11 – «Certo pani scrito para chi non confesase»

Dove si dimostra ai giudici del Santo Tribunale, che Pellegrina è in contatto con un giro di malaffare, perché le si chiede di fornire un pane magico per evitare che un martoriato possa confessare. Il testimone diretto è Geronimo Carcano, che afferma pure di aver visto la magara incantarsi, nel guardare una caraffa piena d’acqua, nella quale galleggiano strane cose nere che paiono demoni.

Sabato 13 aprile 1555.

L’animo della città era sospeso. Così sarebbe rimasto fino al canto del Gloria intonato Sabato Santo durante la Resurrezione di Nostro Signore.
Per l’intera Settimana della Passione, nonostante gli impegni consueti, il Tribunale aveva continuato a svolgere regolarmente le proprie funzioni. Ogni mattina prima delle udienze, Don Sebastiàn attorniato dai familiari più stretti assolveva l’obbligo cristiano del sentir messa, di comunicarsi e trattenersi oltre mezzogiorno nella cappella del Secreto.
L’intera città piangeva il Cristo morto. Nel segno della penitenza quaresimale, gli edifici religiosi erano parati al lutto più assoluto. Al loro interno, tutte le effigi sacre erano ammantate con pesanti coltri viola, lo stesso colore di pianete e piviali indossati dai celebranti durante le funzioni. Dall’altare del Venerdì Santo era stato tolto il mantile e, persino l’aristocrazia, nei propri palazzi, consumava il pasto sulla tavola nuda.
Per le strade, il silenzio sembrava sovrastante. Le campane s’erano ammutolite e il loro suono rimpiazzato da quello sordo e cigolante delle troccole. Si evitava il frastornante scalpiccio delle cavalcature e il fragore di carri e carrozze, tanto che molti signori preferivano usare le più discrete portantine.
Le bandiere delle navi ormeggiate al porto, che al Palazzo reale facevano corona, erano issate a mezz’asta. I gonfaloni abbruniti. Gli ufficiali della guarnigione portavano il lutto al braccio e gli armigeri avevano legato il nastro nero sulle alabarde e sugli schioppi. I banditori incedevano con i loro tamburi velati.
Le congregazioni, che conservavano i cerimoniali antichi per alleviare le sofferenze con opere assistenziali, in questa settimana onoravano passione e morte di Cristo apprestando manifestazioni e cortei. Giovedì di Quaresima erano riuscite a cavar pietose lacrime dagli occhi dei fedeli che si erano accalcati per assistere alle funzioni. Dopo avere assunto l’ostia benedetta, i confrati avevano proceduto alla cerimonia della lavanda dei piedi e alla vestizione di dodici poveri. Riposto nel Sepolcro il Santissimo Corpo del Signore, miseri, trovatelli e ministri di Dio si erano diretti alla volta del Duomo con una processione umile e sommessa. Era uno spettacolo osservare quel fiume di folla in movimento, a passo cadenzato, in bell’ordine, nell’oscurità della notte rischiarata dalle candele.

Partecipando alla veglia del Giovedì Santo, durante l’offerta del pane, il giovane Geronimo Carcano fu colto da un moto improvviso di misticismo. Ricordandosi di un altro pezzo di pane, sentì il bisogno di redimere la coscienza. Decise, dunque, di presentarsi ai giudici del Sant’Officio e con la sua confessione onorare i giorni di penitenza quaresimale.
Era tornato nella chiesa parrocchiale del suo villaggio nativo, dopo chissà quanti mesi. Per pigghiari perdonu, con animo contrito aveva sostato e pregato dinanzi al sepolcro. L’apparato si mostrava modesto a confronto dei ricchi addobbi serici, delle figurazioni a pavimento di terre colorate e petali profumati, predisposti nelle chiese e nelle clausure della città. In questa povera parrocchia, per ornare i gradini dell’altare, erano stati sobriamente deposti piatti con chicchi di grano saraceno germogliati in qualche cantone buio. La navata sembrava più fosca del solito. Tredici candele dalla fiamma fievole, collocate a bella posta per richiamare alla memoria Cristo e i dodici apostoli, illuminavano soltanto l’altare maggiore. Il crocefisso di legno, rozzamente scolpito da un unico pezzo di gelso, era coperto a lutto da uno spesso drappo violaceo issato da corde. Terminato il lungo periodo della Quaresima, sabato notte quella tela sarebbe stata abbassata di colpo. Tra lo stupore dei fedeli, quel momento avrebbe simbolicamente segnato la Resurrezione del Salvatore.
Il prete pregava e l’assemblea dei fedeli lo seguiva recitando in coro:
«Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat…».
Senza comprenderne il significato, Geronimo ripeteva la litania nel suo latino biascicato, in ginocchio, con il volto coperto dalle mani giunte, compresso da un acuto senso di colpa.

Secondo la decisione assunta in chiesa, esattamente nel giorno del Sabato Santo, Geronimo Carcano fu ascoltato dai giudici dell’Inquisizione, nonostante temesse di dover tornare il martedì seguente la Pasqua dell’Angelo.
Aveva aspettato con pazienza per tutto il tempo. Soltanto all’ultimo momento fu preso dalla preoccupazione che una parola di troppo avrebbe potuto comprometterlo in qualche modo. Avrebbe raccontato di suo cognato Gasparo e del fratello Ioannello. Gli avevano inculcato che denunciare eziandio a un fratello, a un figliuolo, a un padre istesso, traditori delle leggi di Dio o del Sovrano, non solo era opera encomiabile, ma il miglior modo per rimediare agli errori da quegli stessi peccatori compiuti. D’altra parte, da un bel pezzo non sapeva più dove si fosse eclissato suo cognato Gasparo. Se n’era andato a lavorare sulle montagne dei Peloritani. Non proprio una bella attività: estorceva denaro, offrendo protezione, con la scusa di salvaguardare i raccolti dei baroni, nei feudi del Valdemone.
Geronino, a differenza di Gasparo, un vero mestiere l’aveva. Si vantava di fare il profumiere. Estraeva essenze e aiutava il padrone a confezionare fragranze su commissione. Questo dichiarò ai giudici e aggiunse di avere 19 anni e abitare dietro alla Brigaria, poco distante dal forte dell’Alterone.
Ogni giorno, di primo mattino si lasciava alle spalle la città murata e a piedi percorreva un buon tratto del piano della Mosella, un tavolato tra il mare e le colline dove si alternavano orti irrigui dalle coltivazioni pregiate e campi odorosi di gelsomini. A primavera il loro profumo si avvertiva a distanza nell’aria. Intenso.
Si dava da fare in un enorme capannone zeppo di alambicchi, vasi e boccette di terracotta o vetro, quartare di rame e di stagno, apparecchi dalle fogge bizzarre. In quel magazzino mezzo buio e disordinato si distillavano essenze odorose di gelsomino, di zagare, di rose, di garofani selvatici, trifoglio, caprifoglio, miscelati col mosto o col vino invecchiato o cotto, col muschio del bosco ridotto in polvere. Si distillavano anche oli di semi, di violette, di pistacchio, di pinoli, di sesamo, di lupini e di ceci. Si facevano alchimie con succo di limoni o raschiature d’asfodelo, di cortecce, d’uva acerba.
Lo divertiva elencare tutti quei nomi, uno sfoggio di sapere raggiunto. Lo esaltava raccogliere erbe e radici che appendeva alle travi del soffitto: camomilla e rosmarino, malva, coriandolo, erba medica, sambuco e senape, lavanda e lauro, gramigna e ricino. Di tutto ciò parlava entusiasta, Geronimo, ma taceva dei lavori sgraditi che era obbligato a fare: rigovernare gli attrezzi, tagliare la legna da ardere per far bollire le essenze, usare persino la cazzuola quand’era necessario.

Sul suo lavoro non si dilungò coi giudici del Sacro Tribunale. Rispose solo alle loro richieste. Quattro o cinque anni prima, poco meno che quindicenne, suo cognato, Gasparo Ballota, un giorno – ma della data precisa non si ricordava – lo chiamò mentre scorrazzava in strada con i ragazzi della sua età. Voleva che filasse di gran corsa da una donna di nome Pellegrina, moglie di Nardo Vitello, che abitava a San Giovanni, dall’altra parte della città. Doveva avvisarla che stava per essere martoriato Ioannello Ballota, uno dei fratelli di Gasparo, e farsi consegnare un certo pane scritto perché non confessasse.
Pur di togliersi la seccatura di dosso, mal volentieri andò fino a San Giovanni. Le imposte della casa erano chiuse, la porta d’ingresso appena accostata. L’aprì e senza oltrepassare l’uscio chiamò. Nessuna risposta.
Si guardò intorno. Non doveva passarsela male questa Pellegrina, rimuginò, perché il vestibolo d’ingresso gli pareva accogliente con quel pavimento in mattonelle di pietra grigia e bianca alternate a scacchiera. A casa sua, doveva accontentarsi della terra battuta, che quando pioveva trasudava acqua. Chiamò ancora. Niente. Imboccò la scala ripida in muratura che portava sopra. C’era un grande camino, che solo nelle case dei signori aveva visto. Gettò un’occhiata nella cucina annerita dal fumo di graticole e fornelli, convinto che neppure lì avrebbe trovato nessuno. Qui c’era addirittura un forno per il pane. A muro, sopra un bancone, qualche padella di ferro dal braccio lungo per non bruciarsi al fuoco, grandi piatti in peltro, coperchi, pentole di terraglia, mestoli, grattugie. Una quantità di arnesi: una gramola, una madia per impastare. Appoggiato a parete un ceppo di rovere per battere e tritare. Cose ovvie d’uso giornaliero, piuttosto che oggetti insoliti per approntare riti misteriosi, come si sarebbe aspettato.
Scostò le imposte e l’ambiente si ravvivò di luce. Fu guardando fuori che scorse Pellegrina affaccendata nel giardino sul retro. Da incolto e pieno di rovi, per magia l’aveva trasformato in un incanto. Si potevano distinguere un piccolo aranceto, un melo, un pero. Più discosta, una pergola con gelsomini, caprifogli, rose e, proprio a ridosso della costruzione, un angolo di erbe odorose. Ben conosceva quei profumi di basilico, citronella, cerfoglio, timo, origano, menta.
Scorgendolo, Pellegrina istintivamente sobbalzò. Lo raggiunse dentro casa e seppe di Ioannello Ballota. Senza dire parola, prese un paniere che pendeva dal soffitto a protezione dai topi. Ne cavò un involto di stoffa con un quarto di pagnotta. Poi iniziò a fissare come incantata i riflessi nell’acqua di una caraffa. Tracciò sulla mollica del pane certe lettere indecifrabili. Geronino s’era distratto a guardare galleggiare nella caraffa strane cose nere, da sembrare blatte, ma in Tribunale raccontò che gli parvero demoni. Chiese a Pellegrina cosa fossero. Sul momento non rispose. Poi gli raccomandò di correre subito da suo cognato Gasparo, con quel pane magico, per farlo mangiare a Ioannello prima che lo martoriassero. Insistette di non scordare a tagliare col coltello il pane dalla parte scritta, perché nessuno lo riconoscesse.
«Interrogato de odio, dixit: que non» e gli fu ingiunto il silenzio.

Please wait while flipbook is loading. For more related info, FAQs and issues please refer to DearFlip WordPress Flipbook Plugin Help documentation.

About the author: Sergio Bertolami