14 – «Publicamenti ha jntiso diri chi ey magara»

Dove Salvatore Escamare, apprendista setaiolo nella bottega di Nardo Vitello, per un segreto desiderio sessuale insoddisfatto denuncia Pellegrina. Racconta come la magara prepari sortilegi, usando allume abbrustolito al fuoco.

Martedì 16 aprile 1555.

A guardarla dall’alto, la città appariva come una lingua di case recintate da mura, stretta tra le alture e il mare. Molti terrazzamenti, spietrati e coltivati, ritagliavano le colline rimarcate da filari di viti. Salvatore Escamare, 16 anni, era uomo di fiducia del ricco Cola Galleti, perché custodiva una delle vigne di sua proprietà. Abitava a le forie, in un casolare del podere.
Chiamavano le forie quei nuovi appezzamenti di terra sulle alture della città o nella vallata che costeggia il mare, da poco bonificati, arati, resi fertili e produttivi, facendo nascere orti, vigneti, frutteti. Gli stessi seminativi alberati della valle erano da poco sottoposti alla rotazione e al maggese. Galleti era uno dei grandi proprietari con tenute a nord e a sud della città, fino allora destinate in gran parte a pascolo e ora trasformate in terre fertili e redditizie.
In quei giorni, durante le sue perlustrazioni sotto il sole a picco, l’idea dello zibibbo da maturare richiamava alla mente di Salvatore il profumo di Pellegrina. Quante volte se l’era sognata, la moglie di messer Nardo; lui che, superata l’età della puerizia, s’apprestava a riconoscere e apprezzare le grazie femminili. Gli appariva simile a una dea, o meglio, simile a una di quelle donne che definivano belle signore. Agli occhi non solo suoi l’avvenenza di Pellegrina suscitava recondite fantasie, per di più accresciute da quell’alone magico che la circondava.

Fino all’anno passato Escamare era al servizio di Leonardo Vitello, setaiolo. Aiutava qualche volta la padrona in casa, ma soprattutto si adoperava nel laboratorio di via dei Butari per acquistare roba e attaccare i fili, facendo pratica ai telai. Messer Nardo aveva assicurato alla madre di Salvatore che gli avrebbe fornito vitto, bevande, un letto per dormire, vestiti e calzature, e che l’avrebbe messo in regola con il Consolato della seta, se si fosse applicato a imparare i principi dell’arte della tessitura.
Certi giorni la volontà l’aveva, ma più spesso l’irrequietezza di adolescente lo portava a preferire di rendersi d’aiuto più a casa, dov’era Pellegrina, che a bottega. Lei non sembrava minimamente accorgersi dei suoi sguardi vogliosi, e lui, ragazzino brufoloso, se la padrona lo scuoteva con una domanda inattesa, si ritrovava impacciato e farfugliante.
I lavoranti lo rimproveravano e messer Nardo andava in bestia, perché quando gli serviva non era mai disponibile e brontolava con sua moglie che lo rimandasse subito a bottega.

Un tardo pomeriggio del mese di novembre appena trascorso, del giorno preciso non si ricordava, comparve Pellegrina. Gli operai avevano terminato il lavoro, perché le norme dell’arte sanzionavano chi superava le due ore dopo il tramonto. Escamare s’apprestava a chiudere i battenti, ma Pellegrina gli disse che avrebbe provveduto lei, non prima di avere sistemato quella insopportabile confusione che i lavoranti usavano lasciare.
L’ordine era una mania della padrona e questo agli occhi del giovane confermava la sua natura di magara, perché si diceva che le belle signore amassero la casa spazzata e rassettata, la tavola bene apparecchiata, che sul letto pretendessero lenzuola di bucato e coltri pulite. Molti sostenevano che avessero una destrezza incredibile nello sbrigare faccende e servizi. Lo facevano proprio di notte, all’insaputa di tutti, per questo le chiamavano anche donne di notti.
Salvatore si offrì di darle una mano, ma la padrona gli parve risoluta a spedirlo via in gran fretta.
Il sole ormai tendeva a tramontare.
Semplicemente la presenza di Pellegrina, gli faceva ribollire il sangue; pensare di andarsene senza poterla osservare, soltanto per qualche attimo in più, lo faceva star male. Così sgattaiolò nel cortile sul retro. S’arrampicò fino a raggiungere una finestrella, alta a sufficienza da consentire il passaggio dell’aria, ma non la veduta sul fondo contiguo. Al contrario, da quella posizione, avvinghiato al muro, attraverso la grata di ferro arrugginito e incrostato di polvere poté scorgere Pellegrina armeggiare tra le stoffe del bancone.
Gli parve sospetto che, a quell’ora della sera, ravvivasse il braciere anziché spegnerlo e, come aveva detto, affrettarsi a riordinare e uscire.
La vide, invece, prendere un pezzo di allume, che gli operai usavano per fissare le tinte, e metterlo al fuoco in modo che si abbrustolisse, e dopo averlo abbrustolito lo avvolse dentro una carta e, aggiungendo un po’ di paglia, legò tutto insieme.
Pellegrina non ebbe il minimo sospetto d’essere osservata, perché, come usava col fazzoletto o col denaro, conservò il piccolo involucro nel petto. Quel bel seno alto e sodo, che a vederlo scuotere lo faceva trasognare.

Il martedì seguente la Pasqua dell’Angelo, quando Salvatore Escamare denunciò l’accaduto al Sant’Officio, ammise di non avere inteso da Pellegrina alcuna orazione, né altre parole.
Ipocritamente aggiunse di non sapere la ragione di quell’involucro, ma che pubblicamente si diceva che fosse una magara. Non confessò invece – perché nessuno glielo chiese – per quale motivo Nardo Vitello l’aveva cacciato a pedate nel sedere, avendo casualmente saputo del suo ronzare attorno alla seducente moglie e del vanto di una presunta disponibilità.
Ora di lei poteva serbare solo il ricordo che gli suscitava il profumo di zibibbo e il desiderio di fargliela pagare.
«Interrogatus de odio, dixit: que non. Et fuit ei iniunctum silentium».

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