Rilevamenti d’archivio. Le Settimane Internazionali della Performance e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna

La Biblioteca del MAMbo mette a disposizione di visitatori e studiosi una selezione di video per approfondire i contenuti della nuova sezione della collezione permanente Rilevamenti d’archivio. Le Settimane Internazionali della Performance e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna, a cura di Uliana Zanetti, realizzata con il contributo finanziario e operativo del Trust per l’Arte Contemporanea.
I video sono visionabili su prenotazione in un’apposita postazione della Biblioteca del museo bolognese.

Istituzione Bologna Musei | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Trust per l’Arte Contemporanea

Rilevamenti d’archivio.
Le Settimane Internazionali della Performance
e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna

A cura di Uliana Zanetti

Hermann Nitsch, Azione n. 56, performance
Still da video, Mario Carbone, Produzione: D.AR.C. Diffusione Arte Cinematografica s.r.l.,
7 cortometraggi realizzati in occasione della prima Settimana Internazionale
della Performance, giugno 1977

La Biblioteca del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna offre al pubblico la possibilità di approfondire con contenuti video il percorso presentato in collezione permanente attraverso la nuova sezione Rilevamenti d’archivio. Le Settimane Internazionali della Performance e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna, a cura di Uliana Zanetti, realizzata con il contributo finanziario e operativo del Trust per l’Arte Contemporanea.

Oltre ai video già visibili in collezione attraverso diversi supporti – tra cui l’intera serie dei filmati realizzati da Mario Carbone per documentare sette performance della prima Settimana (quelle di Marina Abramović, Vincenzo Agnetti, Renate Bertlmann, Giordano Falzoni, Geoffrey Hendricks e Brian Buczak, Robert Kushner, Hermann Nitsch) e due documentari di Emanuele Angiuli sulla Bologna degli anni ’70 – in Biblioteca sarà possibile accedere ad una serie di contenuti extra e visionare le immagini con una modalità di fruizione più comoda e con tempistiche più dilatate rispetto a quelle della visita museale.

Per la visione è stata predisposta una apposita postazione attiva dal martedì al venerdì, dalle h 14.00 alle 18.00, alla quale è possibile accedere esclusivamente su prenotazione da effettuarsi tramite e-mail agli indirizzi angela.pelliccioni@comune.bologna.it e daniela.tripputi@comune.bologna.it con almeno due giorni lavorativi d’anticipo. La richiesta di accesso dovrà indicare: giorno e orario, durata presunta della permanenza in sala e un recapito telefonico.

Per accedere alla Biblioteca del MAMbo è necessario esibire il green pass “rafforzato” (cosiddetto super green pass), cioè la certificazione verde rilasciata a seguito di vaccinazione o di guarigione.
Per la visione dei video è richiesto l’uso di auricolari personali oltre che l’igienizzazione delle mani, permanenza massima 2 h.

Contenuti della sezione video Rilevamenti d’archivio

Mario Carbone
Produzione: D.AR.C. Diffusione Arte Cinematografica s.r.l. 
7 cortometraggi realizzati in occasione della prima Settimana Internazionale della Performance, giugno 1977:
– Hermann Nitsch. Azione n. 56, 6′ 28″
– Vincenzo Agnetti. Documentario n. 3 (Il corpo del reato), 8′ 41″
– Robert Kushner. Lo stile di Kushner, 9′ 05″
– Marina Abramović e Ulay. Imponderabilia, 8′ 13″
– Renate Bertlmann.Deflorazione in 14 stazioni, 5′ 35″
– Geoffrey Hendricks e Brian Buczak. Tronco, 9′ 35″
– Giordano Falzoni. Esperienza diretta facilitata, 5′ 34″

Emanuele Angiuli
Produzione: TK&S 
Tutto in una notte, 2013, 50′ 12″

Emanuele Angiuli
Produzione: Imago Orbis, con il contributo di Cineteca di Bologna
Traumfabrik Via Clavature 20, 2009, 47′ 51″

Spezzoni dal servizio Un n’importe quoi total, 1972, 3′ ca
ASAC – Archivio Storico delle Arti Contemporanee, Fondazione La Biennale di Venezia

Estratto dall’intervista a distanza di Ginevra Grigolo a Marina Abramović registrata in occasione della mostra Ginevra Grigolo. My Way, A modo mio. Ginevra Grigolo e lo Studio G7, 44 anni tra attualità e ricerca, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 30 aprile – 28 maggio 2017, 4′ 06″
Courtesy Galleria Studio G7, Bologna

Fabrizio Plessi, Acquabiografico, 1974, 32′ 27″
Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, Fondo del Centro Video Arte
Courtesy Fabrizio Plessi

Festival tendenze d’arte internazionale, 19-20 marzo. Cavriago, 1977, 14′ 55″
Courtesy Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia / Archivio storico Pari&Dispari – Rosanna Chiessi

Primo maggio del gorilla al Pilastro, a cura di Dario Cané, commento di Giuliano Scabia, 6′ e 31′
Courtesy Biblioteca delle Arti, Sezione Musica e Spettacolo, Università di Bologna / Eredi Scabia

Gianni Celati, Giovanni Natale, Aldo Castelpietra, Leonardo Giuliano, Francesca Piva, Mili Romano, Roberto Antoni (Freak Antoni), Sopralluogo per un film sulle tracce di Alice, 31′ 04″
Progetto collettivo originato dal seminario su Alice disambientata. Febbraio 1977

Mili Romano, Il rumore del tempo. Bologna, settembre 1977, 2006, 35′ 51″
video-poema

Cesare Bastelli, montaggio di estratti da Performance, documentario dedicato a Luigi Ontani e alla performance Heliogabalus, presentata alla quinta Settimana Internazionale della Performance, 11′ 07″
Courtesy Cesare Bastelli / Luigi Ontani


Contenuti extra

Emanuele Angiuli
Produzione: TK&S 
Piccolo gruppo in moltiplicazione, 2015, 1h 30′ 18″

Gruppo Raffaello Sanzio, Persia-Mondo 1-1, 1982, 42′ 37″

Gina Pane, Io mescolo tutto, 1976, 1 h

Immagini del Gorilla Quadrumano, a cura di Giuliano Scabia e Andrea Landuzzi, 50′
Courtesy Biblioteca delle Arti, Sezione Musica e Spettacolo, Università di Bologna / Eredi Scabia

Seconda Settimana Internazionale della Performance, Giannina Censi, Danze Futuriste, 1979, 10′ 05″

Sesta Settimana Internazionale della Performance, 1982, Telepazzia, Keith Haring, Tape for my father, Machines, Tribute to Gloria Vand del Bilt17′ 44″

Sesta Settimana Internazionale della Performance, 1982, Telepazzia, Kenny Scharf, Act Live Art – Club 57 – 1980, 4′ 57″

Rilevamenti d’archivio. Le Settimane Internazionali della Performance e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna, sezione completamente nuova all’interno del percorso delle collezioni del MAMbo, presentata lo scorso 4 febbraio, è la prima iniziativa a carattere espositivo realizzata con il contributo finanziario e operativo del Trust per l’Arte Contemporanea, che costituisce e gestisce un fondo dedicato all’arte del presente, rappresentato dalle risorse messe a disposizione dai tre disponenti. Ad esso possono inoltre aderire ulteriori donatori che intendono impegnarsi direttamente per sostenere e valorizzare ulteriormente i suoi scopi.
Istituito nel 2020, ha come attuali disponenti BolognaFiere, Fondazione Cassa di Risparmio in BolognaFondazione del Monte di Bologna e Ravenna e come donatore principale Gruppo Unipol. Finalità del Trust è quella di contribuire al posizionamento della città di Bologna come una delle capitali del contemporaneo inteso in tutte le sue diverse espressioni, rafforzando, in questo caso, il ruolo del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e dell’Area Arte Moderna e Contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei.

Rilevamenti d’archivio si inserisce in un programma di riallestimento “a tappe” delle collezioni del MAMbo, il cui filo conduttore è l’individuazione di specifiche congiunture geografico-temporali, riferite all’arte italiana degli ultimi decenni, delle quali il museo conserva significative testimonianze. La nuova sezione si sviluppa come una sorta di regesto illustrato, volto a contestualizzare le Settimane Internazionali della Performance che si tennero tra il 1977 e il 1982 all’interno del ricco panorama di fenomeni creativi che caratterizzò l’intera Emilia-Romagna tra gli anni ’60 e ’70, coprendo un arco temporale che va dal 1967 al 1982.

Integrando la propria documentazione con immagini, documenti, filmati provenienti dagli archivi di altre istituzioni pubbliche e da raccolte private, il MAMbo tenta una prima articolata ricognizione delle connessioni intercorrenti tra diversi fenomeni coevi e tra manifestazioni culturali indipendenti ed eventi di natura istituzionale, con un progetto che si sviluppa attraverso 18 capitoli, ciascuno dedicato a un episodio significativo dell’evoluzione della Performance in Emilia-Romagna.

Pur rispettando una sequenza cronologica, la rassegna, intesa come una piattaforma aperta a ulteriori approfondimenti e aggiunte, consente al visitatore di cogliere, scorrendo tra i moduli dell’allestimento appositamente elaborato dallo Studio Pierluigi Molteni Architetti in collaborazione con D+ Studio, i molti rimandi possibili tra le varie vicende presentate. L’allestimento è infatti concepito come un dispositivo estetico-tecnologico-funzionale, flessibile ed estensibile, in grado di accogliere un racconto complesso composto con materiali eterogenei.

Prendendo le mosse dalle sperimentazioni di Pier Paolo e Lamberto CalzolariLuigi OntaniGianni Castagnoli ed altri artisti attivi negli studi di Palazzo Bentivoglio alla fine degli anni ’60 del XX secolo, la rassegna documenta altri episodi rilevanti di quegli anni, come Parole sui muri, manifestazione che si svolse a Fiumalbo nel 1967 e nel 1968, e la mostra Gennaio 70, prima rassegna italiana in cui comparvero video-opere e video-performance appositamente realizzate.

Vengono poi illustrate le partecipazioni di Gino De Dominicis e Franco Vaccari alla Biennale di Venezia del 1972, la presenza della performance nelle gallerie private bolognesi e le prime performance, rispettivamente di Fabio Mauri e di Gina Pane, eseguite alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 1975 e nel 1976.

A un capitolo dedicato allo stand di Rosanna Chiessi e Peppe Morra ad Arte Fiera 1976 e all’attività di Rosanna Chiessi a Cavriago seguono le tappe dedicate alle attività didattiche di Giuliano Scabia e Gianni Celati al DAMS e al ’77 a Bologna.

Su questo sfondo si colloca la presentazione delle sei edizioni delle Settimane Internazionali della Performance curate da Renato Barilli, Francesca Alinovi e Roberto Daolio, con un ulteriore capitolo dedicato all’evento Alla Ricerca del silenzio perduto. Il treno di John Cageche il compositore americano creò a Bologna nel 1978.

Le Settimane suscitarono fin da subito uno straordinario interesse e sono tra le manifestazioni più conosciute e studiate fra quelle realizzate al museo, sia per la presenza di artisti già famosi o destinati ad avere un’ampia notorietà internazionale in seguito, sia per le reazioni suscitate da alcune delle performance realizzate. Tra i 49 artisti che presero parte alla prima edizione del 1977 vi erano, tra gli altri: Marina Abramović e Ulay, Laurie Anderson, Vincenzo Agnetti, Renate Bertlmann, Giuseppe Chiari, Robert Kushner, Suzanne Lacy, Fabio Mauri, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Luca Patella, Vettor Pisani, Fabrizio Plessi e Christina Kubisch, Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, Michele Sambin, Franco Vaccari.

Oltre a rendere conto di eventi ed opere di carattere effimero, l’esposizione ha lo scopo di rendere intelligibili i documenti conservati presso il museo nella loro funzione sia di rappresentazioni immediate di opere estetiche immateriali, la cui trasmissione è resa possibile dai mezzi forniti dalla tecnologia, sia di fonti per la ricerca storica. In questo senso la mostra si propone anche come un contributo alla riflessione sulla natura peculiare degli archivi museali, che a tutti gli effetti costituiscono un patrimonio essenziale non solo per la memoria istituzionale degli enti produttori, ma anche come riferimenti imprescindibili per gli studi storico-artistici.

Gran parte della documentazione visiva presentata in mostra è stata eseguita da fotografi e registi che spesso prendevano autonomamente l’iniziativa di riprendere questi eventi, realizzando a loro volta opere di rilevante interesse estetico. Tra gli autori presenti nella rassegna compaiono Cesare BastelliGiuseppe CannistràMario CarboneBarbara Berti CeroniGiovanni GiovannettiCarlo GajaniSilvia LelliAntonio MasottiRoberto MasottiNino MiglioriEnrico Scuro.

Si ringraziano le istituzioni che hanno concesso la presentazione di opere e materiali di loro proprietà:
ASAC – Archivio Storico della Biennale di VeneziaBiblioteca Panizzi (Reggio Emilia), Fondazione Modena Arti VisiveGallerie d’Arte Moderna e Contemporanea (Ferrara), Musei Civici d’Arte Antica | Istituzione Bologna Musei.


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Milano – Momenti di dialogo e confronto da Jardino con l’artista Lucrezia Costa

Siamo felici di invitarti allo studio visit dell’artista Lucrezia Costa che si terrà da Jardino il 24 marzo.

L’artista, dopo tre mesi di residenza nello spazio, è lieta di dedicare questa serata alla condivisione della sua ricerca. Saranno dei momenti di dialogo e confronto, in cui potrai avere l’occasione di conoscere in modo approfondito il lavoro di Lucrezia e conoscere più da vicino il suo universo artistico e creativo.

Lucrezia Costa è un’artista che, attraverso l’utilizzo di diversi media tra cui scultura, installazione e fotografia, approfondisce le relazioni tra il corpo come luogo dei bisogni e degli istinti e i movimenti entropici del vivente.

L’artista ha studiato fotografia alla LABA di Brescia e il master di Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA di Milano. Ha esposto i suoi lavori in Italia (Mudec, Base Milano, Deposito Mele,Area Contesa) e all’estero (Shacklewell Lane di Londra, Residenza Joya:AiR in Andalusia).

Posti limitati. 

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Adolf Loos: “L’ornamento non soltanto è opera di delinquenti, ma è esso stesso un delitto”

di Sergio Bertolami

38 – Il saggio alle origini del modernismo

Mi riesce difficile commentare di Adolf Loos il testo più significativo: Ornamento e delitto (Ornament und Verbrechen). Non perché dica cose che non condivida nella loro essenza, ma perché le dice in modo così sconclusionato che meraviglia come abbiano fatto presa. Loos era un (simpatico) polemista, un litigioso che sapeva dare spettacolo come tanti protagonisti dei salotti televisivi di oggi. Tornato dagli Stati Uniti, era ancora alla ricerca di un proprio spazio, all’interno dei circoli intellettuali viennesi, e di un linguaggio espressivo che definirà col tempo. Li troverà sparando a zero contro gli amici di un tempo. A cominciare da Josef Hoffmann, compagno di liceo a Igiau, che aveva creato la Wiener Werkstaette e che della Secessione era uno dei protagonisti di primo piano. Eppure, qualcuno rammenterà che proprio sulla rivista simbolo della Secessione, Ver Sacrum – il nome aveva lo scopo di illustrare il nuovo stile, giovane e fiorito; un modo diverso per declinare l’Art Nouveau – Loos aveva pubblicato due articoli sullo storicismo dell’architettura della Ringstrasse. In verità, il giovane architetto sperava di suscitare l’attenzione del contesto al quale si rivolgeva. Ambiva ad essere incaricato per la progettazione del tempio sacro dello Jugendstil, quel palazzo che in Olbrich trovò, invece, il suo realizzatore. Con quel palazzo era stata posta la prima pietra per innescare la lite contro i migliori allievi e collaboratori del già famoso Otto Wagner. «Ma dove sono mai oggi i lavori di Otto Eckmann? Dove saranno tra dieci anni le opere di Olbrich?» si domandava Loos con livore proprio su Ornamento e delitto. Con questo saggio aveva trovato la materia del contendere e aveva qualcosa, da pari suo, per contribuire a demolire la seduzione delle arti applicate, che altri diligentemente stavano tentando di rinnovare. L’ornamento è superato diceva Loos. L’ornamento è un residuo di epoche passate, è destinato immancabilmente a sparire col progresso della civiltà. Prima gridava, poi si lamentava di rimanere inascoltato: «Guardate, il momento si approssima, il compimento ci attende. Presto le vie delle città risplenderanno come bianche muraglie! Come Sion, la città santa, la capitale del cielo. Allora sarà il compimento. Ma taluni uccelli del malaugurio non hanno potuto sopportare tutto questo. L’umanità doveva continuare ancora per lungo tempo ad ansimare nella schiavitù dell’ornamento».

Recente edizione tedesca di
Ornament und verbrechen

Che strano: la casa sulla Michaelerplatz – sottolineata col nome di Looshaus, la casa di Loos – è tutt’altro che priva di ornamenti. Fa parte di quell’atteggiamento al quale accennavo: sconclusionato e contraddittorio. Loos diffonde degli assiomi: «Io ho scoperto e donato al mondo la seguente nozione: l’evoluzione della civiltà è sinonimo dell’eliminazione dell’ornamento dall’oggetto d’uso. Credevo di portare con questo nuova gioia nel mondo, ma esso non me ne è stato grato. Tutti ne sono stati tristi e hanno chinato il capo. Provavano un senso di oppressione di fronte all’idea che non si possa più produrre un ornamento nuovo». Eppure, nel palazzo sulla Michaelerplatz, proprio lui indica un nuovo ornamento modernista dato dai materiali pregiati: marmo screziato, legni venati, metalli e vetri lucidi. Nel 1909, un concorso di architettura, che non portò alla selezione di alcun vincitore, fece sì che Leopold Goldmann affidasse ad Adolf Loos l’incarico di erigere un edificio per aprire un elegante negozio di abbigliamento maschile della sua ditta Goldman & Salatsch.

Looshaus in Michaelerplatz, Vienna

Loos pensò di evidenziare la parte commerciale, con marmo cipollino e colonne tuscaniche ispirate alla città storica, da quella meramente residenziale lasciata disadorna. Scrive Loos in Parole nel vuoto: «Ciò che a me premeva era di separare nettamente nell’edificio la parte commerciale e gli appartamenti. Ho sempre avuto l’illusione di avere risolto questo problema nel senso dei nostri vecchi maestri viennesi. E questa illusione mi è stata confermata da quanto mi disse un artista moderno mio nemico: vuol essere moderno e costruisce una casa come le vecchie case viennesi!». Naturalmente l’edificio creò scandalo. Ciò che, però, occorre considerare è che quei rivestimenti marmorei e quelle colonne, inspiegabilmente, Loos non li considerava falsi e bugiardi quanto gli ornamenti utilizzati dai secessionisti e dalla Wiener Werkstaette. Bisogna, infatti, ricordare che Loos era figlio di uno scalpellino che non si limitava a sbozzare la pietra, ma la scolpiva. Da suo padre aveva ereditato il talento artistico e da quei marmi per tutta l’infanzia aveva assorbito conoscenze. Molte sono le ville e i palazzi innalzati da Loos, che, imbiancati di calce all’esterno, sfoggiano all’interno pregiati marmi venati, motivi ornamentali come solo la natura sa creare e un architetto di gusto sa accostare.  

Recente edizione italiana di “Parole nel Vuoto”, Adelphi 2016

In tutto c’è un prima e c’è un dopo. Già Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc si domandava: «Una concezione architettonica comporta una sua decorazione, oppure l’architetto fa ricorso alla decorazione quando la composizione dell’edificio è conclusa? In altri termini: la decorazione è parte integrante dell’edificio o è solo un vestito più o meno vuoto con il quale lo si copre quando le sue forme sono ormai stabilite?». Il dopo potrebbe essere sintetizzato nelle parole di Le Corbusier che entusiasta proclamava: «L’arte decorativa moderna non comporta nessun tipo di decorazione», che detto in questi termini è sicuramente paradossale, e aggiungeva: «Loos è passato con la scopa sotto i nostri piedi e ha fatto una pulizia omerica, esatta, sia filosofica che lirica».

In realtà quell’ornamento che Loos considera azzerato nei fatti, aprirà una discussione su problemi che il nascente Movimento moderno metterà a tacere, passando un colpo a pavimento con la scopa di Le Corbusier e di tanti altri protagonisti. In modo evidente, il rifiuto dell’ornamento non comprendeva per Loos il ricorso ai motivi tratti dalla naturalezza delle pietre e dei marmi. Le sue invettive contro l’ornamento erano indirizzate a contrastare la degenerazione di soluzioni socialmente insopportabili, diventate il simbolo di una classe sociale decadente, come la borghesia. Questo ornamento borghese era qualcosa di posticcio, una eccedenza rispetto alla struttura dell’oggetto, tanto da poterlo paragonare ad una maschera. La domanda alla quale altri hanno avuto il dovere di rispondere è questa: all’interno dell’arte, esiste o no uno spazio per una nuova sperimentazione sull’ornamento? In verità Loos stava lottando, con le sole forze che disponeva, per un proprio ideale di bellezza. Probabilmente non campava pretese; ma a posteriori è stato fatto diventare il profeta dell’architettura moderna: l’equivalente di un «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum) pietra fondante di un Cristianesimo tutto da inventare. Ne consegue che Loos è oggi ricordato più per il suo saggio sull’Ornamento, anziché per il tentativo di razionalizzare lo spazio interno degli edifici, identificato come Raumplan (piano spaziale). Intuizione ben maggiore. Attraverso un insieme di piani sfalsati, Loos compirà infatti i primi passi per rompere la meccanica sovrapposizione della struttura edilizia degli alloggi e garantire ad ogni stanza un’altezza funzionalmente idonea, attraverso la combinata rappresentazione di pianta e sezione.

Il Raumplan di Villa Mueller (Praga, 1930) permette di organizzare su piani separati lo spazio in una sequenza di zone a gradini dove l’altezza del soffitto è in relazione alle differenti funzioni

Ornamento e delitto rimane comunque il più celebre saggio di Loos, che invero ha scritto di tutto: come vestirsi, come arredare la propria casa, cosa mangiare, come comportarsi in società, come tagliarsi i capelli. Il testo viene iniziato nel 1908, anno della prima Kunstschau, quale abbozzo per una serie di conferenze, di cui innanzitutto quella all’Akademischer Verband für Literatur und Musik del 1910 a Vienna. Compare poi nel 1912 pubblicato dalla rivista Der Sturm e nel 1913 su Les Cahiers d’aujourd’hui in francese. Una notorietà che gli fa assumere la risonanza di un manifesto. Pur tuttavia, quello di Loos più che un programma culturale costituisce un vero e proprio pamphlet col quale prendeva posizione contro l’intera società, su svariate problematiche di stretta attualità che, a suo avviso, sarebbero connesse con l’ornamento paragonato ad una azione criminosa. Gli esempi che porta a sostegno delle sue motivazioni sono alquanti vacui e discutibili, dando per scontato ciò che non lo è affatto. Motivazioni estetiche, per cui l’ornamento maschera la dimensione utilitaria degli oggetti d’uso e degli spazi da abitare. Motivazioni sociali, perché l’ornamento esige un aumento dei tempi di lavorazione. Motivazioni economiche, perché il maggiore costo di produzione è scaricato sui lavoratori, che ricevono salari inadeguati.

Da sinistra: Adolf Loos, Karl Kraus, Herwarth Walden

Benché il testo sia reperibile su internet, in lingua originale o in traduzione italiana, pochissimi lo hanno letto integralmente oppure, come spesso accade, hanno accentrato il proprio interesse sui saggi dei commentatori che lo presentano. Sin dal titolo dato a questo scritto, Ornamento e delitto (Ornament und Verbrechen), si dimostra la virulenta radicalità con cui Loos esporrà le sue tesi. Non è assolutamente un testo criptico dal momento che i concetti sono delineati in modo semplice e comprensibile. Il problema è che Loos non riesce ad approfondire alcun assunto di base. Emerge già dalle prime righe come la sua vis polemica lo porti a ribaltare l’ottica dei suoi contemporanei. Non solo quella dei fautori di un classicismo che lui stesso non ha del tutto abbandonato – come quelle colonne tuscaniche della Looshaus – ma persino le tesi delle avanguardie espressioniste. Queste ultime cercano nelle isole lontane lo stato della purezza originaria alla quale aspirare, mentre lui, che accetta l’ornamento solo nei primitivi, lo considera simbolo di arretratezza perché primitivo. Chi, al tempo della modernità, continua ad utilizzare qualunque forma di ornamentazione o è un delinquente o è un degenerato. Leggere le prime battute fornisce l’idea di come delle valide intuizioni di base siano espresse in modo del tutto fuorviante. A questo punto, vi consiglio di leggere tutto, per avere la cognizione particolareggiata del contenuto: «Il Papua copre di tatuaggi la propria pelle, la sua barca, il suo remo, in breve ogni cosa che trovi a portata di mano. Non è un delinquente. Ma l’uomo moderno che si tatua è un delinquente o un degenerato. Vi sono prigioni dove l’ottanta per cento dei detenuti è tatuato. Gli individui tatuati che non sono in prigione sono delinquenti latenti o aristocratici degenerati. Se avviene che un uomo tatuato muoia in libertà, significa semplicemente che è morto qualche anno prima di aver potuto compiere il proprio delitto». Il resto leggetelo voi; io l’ho fatto più di una volta e non sono riuscito a trovare cosa ci sia veramente di criminoso nell’ornamento. Ma, come spesso accade, non è Loos che pecca nel dire ciò che onestamente pensa, ma coloro che nel Movimento moderno si dimostreranno più realisti del re.

IMMAGINE DI APERTURA – L’orologio al Musée D’Orsay – Foto di Guy Dugas da Pixabay 

Mariachiara Di Francesco – L’ arte di essere assertivi

L’ebook ha l’obiettivo generale di far conoscere il concetto di assertività e la sua utilità in ogni ambito di vita contrapponendolo al comportamento aggressivo o passivo. Un altro obiettivo è quello di provare a sviluppare maggiormente una comunicazione e stile assertivi.

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Roma, Radio Trastevere Gallery: Fuori Catalogo. Wandering Pop Up Art Exhibition

Venerdì 25 marzo 2022, alle ore 18, Radio Trastevere Gallery, il nuovo spazio a Roma dedicato all’arte contemporanea, inaugura con un ciclo di quattro mostre pop up intitolato “Fuori Catalogo. Wandering Pop Up Art Exhibition“.

Protagonisti del ciclo espositivo saranno gli artisti Maria Donata PapadiaManuele GerominiSabrina Poli e Sant’Era che, attraverso diversi linguaggi artistici, porranno al centro dell’attenzione il ritorno ai valori del dialogo e del confronto tra esseri umani, elementi che da sempre nutrono anima e corpo.

Il progetto, nato dalla mente creativa di Barbara Braghittoni, ha come obiettivo una ricerca e una riflessione su se stessi, senza limitarsi a un’immersione nella materia artistica. Ognuno degli artisti declinerà questo tema secondo un linguaggio nuovo, fatto di segni e immagini, per ricordare all’osservatore di vivere amore, bellezza e amicizia con sempre rinnovata energia.

Ad aprire la serie di esposizioni sarà Melkdal 25 al 31 marzo 2022, della pittrice, scenografa e designer Maria Donata Papadia, che vive e lavora ad Amsterdam. La mostra propone una selezione di Fiori e Seni, opere che si offrono quale mezzo portatore di linfa vitale, celando un sentimento erotico e sensuale


CULTURALIA DI NORMA WALTMANN

Culturalia

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Al Museo Nazionale Romano “La Commedia Umana” di Ai Weiwei

Roma, 14 marzo 2022 – Dal 25 marzo al 3 aprile 2022 il Museo Nazionale Romano ospita alle Terme di Diocleziano l’opera La Commedia Umana di Ai Weiwei, uno dei più grandi artisti contemporanei che esprime i suoi principi nelle forme d’arte più disparate, dalla scultura alla fotografia, dall’architettura alle installazioni, fino alla pubblicazione della sua biografia e alla regia teatrale della “Turandot”, in scena al Teatro dell’Opera dal 25 marzo in concomitanza all’evento espositivo.

Dal 25 marzo il Museo Nazionale Romano ospita alle Terme di Diocleziano

La Commedia Umana di Ai Weiwei

La monumentale opera dell’artista cinese, poliedrico autore concettuale

Weiwei all’opera – Photo credit Edward Smith.jpg

Composta da oltre duemila pezzi di vetro soffiato a mano e fuso dai maestri vetrai di Berengo Studio di Murano, La Commedia Umana è un enorme lampadario dalle dimensioni colossali (oltre 6 metri di larghezza per circa 9 di altezza) che con le sue quattro tonnellate di peso calerà dal soffitto di una delle aule delle antiche Terme: tra le più grandi sculture mai create in vetro di Murano accolta nel complesso termale più esteso di tutta l’antichità.

L’esposizione è prodotta e organizzata dal Museo Nazionale Romano e Berengo Studio con la Fondazione Berengo, e vede la collaborazione della Galleria Continua. L’istallazione all’interno delle Terme di Diocleziano, una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale Romano, sarà aperta al pubblico dal 25 marzo al 3 aprile 2002.

Frutto di tre anni di lavoro, l’opera è un monumento tortuoso, una cascata di ossa, teschi e organi di vetro nero: un manifesto che, come afferma l’artista, “tenta di parlare della morte per celebrare la vita”. Essa infatti riproduce attraverso il vetro il contenuto di un corpo quando liberato dalla pelle, quando viene messo a nudo e le viscere esposte alla vista.

Attraverso la sua opera Weiwei, la cui ideazione artistica e attività politica sono inscindibili, invia un chiaro messaggio sulla caducità e al tempo stesso un ammonimento a pensare al futuro e a prodigarsi perché rimanga qualcosa di più oltre le ossa.


#AiWeiwei #LaCommediaUmana

Conferenza Stampa
24 marzo 2022 – ore 12.00, Terme di Diocleziano

UFFICIO STAMPA
Adele Della Sala
adele.dellasala@gmail.com | M. +39 366 4435942
Anastasia Marsella
anastasia_marsella@hotmail.it | M. +39 380 3079809

Galleria Continua
Silvia Pichini
press@galleriacontinua.com | M. +39 347 4536136

Orari
Dal martedì alla domenica11 – 18. Lunedì chiuso
La biglietteria chiude alle 17.

Biglietti > Terme di Docleziano
Intero € 8 (+2 € di prevendita in caso di acquisto on line)
Ridotto € 2 (+2 euro di prevendita in caso di acquisto on line)

Biglietto combinato per l’accesso a tutte le sedi del Museo Nazionale Romano
Permette l’ingresso una volta in ciascuna delle sedi delle Terme di Diocleziano, di Palazzo Altemps e di Crypta Balbi e due volte nella sede di Palazzo Massimo e sarà valido 1 settimana dal giorno dell’acquisto
Intero € 12 (+2 euro di prevendita in caso di acquisto on line)
Ridotto € 8 (+2 euro di prevendita in caso di acquisto on line)

Messina, Mondadori Bookstore – CHARTÆ. Mostra di Linda Sofia Randazzo, a cura di Mariateresa Zagone

Sabato 2 aprile alle 18:30 presso i locali della Mondadori Bookstore di via Consolato del Mare 35 a Messina, verrà inaugurata la mostra CHARTÆ di Linda Sofia Randazzo a cura di Mariateresa Zagone.

CHARTÆ.
Mostra di Linda Sofia Randazzo

A cura di Mariateresa Zagone

Linda Sofia Randazzo, Bambini rosa, 2020, cm.25×35, china su carta
TESTO CRITICO

La mostra vuole indagare come nasce un’opera pittorica e proverà a sbirciare nella sua genesi tramite un percorso che ricostruisce una sorta di sketchbook, fogli di carta che provengono da album di schizzi sparsi sono qui ricomposti in una sequenza serrata, a tratti dialogica, sui pannelli appositamente predisposti fra i libri.

Il progetto curatoriale e il nucleo del pensiero creativo di Linda Sofia Randazzo permetteranno ai visitatori di osservare da vicino la sua pratica quotidiana del disegnare. Cani e gatti si alternano a nudi di donna e di uomo, a bambini, a pescatori e, soprattutto, a bagnanti. La ripetizione e la leggera variazione dell’angolo di studio permettono all’artista di capire come si formano le percezioni e di sviluppare, poi, il suo registro pittorico. Si tratta di un vasto repertorio di grafiche, dalla matita al carboncino alla penna bic, mentre negli acquerelli e nelle chine Linda esplora l’interazione dinamica tra la linea e il colore in senso espressionistico. La mostra vuole offrire, a chi saprà coglierle, affascinanti intuizioni sul processo creativo di una pittrice palermitana che espone per la prima volta nella città dello Stretto.

La mostra sarà visitabile dal 2 al 16 aprile tutti i giorni dal lunedì al sabato dalle 9,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 20,00

Linda Sofia Randazzo 

L’ARTISTA

Linda Sofia Randazzo è nata a Palermo nel 1979, qui vive e lavora. Scenografa, costumista, performer, disegnatrice, ritrattista e pittrice. Lavora da più di 20 anni nelle arti visive, espone in gallerie private, musei, eventi e istituzioni dell’arte. Studia all’Accademia di Belle Arti Scenografia e si specializza in Pittura poi, a Milano, frequenta il Politecnico per un Master in Design per il teatro. Studia per due anni Storia dell’arte tra Palermo e Firenze, non conclude gli studi accademici ma si diletta a scrivere di arte, di pittura, a volte di letteratura; cura e progetta eventi e mostre indipendenti, collabora con artisti e curatori. Spesso lavora come illustratrice per alcune edizioni letterarie, ha condotto laboratori per bambini con associazioni di volontariato nei quartieri più difficili della città. Insegna privatamente disegno e pittura.

Sito web ufficiale: https://it.lindarandazzo.net/


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IMMAGINE DI APERTURA – Locandina

Roma, Atelier Julie Rebecca Poulain: Chaos Canzone di Iris Terdjiman e Retrospettiva di Bernard Sberro

Sabato 19 marzo 2022 alle ore 18.00 Julie Rebecca Poulain inaugura, a sua curatela e nel suo Atelier, la mostra bi-personale Chaos Canzone di Iris Terdjiman e Retrospettiva di Bernard Sberro. Durante il vernissage si svolgerà anche laperformance/concerto di David Ryan e Christophe Guiraud (clarinetto e electronics) con un brano di Christophe Guiraud.

Iris Terdjiman
CHAOS CANZONE

Bernard Sberro
RETROSPETTIVA

A cura di Julie Rebecca Poulain

Inaugurazione 19 marzo 2022 ore 18.00

Atelier Julie Rebecca Poulain
Villa Certosa, Via dei Savorgnan 71/73 – Roma

Fino al 4 aprile 2022

“Iris Terdjiman dipinge affreschi contemporanei che possono ancora essere dipinti. Dipinti su tessuto in modo da apparire il più vicino possibile alle pareti, questi formati molto grandi si uniscono a formare una cappella senza altare né divinità. Lì, l’orrore giace accanto alla trascendenza; le fosse comuni sono esposte accanto agli angeli; gli amanti abbracciati ignorano il teschio, una vanità che appare accanto a loro. E in mezzo a questa crudezza (della carne mutilata, come nei dipinti di Bacon, o delle emozioni, come in quello di Munch), le scene religiose riescono ancora a materializzarsi. Le grandi dimensioni dei dipinti consentono inoltre la coesistenza di piani e scene differenti. Frammenti provenienti da mondi diversi vengono intrecciati, ma non viene imposta una direzione di lettura e non è possibile trarre una storia univoca da queste scene intrecciate. Attraverso i tratti espressionisti, le figure diventano schemi, il gocciolamento permette a mondi distinti di permearsi l’un l’altro; uno scheletro si trasforma in un turbine. Quella che vediamo qui non è una storia raccontata, ma una trasmutazione: la gravità diventa grazia. Se da questa silenziosa polifonia di anime deve emergere un significato, allora è misterioso. Simboli presi da varie tradizioni religiose o esoteriche, testi ebraici, titoli di canzoni rock, formule, pacchetti di icone si combinano per creare un gioco di indizi che sfida l’assurdismo e segnala l’esistenza di un significato superiore anche se rimane indecifrabile.” Catherine Guesde

“Bernard Sberro dipinge ogni giorno, ovunque si trovi e su qualsiasi supporto. Tracce, sagome, figure, scaturite da sogni, memorie e percezioni, emergono, accadono, si cancellano e ritornano. Sensazioni che attraversano il corpo o la mente (è un tutt’uno), l’occhio si concentra, estrae, avvolge. La mano testimonia, ma non solo, si libera anche, verso l’ignoto.” Julie Rebecca Poulain

Questo appuntamento è uno dei tanti progetti che Julie Rebecca Poulain propone nel suo studio accogliendo mostre, presentazioni ed eventi.

Note biografiche

Iris Terdjiman, Il cielo in una stanza

Iris Terdjiman è nata nel 1984 a Montpellier; vive e lavora a Bruxelles. Dopo un periodo all’Ecole Supérieure des Beaux-Arts di Montpellier, si forma in filosofia dell’arte, dedicando la sua ricerca alle nozioni di archivio, assurdo e ozio. Perseguendo la carriera di artista visiva e insegnante, si dedica esclusivamente alla carriera artistica dal 2015 e collabora regolarmente con musicisti e autori. Nel suo studio-appartamento, i dipinti su fogli vengono eseguiti direttamente sulla parete. Motivi ricorrenti, come lo scheletro, gli amanti che si abbracciano, sembrano tracciare una linea di condotta nel cavo della storia dell’arte, dalla pittura medievale alla pittura modernista.

Bernard Sberro, Il sogno verde

Bernard Sberro, nominato “l’enfant terrible de la peinture française”, lascia delle tracce della sua opera e della sua vita a chi lo cerca. Nato nel 1947 in Tunisia, conduce una vita proteiforme: cantatore popolare nella Francia degli anni ’60, professore di management, scrittore, fotografo, e sempre pittore. Della tecnica pittorica, dice: “Sembrerebbe che la maggior parte del lavoro di un dipinto avvenga di notte durante le diverse fasi del sonno come se i colori decidessero poi di diventare autonomi, di attrarsi (o rifiutarsi) a vicenda e di provocare un effetto di sorpresa al risveglio”.


INFO

Iris Terdjiman
CHAOS CANZONE
Bernard Sberro
RETROSPETTIVA
A cura di Julie Rebecca Poulain

Inaugurazione 19 marzo 2022 ore 18.00

Fino al 4 aprile 2022

Atelier Julie Rebecca Poulain
Villa Certosa, Via dei Savorgnan 71/73 – Roma
tel 3315840336
juliepoulain71@gmail.com

Ufficio Stampa
Roberta Melasecca
Melasecca PressOffice – Interno 14 next
tel 3494945612
roberta.melasecca@gmail.com
www.melaseccapressoffice.it
www.interno14next.it

Roma, Rosso20sette arte contemporanea: “Specchi di carta” mostra personale di Marco Réa

Sabato 19 marzo 2022 alle ore 18.00 Rosso20sette arte contemporanea presenta la mostra personale Specchi di carta di Marco Réa, accompagnata da un testo critico di Valeria Arnaldi. In mostra venti opere su carta che racchiudono l’ultima produzione dell’artista.

Marco Réa
Specchi di carta

Testo di Valeria Arnaldi

Opening sabato 19 marzo 2022 ore 18.00

Rosso20sette arte contemporanea
Via del Sudario 39 – Roma

Fino al 23 aprile 2022

TESTO CRITICO

Valeria Arnaldi presenta le opere di Marco Réa:

“Sono “specchi” che indagano l’anima, nell’eternità del suo essere, ma anche nell’istante-per-istante del divenire, le opere di Marco Réa, apparenti “grovigli” che, laddove sembrano confondere la forma, di fatto, la rivelano, portando in superficie profondità spesso sconosciute, o comunque non riconosciute, perfino da chi vi è immerso o ne è frutto. Basta seguire la “linea”: il segno corre, a volte, invece si fa lento, si prende la pausa di una curva più morbida, poi si ripiega su stesso, fino a creare un incastro di apparenti moltiplicazioni, che diventa indagine delle sfumature dell’Io, manifeste o invece inconfessate, e progressivamente in questo suo movimento finisce per farsi volto.

[…] Ciò che illustra, di opera in opera, è la storia di una singola figura ritratta, ma, attraverso di essa, anche quella universale dell’essere umano, tra filosofia e sentimento, passioni e tormenti. E sogni. [..] Nelle sue opere, la dimensione onirica si fa forma concreta a occupare spazio e sguardo fino a vestire parzialmente di sé la figura. Il sogno, componente dell’anima, lo diventa così anche dell’immagine.

[….] In questa ricerca artistica, nata durante la pandemia, più precisamente durante il lockdown, con creazioni eseguite con carta, inchiostro e amuchina, e ora evoluta per tecnica e visione, Marco Réa si ricollega ai lavori precedenti e alla riflessione sull’immagine femminile anche nella moda, ma va al di là, liberando paradossalmente l’immagine da se stessa. I suoi volti sono “mappe” che conservano emozioni, memorie, sentimenti, fantasie, delusioni. Sono ritratti di temperamento e carattere, di eternità e momento. E, in taluni casi, sono monumenti. Così, pressoché ogni opera su carta ha la sua “gemella” sul muro di una città: altro materiale, altre dimensioni, stessa intensità.”

Note biografiche

Marco Réa, artista romano, nasce nel novembre del ’75. Ha condotto studi artistici dapprima al liceo, poi studiando fumetto ed infine laureandosi in storia dell’arte contemporanea. Per anni è a stretto contatto con la scena del writing romano e dei graffiti. Ha esposto in numerose gallerie in Europa, Stati Uniti, Giappone e collaborato con personalità di fama mondiale come Nick Knight, Kate Moss, Cloe Sevigny ecc.. Ospite in più di un’occasione presso l’Università della Sapienza di Roma e licei artistici italiani, ha tenuto laboratori di street art in scuole medie e centri di aggregazione giovanile. Dal 2005 al 2019 ha portato avanti la sua ricerca artistica definita dall’artista “De Brand” (intervento pittorico sopra manifesti pubblicitari), mentre dal 2020 ha sviluppato un percorso legato alla street art e agli stencil denominato “Grovigli” o line art. Protagonista indiscussa della sua ricerca rimane la donna e i suoi lati più intimi, emozionali e psicologici. Ha eseguito lavori per Disney/Marvel, Fendi, Mondadori Electa, Universal Pictures, Show Studio, Vogue Magazine, Liberty UK, Lampoon Magazine, ecc..


INFO

Marco Réa
Specchi di carta
Testo di Valeria Arnaldi

Opening sabato 19 marzo 2022 ore 18.00

Fino al 23 aprile 2022
Orari: dal martedì al sabato 11.00-19.30 – domenica su appuntamento

Rosso20sette arte contemporanea
Via del Sudario 39 – Roma
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Ufficio stampa
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Il nuovo percorso virtuale immersivo per il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna

Il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna si è dotato di un nuovo strumento: un percorso virtuale che consentirà a tutti gli utenti del web di accedere agli spazi espositivi e conoscere la storia produttiva della città di Bologna dal tardo Medioevo alla fabbrica 4.0.

Istituzione Bologna Musei | Museo del Patrimonio Industriale

VN 360°

Nuovo percorso virtuale immersivo ideato dallo Studio Veronesi Namioka
per il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna

Ingresso

Dopo il Museo internazionale e biblioteca della Musica, il Museo Civico Medievale e il Museo per la Memoria di Ustica, un’altra sede dell’Istituzione Bologna Musei si apre alla tecnologia immersiva virtuale con l’intento di porre l’utente e i suoi diversi bisogni e interessi al centro della progettazione di contenuti che vadano a integrare l’esperienza di visita fisica negli spazi museali, sfruttando al meglio le potenzialità del digitale.

Grazie al percorso virtuale immersivo VN 360° che lo studio di comunicazione Veronesi Namioka ha realizzato per il Museo del Patrimonio Industriale, navigando sul sito www.museibologna.it/patrimonioindustriale sarà possibile accedere a una visita virtuale panoramica lungo l’intero percorso espositivo, situato all’interno della fornace da laterizi Galotti costruita nel 1887, e visualizzare un ricco apparato video che spiega e approfondisce i principali snodi narrativi del museo.

Come nella realtà, la visita prende avvio al piano terra, dove si viene accolti dalla ricca collezione di stampi in gesso degli anni Venti e dalle forme monumentali del forno Hoffmann, cuore della fornace, in cui – fino agli anni Sessanta del ‘900 – avveniva la delicata fase di cottura delle terrecotte.
All’interno del forno si entra nella Bologna del XIX secolo, una città che vive una profonda crisi economica legata alla fine dell’industria tessile e che cerca nuove strade produttive. La voce narrante dell’economista David Ricardo ricorda il dilagare della povertà in città mentre le voci di Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, docenti universitari, rimandano alle loro volontà testamentarie che condurranno alla nascita della prima scuola tecnica cittadina nel 1844, ancora oggi attiva come una delle più antiche scuole tecniche d’Italia e d’Europa.
La tecnologia virtuale consente di visualizzare in alta risoluzione modelli, strumentazione scientifica e macchine funzionanti provenienti dall’Istituto Aldini Valeriani che raccontano la storia e lo sviluppo della città nel corso del XIX secolo nonché gli apparati di lettura come pannelli e didascalie.

Area Macchina a vapore

Spostandosi all’esterno del forno, sotto le arcate del portico, è possibile attivare alcuni video e vedere in funzione macchine e prototipi risalenti agli anni 1940-1960: dosatrici e confezionatrici per dadi da brodo Corazza, confezionatrici per carta Cassoli e per caramelle ACMA.

Il percorso prosegue al secondo piano dove un tempo avveniva la fase di essiccazione delle argille e che oggi ospita la sezione dedicata all’antica Bologna dell’acqua e della seta. Modelli ed exhibit ci immergono nella suggestiva città dei canali e delle ruote idrauliche.

Due video sottotitolati per persone sorde, attivabili lungo il percorso, mostrano la complessità del sistema idraulico e il viaggio del velo di seta da Bologna a Venezia lungo il canale Navile. Un terzo video mostra il funzionamento del mulino da seta alla bolognese, tecnologia raffinata e insuperata dal XV al XVIII secolo.

La segnaletica virtuale che guida i percorsi conduce alla sezione dedicata al moderno distretto industriale bolognese. Le riprese a 360 gradi visualizzano la complessità del distretto mostrando le macchine da pasta, le macchine automatiche e le motociclette. I video attivabili in remoto illustrano il funzionamento delle macchine, le innovazioni, la diffusione delle tecnologie e delle capacità competitive.

Il ruolo giocato dalla formazione tecnica nell’affermazione industriale della città viene ripercorso nello spazio legato alla Scuola Officina, parte integrante dell’educazione tecnica impartita per prima nell’Istituto Aldini Valeriani. Il tecnigrafo, gli strumenti di fucina, il tavolo da aggiustaggio, gli apparati iconografici storici e il video Testa punta contropunta costituiscono gli ingredienti di questa parte del tour che si conclude scendendo al primo piano nella Fabbrica del Futuro. Questo spazio ha le caratteristiche di un laboratorio interattivo e multimediale e documenta le linee di sviluppo che stanno modificando l’ambiente e l’assetto produttivo e organizzativo delle aziende del nostro territorio. Le stazioni che lo compongono, dalla realtà virtuale alla robotica, consentono di visualizzare i processi produttivi di un sistema in continuo aggiornamento e di valorizzare le potenzialità del settore industriale bolognese.

Scuola Aldini Valeriani, Officina

Un’ultima sezione, che si modificherà nel tempo, è dedicata alla mostra temporanea Moto bolognesi degli anni 1950-1960 in cui oltre trenta motociclette testimoniano la sorprendente vivacità produttiva e la grande cura sia tecnica, nella meccanica e nella ciclistica, che estetica. Tra le principali produttrici di moto spiccano F.B Mondial, Ducati, Moto Morini e DEMM.

La nuova esperienza virtuale restituisce una visione a 360° del percorso di visita e rinnova la vocazione del museo a luogo vivace, polifunzionale e interattivo, frequentato dagli addetti ai lavori ma anche da appassionati, turisti e bambini.
La scelta di arricchire il tour immersivo con numerosi video e narrazioni interattive persegue l’idea di uno strumento attrattivo e funzionale per molteplici obiettivi: approfondire le tematiche affrontate, fornire spunti per progetti educativi, lasciare ai visitatori la scelta di riprendere in un secondo momento le suggestioni e i temi del museo.

Dal confronto e dall’attiva collaborazione tra il Museo del Patrimonio Industriale e lo studio Veronesi Namioka, guidato da Fuyumi Namioka e Silvia Veronesi, ha preso vita il progetto VN 360°. Il percorso virtuale è dunque il risultato della fusione tra competenze storico-culturali e tecnologie digitali di ultima generazione, che consentono di integrare l’offerta espositiva del museo fisico con esperienze emotive e multimediali virtuali, in stretta sinergia con la competenza dello staff del museo che ha curato la parte dei contenuti informativi selezionando contributi audio e video per accompagnare il racconto per immagini.

La regia dello Studio Veronesi Namioka ha restituito la complessità delle fonti e degli strumenti di visita impiegati in museo, utilizzando riferimenti grafici e segnaletica che permettono di identificare i contenuti informativi del percorso, consentendo, ai potenziali pubblici, di percorrere virtualmente gli spazi del museo, guidati da più mappe virtuali nella fruizione degli oggetti esposti, suscitando così l’intenzione di pianificare, per approfondirne la conoscenza, una prossima visita fisica al museo, o viceversa, di ritornare virtualmente a visitarne le sale, dopo la visita, da casa.



Informazioni

Museo del Patrimonio Industriale
Via della Beverara 123 | 40133 Bologna
Tel. +39 051 6356611
museopat@comune.bologna.it
http://www.museibologna.it/patrimonioindustriale
Facebook: Museo del Patrimonio Industriale
Instagram: @museopat
YouTube: MuseoPatrimonioIndustriale


Studio Veronesi Namioka
www.veronesinamioka.com

Istituzione Bologna Musei
www.museibologna.it
Instagram: @bolognamusei

Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei
Elisa Maria Cerra – Silvia Tonelli
Tel. +39 051 6496653 / 6496620
ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it
elisamaria.cerra@comune.bologna.it
silvia.tonelli@comune.bologna.it

IMMAGINE DI APERTURA – Area Mulino da seta