di Experiences sortì una soluzione che mi gravò di un impegno aggiuntivo: trasformare il romanzo in un saggio e, se a conclusione fossi stato ancora dell’avviso, avrei potuto riservare a un’altra casa editrice la pubblicazione del romanzo originale. Il libro che vide la luce nel 2008 col titolo di Domina nocturna era il saggio. Con esso abbiamo voluto sperimentare una formula innovativa: d’altra parte Experiences era nata proprio con l’ottica di volgersi a nuovi orizzonti. Ecco allora un testo in due parti. Nella prima si sbrogliavano, con un linguaggio scorrevole e comprensibile a tutti, i fatti verbalizzati negli interrogatori del processo per stregoneria; nella seconda parte il lettore era chiamato a seguire la mia interpretazione dei contenuti, nel tentativo di chiarire la vita di Pellegrina e di una città medievale in trasformazione verso l’età moderna. Tutto ciò attraverso la storia di una delle dodici streghe condannate nel solenne autodafé celebrato nella piazza grande della Cattedrale di Messina il 12 maggio 1555. In altre parole, una tranche de vie della Sicilia nel Cinquecento, che aveva per sfondo l’ambiente della seta e delle pratiche occulte nella città dello Stretto.

Il libro fu pubblicato. Se ne tirò una prova a New York e una Bruxelles, poi si optò per uno stampatore a Londra, che preferì dirottarlo sul suo partner continentale a Siviglia. Bel giro: il medesimo, comunque, che fecero in quegli anni tutti i nostri libri di Experiences. Fu quindi stampato il volume di Domina nocturna, ma a Messina non venne mai presentato al pubblico. Eppure, c’era un’ottima rosa di persone straordinarie che volentieri si sarebbero soffermate a dibatterne le pagine. Fra questi amici, Maurizio, giovane parlamentare regionale, e Sergio, redattore della terza pagina della Gazzetta del Sud, il quale aveva affidato la recensione del libro a Franco, commentatore di punta del quotidiano. Rimasero tutti in attesa di una mia decisione, che non venne mai. Per una semplice ragione: benché felice di proporre i libri degli autori che Experiences andava pubblicando, resistevo ad oltranza al pensiero di organizzare un incontro su di un libro scritto da me. Fosse stato un saggio a più mani, probabilmente, lo avrei fatto.

Realizzato il saggio, rimaneva, intanto, il romanzo: questo romanzo di cui stiamo parlando. Nel rendere partecipi gli amici dell’idea, non facile, di reperire una casa editrice interessata alla saggistica letteraria, tutti suggerirono di chiedere a Pompeo di fare avere il manoscritto a Elvira, con la quale da lunga data condivideva una stretta amicizia. La soluzione non mi dispiaceva affatto, anzi credevo che fosse proprio quella più appropriata. Non solo per il prestigio della casa editrice, ma perché mi pareva fosse l’alveo più giusto, considerata la bibliografia che per me era stata di riferimento. Pompeo ci tenne a precisare che non avrei avuto una strada preferenziale e che avrei dovuto pazientare, date le difficoltà finanziarie che la casa editrice aveva attraversato per fronteggiare un mercato librario dominato dai grandi gruppi nazionali ed esteri. Figurarsi il contrario! Noi in Experiences non ambivamo neppure a definirci editori, considerandoci formichine che fanno scorta di un po’ di cibo culturale per alimentare le menti. Accettai l’idea e Pompeo provvide a fare arrivare il manoscritto a Elvira.

Non immaginavo, però, quanti mesi avrei dovuto aspettare. Così nell’attesa continuavo ad apportare modifiche e soprattutto a sfoltire pagine. Infine, spedii una nuova proposta e non tardai a comunicarlo. Immaginate l’imbarazzo della voce maschile che mi rispose al telefono. Per prima cosa, obiettò che un testo riveduto avrebbe comportato dovere rileggere tutto da capo. Poi, mi svelò che a nessuno dei collaboratori usuali della casa editrice era stato assegnato il mio manoscritto; anzi il manoscritto non lo avevano proprio, perché Elvira se l’era portato con sé nella sua seconda casa sulla costa opposta della Sicilia, dove s’era ritirata da quando aveva preferito svolgere in modo appartato il proprio lavoro. Se mai fosse stato il caso di pubblicare il libro – pensavo – per scegliere, non il sottoscritto ma un qualsiasi autore sconosciuto come me sul piano nazionale, occorrevano concentrazione, molto coraggio e un impegno editoriale non indifferente. Non ero al corrente della malattia. Se Elvira abbia mai letto la seconda versione che le ho spedito, non lo so. So, però, che dopo oltre un anno e mezzo mi ha fatto recapitare ambedue i manoscritti accompagnati da una sua lettera di poche righe firmate con le quali si complimentava per il mio lavoro. Un rifiuto? Sicuro! Ma anche un privilegio non da poco, se si considera che quelli sono stati i suoi ultimi mesi di vita e solo poco tempo dopo i giornali riportarono della sua perdita.

L’dea di pubblicare il romanzo fu congelata e Domina nocturna – il saggio pubblicato da Experiences nel 2008 – è rimasto fino ad oggi l’unico prodotto editoriale col quale ho raccontato la storia di Pellegrina. Una storia che compare in diverse bibliografie e che molti hanno letto. Una storia che interessò anche Pompeo e vi assicuro che mi ha reso felice quando – mentre in un ristorante toscano gustavo degli appetitosi testaroli al pesto – ho ricevuto la sua telefonata: «Mi mancano due capitoli per finire il libro – mi ha detto entusiasta – ma ti consiglio di prendere seriamente in considerazione una presentazione anche a Messina». Ora che non ci sono più, non rimane che ricordare Pompeo, Franco, Sergio, Elvira e tanti altri ancora. Il tempo mi ha insegnato che, troppo presto, s’è fatto tardi. Ecco perché la storia di Pellegrina deve essere ora offerta ai suoi lettori anche nella versione originale romanzata, senza frapporre da parte mia ostacoli o ripensamenti. Alcuni saranno presi dall’intricata vicenda e, ne sono certo, Pellegrina ne rimarrà compiaciuta. Per questo, quando penso ad una forza misteriosa che sostiene storie e personaggi mi pare che ci sia del vero, che ci sia qualcosa di reale.

Il caso ha voluto, difatti, che in un tardo pomeriggio ricevessi una e-mail inattesa. Era Roberta, giornalista della Gazzetta del Sud, che non conoscevo personalmente. Mi chiedeva notizie su Pellegrina, volendo realizzare un ampio servizio sulle sue traversie umane. Nel giro di qualche giorno ne è scaturito un articolo accattivante, e molti hanno chiesto di conoscere di più su questa storia. Da parte mia ho trovato un rinnovato stimolo a concludere un travaglio di anni sul romanzo originale e, con questo, l’idea di aggiornare pure il saggio sotto una configurazione diversa. Comparirà in una nuova edizione, prossimamente. I lettori chiedono sempre novità e sovente hanno ragione. Ripeto, Experiences è nata con l’ottica di offrire soluzioni alternative. Ecco, dunque, l’inedito che ho tenuto in un cassetto troppo a lungo. Con la sua pubblicazione, la storia di Pellegrina si troverà ad aprire una nuova linea editoriale di Experiences. Con una serie di Sfogliabili, la lettura sarà offerta al pubblico senza necessità d’acquisto. È il frutto di una scelta, perché è convinzione diffusa che è meglio farsi leggere piuttosto che approdare in libreria con l’illusoria speranza di ottenere un meritato successo di vendite. Perché conquistare la vetrina di una libreria per la gran parte di autori – non privilegiati come me, che posso contare su di una struttura editoriale – significa attendere un generoso investitore interessato a diffondere un’opera letteraria in un mercato estremamente complesso. Quello di Experiences è, al contrario, un progetto semplice e lineare, per privilegiare la lettura di tutti e favorire la scrittura di molti. Applicare un pizzico di moderazione non guasta mai. Dopotutto, Satis quod sufficit, afferma una locuzione latina: Quanto basta è sufficiente.

Premessa
Capitolo 1

PP-07.11.22-7.00

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