5 – Las mugeres de fora, che en España llaman brujas

Dove il professore esamina i primi elaborati dell’allieva e avanza l’idea che Pellegrina possa essere una “donna di fora”. Insieme discutono sull’editto emanato dall’Inquisitore e sulle motivazioni che potrebbero avere spinto le bizzoche alla denuncia.

«Mi faccia consultare l’agenda…», rispose il professore al telefono.
«Solo pochi minuti, prima che inizi la lezione… Il tempo di lasciarle le nuove pagine della trascrizione».
La garbata sfrontatezza della ragazza gli suscitò un moto di simpatia. Poco dopo erano seduti all’aperto in un bar d’angolo nei pressi del Palazzo di Giustizia. Potevano osservare l’andirivieni del mattino e l’ingresso principale dell’Università, ornato da ficus, cycas e palme dal fogliame ricadente.
«Martedì no, giovedì no, sabato no… Non sarà per caso una strega?».
La ragazza aveva l’aria di non aver capito la battuta di spirito, che dimostrava, comunque, il buonumore del professore e la sua evidente disponibilità.
«Martedì, giovedì, sabato, erano i giorni della settimana nei quali si svolgeva lo striazzo, il sabba delle streghe siciliane…».
«Le sembro una strega?», ribatté maliziosa.
«Non mi fraintenda», rispose divertito. «Non tutte le streghe avevano l’aspetto orribile che l’immaginario collettivo ha tramandato… Ci sono megere di repellente bruttezza, ma anche fate incantevolmente seducenti… come le belle signore, le donne di fora, le dominae nocturnae della memoria medievale…».
«Non è il mio caso», si schermì la ragazza con disinvoltura. «Potrebbe, però, riguardare la nostra Pellegrina Vitello».
«Yva con las mugeres de fora, che en España llaman brujas». Tradusse: «Andava con le donne de fora, che in Spagna chiamano streghe. È la citazione da un processo palermitano del 1588, che dimostra come per gli inquisitori spagnoli anche le belle signore, affascinanti e benefiche, fossero considerate ugualmente delle streghe, quanto le altre mostruose e perfide».
«Fino ad ora», obiettò la ragazza in modo educato, ma risoluto, «Pellegrina sembra capace soltanto di maneggiare pupattole di stoffa infilzate di spilli e cuori di cera al mercurio… Poco per considerarla una strega».
«Don Sebastiàn crede fermamente che un mortale non possa fare malefici se non sotto l’influsso di Satana. Appurerà che Pellegrina pratica magarie e legge il futuro… lei stessa ammette di averlo predetto a numerose persone. Lo potrà riscontrare dal suo curioso tariffario…».
«Un tariffario?».
«Certamente! Molto dipendeva dalle possibilità economiche. In genere, per le piccole cose si accontentava di ricevere cinque o dieci grani… ma c’era anche chi pagava in natura con uova e altre mercanzie. Per fare certi rimedi maggiori, chiedeva anche tre o quattro tarì. Provi a elencare quale fattura di volta in volta Pellegrina abbia sciolto… Annoti il modo in cui si svolgeva l’incantesimo. A prima vista sembrerà che Pellegrina usi banali trucchi per xipar denari. È scritto proprio così: scippare denari. Nelle prime testimonianze, è paragonata a una ciarlatana che si adopera a cavare profitto con l’astuzia. Quando cominciò era proprio così; ma anche dietro certi piccoli incantesimi, secondo il Sacro Tribunale, si nascondeva un pericolo per la tenuta della fede».
L’allieva aprì una carpetta di fotocopie e ordinatissimi appunti da suscitare meraviglia. Evidenziava un procedere metodico arricchito dai toni empatici con i quali manifestava ogni asserzione:
«Sinora tutte le testimonianze si riferiscono a sortilegi mediocri che, nonostante ogni premessa, non hanno conseguito alcun effetto. La Danchano è morta e così è stato anche per la moglie di Giovanni Caruso… Tutto ciò prova che Pellegrina non possedeva i poteri magici che le attribuivano, ma che tirava a campare la giornata, imbastendo piccoli imbrogli».
«Faccia attenzione. Le dichiarazioni rese all’inquisitore, non potevano che essere intenzionalmente distorte… Per un verso i testimoni, in quanto credenti, al fine di evitare l’accusa di superstizione dovevano mostrarsi scettici sui reali poteri magici della magara. Dal canto suo, Pellegrina non poteva che confessare dei piccoli imbrogli, per non rischiare un’imputazione maggiore».
«Significa, quindi, che le dichiarazioni vanno soppesate, una per una, per comprendere più quello che sottintendono rispetto a quello che espressamente dicono?».
«Consideri i decessi degli affatturati: nulla esclude che potessero aver contratto una malattia infettiva».
«È vero… Messina era un porto commerciale nodale nel Mediterraneo», rispose la ragazza con aria sorpresa, come se l’osservazione del professore avesse suscitato in lei una nuova prospettiva di lettura. «La Danchano era moglie di un mercante di Lucca e il maggior rischio di contagio tendeva a diffondersi proprio attraverso i traffici marittimi».
«Noto con piacere che segue il mio ragionamento… Appena una ventina di anni dopo il nostro processo, nell’area falcata del porto si costruirà un Lazzaretto… I documenti del processo – ma anche i numerosi testi di cui si servirà per interpretarlo – evidenzieranno una miriade di segnali ai quali dovrà fare riferimento. Toccherà a lei isolare questa sorta di spie indiziarie, raggrupparle insieme, renderle pertinenti, metterle in relazione le une con le altre».
A riprova, la ragazza fece notare che a Messina lucchesi, genovesi, pisani, facevano affari importando ed esportando da tempo i loro prodotti:
«Peri Danchano, in quanto mercante, è probabile che appartenesse a una cerchia di persone facoltose… e ciò vale anche per Elisabeta Affannato, che frequentava la sua famiglia. Elisabeta stessa dichiara che era moglie di Jacobo Afannato che campava di rendita e commercio».
Il professore guardò l’orologio. Benché la conversazione fosse piacevole e il luogo confortevole, all’ombra di una tenda da sole tra fioriere di gerani, istintivamente fece segno al cameriere di affrettarsi.

«A proposito…», riprese soddisfatto, «ha considerato le figure delle donne, che denunciano Pellegrina?».
«Sì, ho verificato età e stato sociale delle bizzoche…».
«Non usi il termine bizzoche con questo tono vagamente negativo», interruppe scrupoloso il professore. «Erano così denominati i vari fedeli che aderivano al terzo ordine francescano. C’era chi faceva persino voti di povertà e castità. In genere, vivevano devotamente le loro giornate tra casa e chiesa. Come queste donne che dichiarano espressamente di essere monache terziarie».
«Come accennavo poco fa, Elisabeta Afannato, 35 anni, era vedova di un commerciante e possidente, senza dubbio legato al retroterra agricolo. Antonella Chilena, 38 anni, era anche lei moglie di un commerciante, probabilmente di carni, perché afferma di abitare per via del lavoro di suo marito a Santa Maria la Porta, dove si trovavano i macelli. Catarinella Artes, 40 anni, era la più anziana delle cinque, nonostante ciò ancora nubile. Questo perché non si specifica il nome di un marito, a differenza delle altre, ma si dice soltanto che era figlia di un sollecitaturi, cioè di un pubblico ufficiale forse del Sacro Tribunale oppure della Giurisdizione Regia…».
«I vari studi sull’Inquisizione informano che per avviare un’inchiesta necessitavano almeno tre denunce. Le deposizioni iniziali contro Pellegrina sono addirittura cinque… Si accorgerà che i numeri sono sempre superiori alla media degli altri processi. Sembra quasi che Don Sebastiàn non volesse lasciare spazio a dubbi… Sul perché mi soffermerò prossimamente in un convegno programmato nell’Aula Magna dell’Università… Delle altre due donne, di cui parla in questi fogli che mi ha portato, cosa sa dirmi?».
«Parrebbero entrambe nubili. Catharina, 30 anni – della quale non è riportato il cognome – dichiara di prestare servizio in casa di un tal Michele Danchano.
L’ultima a deporre, fra le cinque bizzoche, è un’ex prostituta di 34 anni. Sei anni prima, aveva personalmente chiamato Pellegrina, per farsi liberare da un sortilegio».
«Da tutto questo si può desumere qualcosa di particolare?».
La domanda sembrava volutamente mettere alla prova la perspicacia della ragazza, la quale, con tutta serenità, si sentì giustificata a manifestare una sua supposizione:
«Le cinque donne appartenevano allo stesso ambiente religioso. Si radunavano nella chiesa parrocchiale di S. Maria di Ihesus, come informa la stessa Affannato. Qui pregavano, parlottavano, si convincevano a vicenda. Rispondendo all’editto di Don Sebastiàn, congiuntamente decidono di scaricarsi la coscienza. Rispolverano dalla memoria fatti avvenuti in un arco temporale oscillante da un minimo di sei anni fino ad un massimo di quindici. È curioso notare tuttavia che ben tre di loro espongono il medesimo episodio, ma ne forniscono una datazione del tutto discordante…».
«Scherzi della memoria?».
«Mi domando per quale ragione queste donne facciano riferimento a fatti così lontani nel tempo… Personalmente mi pare una macchinazione. Qualcuno ha un motivo inconfessato per accusare Pellegrina; un motivo ben più sostanziale e recondito che non quello palese di scaricarsi la coscienza dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione. È ancora presto per capire quale sia, ma…».
In quel momento il cameriere interruppe la conversazione, per deporre sul tavolino un vassoio con bicchieri, una caraffa d’acqua gelata e due granite di gelso.
«Dovrebbe riuscire a provarlo… Come dovrebbe provare cosa accomuna queste granite alla nostra vicenda».
Il professore sembrava avere ripreso l’iniziale atteggiamento spiritoso; ma, visto che la ragazza a ogni sua battuta rimaneva evidentemente perplessa, preferì precisare:
«Queste granite di gelso si richiamano all’allevamento del baco e alla lavorazione della seta, fra le attività maggiori di Messina a partire dal Cinquecento. Magia e seta sono i due nodi centrali della nostra storia. Oggi il gusto di queste granite passa inosservato agli stessi messinesi. Quanti lo legherebbero alle piantagioni di alberi di gelso, quasi del tutto scomparse? Al tempo avevano soppiantato la selva improduttiva e le terre brulle, messe a coltura per alimentare i bachi da seta, che tanta ricchezza portavano alla città».
«In effetti è una granita squisita. Sarà il sapore della storia».
Il professore sorrise, perché la ragazza sembrava assecondarlo. Per cui, prese a spiegare. Amava spiegare:
«La gelatura era la lavorazione più delicata. Al tempo si utilizzava il ghiaccio delle neviere portato a valle con grande cautela. Acqua, zucchero di canna e succo di gelso, erano filtrati e raggelati, evitando che il composto precipitasse sul fondo del contenitore e in superficie rimanessero insipidi cristalli di ghiaccio».
«Non le sembra stupefacente?», aggiunse la ragazza. «Per le granite si utilizzavano i frutti del gelso, mentre le foglie si davano da mangiare ai bachi, per produrre quel prezioso filo di luce fatto di seta. Quanta maestria per trasformare, senza procurare danno, le risorse naturali in meraviglie sia del palato che della tessitura…».
Il professore si era distratto e sembrava non ascoltarla più. Aveva preso a leggere con attenzione le pagine che la ragazza gli aveva consegnato. Ormai era inutile continuare la conversazione.
«Il fine evidente del Sacro Tribunale…», riprese a un tratto, «era combattere ogni opinione considerata perturbatrice. Messina era un porto di mare, perciò sottoposta a flussi di uomini, di merci, ma per l’inquisitore soprattutto di idee sovversive… Queste idee avrebbero potuto sbarcare a Messina e diffondersi in Sicilia… oppure avrebbero potuto salpare da questa città e propagarsi altrove».
La ragazza frugò nella sua carpetta zeppa di fogli e ne trasse una annotazione:
«Per azzerare ogni tipo di eresia e impedire che si diffondesse via mare, proprio come una malattia infettiva, occorreva smascherare tutti gli eretici dell’Isola, i quali non temendo Dio onnipotente, sono condotti da un diabolico spirito a lasciare il Regno per andare in terre straniere e continuare a perseverare nei propri errori. È lo stesso Don Sebastiàn a scriverlo!».

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