10 – Le nozze con i fichi secchi

Dove professore ed allieva tracciano un primo quadro del contesto storico in cui si trova a vivere Pellegrina. Osservano la possibilità che le nozze con Nardo non fossero state ancora celebrate “in facie ecclesiae” e che i due, perciò, fossero semplicemente “promessi sposi”.

Tutto questo spiega per quale motivo Vitello decida di andare a convivere con una procace contadina messinese. Accasandosi con quest’ultima, avrebbe potuto godere dei privilegi locali, sfuggendo alle leggi napoletane. Nardo, tuttavia, sceglierà di tornare da Pellegrina, dimostrando di aver trovato una strada più diretta ed agevole per riconquistare la fortuna perduta e riunire la sua famiglia.

«Quale verità confessare, fra tutte quelle che potevano meno comprometterla?», domandò il professore, aspirando un’ampia boccata di pipa.
Parlava, misurando con lunghi passi, avanti e indietro, l’enorme libreria che ricopriva gran parte delle pareti dello studio. Scaffali zeppi di volumi, ordinatamente sistemati e allineati.
Poggiò sulla scrivania il mazzetto dei fogli che aveva in mano e ne trasse solo uno da tenere sott’occhio. Riprese:
«È il tre aprile 1555, quando Pellegrina convocata compare davanti al reverendissimo Don Bartholomeo Sebastiàn. L’inquisitoria ha preso avvio giovedì 21 marzo… da ben due settimane. Pellegrina è sospettata di fare sortilegi, per profitto. È un modo come un altro per tirare avanti, spillando pochi grani, magari qualche tarì, a dei creduloni. L’attività spicciola, però, interessa poco il Tribunale, che sin dalla prima ammonizione esplicitamente l’accusa di avere invocato i demoni».
«Eppure Pellegrina non nega, né protesta affatto la sua innocenza», intervenne convinta l’allieva. «Dichiara soltanto le proprie generalità e racconta concisamente la sua vita… ma del mestiere di magara non fa menzione alcuna. Asserisce di avere trent’anni e di stare in Sicilia da non più di otto. Solo allora ha attraversato queste meravigliose acque…».
Nel conversare, la ragazza si era istintivamente alzata per gettare uno sguardo oltre il giardino, dove la vista spaziava a tutto campo sullo Stretto. L’azzurro, il turchino, l’indaco, del cielo e del mare che in certi giorni limpidi si mescolano tono su tono, la distrassero. Colori naturali esaltati dal sole di una calda mattinata di primavera avanzata, da sembrare estate.
«Avrà tuttavia fatto caso», puntualizzò il professore, «che, sostenendo di essere giunta a Messina da otto anni, quindi dal 1547, Pellegrina contraddice, in modo evidente, le date fornite dalle bizzoche, che fanno risalire certi fatti perfino a quindici anni prima del processo…».
Si accomodò alla scrivania, prese un foglio di carta e cominciò a tracciare con la sua Mont Blanc dall’inchiostro verde – un vezzo personale – alcune linee, alle quali fare corrispondere delle date.
«Per ricostruire questa vicenda, proviamo a segnare i punti fermi. Con certezza sappiamo che, al momento della carcerazione, Pellegrina abita nel quartiere di San Giovanni, dov’era ubicata la maggior parte delle botteghe dei tessitori e dei tintori di seta. Ancora oggi, in prossimità della chiesa di San Giovanni Gerosolimitano, si dipana per la collina la Via dei Setaioli. Le botteghe artigiane sono scomparse, ma il toponimo è stato mantenuto anche nella nuova città ricostruita dopo il terremoto del 1908».
Il professore prese a trafficare con la pipa che tendeva a spegnersi. Era il suo modo di fare quando si concentrava nella discussione. Il profumo dolce del tabacco impregnò nuovamente l’aria.
«Bene… Partiamo però dall’inizio di questa storia», continuò, riprendendo a segnare linee sul foglio. «Pellegrina dichiara che all’arrivo si stabilisce con la famiglia nel quartiere di Montevergine. Di lì a poco Nardo Vitello deciderà di andare a vivere alla latina a casa di donna Paula.
C’è chi fornisce la spiegazione plausibile di una separazione concordata. I due coniugi, di fronte a una situazione difficile, preferiscono affrontare il domani separatamente. Forse Vitello aveva problemi a raggiungere ogni giorno sui colli la masseria dove raggranellava qualche spicciolo e dove viveva anche la disponibile moglie di un pollivendolo che non era mai a casa».
«Non mi prenda per impertinente, ma penso che Pellegrina abbia semplicemente dovuto subire una situazione matrimoniale dubbia… Penso che al momento del loro arrivo a Messina i due non fossero sposati o perlomeno non lo fossero come intendiamo oggi».
Il professore, avendo afferrato all’istante il senso del discorso, assentì del tutto convinto.

«Nel Cinquecento», proseguì la giovane, «il matrimonio si articolava attraverso una serie di fasi precise, convalidate da consuetudini e cerimonie».
La ragazza argomentava le sue asserzioni, facendo rimarcare, con il tono della voce, la stretta relazione fra i concetti:
«Gli usi nuziali della popolazione d’origine latina presumevano i due precisi momenti degli sponsalia e del matrimonium. Gli sponsali consistevano nello scambio del doppio atto di consenso e promessa. Le famiglie avviavano i contatti e talora i contratti che regolavano le doti. Raggiunto l’accordo economico, ovvero il consenso, avveniva lo scambio degli anelli; quindi si annunciava la promessa di matrimonio, un’assunzione di responsabilità formale».
«È corretto quanto lei afferma», intervenne il professore, stimolato dal discorso. Per questo, continuò spiegando che lo stesso termine sposarsi deriva dal latino spondére, ovvero promettere. Di conseguenza, mentre il consenso è paragonabile al nostro fidanzamento, la promessa corrispondeva grosso modo al matrimonio civile, che a differenza di oggi non si svolgeva di fronte a un pubblico ufficiale nella sede del Comune. Consenso e promessa si potevano scambiare nello studio di un notaio, oppure in famiglia, persino in segreto in un orto. Per coloro che potevano permetterseli seguivano i festeggiamenti con un pranzo in grande fra parenti, altrimenti si celebravano le nozze coi fichi secchi offerti al vicinato che veniva a fare visita. A questo punto un codazzo di persone accompagnava gli sposi verso la nuova casa.
Le nozze in chiesa, alla presenza di un prete, potevano celebrarsi subito dopo gli sponsali oppure slittare nel tempo. Ecco, dunque, che si poteva contare un numero enorme di persone sposate – o maritate, così sono chiamate negli atti del processo a Pellegrina – che tuttavia non avevano ancora contratto il matrimonio religioso.
Il professore ritenne giusto soffermarsi su alcuni aspetti:
«L’unione nuziale era incentrata sui doveri dei coniugi. Il termine matrimonio ha la sua radice in mater e riguarda il compito della madre di procreare; mentre il compito del padre era di mantenere i figli legittimi nati dalla propria moglie. Ecco perché occorreva considerare attentamente le proprietà della nuova famiglia. Non a caso il termine patrimonio ha la sua radice in pater».
La ragazza ascoltava seduta sul bordo del divano, completamente protesa nel tentativo di percepire ogni parola del professore che, invece, passeggiava per tutta la stanza assaporando boccate di fumo. Di tanto in tanto soffermava lo sguardo su qualche titolo scorto in libreria, come se volesse citarne un passo.
«Il matrimonio era rappresentato dalla cerimonia solenne in chiesa, con il corteo nuziale che affollava il sagrato, dopo aver condotto gli sposi in processione per ricevere la benedizione religiosa».
«Tra la popolazione più modesta», continuò il professore, «consenso e promessa si scambiavano in modo informale, perché non si aveva una vera dote da contrattare. Rilevante è che si diffuse l’uso di contrarre le nozze senza celebrare la solennità religiosa e questo fatto fu giudicato dalla Chiesa come una pessima consuetudine, che andava frenata».
«Non mi è chiaro il perché… dopo tutto il matrimonio rappresentava un evento festoso».
«Appunto per questo. Le cronache riferiscono di nozze religiose, alle quali partecipava un numero esorbitante di persone. I festeggiamenti si protraevano anche per tutta la notte tra suoni canti e balli. Tanto sfrenati erano i lussi, che persino il popolo, per semplici questioni d’apparenza, si abbandonava a spese insensate, indebitandosi oltre misura e facendo temere la miseria.
A tutti era ingiunto di celebrare le nozze in chiesa… ma il popolo minuto e persino le classi borghesi – in attesa del momento opportuno per organizzare un ricevimento indimenticabile – non rispettarono più le consuetudini e la consacrazione religiosa cadde in disuso. Pur di benedire sponsali e matrimoni, accadeva che i sacerdoti accettassero a recarsi nelle case, piuttosto che la popolazione in chiesa».
La ragazza, in perfetta sintonia, si affaccendava a tirare fogli di appunti dalla sua carpetta ad elastico, aggiornandoli a volo:
«Questo spiega perché la convivenza divenne condizione ordinaria. Ne conseguiva una gran quantità di figli naturali».
«Un assetto sociale ingarbugliato davvero, tanto da dovere essere preso in considerazione dal Concilio di Trento, giacché la Riforma di Lutero asseriva che il matrimonio non fosse un sacramento… In seguito a tutto questo bailamme, la Chiesa istituì norme che dessero certezza al matrimonio. Per evitare consensi in privato, si stabilì che il parroco annunciasse in chiesa pubblicamente, durante la messa domenicale, per tre settimane consecutive, la volontà di unirsi in matrimonio. Naturalmente, se a queste pubblicazioni nessuno si opponeva, si sarebbe proceduto con la celebrazione religiosa, alla presenza di testimoni».
«Quelli che oggi sembrano degli usi meramente scontati…», commentò la giovane, «avevano al tempo un risvolto niente affatto trascurabile. Quali furono le ripercussioni delle nuove decisioni?».
«La Controriforma stabilì che i matrimoni non adeguati a tali principi, dovessero considerarsi nulli. Pertanto, la convivenza fra coniugi non legittimati fu giudicata concubinato, assimilato da quel momento in poi al meretricio».
«In tal senso è da intendere la punizione di ben sei bigami nell’autodafé del 12 maggio a Messina… perfettamente nelle linee del Concilio di Trento. A testimonianza del freno messo in atto per salvaguardare l’unione famigliare, contro l’eventualità di contrarre in parallelo più di un matrimonio».
«La dimostrazione di una realtà sociale nella quale la convivenza era la quotidianità, potrà riscontrarla, in questo stesso processo, quando leggerà di una teste, Catharinella Batello, che dichiara di avere vissuto per due anni con un tizio di Reggio, che infine l’ha piantata per sposare un’altra donna».

Soddisfatto per l’attenzione partecipe dell’allieva, il professore si accinse a concludere:
«Mi torna in mente un altro episodio, a conferma dell’uso di rimandare a un secondo tempo il matrimonio religioso, conseguente agli sponsali. In un documento del 1503 si parla di un benestante di Linguaglossa, alle falde dell’Etna, che aveva stipulato di unirsi con la nobile Janna, vedova di Bernardo Marchitta di Messina. Nonostante la promessa nuziale, la giovane donna fu spinta dai fratelli a consumare, con un altro uomo, il mancato rapporto col defunto marito. Chissà per quale motivo. Ci attenderemmo uno scandalo, un pubblico processo… Niente di tutto ciò, perché l’uomo decise, nonostante tutto, di prendere in moglie la vedova. Dal suo punto di vista, la nobiltà e la cittadinanza messinese valevano ben più dell’infedeltà subita e del rischio di una eventuale gravidanza».
«Al di là della scabrosa vicenda, cosa emerge?», commentò con ironia la ragazza.
«Emerge un aspetto degno di nota, da non sottovalutare ai fini della nostra ricerca», proseguì il professore. «Il motivo recondito di quel tale di Linguaglossa era che la cittadinanza messinese, acquisita con il matrimonio, gli avrebbe permesso di trarre beneficio dalle esenzioni fiscali, grazie alle prerogative di Messina, città demaniale».

La ragazza, sulle prime, fece segno di non comprendere. Poi come se avesse afferrato il concetto, seppure in ritardo, convenne entusiasta:
«C’è forse un nesso con donna Paula? Intende dire che un regolare matrimonio con la contadina messinese avrebbe potuto offrire a Vitello una soluzione legale per sottrarsi alle leggi napoletane che lo perseguivano a causa dei debiti?».
Un’idea sorprendente davvero, alla quale il professore non aveva neppure pensato. La ragazza non gli lasciò il tempo di ribattere, perché con foga proseguì:
«È possibile supporre che donna Paula mirasse a una unione stabile con Nardo, dal momento che, probabilmente, neppure lei e messer Minico avevano contratto il matrimonio religioso. Diventare moglie di un tessitore, dopotutto, era più vantaggioso rispetto a un venditore di pollami!».
Indubbiamente una conclusione singolare, che il professore tuttavia non sentì di accogliere:
«Illazioni che non forniscono dati concreti alla ricerca. Non intendevo assolutamente riferirmi a questo. Volevo più semplicemente affermare che fra i numerosi privilegi di una città demaniale di grande rilevanza come Messina è possibile rintracciare la prerogativa più conveniente a favorire Nardo Vitello, permettendogli di conquistare la libertà di aprire una bottega di sua proprietà».

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