Alessandro Barbero – Dante e l’amore

“Dante per anni ha sognato Beatrice senza più rivederla. E poi la rivede: son sui diciotto anni, tutti e due. La incontra per la strada. Hanno più o meno la stessa età, lei un pochino più giovane, però la loro condizione sociale è cambiata enormemente. Perché Dante […] è pur sempre un adolescente, forse brufoloso, certo imbranato – perché lo racconta lui che era imbranato – e incontra per la strada Beatrice, che invece, alla stessa età, è una donna sposata […]. La incontra per la strada, lei è con altre gentildonne, più anziane, e lui quando vede che c’è Beatrice che gli viene incontro va nel panico, “io cercavo di non farmi vedere”. E invece lei lo vede, e lo riconosce, e lo saluta. E a lui sembra di toccare il cielo con un dito.”

Il più noto storico italiano disegna un ritratto di Dante a tutto tondo, avvicinando il lettore alle consuetudini, ai costumi e alla politica di una delle più affascinanti epoche della storia: in questo video, primo di una serie realizzata dalla casa editrice, Alessandro Barbero ci racconta il rapporto tra Dante e i suoi antenati. Un video ideato e prodotto dagli Editori Laterza e realizzato da Mu Produzioni.

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di Rhodan59 da Pixabay 

Alessandro Barbero racconta Dante

In Böcklin e Bracht dei luoghi tranquilli dove ricordare o dimenticare

di Sergio Bertolami

9 – Il simbolismo in Germania: Böcklin e Bracht.

Le associazioni culturali di questo periodo affondano le proprie radici nelle esperienze trascorse. Ovverosia, da una parte, nei valori e negli ideali del Movimento romantico, che aveva come punto nodale la vita e i sentimenti dell’umanità. Dall’altra, a più forte ragione, nel Simbolismo, incentrato su tutti quegli elementi immateriali, irrazionali ed emozionali che indiscutibilmente coinvolgono l’esistenza. Ecco allora che non poteva essere dimenticata la lezione di autori importanti, come lo svizzero Heinrich Füssli, l’inglese William Blake, il tedesco Caspar David Friedrich, il francese Jean-Auguste-Dominique Ingres. Le nuove manifestazioni dell’arte non rigettavano, infatti, il passato romantico nelle sue diverse estrazioni nazionali, ma lo modificavano. Così come John Ruskin è testimone dell’insegnamento dei Preraffaelliti, che non rimane affatto circoscritto alla cultura vittoriana, ma è alla base di molte manifestazioni del Simbolismo e dell’Art Nouveau, reali movimenti di transizione dal Tardo romanticismo al nascente Decadentismo.
Anche gli artisti tedeschi continuavano la tradizione del Grand Tour; viaggiavano cioè per portare a perfezione il proprio sapere non solo artistico, ma anche culturale e politico, per maturare esperienze dirette e non soltanto teoriche. Venivano soprattutto in Italia, lo vedremo prossimamente con l’austriaco Gustav Klimt, ma per ora soffermiamoci sullo svizzero Arnold Böcklin.

Arnold Böcklin, Autoritratto con la Morte che suona il violino, 1872, Alte Nationalgalerie, Berlino

Inizialmente interessato alla mitologia, negli ultimi vent’anni della sua vita riesce a cogliere le atmosfere del Simbolismo, e le sa combinare sapientemente con gli aneliti classici e con la tradizione romantica tedesca. La maggiore eredità trasmessa è tutta nel suo dipinto più noto, quello che nella prima versione del 1880 (conservato nella collezione d’arte pubblica del Kunstmuseum di Basilea dal 1920) aveva denominato Un luogo tranquillo, ma che presto tutti impareranno a conoscere come Die Toteninsel ovvero L’isola dei morti. Lo ha battezzato così il suo mercante d’arte berlinese Fritz Gurlitt, che fece la fortuna economica del pittore. Böcklin utilizzò subito questo nuovo titolo, annunciando al proprio mecenate Alexander Günther di avere completato l’opera: «L’isola dei morti è pronta, finalmente, e sono convinto che susciterà l’impressione che desidero». Nonostante fosse un quadro fortemente autobiografico, il dipinto divenne una delle opere più famose e indicative del Simbolismo tedesco.

Arnold Böcklin, L’isola dei morti, Versione originale, 1880, Museo d’arte di Basilea

Il quadro fu elaborato dal pittore, tra il 1880 e il 1886, in cinque versioni, tutte diverse per gradazioni di luce e toni di colori. I cinque dipinti mostrano un’isola rocciosa che si erge a picco sul mare, al centro caratterizzata da un gruppo incombente di cipressi neri. Incastonate nelle rocce si scorgono le camere funerarie. Su di una barca, che si accinge ad approdare sull’isola, una figura in piedi accompagna una bara velata e un vogatore, rappresentato inspiegabilmente da una figura femminile. Secondo i critici l’immagine sarebbe frutto di fantasticherie funebri per aver perso un gran numero di figli – chi dice sei, chi dice otto – e per aver temuto lui stesso di morire di tifo o a causa di un ictus. È certo però che il tema romantico (e simbolico) della morte è sempre stato presente nelle sue composizioni. Basti ricordare Autoritratto con la Morte che suona il violino (1872) oppure La peste (1898), che mostra la “Cavalcata della Morte” su di una creatura simile a un pipistrello, divenuto in questi nostri tempi di pandemia fra i dipinti più evocati. Secondo l’autore, l’immagine avrebbe dovuto produrre un tale silenzio che il semplice bussare alla porta dovrebbe ancora oggi fare sussultare lo spettatore. Il silenzio è percepibile nell’immobilità del contesto, rotto solo dallo sciabordio dell’acqua rimossa dalla rematrice. In verità, nelle prime due versioni non erano presenti né bara e né figura ammantata di bianco. Furono aggiunte successivamente. Propose, per l’appunto, la seconda versione del quadro alla vedova Marie Berna che gli chiedeva un’opera “per sognare”. Nell’aprile del 1880 Böcklin in una lettera a lei indirizzata tratteggiava le suggestioni di Un luogo tranquillo dove avrebbe «sognato nel buio mondo delle ombre». Qui si sarebbe potuto percepire leggero «il tiepido alito di vento increspare le onde del mare, in un silenzio solenne e irreale che una sola parola bastava a turbare». Fu dopo le modifiche che il soggetto divenne, dapprima, L’isola delle tombe e, in seguito al suggerimento di Gurlitt, L’isola dei morti.

Il castello Aragonese di Ischia

Chi chiedesse dove si trova quest’isola tenebrosa, stupirebbe a sapere che potrebbe essere stata ispirata sotto il sole di Ischia. Lo ha rivelato lo storico dell’arte svizzero Hans Holenweg, dell’Università di Basilea, fondatore e curatore dell’archivio di Böcklin, aprendo nel 2011 una mostra al palazzo comunale di Fiesole, cittadina toscana dove il pittore si spense nella villa di San Domenico sei anni dopo averla acquistata nel 1895. Come ha spiegato Holenweg, Böcklin aveva visitato Ischia per la prima volta col suo amico Hans von Marées, pittore tedesco. Era il settembre del 1879, a conti fatti appena sei mesi prima di realizzare il dipinto nelle due versioni conservate l’una a Basilea e l’altra a Berlino. Fu lo stesso Böcklin a confidare al suo allievo Friedrich Albert Schmidt che l’idea scaturì dalla vista del castello ischitano di Alfonso d’Aragona. «In effetti – commenta Holenweg – quest’isola presenta notevoli somiglianze con le rocce e le pareti che si ergono sul mare. E poiché in Böcklin la scelta del soggetto nasceva spesso da una suggestione visiva, si può affermare che lo spettacolo di quell’isola rocciosa abbia ispirato in lui la concezione del quadro. Proprio di fronte all’isola con il castello, c’è un cimitero a terrazze addossato alla roccia, con un approdo a riva che sorse nel 1836 durante un’epidemia di colera. Evidentemente a quel tempo i morti venivano trasportati al camposanto anche via mare. Böcklin nel 1879 alloggiò a Villa Drago, nei pressi di questo vecchio cimitero, ora ricoperto di sterpaglie e completamente privo di croci».

Eugen Bracht

Il tema della morte non è certo fra quelli privilegiati nelle sue opere da Eugen Bracht. Anch’egli svizzero come Böcklin, tuttavia, dal 1887 è attratto da paesaggi rocciosi fortemente caricati di significati simbolici. Rive dell’oblio (Gestade der Vergessenheit) e l’Isola dei morti di Arnold Böcklin sono considerate fra le più famose opere del simbolismo tedesco. Se Böcklin ne realizzò cinque versioni, Bracht la stessa opera la moltiplicò per otto, tra il 1889 e il 1916. Cosa accumunava i due pittori? Sicuramente i viaggi in Italia, ma soprattutto la “pittura del pensiero”, come la chiamava Bracht, manifestato attraverso quel sottile simbolismo che i loro dipinti restituivano. Bracht lo esprimeva con la rappresentazione dei fenomeni naturali, con inquietanti paesaggi costieri e rocce selvagge e aspre, col trattamento della luce da poterne leggere risvolti quasi mistici. Molteplici rappresentazioni espressive che riflettevano il talento dell’artista. Un talento che non passò inosservato ad Anton von Werner, direttore dell’Università di Belle Arti di Berlino, che gli offrì di dipingere insieme a lui le parti di paesaggio all’interno de La battaglia di Sedan e parallelamente assumere l’incarico per la cattedra di “pittura di paesaggio” nell’Accademia da lui diretta. Proposte irrinunciabili per nessuno, specialmente per un pittore che sin dall’inizio della sua carriera non era stato ancora baciato dalla fortuna. Bracht, insoddisfatto del proprio lavoro di quegli anni, era alla ricerca di nuove forme d’espressione. Pensava addirittura di lasciare Berlino e trasferirsi a Parigi. Anzi, si racconta che vi avesse mandato sua moglie alla ricerca di un appartamento. Fu allora che Anton von Werner venuto a conoscenza di tali intenzioni, grazie ad un collega pittore che soggiornava nello stesso Hotel della moglie, evitò di non farsi sfuggire il talentoso giovane pittore, offrendogli un posto d’eccezione all’Accademia di Berlino.

Eugen Bracht, Rive dell’oblio, Versione originale, 1889, Hessisches Landesmuseum, Darmstadt

In questi “anni panoramici”, come Bracht era solito chiamarli, iniziò il successo artistico e la sua entusiasmante ascesa sociale. Tuttavia, Bracht non era artista che si rivolgeva al passato, e quando si trovò a vivere l’acceso dibattito tra forze conservatrici e progressiste che si scatenò sulla scena artistica berlinese prese una posizione molto precisa e inaspettata da parte del mondo accademico. Protestò vigorosamente, con altre settanta personalità della cultura, allorché Anton von Werner – che dopotutto era il suo superiore e il suo amico – nel 1892 fece chiudere anticipatamente, dopo appena una settimana, la mostra di Edvard Munch. Per dimostrare in modo inequivocabile le proprie posizioni, rassegnò le dimissioni da tutti gli incarichi ufficiali e onorari. Dimissioni che furono chiaramente rifiutate, considerato che il corso di Bracht era il più frequentato e che i suoi allievi erano spesso vincitori di premi alle mostre d’arte. Lasciò la cattedra di Berlino per trasferirsi a Dresda solo nel 1901, quando cambiò la direzione dell’Accademia. Rifiutò persino un’importante opera pubblica, tanto da scandalizzare lo stesso Kaiser Guglielmo II. Si prese a dire di lui: «Nato col romanticismo, passato attraverso il naturalismo, approdò infine all’impressionismo». La pittura di Stato era, infatti, per lui ormai alle spalle e ora veniva considerato come un rappresentante dell’avanguardia berlinese e uno degli artisti più famosi del tempo. Vita e opere di Bracht potevano leggersi anche nella seconda edizione del libro di Julius Norden, Berliner Künstler-Silhouetten del 1902. Una serie di saggi che tratteggiavano le “silhouette degli artisti berlinesi”.

IMMAGINE DI APERTURA – L’orologio al Musée D’Orsay – Foto di Guy Dugas da Pixabay 

Giulia Ottaviano – Coco Chanel

 

Ludovica ha una nonna molto particolare. Nonna Betty, nonostante gli anni, è ancora elegantissima, attenta alle mode e curata nel vestirsi e truccarsi; ogni sera sembra pronta per una festa di gala. Betty era una stilista affermata, e la sua linea Rose Garden è sempre stata di altissimo livello. Ora, però, la nonna mostra evidenti segni di debolezza e un giorno, quando Ludovica entra in camera sua, la scambia per una figura del passato, forse un’altra stilista. La nipote non può tacere: riporta alla madre l’accaduto e le analisi mediche rivelano che la nonna è malata. Ludovica fatica ad accettare il cambiamento, vorrebbe fingere che tutto sia come prima. Rivuole la Betty agguerrita e impeccabile, che non può più tornare. Soltanto diverso tempo dopo scoprirà che la nonna le ha lasciato un dono, un regalo tutto per lei: un abito splendido ancora da realizzare. 

SCARICA IL LIBRO FORMATO E-BOOK GRATIS DA IBS.IT

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di an_photos da Pixabay

Le vignette dei nostri bis-nonni

Come si rideva all’inizio del secolo scorso? Questa volta siamo andati a spulciare nelle pagine di burle, curiosità del mondo, motti, racconti allegri, passatempi di famiglia, dettati e frizzi popolari, raccolti e pubblicati da Francesco Dani nel suo “Libro per ridere” (1905). Abbiamo scelto alcune battute simpatiche arricchite da illustrazioni. Giusto per rivivere lo spirito del tempo.

Curiosità del mondo

IMMAGINE DI APERTURA rielaborazione grafica della copertina de “Il libro allegro” di Ugo Vivarelli.

Tour virtuale della mostra “Paolo Ventura. Carousel”

VIRTUAL TOUR

Nonostante l’altalenarsi di aperture e chiusure della mostra Paolo Ventura. Carousel – che ha aperto a metà settembre 2020 per chiudere a novembre, riaprire a febbraio 2021 e infine chiudere nuovamente – sono stati oltre 10.000 visitatori ad oltrepassare la soglia di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia per scoprire la poesia dei mondi immaginari di Ventura! Per ringraziare chi è venuto in mostra e chi avrebbe voluto ma non ha potuto farlo, anche a causa degli impedimenti che noi tutti abbiamo sperimentato in questi mesi, eccovi il tour virtuale di Carousel, fruibile da computer e da cellulare!

CLICCA QUI PER INIZIARE IL TOUR

IMMAGINE DI APERTURA – Intestazione della mostra virtuale

Alessandro Barbero – Dante e gli amici

“Avere tanti amici, per Dante, come per chiunque a quell’epoca, ha voluto dire anche sperimentare il dolore della morte delle persone care. Perché si moriva spesso, si moriva facilmente, si moriva giovani. Quando Dante scrive la Commedia, tanti dei suoi amici di giovinezza sono già morti. E lui fa di tutto per incontrarli nell’altro mondo.”

Il più noto storico italiano disegna un ritratto di Dante a tutto tondo, avvicinando il lettore alle consuetudini, ai costumi e alla politica di una delle più affascinanti epoche della storia: in questo video, primo di una serie realizzata dalla casa editrice, Alessandro Barbero ci racconta il rapporto tra Dante e i suoi antenati. Un video ideato e prodotto dagli Editori Laterza e realizzato da Mu Produzioni.

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di Rhodan59 da Pixabay 

Alessandro Barbero racconta Dante

Edvard Munch: il Fregio della vita con le sue gioie e i suoi dolori

di Sergio Bertolami

8 – Dal “Caso Munch” alla Secessione di Berlino.

Sul tracciato belga di Les XX (il gruppo dei Venti), nasce a Berlino il 5 febbraio 1892 il Vereinigung der XI (l’associazione degli Undici), da un’idea di Max Liebermann e Walter Leistikow. La chiamarono “Libera Associazione per l’Organizzazione di Mostre d’Arte”, perché se il modello imposto dalla pittura accademica doveva essere quello di un Anton von Werner o di un Wilhelm Bleibtreu – rappresentanti di primo piano del guglielminismo artistico, dal nome del Kaiser Guglielmo II – a chi differentemente orientato non rimaneva che istituire spazi alternativi e indipendenti. Non era facile, e la riprova si ebbe al Verein Bildender Künstler, l’associazione degli artisti berlinesi, con la personale di Edvard Munch inaugurata il 5 novembre del 1892 e chiusa in anticipo, per protesta della maggioranza dei soci, il 12 novembre. Una settimana di contrasti per quelle opere definite da artisti, pubblico e stampa “brutte e non finite”; critiche che da un giorno all’altro resero famoso il pittore norvegese. Sulla scia delle polemiche, il mercante d’arte Eduard Schulte propose la medesima mostra a Düsseldorf e a Colonia. A dicembre, poi, fu Munch stesso sempre a Berlino a organizzare una nuova esposizione, questa volta allʼEquitable-Palast, aggiungendo alle opere già esposte il Ritratto di August Strindberg, appena ultimato.

Il Fregio della vita esposto a Berlino

Edvard Munch, è nome conosciuto fra il grande pubblico, e, benché abbia lasciato oltre 1.000 quadri e più di 4.000 disegni, tutti lo ricordano per L’urlo del 1893. Pochissimi sanno, però, che questo dipinto è parte di una serie articolata di opere presentata in prima battuta nella capitale tedesca e intitolata Fregio della vita. Sarà questa sua iniziale mostra a innescare un dibattito talmente acceso da produrre uno scossone inaudito e avviare quella rimasta nella storia come la Secessione di Berlino. Il vento di un’arte libera e originale, distaccata dalle istituzioni accademiche e dai centri espositivi ufficiali, si diffonderà prima a Monaco nel 1892, poi a Vienna nel 1896, e infine a Berlino nel 1898. Una scissione che espanderà i suoi effetti in molteplici campi della cultura. Sarà, infatti, appoggiata dagli intellettuali più avanzati della Mitteleuropa e del Nord: dallo storico dell’arte Meier-Graefe (tedesco), dal poeta Przybyszewski (polacco), da drammaturghi come Strindberg (svedese) o Ibsen (norvegese), filosofi come Kierkegaard (danese), Schopenhauer e Nietzsche (tedeschi).
«Non mi sono mai divertito così tanto, è incredibile quanto una cosa innocente come un dipinto possa creare un simile trambusto». È il commento sarcastico di Edvard Munch, che guardava al Fregio della vita, come a una serie pittorica nella quale aveva espresso la personale visione del mondo e non certo come a una deflagrazione del conformismo. È lui stesso a spiegare, con modestia e semplicità: «Il Fregio è inteso come una sequenza di dipinti decorativi che, insieme, rappresentano un’immagine di vita. La sinuosa linea della costa li attraversa tutti, aldilà di essa vi è l’oceano, in perenne movimento, e sotto le cime degli alberi si snoda la vita multiforme, con le sue gioie e i suoi dolori». Questa sequenza di dipinti fu esposta, a partire dal 1902, in una dozzina di occasioni, suddivisa in quattro temi (uno per parete) intitolati dallo stesso Munch:

Seme dell’amore;

Notte stellata, Rosso e bianco, Occhi negli occhi, Danza sulla spiaggia, Il bacio, Madonna

Sviluppo e dissoluzione dell’amore;

Ceneri, Vampiro, La danza della vita, Gelosia, La donna, Malinconia

Angoscia;

Angoscia, Sera sul viale Karl Johan, Edera rossa, Golgota, L’urlo

Morte.

Il letto di morte, La morte nella stanza della malata, Odore di morte, Metabolismo. La vita e la morte, La madre morta e la bambina

A Berlino nel 1893 Munch ripresentò l’opera come “Studio per una serie” e per la prima volta ne espose i principi pittorici. In rapporto a questa mostra, a giugno del 1894, l’editore Fischer pubblicò la prima monografia sull’artista, con contributi, fra gli altri, di Stanisław Przybyszewski e Julius Meier-Graefe. La definizione “Studio per una serie” chiarisce che i dipinti non erano a sé stanti, ma consequenziali. Comparivano sulle pareti della sala come una successione di storie. Storie, da rintracciarsi nel percorso narrativo delle differenti mostre in cui i quadri furono esposti. Volta per volta, anche il numero dei dipinti fu differente, da un minimo di sei a un massimo di ventidue. Precisa Mai Britt Guleng sul catalogo della mostra del 2013, ospitata nella doppia sede del Museo Nazionale e del Museo Munch di Oslo, in occasione del 150° anniversario della nascita del celebre pittore (220 dipinti e 50 opere su carta): «Non un singolo quadro fece parte di tutte le dieci o dodici serie esposte tra il 1893 e il 1918. Forse ancora più sorprendente è il fatto che solo una limitata gamma di motivi vi fosse rappresentata – Il bacio, Madonna, Vampiro, Malinconia e L’Urlo – ma con dipinti eseguiti in periodi diversi, con grandi disparità nello stile e nei tempi di composizione. Anche gli allestimenti erano diversi tra loro: i dipinti potevano essere collocati separatamente a un’altezza normale o appesi in alto appena sotto il livello del soffitto, incorniciati da un passepartout bianco a formare una sequenza continua. In altre parole, il “Fregio della vita”, al singolare, non è mai esistito. Si tratta piuttosto di una serie di immagini multiple, che individualmente creano una loro narrazione visiva».

Il volume, edito nel 2013 offre il catalogo illustrato di tutte le opere comprese nella mostra “Munch 150” alla National Gallery e al Munch Museum di Oslo, insieme a una ricca bibliografia completa e alla cronologia degli eventi più importanti della vita dell’artista

L’Aftenposen di Oslo, il maggiore quotidiano norvegese per diffusione, definì Munch «un artista allucinato e allo stesso tempo uno spirito cattivo che si prende gioco del pubblico e si burla della pittura come della vita umana». Nell’agosto 1908, la crisi psicofisica, di cui negli anni il pittore aveva avvertito i sintomi, tocca il culmine. Abuso di alcol, allucinazioni, mania di persecuzione e un principio di paralisi alle gambe lo spingono a farsi ricoverare. È il 3 ottobre 1908, quando entra nella clinica psichiatrica del neurologo Daniel Jacobson, da cui uscirà nel maggio 1909, ristabilitosi psichicamente e fisicamente. Così si dice. È certo però che lui stesso sia persuaso che “la malattia, la follia e la morte” presenti nella sua famiglia (e per riflesso nei suoi lavori) si trasmettano di generazione in generazione. Lo esprime pittoricamente con Lʼeredità. Tuttavia lo scrive anche di proprio pugno. Dove? Sul suo quadro più famoso, L’urlo. Questa sembra che sia la scoperta degli ultimi giorni. Sul cielo rosso una piccola nota, scritta a matita nell’angolo in alto a sinistra, critica aspramente: «Può essere stato dipinto solo da un pazzo». La prima volta che l’iscrizione è stata menzionata fu in occasione di una mostra a Copenaghen nel 1904, undici anni dopo che Munch dipinse l’opera. Sembrava lo sfregio di un visitatore. Oggi, con l’ausilio della tecnologia ad infrarossi utilizzata per analizzare la calligrafia e paragonarla a quella di lettere e diari, il Museo Nazionale della Norvegia conferma, al contrario di ogni immaginazione, l’autenticità autografa dell’artista.

L’urlo, 1893/1910, Galleria Nazionale, Oslo

IMMAGINE DI APERTURA – L’orologio al Musée D’Orsay – Foto di Guy Dugas da Pixabay 

Marco Santagata – 20 finestre sulla vita di Dante

Quello che possiamo dire sulla vita di Dante è lui stesso a raccontarlo. Ed è proprio a partire dalle tracce disseminate nelle opere, oltre che attraverso documenti e testi dell’epoca, che Marco Santagata, il massimo esperto in Italia, ricostruisce la vita del sommo poeta offrendola al lettore con stile brillante e narrativo in venti brevi capitoli.

SCARICA IL LIBRO FORMATO E-BOOK GRATIS DA IBS.IT

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di din0uz da Pixabay

Georges Braque – Natura morta con bottiglie e bicchieri, 1912

Questa natura morta incarna le caratteristiche essenziali del cubismo analitico, il rivoluzionario modo di dipingere sviluppato da Georges Braque e Pablo Picasso tra il 1908 e il 1912. Gli artisti hanno analizzato visivamente i loro soggetti, smontando le loro superfici esterne e interne e riproponendole da punti diversi di vista in un unico piano. In modo specifico in questo dipinto, sebbene ogni elemento  sia ridotto a una geometria semplificata e quindi compresso all’estremo, si possono ancora distinguere una bottiglia di liquore, un bicchiere di vino, un’altra bottiglia e una carta da gioco, tutti oggetti tipici delle opere cubiste. Con il suo aspetto denso, quasi piatto, e la tavolozza quasi monocromatica, il dipinto precede di pochi mesi il passaggio di Braque al collage di cartapesta. L’opera un tempo apparteneva al commerciante Daniel Kahnweiler, uno dei primi campioni di Picasso e Braque.

Estratto da: Bonnie Pitman, ed., “Still Life with Bottles and Glasses”, Dallas Museum of Art: A Guide to the Collection (New Haven, CT: Yale University Press, 2012), 238.

 

Come si divertivano i nostri bis-nonni?

Come si rideva all’inizio del secolo scorso? Siamo andati a spulciare nelle pagine de “Il libro allegro” di Ugo Vivarelli (1901) e ci siamo divertiti anche noi, coinvolti da quel pizzico di sana ingenuità, tanto da proporvi una selezione di battute di spirito che abbiamo rielaborato appena-appena per esporle con un linguaggio leggermente più attuale.

A scuola… e non solo

Un padre sdegnato di fronte ai pessimi risultati domanda al figlio:
– Ma tu, perché vai a scuola?
– Per aspettare l’ora di uscita!

Allora il padre, deluso, si confida con un amico, chissà che non sappia fornirgli qualche consiglio:
– Dovresti dare a tuo figlio un giusto rimprovero.
– Tempo perso, caro mio; non ascolta che gli imbecilli…
– Allora gli parlerò io.

Alle domande dell’amico del padre, il ragazzo risponde di non studiare perché stanco di imparare controsensi.
– Fammi un esempio – chiede l’uomo incuriosito.
– Anche più di uno: perché si chiama quadrante la mostra di un orologio, mentre è rotonda e si chiama circolare il foglio delle comunicazioni del preside che invece ha la forma di un rettangolo? Perché si dice rosso il tuorlo di un uovo che invece è giallo, e si dice nero il vino che è rosso?

Il figlio dell’amico del padre a queste domande sa rispondere, perché è un ragazzo studioso. Meravigliato della sua erudizione, un compagno gli ha chiesto:
– Ma come fai a trovare il tempo per leggere tanti libri?
– La maggior parte li leggo la notte.
– Di notte? E ci vedi?

Preso dall’emulazione, anche il ragazzo svogliato confessa all’insegnante:
– Sa, professore? Ho deciso di bruciarmi il cervello sui libri.
– Non ci riuscirai, il vuoto è incombustibile!

Il problema è che gli asini sono asini! Protesta il padre del ragazzo che di studiare non ne vuole sapere. E racconta di quando il suo vecchio insegnante entrato in aula per far lezione si accorse di un fascio di fieno che, per scherzo, gli avevano posto sulla cattedra. Comprese subito l’atto di spirito, ma senza scomporsi, lo prese e porgendolo alla scolaresca esclamò:
– Signori, chi non ha terminato di fare colazione?!

I figli, oggigiorno, sono pieni di riguardi da parte dei loro genitori, che al contrario li considerano geniali. Si racconta, infatti, che una buona mamma, parlando col professore gli abbia detto:
– Malgrado tutte le sue lagnanze, dovrebbe confessare che mio figlio ha una gran testa: sveglia, aperta.
– Molto aperta! Tutto ciò che gli entra da un orecchio gli esce dall’altro.

In classe l’insegnante spiega:
– Un nome astratto deve indicare qualche cosa che si può immaginare, che si può pensare, ma che non si può toccare. Sapresti farmi un esempio?
– Sissignore…. un ferro rovente.

Stessa scuola, stessa classe:
– Chi era Pitagora?
– Un falegname.
– Ma che dici?
– Non ci restano le tavole fatte da lui?

Di matematica capiscono poco, questi ragazzi; ma di scienze?
– Che cosa sono i quadrupedi?
– Quelli che hanno quattro gambe!
– Per esempio?
– La sedia… il tavolino… due galline…

Un ragazzaccio, però, la matematica l’ha usata a modo suo. All’uscita di scuola si è avvicinato al banco di un venditore d’arance e ha chiesto:
– Quante me ne date per quattro soldi?
– Cinque.
– E allora, quattro per tre soldi?
– Esattamente.
– Tre per due, due per uno e una per niente….
Così, acchiappata un’arancia, è scappato via.

La solita chiacchiera di una volta: ultimi a scuola, primi nella vita. C’è pure chi racconta una storiella. Sentite: un professore monta in una barca per attraversare un certo fiume che ha la corrente molto impetuosa.
– Conosci la storia? – chiede al barcaiolo.
– No, signore.
– Sventurato! Metà della tua vita è perduta!
Dopo una pausa:
– Almeno, conosci la matematica.
– Neppure.
Sciagurato! Tre quarti della tua vita sono perduti.
Di lì a poco un colpo di vento rovescia la barca.
Il barcaiolo grida:
– Signore! Sa nuotare?
– No, aiutami…
– Allora, l’intera sua vita è perduta!

Se le acque di quel fiume sono pericolose, si può fare sempre una passeggiata in campagna.
Un signore attraversando un bosco vede una signorinella raccogliere funghi, prendendoli alla rinfusa.
– Fai attenzione, ragazza mia, ve ne potrebbero essere di velenosi.
La ragazza si ferma, e, guardandolo con un sorriso dolce e ingenuo, esclama:
– Oh! non importa, signore. Sono da regalare.

IMMAGINE DI APERTURA rielaborazione grafica della copertina de “Il libro allegro” di Ugo Vivarelli.