09 – «Prima monicio»

Dove Pellegrina si trova, per la prima volta, alla presenza dell’Inquisitore. Racconta le sfortunate vicende che l’hanno portata a Messina.

Al suo arrivo è abbandonata dal marito, con un figlio piccolo da accudire. Dopo due anni Nardo Vitello torna in famiglia, avendo fatto fortuna e riprendendo a svolgere l’attività di setaiolo che conduceva a Napoli, prima del suo rovescio a causa dei debiti.

Gli inquirenti sostengono di avere informazioni su fatti che Pellegrina non ha confessato. Dicono che in diverse occasioni abbia operato molte magarie ed invocato i demoni. Pellegrina nega. Le viene fatta la prima di tre ammonizioni, poi è condotta in carcere.

Mercoledì 3 aprile 1555.

Il cielo era di piombo e tuoni si susseguivano a breve intervallo uno dall’altro. Un lampo scudisciò la cappa di nuvole scure che Pellegrina poteva a stento scorgere dalla finestra che rischiarava un camerone desolato. L’annodarsi dei ferri della grata, di un grigio spento, rendeva ancora più cupo il cielo, come cupo e aggrovigliato era il suo animo. I tuoni annunciarono il temporale, che scrosciò acqua e grandine. Quella poca luce dall’esterno si dissipò e la stanza s’offuscò del tutto.
Sgomenta, attendeva la sorte, in disparte, su di una panca traballante come la sua esistenza in quel momento. Le lacrime le rendevano indistinti i contorni dello stanzone in cui i pochi arredi evidenziavano l’aspetto spoglio. Nella sua casa, al contrario, poche ore prima aveva lasciato l’esuberanza della vita.
L’avevano prelevata a forza, tra la curiosità strepitante e la commiserazione dei vicini. Fu strattonata e strascicata di peso, non perché volesse sottrarsi agli armigeri, ma perché tentava di rintracciare suo figlio e avvertire Leonardo che la stavano portando via. Ci sono momenti della vita in cui la successione degli istanti si dilata all’infinito: ciò che è semplice appare impossibile.

In mattinata, fu introdotta in una stanza piena di persone. Appoggiato all’alto schienale di un rigido sedile con braccioli, stava il vescovo inquisitore. Non lo conosceva, né conosceva alcuno dei presenti che a bassa voce gli rivolgevano parole deferenti. Il silenzio faceva avvertire finanche il fruscio degli abiti a ogni movimento.
Il cancelliere annotò le poche risposte che Pellegrina fornì a laconiche domande. Udiva la sua penna raschiare il foglio.
«Coram Ill. et R.mo domino Don Bartholomeo Sebastiano Episcopo Pactensi et Inquisitore, vocata comparuit quedam mulier que, medio juramento, interrogata dixit chi si chama Pellegrina Vitello muglleri di Leonardo Vitello setaloro chi està di casa a S. Ioanne, ey di etati di anni trenta vel circa nativa di Genova et ha fina otto anni chi està in Sicilia et chi non ha estato presa nj penitenziata per il S. Officio».
La sua vita sembrava potersi ridurre agli essenziali passaggi di quel verbale, che ricalcava uno schema chissà quante volte indistintamente ripetuto. Quei fogli riportavano che al cospetto dell’illustrissimo e reverendissimo signor Don Bartholomeo Sebastiàn, vescovo di Patti e inquisitore, su convocazione era presente una tal donna che, sotto giuramento, interrogata disse di chiamarsi Pellegrina Vitello moglie di Leonardo Vitello setaiolo, di casa a San Giovanni. Trenta anni o circa, era nativa di Genova, ma da otto anni stava in Sicilia, e prima d’ora non era stata mai né presa né punita dal Sant’Officio.

Interrogata se avesse marito e da quanto tempo, confermò di essersi sposata a Napoli, all’età di quindici anni, con un setaiolo di nome Leonardo Vitello. Da Genova a Napoli l’aveva portata suo padre da bambina. Si chiamava Bartholomeo Clabarino, genovese, ormai morto, così come era morta anche sua madre, che si chiamava Maria. Ambedue erano cristiani naturali. Battezzata dalla nascita pure lei, per devozione era stata chiamata Pellegrina, quale promessa di un viaggio in uno dei luoghi sacri del cattolicesimo.
Clabarino era patrono di galera, comandava in altre parole un vascello, di proprietà del conte Philipino, sul quale i detenuti scontavano la condanna al remo. Dovendo stare in mare parecchi mesi all’anno, non poteva accudirla, da quando sua madre era venuta a mancare. Ad ogni assenza, gli toccava affidarla a estranei. Decise allora di rivolgersi a Bartholomeo lo Focaro, un parente che abitava a Napoli nel quartiere della Silleria e faceva il mercante di seta. Concordarono un breve periodo; ma suo padre non lo rivide più.
Lo zio Bartholomeo, in ogni caso, continuò a crescerla e ad assicurarle il necessario. Aveva una posizione benestante. Comprava seta grezza dai contadini; la forniva alle botteghe dei setaioli per tesserla e la ritirava lavorata; infine rivendeva i prodotti di varia confezione ai mercanti stranieri.

Fu in una di quelle occasioni che appena adolescente l’adocchiò Leonardo, gran lavoratore e bel giovane. Leonardo mostrava allo zio il suo interesse, sia per la nipotina che diventava donna, sia per i consigli vantaggiosi su come comprare e vendere seta. Lo zio Bartholomeo non mancava di parlare bene di lui: era intraprendente, capace di crearsi una bottega e in futuro mantenere degnamente moglie e figli, così diceva. Con l’assenso delle famiglie, Leonardo e Pellegrina presero a frequentarsi, si promisero il loro amore e cominciarono a vivere insieme alla Nunziata. Non passò un anno che nacque Ioan Andrea.
Leonardo maturava responsabilità e ambizioni. Non si accontentava di smacchinare su di un telaio, perché a Napoli di setaioli come lui ce n’erano parecchi. Sognava di realizzarla davvero quella bottega tutta sua. Ne discuteva con lo zio Bartholomeo, che cominciò a vendergli qualche piccola partita di filato grezzo e a favorirlo con varie proroghe sui pagamenti. All’inizio non era possibile che acquistasse un’intera balla da 250 libbre, perché costava quanto costruirsi una casa di due piani, dalle fondamenta al tetto.
Andò bene. Leonardo tesseva per i mercanti di giro e per sé stesso e, in questo caso, rivendeva in proprio e guadagnava di più. Allora reinvestiva il profitto e comprava maggiori quantità di seta grezza, che trasformava in nuovi damaschi e broccati. Ne occorreva tanta di materia prima per offrire una scelta estesa di tessuti e colori ai mercanti che facevano affari esportando merci pregiate. Molta era la richiesta e irrefrenabile la tentazione di soddisfarla. Tanta seta, tanti denari: li prendeva in prestito e li corrispondeva con gli interessi, alla fine del periodo pattuito.

Pellegrina non raccontò questa storia agli inquirenti, perché si limitò a rispondere alle domande nel modo più diretto possibile, che il segretario sintetizzò nel verbale così: Per debiti se ne venne in questa città di Messina.
Fu davvero laconica sulla disgrazia che colpì la famiglia. Non parlò del banco degli strozzini, che non vollero attendere oltre il tempo concordato, visto che Leonardo non riuscì a vendere tutta la merce tessuta e rientrare in tempo delle spese sostenute. Tentò di pagare una parte, chiedendo dilazioni per il resto; ma alla fine gli interessi rincararono a tal punto da farlo rimanere incastrato e senza uscita.
Decisero d’accordo, lui e Pellegrina, di sottrarsi ai debitori, abbandonando la città di soppiatto, per raggiungere Messina, dove il mercato della seta iniziava a prosperare. Partirono, senza pagare le somme dovute, sottraendosi ai debiti con i fornitori della materia grezza e coi prestatori d’opera. Più che altro, fuggirono inseguiti dagli strozzini che avevano finanziato quel gioco al rialzo. Non li inseguì invece il loro ricco zio, in quanto di aiutarli, questa volta, non ne volle sapere: sia perché fra quei mercanti creditori c’era pure lui, ma innanzi tutto preoccupato di rimanere compromesso a sua volta, per via delle richieste esose dei profittatori. Aveva sempre raccomandato a Leonardo di lavorare all’antica, investendo unicamente il denaro guadagnato, non quello prestato.

La nave attraccò a Messina. La prima notte dormirono all’aperto, sul molo, rannicchiati tra gli imballaggi delle navi sotto carico e scarico. Ioan Andrea avvertì il profumo di casa: intendeva la salsedine, che gli ricordava il mare di Napoli. Si assopì ascoltando racconti di speranza, il sogno del bel tempo a venire. Con il poco denaro disponibile trovarono, più che una casa, un tugurio nel rione di Montevergine. Le necessità erano tante e in breve la situazione fu avvelenata da discussioni frequenti e irrefrenabili.
I piccoli lavori, per sopravvivere, che Leonardo si procurava alla giornata, non gli lasciavano tempo per contrattare un’occupazione migliore. Doveva industriarsi nell’immediato, dato che i bandi pubblici disponevano che sarebbero stati cacciati dall’Isola o ridotti in galera tutti i vagabondi, gli oziosi e le persone che non esercitavano alcuna attività o che non stavano a servizio.
Pellegrina, benché avesse soltanto ventidue anni, sembrava sfiorire sotto il peso delle angustie. Le donne del vicinato, per interessamento o per indiscrezione, le chiedevano se avesse qualche linea di febbre, se mangiasse o stesse digiuna. Lei ammetteva a malincuore di esser poveri, ma che digiuni non ci stavano: quel poco di minestra, quel poco di pane, li metteva a tavola ogni sera. Non sapeva che pensare, finché qualche vicina non le accennò alla possibilità di essere stata magariata, che in quel dialetto per lei ancora poco conosciuto significava affatturata. Non s’era accorta come donna Paula aveva adocchiato suo marito?
Donna Paula era la moglie di messer Minico, di cui Pellegrina non sapeva neppure il cognome, eccetto che allevava galline e polli. In casa di costui Leonardo svolgeva piccole mansioni per tirare avanti, aspettando tempi migliori. Negava un’attrazione per donna Paula. S’infuriava. Pellegrina lo tratteneva dall’impeto e cercava di persuaderlo a trovare un’altra attività.
Leonardo si chiudeva in riserbo per giorni interi. Infine, prometteva di tentare altrove, ma immancabilmente riprendeva a lavorare dal pollivendolo, finquando a casa non tornò più. Rimase a vivere con donna Paula alla latina. Questo perché messer Minico non c’era mai; trascorreva lunghi periodi, girando col suo carro i mercati della provincia per vendere polli e uova. Rimase sola, chiacchierata dal vicinato, con un bambino di sei anni da mantenere grazie a qualche tarì che Leonardo pateticamente le passava di tanto in tanto. Fu costretta perfino a trattenere le pretese di certuni, che per aiutarla esigevano attenzioni che fino allora aveva riservato solo a suo marito.
Due anni d’angoscia e tormenti, poco più poco meno. Un bel giorno Leonardo, decise di tornare a casa con la prospettiva di una vita migliore, dal momento che aveva ripreso a fare il setaiolo, ma questa volta con una bottega veramente sua.
Il tempo delle tribolazioni era ormai passato. La famiglia di nuovo riunita lasciò la catapecchia di Montevergine e dopo un breve periodo trascorso a Sant’Agostino, in casa di Geronimo Romano, si trasferirono tutti insieme a San Giovanni. Stabilmente.

Pellegrina era stata costretta a rivivere i giorni d’inferno dei primi tempi a Messina. Al termine della deposizione le fu domandato se sapesse o presumesse il motivo della sua convocazione.
Rispose di no.
Il magistrato alla destra del vescovo inquisitore si rivolse al cancelliere indicandogli di scrivere: Prima monicio, primo ammonimento. Poi si accostò a Pellegrina e soggiunse che si aveva certezza, da informazioni in possesso, per accusarla di aver fatto assai magarie e invocato demoni. Con artificioso tono bonario, rimarcò che se avesse detto la verità e confessato i suoi peccati, sua signoria reverendissima avrebbe usato con lei misericordia.
Rispose di non aver fatto niente.
Di nuovo, ma questa volta con tono intimidatorio, la esortò a dire la verità, e ripetè che in tal caso si sarebbe usata misericordia, altrimenti – e calcò volutamente l’accento – si sarebbe usata giustizia.
Quale verità confessare, fra tutte quelle che potevano meno comprometterla? Non si trattenne dal rispondere in modo impudente:
«Ognuno po diri lo chi vole».
Il Tribunale prese la sua decisione e la seduta conclusa. Con distacco il cancelliere registrò: disse che ognuno può dire ciò che vuole e fu mandata in carcere.

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About the author: Sergio Bertolami