Al Marina del Nettuno si parla del porto di Messina nel ‘700

La location è quanto mai azzeccata per parlare del libro “Porto, privilegi e pulici. Commerci marittimi e prevenzione sanitaria a Messina nel Settecento”: il Marina di Nettuno Yachting Club. Qui si presenterà il volume di Giuseppe Martino martedì 22 ottobre 2024, alle ore 17.

Il benvenuto sarà dato dal “padrone di casa” l’imprenditore Ivo Blandina. Poi si confronteranno con l’autore del libro, pubblicato da Giambra, Marcello Mento e Giuseppe Restifo.

La conversazione offrirà diversi spunti per parlare della situazione della città e del suo porto nel ‘700, con lo sguardo allargato al Mediterraneo, di cui Messina è punto focale.

La città nel corso di quel secolo dovette affrontare diversi momenti altamente critici, dall’invasione delle cavallette alle guerre dinastiche, dalla peste alla carestia, al terremoto del 1783. Grazie alle sue doti di resilienza, e puntando sul suo porto, riuscì a presentarsi all’avvio dell’Ottocento pronta a cogliere le opportunità offerte dal cosiddetto “decennio inglese”. Il volume di Martino si inserisce pienamente nella nuova storiografia messinese, attenta alle vicende del Portofranco, agli scontri militari e ai mutamenti urbanistici.

“Le libere città sul mare avevano le loro istituzioni e le loro forme di governo, le leggi e le prigioni, i cittadini e i sudditi, i diplomi e gli stemmi, le bandiere e i sigilli: la civiltà del Mediterraneo. Distinguiamo in questo caso le città col porto dalle città-porti: nelle prime i porti vennero inseriti per necessità, nelle altre si sono creati per la natura dei luoghi; qui sono il centro e l’inizio, là una mediazione o un completamento; certi porti restano per sempre soltanto degli approdi o degli ancoraggi, altri diventano mondi a parte. In questi ultimi si raccoglie di tutto e le cose giungono da ogni parte, si possono raggiungere da terra e vi si accede dal mare, dai diversi mari e dalle varie parti del mondo: si tratta di porti franchi. Ogni vero porto aspira a diventare franco, ad acquisire e ottenere tutto ciò che serve per tale scopo. I saggi cittadini costruivano accanto ai porti i lazzaretti e stabilivano i periodi di quarantena”: Predrag Matvejević, “Breviario mediterraneo” (Milano 1987).


Associazione culturale “Cantiere sociale” Messina
comunicato stampa – 19 ottobre 2024

La nuova avventura della piccola peste Carlotta

Andrea Barzini, rinomato regista, sceneggiatore, documentarista, scrittore e artista, presenta il suo nuovo libro per l’infanzia scolare “Carlotta e i nemici invisibili”, secondo volume dopo il successo editoriale di “Carlotta contro il mondo”. Pubblicato da Giunti Editore nella collana Le Strenne, il libro è una fiaba moderna adatta a tutte le età.

Sotto le vorticose e spesso comiche traversie di Carlotta c’è l’amore di Barzini per l’infanzia e una vera e propria vocazione educativa, oltre alla ricerca di un messaggio morale. Questa volta la protagonista, bambina combattiva che non sopporta le ingiustizie e le falsità, si ritrova a combattere per smascherare una coppia di imbroglioni che stanno raggirando sua nonna.

Andrea Barzini presenta
“Carlotta e i nemici invisibili”
 
La nuova avventura della piccola peste Carlotta

Andrea Barzini guida il lettore attraverso mille peripezie, quelle di Carlotta, che sono a volte drammatiche, spesso divertenti, facendosi narratore di vicende che – sebbene possano apparire fanciullesche – in realtà sono cariche di significato. Anche grazie alle originali illustrazioni di Zosia Dzierżawska, la fiaba stimola l’immaginazione del lettore bambino, offrendogli la possibilità di immergersi nella storia diventandone lui stesso il protagonista insieme a Carlotta, e – al tempo stesso – permette al lettore adulto di ritrovarsi dentro tematiche contemporaneele assurdità e i difetti della nostra vita quotidianal’impegno e i pericoli nel rapporto con i figli, riportandolo a quell’infanzia perduta che è dentro ogni genitore e che invece, per il bene dei nostri figli, conviene tenere ben viva.

La trama. Nel primo volume Carlotta, orfana di madre con un padre assente e “parcheggiata” dalla nonna, una severissima nobildonna che vive in una casa lugubre, si ribella, fa scherzi, risponde male e rischia il collegio. Ma la nonna assume la governante Marie Jeanne, un tipo brusco, di poche parole e, soprattutto maga. Grazie al mistero e a un anello fatato (Marie Jeanne non ammetterà mai apertamente i propri poteri) tra adulta e bambina nasce un legame fortissimo. Cambierà la vita di Carlotta, le insegnerà, pur senza rinunciare alla propria personalità, a chiedere scusa, a fidarsi e ad accettare le regole.

In Carlotta e i nemici invisibili Marie Jeanne si deve assentare e Carlotta da ora in poi dovrà procedere sola, ma non è del tutto sicura di potercela fare. La governante, prima di partire, le fa un’unica raccomandazione: non mettersi nei guai. Ma la nostra eroina quando vede qualcosa di sbagliato non può non entrare in guerra. Questa volta i nemici sono una coppia diabolica, Mali Julio, lei ammaliatrice, lui maestro di tango, detentori di un orfanotrofio che gestiscono in modo alquanto discutibile. I due, che sono anche potentissimi stregoni, hanno abbindolato la nonna e la stanno truffando. Lotta impari, Mali e Julio hanno anche il dono dell’invisibilità, scoprono i piani di Carlotta e la inguaiano a tal punto che la nonna decide, per riportarla alla ragione, di metterla proprio nell’orfanotrofio. Calata nell’orrore di un lager, Carlotta si mette alla testa della rivolta degli orfanelli, ma i due nemici sono troppo forti e a salvarla arriva, tempestiva, Marie Jeanne, una vera e propria Mary Poppins che sfodera i suoi poteri magici in un duello finale con Mali che sconvolge cielo e terra.

“Carlotta e i nemici invisibili” è scritta con un linguaggio semplice e diretto e abbraccia una vasta gamma di temi, quali la fiducia in se stessi e verso il prossimo, la disonestà, la malvagità, ma anche il coraggio, la forza, l’amore, la tenacia, l’amicizia e la lealtà. Attorno a questi valori e ideali, l’autore ha costruito il suo racconto. La protagonista è un’eroina ribelle dalle mille risorse e dai mille difetti, una “Gian Burrasca” in gonnella. ()

È artistaalunna discontinua, risponde male, ogni tanto non disdegna una bugia, ma si fa amare per la sua passione e ci intenerisce per il suo disperato bisogno d’affetto. I guai in cui si mette e le cause che abbraccia sono occasioni di crescita. Cercando la sua strada nel mondo viene messa alla prova, acquisisce consapevolezza, sbaglia e impara.

Andrea Barzini dichiara: “Nel scrivere Carlotta ho pensato ai bambini di oggi a cui l’immaginazione troppo spesso viene tolta. Vezzeggiati dai genitori come idoli, protetti come se fossero di porcellana, gravati da troppe attività sportive, ricreative ecc., e minacciati dal cellulare degli algoritmi, vivono in un mondo affollato dove manca l’ingrediente più importante dell’infanzia, il gioco, la scoperta, l’esplorazione…”

L’opera di Barzini funge anche da insegnamento per gli adulti che, catapultati nel mondo dell’infanzia, grazie a questa fiaba hanno la possibilità di comprendere che i loro problemi e le loro preoccupazioni possono rispecchiare quelli dei più piccoli. “Carlotta e i nemici invisibili” è un invito a guardare oltre la superficie di un testo per l’infanzia, esplorando tematiche di spessore che risuonano nell’esperienza di vita di ciascuno.

Questo volume è il secondo capitolo di quella che potrebbe diventare a tutti gli effetti una saga. Infatti, Andrea Barzini afferma: “Scrivere Carlotta e portarla nelle scuole è stata e sarà una bellissima esperienza. Ovunque sono andato, i bambini, che avevano appena letto “Carlotta contro il mondo”, mi hanno accolto con un solo, festoso grido: “Noi amiamo Carlotta!” Ora tocca a “Carlotta e i nemici invisibili”, chissà la serie potrebbe continuare…”

Andrea Barzini, nato nel 1952, è regista, sceneggiatore, documentarista, scrittore e artista. Ha esordito nella regia con Flipper”, seguito da Desiderando Giulia e da Italia Germania 4-3″ – film-bilancio della sua generazione – “Volevamo essere gli U2” e “Passo a due”. In tv ha cominciato con la serie “Chiara e gli altri”, e da allora è stato regista di serie di successo come “Don Matteo”, “Capri”, “Ho sposato uno sbirro”, “Io e mamma”. Nel 2020 ha scritto “Il fratello minore” (ed Solferino) mentre nel 2000 ha pubblicato “Una famiglia complicata” (ed. Giunti). I libri con protagonista Carlotta – il primo è “Carlotta contro il mondo” – sono il suo esordio nella letteratura per ragazzi.


INFORMAZIONI UTILI
 
TITOLO LIBRO: “Carlotta e i nemici invisibili”
DI: Andrea Barzini
EDITO: Giunti Editore
COLLANA: Le Strenne
GENERE: Racconto fantastico
USCITA: 10 settembre 2024
PREZZO: 14,00 euro
PAGINE: 128
LINGUA: Italiano
ISBN: 9788809916203
FASCIA DI ETA’: A partire dagli 8 anni
 
CONTATTI ANDREA BARZINI
MAIL: barziniandrea@gmail.com
FACEBOOK: https://www.facebook.com/andrea.barzini
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/andreabarzini/
LINKEDIN: https://www.linkedin.com/in/andrea-barzini-46132926/
 
CONTATTI GIUNTI EDITORE
SITO: https://giunti.it/
MAIL: info@giunti.it
FACEBOOK: https://www.facebook.com/GiuntiEditore
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/giuntieditore/
TWITTER: https://x.com/GiuntiEditore

CULTURALIA DI NORMA WALTMANN
Agenzia di comunicazione e ufficio stampa
tel : +39-051-6569105
email: info@culturaliart.com
web: www.culturaliart.com

ELENA MONZO. Ritual Denim al SAC Spazio Arte Contemporanea – Testo critico di Pietro Salvatore

Ritual Denim è la prima mostra personale di Elena Monzo all’interno dello spazio post-industriale di SAC, un’esposizione di 30 opere, eseguite dal 2014 a oggi, che trasportano il fruitore in un vorticoso dialogo con figure a metà tra il mito e il contemporaneo arricchite con indumenti e gioielli, evocate da un’ampia varietà di medium” (Nel testo critico di Pietro Salvatore da leggere in questa pagina)

SAC – SPAZIO ARTE CONTEMPORANEA
ROBECCHETTO CON INDUNO (MI)
 
ELENA MONZO
Ritual Denim

 
A cura di Nicoletta Candiani
19 ottobre – 14 dicembre 2024
Inaugurazione: sabato 19 ottobre ore 17.30

Lo spazio post-industriale SAC – Spazio Arte Contemporanea di Robecchetto con Induno (MI) ospita per la prima volta, dal 19 ottobre al 14 dicembre 2024, una mostra dedicata a Elena Monzo (1981), dal titolo Ritual Denimcurata da Nicoletta Candiani, che attraverso 30 opere eseguite dal 2014 ad oggi restituisce un’ampia visione sulla varietà espressiva e sulla ricerca condotta dall’artista negli ultimi anni. Al centro dell’esposizione una serie di figure a metà tra il mito e il contemporaneo, evocate attraverso medium diversi: dalla carta alla calcografia, dalla ceramica ai tessuti, tra cui il denim, materiale con cui l’artista ha realizzato le quattro opere inedite.

Attraverso la stratificazione e la sovrapposizione di materiali, Monzo dà vita a soggetti ibridi, a metà tra l’umano e l’animale/vegetale, che fluttuando in una dimensione a cavallo tra realtà, immaginario e narrazione antica alimentano le ricerche dell’autrice nel campo della ritualità.

“Nel Rito della Preparazione, le sue figure nascono dalla ricerca e dalla raccolta di immagini, evocate nude sul supporto, al loro stadio primordiale”, scrive Pietro Salvatore nel testo critico. “Segue il processo di metamorfosi attraverso l’indumento: l’artista veste le sue figure, le arricchisce e dona loro un’identità tramite la sovrapposizione di carte e accessori preziosi, lasciando respirare il soggetto originale e fermandosi prima della soglia obnubilante del kitsch”.

Un approccio seguito anche nell’ultima serie realizzata dall’artista utilizzando il denim, tessuto nato per il lavoro manuale, entrato a far parte del vestiario casual nel corso del XX secolo e ora integrato da Monzo nel suo processo creativo, donandogli così un’ulteriore funzione estetica e proponendo un punto di contatto tra l’arte e la moda. Nel nucleo di opere compare, per esempio, Ritual Denim, che dà il titolo all’esposizione, un’enorme tela in denim ricca dei personaggi di Monzo, creata a partire dalla collezione di capi realizzati con le stesse opere incise a laser grazie alla collaborazione con il Development Center della Candiani Denim, azienda leader nel settore, con il cui tessuto sono stati realizzati gli stessi capi della capsule collection per SAC. Lo stesso tessuto è stato utilizzato dal sarto Vasco Inzoli, che ha realizzato tre capi da lavoro impreziositi poi dai gioielli di Luiss.

Tra le quattro tele inedite c’è anche Coraline, opera in cui dal corpo della figura sembra nascere un corallo, elemento prezioso che in questo lavoro viene dipinto e non aggiunto sulla superficie. È una delle tante donne archetipiche immortalate da Elena Monzo, colte nel mezzo di una metamorfosi che fa eco alla tradizione classica, mentre gli indumenti moderni che indossano impongono loro un’energia attuale.

L’esposizione è poi arricchita dall’ampia produzione su carta, esplorata dall’artista negli ultimi dieci anni in moltissime varianti di texture, colori e stampe, che applicata per mezzo di stratificazioni sulle opere va a vestire le figure rappresentate. Ne risulta che anche nel caso di calcografie, serigrafie e stampe, ogni lavoro mantiene la sua originalità. Come nel caso di Moonzoo, una sacerdotessa con un copricapo a testa di lupo che si rivolge verso l’osservatore, ostentando la sua unicità e opponendosi alla pudicizia, proponendosi come ponte tra l’arte sciamanica e il pop contemporaneo.

All’unicità delle produzioni di Monzo concorrono poi gli accessori assemblati sulle opere, concepiti dall’abilità artigianale di Luiss Perlanera e assunti a talismani carichi di un’energia magica che le sacerdotesse evocate dall’artista controllano. Fiori, stelle e ragni preziosi, ad esempio, sono i talismani di Frida (Frida Kahlo), che la adornano portando la sua rappresentazione fuori dall’opera, avvicinandola alla realtà e allo stesso tempo consacrandola al mito.

Elena Monzo nasce a Orzinuovi (BS) nel 1981. Laureata in Pittura all’Accademia di Brera nel 2005, si specializza in tecniche grafiche come Mastro Incisore. Già nel 2002 partecipa alla mostra collettiva del Museo della Permanente di Milano: Salon I per poi iniziare nel 2006 la sua carriera all’estero con la mostra Obra Sobre Papel alla Galleria Mito di Barcellona.

Tra le collettive più importanti a cui ha partecipato: in Germania nel 2008, Junge Italienische Kunst alla Galerie Blinz&Kramer di Colonia, Fall Forward, nella sede di New York di Sara Tecchia nel 2009 e molte altre a seguire tra cui alcune Biennali, quella di Postumia nel 2010 e quella di Soncino del 2019, sino alle più recenti quali Super S.H.E da Giovanni Bonelli a Milano nel 2028, HUMAN NATURE, alla Galerie Marek Kralewski di Friburgo e le due mostre tenutesi al SAC Profili Venus in Furs del 2023 e 2024.

Dal 2010 al 2024 le opere di Elena sono state esposte in fiere importanti come la Scope di Basilea, New York e Miami, Beirut ArtFairArt Verona e ArteFieraBologna. L’artista ha avuto spazio non solo in contesti collettivi, ma anche in mostre personali quali Inside, alla Bonelli Contemporary di Los Angeles nel 2007, La Dolce Vita Dark Venice alla TZR Gallery di Dusseldorf nel 2010 e 2014, Moon Zoo Stranger Things alla Gilda Contemporary di Milano nel 2017 e 2024 e Silk, La via della Seta all’Ex Filanda Meroni di Soncino nel 2018.

Molto importanti le sue esperienze nelle residenze d’artista, in cui Elena ha raccolto nuovi elementi, concettuali e materici, per la realizzazione delle sue opere: Kurashiki in Giappone nel 2013, Beirut, Libano nel 2014 e Shangai con The Swatch Art Peace Hotel nel 2015. Infine i premi, tra cui il Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana tenutosi al Superstudio-più di Milano nel 2004, la partecipazione al Premio Cairo nel 2010 e il più recente Premio Combat del 2020.


Abitiamo una realtà in cui il Rito è ridotto a ripetizioni asettiche di gesti, svuotato della carica simbolica che gli è sempre appartenuta. Ibridazione, copia e stratificazione sono i mezzi con cui Elena Monzo propone un nuovo sguardo sulla ritualità, tentando di risvegliare quel Desiderio che da troppo tempo è rimasto in noi sopito: la volontà di guardare e credere in ciò che vediamo.

Ritual Denim è la prima mostra personale di Elena Monzo all’interno dello spazio post-industriale di SAC, un’esposizione di 30 opere, eseguite dal 2014 a oggi, che trasportano il fruitore in un vorticoso dialogo con figure a metà tra il mito e il contemporaneo arricchite con indumenti e gioielli, evocate da un’ampia varietà di medium: dalla carta Washi alla calcografia, dalla ceramica ai tessuti tra i quali il denim, materiale con cui l’artista ha realizzato le quattro opere inedite che costituiscono uno dei nuclei fondamentali della mostra. Il percorso si sviluppa tra le principali serie elaborate dall’artista nel corso degli anni allo scopo di proporre una visione la più ampia possibile sulla sua varietà espressiva e sulla sua ricerca.

I soggetti di Elena Monzo sembrano provenire da un mondo altro fluttuando tra realtà, immaginario e narrazione antica in danze dalle pose manieriste e contorte le quali rispecchiano la sua ricerca nel campo della ritualità. Attraverso questi moti vorticosi le figure cangiano incastrandosi e ibridandosi fra loro in forme, colori e materie nuove in una fusione che evoca di continuo nuovi soggetti dove già ne sono presenti altri. Non solo l’estetica, anche la sostanza di queste figure è in continuo cambiamento: nel loro dinamismo figurativo, queste donne archetipiche compiono una metamorfosi divenendo Icone. E’ il caso di Chloe, una figura indissolubilmente legata al mito, i cui indumenti impongono un’energia attuale sulle forme antiche e centauriche della creatura, eliminando qualsiasi rimando macabro e mutandola in un soggetto potenzialmente destinato a qualche manifesto o copertina di una rivista di moda: un soggetto Cronenberghiano addomesticato. Il dialogo tra antico e attuale è molto presente in Rugiada, una delle poche opere direttamente su tela, che raffigura un essere in ginocchio dalla cui schiena spunta un apparato vegetale. Il suo dorso, ricco di occhi, guarda nostalgico al passato, a una realtà a noi invisibile, la sua forma invece va oltre l’umano, spinta verso un futuro incerto. Un contemporaneo alter-ego del provvidenziale Giano bifronte.

Quello di Elena è un processo di alleggerimento dei soggetti, dove la ripetizione rituale di pose, colori e forme sembra voler affermare un nuovo immaginario collettivo, un pantheon di creature cariche di una nuova femminilità: nuove Icone per un presente privo di idoli.

Supporto, Medium, Tecnica sono solo tre delle parole utili per sondare la complessità materiale delle opere di Elena Monzo. Da dieci anni a questa parte l’artista ha indagato svariate tecniche, dal bidimensionale al tridimensionale, senza mai stabilizzarsi su una, ma stratificando e ibridando vari processi. La Carta è spesso protagonista della sua produzione: moltissime sue varianti, di texture, colori e stampe differenti, si stratificano sulle sue opere andando a vestire le figure rappresentate. Un medium che diventa simbolo di quella complessa leggerezza che contraddistingue la sua estetica. Per sostenere il peso dei collage, il supporto viene spesso reintelato o rinforzato con materiali rigidi, tra cui il Forex della serie Korova Milk, ponendo la carta sempre in primo piano, a costituire il volto dell’opera. Nelle produzioni in serie, come calcografie e serigrafie, la carta apre un dialogo intimo con le figure che la popolano, senza limitarsi alla semplice iterazione della composizione. Anche nelle stampe l’artista riafferma la sua volontà di rendere unici e iconici i soggetti, mettendo in gioco “quella regola non rispettata della calcografia” per cui “le copie da me stampate finiscono sempre per tornare ad essere degli originali, grazie ad interventi post-stampa come foglia oro, acquarello o inchiostri”. Nella sezione della mostra dedicata alle stampe si trova Moonzoo, in cui una sacerdotessa con un copricapo a testa di lupo sembra rivolta verso l’osservatore, ostentando la sua unicità e opponendosi alla pudicizia, una copia comune che diventa matrice iconica, proponendosi come ponte tra l’arte sciamanica e il pop contemporaneo.

Il Denim è un materiale inedito, che l’artista ha declinato in svariati modi per la realizzazione dei suoi ultimi lavori. Tessuto nato per il lavoro manuale, è entrato a far parte del vestiario casual nel corso del XX secolo e viene analizzato con metodo quasi archeologico nei lavori in mostra, integrandolo nell’opera d’arte, donandogli un’ulteriore funzione estetica. Nel nucleo di opere inedite troviamo Ritual Denim, che dà il titolo all’esposizione, un’enorme tela in denim decorata a incisione laser. La collezione di abiti, realizzati in collaborazione con il sarto Vasco Inzoli, si propone come punto di contatto tra l’arte e il fashion attraverso la vestibilità del materiale impreziosito da decorazioni e accessori. Tra le quattro tele inedite c’è Coraline, opera in cui la figura, contorta in un rito, sembrerebbe far nascere dal suo corpo un corallo, elemento prezioso che in questo lavoro viene dipinto, e non aggiunto sulla superficie. Il denim qui costituisce la bordatura della tela, il frame che delimita e chiude la figura in uno spazio stretto che persino lei sembra patire. Non solo nelle opere grafiche e pittoriche, anche in quelle scultoree come ceramiche e cuscini, Elena Monzo sembra pescare da quell’effetto vertigo di cui parla Celant, concependo i suoi lavori come complesse ibridazioni e stratificazioni tra medium.1

Il tema del Viaggio è portante e duplice nella poetica dell’artista. Sono numerose le sue esperienze compiute all’estero, specialmente presso residenze di artisti che le hanno permesso di arricchirsi, per poi importare nella sua produzione materiali e concetti nuovi. Durante la sua residenza a Shanghai scopre la carta Washi, utilizzata per alcune delle sue opere come Washi, in cui la composizione, fortemente verticale, accoglie un dialogo tra figure segniche e caratteri orientali, chiusi da un’elegante bordatura. In Giappone apprende la maestria nel trattare i materiali, riflettendo sulla dicotomia tra arte e artigianato, una distinzione tipica del pensiero occidentale. In Libano vive in prima persona l’ibridazione tra culture differenti, altro elemento spesso allegorizzato nelle sue opere. Non solo come esperienza, il Viaggio è tema cardine delle fasi creative e progettuali dei lavori dell’artista. Nel Rito della Preparazione, le sue figure nascono dalla ricerca e dalla raccolta di immagini, evocate nude sul supporto, al loro stadio primordiale. Segue il processo di metamorfosi attraverso l’indumento: l’artista veste le sue figure, le arricchisce e dona loro un’identità tramite la sovrapposizione di carte e accessori preziosi, lasciando respirare il soggetto originale e fermandosi prima della soglia obnubilante del kitsch.

Alla luce di tutto questo, l’arte di Elena Monzo non si può di certo definire concettuale. Nonostante ciò, si trova spesso a riflettere su elementi simbolici ricorrenti che emergono in maniera evidente dai suoi lavori. Nel motivo della ritualità e della trasformazione gli accessori assemblati sulle opere, concepiti dall’abilità artigianale di Luiss Perlanera, divengono talismani carichi di un’energia magica che le sacerdotesse evocate dall’artista controllano. Fiori, stelle e ragni preziosi, sono i talismani di Frida, la adornano portando la sua rappresentazione fuori dall’opera, come ponti tra

l’immagine e il reale. Così Frida Kahlo, figura celebre nella cultura contemporanea, rinnova la sua unicità attraverso la stratificazione, divenendo una Neo-Icona portatrice di simboli intimi e forti come la maternità. Un altro tema indagato spesso dall’artista è lo sdoppiamento, visto come dialogo coerente tra due copie: Sintetic, un’altra tra le tele inedite bordate in denim, recupera un soggetto

dall’iconografia dei Die Antwoord, in cui i due artisti si fondono in un essere unico e androgino. L’opera si configura come sintesi, appunto, del tema del gemello affrontato nel 2014 con Bo&Bo,

che viene dunque a risolversi dieci anni dopo: i twins diventano una sola figura ibrida, nella forma e nella sessualità.

Elena Monzo propone una fuga dalla cadenza esasperante che il tempo sta patendo, cercando, come canta Battiato, “nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali”.


ELENA MONZO. Ritual Denim          
Robecchetto con Induno (MI), SAC – Spazio Arte Contemporanea
Via Umberto I 108, ingresso da via Carducci 2
Dal 19 ottobre al 14 dicembre 2024
Inaugurazione: sabato 19 ottobre ore 17.30
Orari: Mercoledì-domenica, ore 14.30 – 19.30          

CONTATTI
SAC -Spazio  Arte Contemporanea
Via Giosuè Carducci 2 – 20020 Robecchetto con Induno  (MI)  
info@spazioartecontemporanea.com   
spazioartecontemporanea.com
T + 39 0331 1227674  
 
Ufficio stampa           
Anna Defrancesco comunicazione   
Via Madre Cabrini 10 – 20122 Milano             
press@annadefrancesco.com
annadefrancesco.com

Ugo Valeri, il dandy ribelle dell’arte italiana di primo Novecento

Piove di Sacco (Padova) dal 23 novembre di quest’anno al 23 marzo del 2025 rende omaggio al “suo” Ugo Valeri. L’ampia retrospettiva, che inaugura il nuovo spazio espositivo di Palazzo Pinato Valeri, è promossa dal Comune di Piove di Sacco e da BCC Veneta con la curatela di Federica Luser e la collaborazione di Trart.

UGO VALERI. Dandy e ribelle.
Piove di Sacco (Pd), Palazzo Pinato Valeri
23 novembre 2024 – 23 marzo 2025

Mostra a cura di Federica Luser con Trart, promossa dal Comune di Piove di Sacco e sostenuta da BCC VENETA

80 opere per ricordare
Ugo Valeri, il dandy ribelle dell’arte italiana di primo ‘900

“Dandy e ribelle“, afferma il sottotitolo di questa originale retrospettiva che riunisce circa ottanta  opere di un artista che è stato spesso avvicinato a Toulouse-Lautrec per la capacità di dare corpo e anima, con pochi tratti, all’umanità che incrociava nel suo irrequieto peregrinare, nelle serate di stordimento, nel suo mordere un’esistenza sempre sopra le righe. Una vita percorsa tra genio e sregolatezza che, nel 1911, si concluse tragicamente a seguito di una caduta da una finestra di Ca’ Pesaro a Venezia in circostanze mai chiarite. Aveva 37 anni, un’età che lo accomuna a Raffaello, Parmigianino, Watteau, Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Tancredi o a Rimbaud, Byron, Mozart… 

Ugo Valeri, lasciata Piove di Sacco, dove era nato nel 1873, frequenta le Accademie di Venezia e poi di Bologna, diventando presto un artista di successo. Già nel 1898 vince il Premio Francia e nel nuovo secolo è protagonista, nel 1906, dell’Esposizione Internazionale del Sempione. Nel 1907 è alla Biennale di Venezia, nel 1909 e nuovamente nel 1910 Ca’ Pesaro gli riserva due personali. Con Arturo Martini, Gino Rossi, Felice Casorati, sotto l’ala di Nino Barbantini, rappresenta il nuovo che sta imponendosi in Laguna. Dipinge con passione, in scioltezza, in presa diretta, esattamente così come vive la bohème del tempo, a Venezia, a Bologna e a Milano.

Dipinge, o meglio disegna, ciò che via via lo colpisce, appunta la frenesia di un demi-monde popolato di ballerine, belle ragazze, dandy, incontri, gente, movimento. Con la crudezza caricaturale di chi quelle situazioni non solo le vede ma le vive ogni giorno. “D’altronde – annota – io stesso che sono una caricatura nell’aspetto e nello spirito, non potrei definire la caricatura come la più sincera espressione del vero?”

Elegante e raffinato è anche un illustratore molto ricercato, importante il sodalizio con Filippo Tommaso Marinetti e con Umberto Notari, come la collaborazione con le migliori riviste dell’epoca: “Italia ride”, “L’Illustrazione italiana”, “Poesia”, “Secolo XX”, “La Lettura”.

Valeri è interprete di un mondo artistico che cambia, si sente libero di esprimersi senza timore del confronto con il passato, di seguire il proprio istinto di uomo curioso, di artista che guarda il mondo in modo nuovo. Nel 1909 quando espone a Ca’ Pesaro a Venezia le sue opere distribuite su tre sale, mescola generi e soggetti, così facendo  propone una nuova prospettiva verso l’arte contemporanea in contrapposizione con le scelte ritenute “paludate” della Biennale di Venezia, e dà avvio alla stagione della cosiddetta “Secessione Capesarina”, tanto che Arturo Martini alla sua morte scrive: “Ugo fu per noi la tromba del nuovo mattino”.

Il suo sguardo libero fu la sua eredità lasciata agli artisti dell’epoca. Un artista che, anche grazie ai numerosi prestiti da collezioni private, verrà restituito all’attenzione del pubblico in tutta la sua straordinaria complessità.

Studio-Esseci-2025


Palazzo Pinato Valeri
Via Garibaldi, 57
Piove di Sacco

ORARI
mercoledì: 9.30 – 12.30
giovedì, venerdì: 16.00 – 18.00
sabato: 9.30 – 12.30 / 16.00 – 18.00
domenica: 10.00 – 12.00 / 16.00 – 18.00 

Ingresso libero
 
Per Informazioni:
Ufficio IAT Saccisica
Indirizzo mail : info@welcomesaccisica.it
Telefono : 049 9709316
Sito INTERNET :
www.welcomesaccisica.it
www.comune.piovedisacco.pd.it
 
Ufficio stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
049 663499
Ref. Roberta Barbaro
roberta@studioesseci.net

Sicilia Outlet Village profuma di libri e di fiori d’arancio

Per pronunciare il tanto atteso “si” gli sposi vestono abiti da sogno, a volte anche due, sfoggiando a sorpresa un secondo look durante l’evento. Anche i testimoni e gli invitati più intimi, coinvolti nei preparativi del matrimonio, tendono alla ricerca dell’outfit perfetto per il grande giorno delle nozze.

Nuove aperture per “Come in una Favola” e “Giunti al Punto

Tra le proposte ricercate e non convenzionali, una di quelle che semina più successo è appena approdata a Sicilia Outlet Villagenew opening per “Come in una Favola”, la prima catena italiana outlet di abiti da sposa, sposo e cerimonia, nata a Reggio Emilia da un’idea di Anna Zampetti ed Ernesto Passante Spaccapietra.

Il Village accoglie l’atelier che profuma di fiori d’arancio e che piace a chi mira all’effetto “wow” con budget ridotti: tra i capi scontati fino all’80% anche quelli dei prestigiosi brand del settore, da Giuseppe Papini a Valdrin Sahiti e Inmaculada Garcia.

Sicilia Outlet Village affianca la moda alla cultura, accogliendo tra i negozi anche “Giunti al Punto”. La più numerosa catena di librerie gestite direttamente dal secondo gruppo editoriale italiano, Giunti Editore spa, desta crescente interesse tra i lettori di romanzi, gialli, libri di poesia e di illustrazione, pubblicazioni scientifiche e artistiche.

Adesso anche al Village si avrà l’opportunità di accrescere il proprio bagaglio culturale facendo scorta di libri e di molteplici proposte educative e ludiche che rendono “Giunti al Punto” una fucina di sapere, ricca di curiosità e creatività.

Nel salotto dello shopping inoltre è già iniziato il conto alla rovescia per i saldi della mid season, da venerdì 25 a domenica 27 ottobre inizieranno gli sconti fino al 40% sui prezzi outlet. Grande attesa per i visitatori che nei 36mila mq di superficie commerciale di Sicilia Outlet Village potranno approfittare di occasioni vantaggiose nei 170 negozi dei più prestigiosi brand nazionali e internazionali.

Con le nuove aperture nel più grande outlet del Sud Italia, Sicilia Outlet Village continua a consolidarsi come polo attrattivo per chi desidera uno shopping di qualità, arricchito da novità, eventi esclusivi e brand prestigiosi.


Arcus Real Estate è una società italiana della “galassia” Percassi fondata nel 2006 e specializzata nella commercializzazione e gestione di progetti immobiliari per il retail di lusso, outlet e full price.

Tra i progetti outlet di successo gestiti dalla società vi sono Sicilia Outlet Village (2010) che, a seguito dell’ampliamento della nuova terza fase, è attualmente l’Outlet Village più grande del centro sud Italia con un totale di 170 boutique dei marchi più prestigiosi, Torino Outlet Village (2017) che ha recentemente iniziato la fase di ampliamento di 50 nuovi negozi e ulteriori 11.000 mq di GLA. Già in fase di commercializzazione degli spazi avanzata, Roma Outlet Village, ultimo asset entrato nel portafoglio dell’azienda, inizierà i lavori di restyling entro la fine del primo semestre 2024. Tra i progetti full price, commercializzati da Arcus Real Estate, spicca Oriocenter che offre attualmente, dopo un recente ampliamento, 300 negozi con una GLA di 105.000 mq.

Tutti i progetti di Arcus Real Estate sono concepiti per essere vere e proprie “destinazioni turistiche per lo shopping” che aggiungono valore al territorio che li ospita essendo un polo di attrazione turistica ed un’occasione di crescita economica locale.


I PRESS,Sala Stampa e Comunicazione
CATANIA – Via Perugia 1, 95129
tel/fax 095 505133
www.i-press.it | www.i-pressnews.it 
staff@i-press.it 
Fb | Tw | Ln | Inst | Yt

Cuore del progetto STOP MORE FEEL MORE con gli artisti Matilde Sambo e Jingge Dong

L’esperienza immersiva che celebra l’arte e il design attraverso un percorso alla scoperta della città sarà inaugurata il prossimo 19 ottobre e rimarrà aperta al pubblico fino al 31 dicembre

In occasione della Venice Design Week, l’hotel Radisson Collection Palazzo Nani presenta “Venezia Incanta, un viaggio alla scoperta di Venezia che, con i suoi scorci suggestivi e le sue botteghe artigiane, accompagna giovani talenti nel loro processo creativo. Una città che diventa fonte inesauribile di ispirazione, dove maestranze locali trasformano idee in opere d’arte uniche.

L’iniziativa, aperta al pubblico a partire dal 20 ottobre fino al 31 dicembre, prende vita attraverso un duplice racconto: un percorso espositivo ospitato negli spazi dello storico Palazzo Nani, oggi sede del Radisson Collection Palazzo Nani, e un tour immersivo per le calli della città alla scoperta dei luoghi dove la creatività prende forma.

Il cuore del progetto è ospitato negli spazi dello storico Palazzo Nani, sede del Radisson Collection Venice Hotel, dove il 19 ottobre sarà inaugurata la mostra bi-personale degli artisti Jingge Dong e Matilde Sambo, curata da Niccolò Giacomazzi: STOP more FEEL more.

Un’esperienza estetica unica che unisce pittura e scultura in un dialogo armonioso con l’architettura del Palazzo e l’atmosfera suggestiva del luogo.

Al primo piano, i dipinti di Jingge Dong entrano in dialogo con gli elementi murari originali del palazzo, creando una sensazione di riempimento visivo. La loro presenza densa e vibrante si inserisce perfettamente negli ambienti storici, rafforzando il senso di immersione nell’opera. Al secondo piano, le sculture di Matilde Sambo si aprono a una dimensione diversa, più rarefatta e contemplativa, con opere che lasciano spazio attorno a loro, invitando il pubblico a rallentare e respirare insieme alle forme.

“Il percorso della mostra si snoda tra pieni e vuoti, un invito a rallentare e a immergersi in una riflessione profonda sulle dinamiche sensoriali ed emotive. Con STOP more FEEL more vogliamo esortare il visitatore a superare la superficie della realtà per abbracciare un mondo sensibile, dove lo sguardo diventa strumento creativo e trasformatore. Le opere dei due artisti sono cariche di elementi metamorfici che stimolano l’immaginazione, trasformando l’atto dell’osservare in una partecipazione attiva alla costruzione della realtà. Il titolo stesso, con il suo gioco tra l’inglese e il dialetto veneziano, suggerisce un’esperienza di ascolto più profondo: in inglese invita a fermarsi per percepire di più, mentre in veneziano ‘more’ evoca un legame affettivo, una dimensione intima e personale che arricchisce il significato dell’esposizione. È un percorso che vuole risvegliare le emozioni, creare connessioni e far riscoprire il potere dell’osservazione e dell’immersione nel presente.” – afferma Niccolò Giacomazzi, curatore della mostra.

Parallelamente alla mostra, il progetto si espande all’interno della città con un itinerario guidato alla scoperta delle botteghe artigiane, i laboratori e gli angoli nascosti di Venezia, dove la creatività e la tradizione si incontrano.

Un percorso inusuale che troverà espressione artistica in un un originale libretto illustrato, disponibile per gli ospiti dell’hotel, e non solo.

A completare questa esperienza immersiva, la collezione “Art de la Table” di Acqua di Parma arricchirà gli spazi del Radisson con i pezzi realizzati a Venezia e disegnati da artisti di fama internazionale come Gala Rotelli, Geminiano Cozzi e India Mahdavi.

“Venezia Incanta è un invito a riscoprire Venezia attraverso una prospettiva nuova, dove l’arte contemporanea e la tradizione artigiana si incontrano per dar vita a un racconto capace di incantare i visitatori. – afferma Stefano Ronchi, Field Activation Marketing Manager di Radisson Collection Hotels – Con questa mostra, si inaugura una serie di appuntamenti artistici che ci vedranno lavorare a stretto contatto con gli artisti emergenti selezionati direttamente dal territorio veneziano. Sia Dong che Sambo hanno come punto di partenza Venezia, città in cui vivono e lavorano, mentre le loro opere hanno varcato i confini lagunari e sono state esposte recentemente presso istituzioni e realtà affermate sia a livello nazionale che internazionale.”

Il progetto è stato realizzato con il supporto di Ruffino, storica azienda vitivinicola toscana fondata a Pontassieve nel 1877, fortemente legata al design e all’arte con la mostra ORObyRUFFINO, un progetto unico, ispirato dal suo iconico vino Riserva Ducale Oro e dal grande design italiano.

Matilde Sambo nata Venezia nel 1993 lavora attraverso video, scultura, suono e performance, generando narrazioni composite che si espandono e dialogano con lo spazio.

Il corpo, sia esso umano che animale-non umano, è il cardine attorno a cui si sviluppano e prendono forma i lavori. Le opere vengono generate come trame, intrecciando ricerche e riflessioni sull’evoluzione umana, la relazione del corpo con l’ambiente, la percezione sensoriale e la contrapposizione tra istinto e razionalità.

Ha partecipato a progetti e residenze artistiche nazionali e internazionali tra cui: Cinema Galleggiante, Microclima (Venezia), Forci Art Foundation (Lucca); Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia) In-ruins Residency (Sibari); Flussi Libro d’artista con Miniera Roma (Roma); VIR, Viafarini in Residence (Milano); Open Studio Fonderia Artistica Battaglia (Milano); Museo Campano (Capua); Art Colony, Bronze Symposium (Ungheria) e New Echo System, Palazzo degli Ulivi, Pro Helvetia (Venezia).

Tra le mostre personali si menzionano: Fulgur e Falsità in buona coscienza, aA29 Project Room (Milano); Dormiveglia, Associazione Barriera (Torino).

Jingge Dong, nato a Pechino nel 1989, vive e lavora a Venezia. Ha conseguito un Master presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e un MFA presso la Chinese National Academy of Arts. L’arte di Dong, esposta a livello internazionale in città come Berlino, Venezia, Milano e Mosca, esplora l’interazione tra le culture orientali e occidentali, fondendo simboli cinesi con tecniche occidentali. Il suo lavoro approfondisce le complessità dell’identità culturale, riflettendo il suo percorso personale di integrazione ed esplorazione. Le opere di Dong, presenti in prestigiose collezioni come la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia e Ca’Pesaro museo dell’arte moderna di Venezia, invitano gli spettatori a riflettere sul proprio senso di sé in un mondo interconnesso. Attraverso la sua visione artistica unica, sfida i confini tradizionali e favorisce un dialogo che trascende la geografia e il tempo. 

Niccolò Giacomazzi (Firenze, 1995) è un curatore indipendente. Laureato in Studi storico-artistici presso l’Università La Sapienza di Roma, poi ha conseguito il Master in Art Management alla Luiss Business School. Attualmente vive e lavora a Roma. Tra le ultime mostre curate si segnalano: Stato d’imprevisto, Scoletta della Bragora, Venezia (2024); Drive me acid, Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, Roma (2024); Misure di una distanza, SPACE HOUSE, Puramente immaginabile, tutte a Supernova, Roma (2024); Miti e leggende di storie reali, Vacunalia Festival, Vacone, RI (2023); Sottovesti, Chiostro di Santa Maria Sopra Minerva, Roma (2023); Platea, Lodi (2023); Contestabile, Contemporary Cluster, Roma (2023); In coda, Officine Brandimarte, Ascoli (2023); Ricchiamo, Spazio Y, Roma (2022); Il tempo scortese, Vacunalia Festival, Vacone, RI (2022). Per questo progetto è stato invitato da the Art Society a firmare la curatela della Mostra STOP more FEEL more.


Radisson Hotel Group

Radisson Hotel Group è un gruppo alberghiero internazionale che opera nell’area EMEA e APAC con oltre 1.320 hotel in funzione e in fase di sviluppo in più di 95 Paesi. Il gruppo alberghiero internazionale è in rapida espansione con un piano di crescita significativa del portafoglio. La promessa generale del marchio del Gruppo è Every Moment Matters (Ogni momento è importante) con un’etica di servizio firmata Yes I Can! La famiglia di marchi Radisson comprende Radisson Collection, art’otel, Radisson Blu, Radisson, Radisson RED, Radisson Individuals, Park Plaza, Park Inn by Radisson, Country Inn & Suites by Radisson e prizeotel, riuniti sotto un unico marchio commerciale Radisson Hotels. Radisson Rewards è il programma di fidelizzazione di Radisson Hotel Group, che offre un’esperienza elevata e rende ogni momento importante. Essendo il programma più snello del settore, i membri godono di vantaggi eccezionali e possono accedere ai loro benefici fin dal primo giorno in un’ampia gamma di hotel in Europa, Medio Oriente, Africa e Asia Pacifico. Radisson Meetings fornisce soluzioni su misura per qualsiasi evento o riunione, comprese alternative ibride che pongono gli ospiti e le loro esigenze al centro dell’offerta. Per maggiori informazioni, visitate il nostro sito web aziendale. Oppure contattate Radisson Hotels su: LinkedIn | Instagram | Twitter | Facebook | YouTube

Radisson Collection

Radisson Collection è una collezione di lusso e stile di vita che comprende proprietà iconiche situate in luoghi unici. Sebbene il carattere di ogni hotel Radisson Collection sia autentico per la sua posizione, tutti offrono un modello di vita contemporaneo per eccellenza, unito da un design su misura e da esperienze eccezionali in termini di ristorazione, fitness, benessere e sostenibilità. Progettato per gli ospiti e gli abitanti del luogo, ogni hotel Radisson Collection è definito da tutti coloro che lo visitano.


Per maggiori informazioni:
Radisson Collection Venice Hotel
Palazzo Nani – Cannaregio 1105, 30121 Venezia
Email: info@radissoncollectionvenice.com
Telefono: +39 041 5241023
Ufficio stampa 
Alessia Rizzetto PR & Communication
press@alessiarizzetto.com 

Aperta al pubblico la mostra “1950-1970. La grande arte italiana”

Da oggi 19 ottobre apre a Torino, nelle Sale Chiablese dei Musei Reali, una grande e inedita mostra dedicata ai capolavori dei più importanti artisti italiani del secondo dopoguerra.

PROROGATA FINO AL 16 MARZO 2025 LA MOSTRA

“1950-1970. La grande arte italiana.
Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte
Moderna e Contemporanea”


19 ottobre 2024 – 2 marzo 2025PROROGATA FINO AL 16 MARZO 2025

Musei Reali di Torino – Sale Chiablese, Torino

L’ingente numero di opere, per un totale di 79, proviene dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ed è riunito insieme per la prima volta fuori dal museo di appartenenza. Un’occasione straordinaria per dare vita a un progetto critico ed espositivo dal forte rigore scientifico e presentare a un ampio pubblico le testimonianze artistiche di una stagione irripetibile.

Prodotta da Musei Reali e Arthemisia con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la rassegna curata dalla Direttrice della GNAM Renata Cristina Mazzantini e dallo studioso Luca Massimo Barbero, è stata fortemente voluta e resa possibile da Mario Turetta, Capo Dipartimento per le Attività Culturali del Ministero della Cultura e direttore delegato dei Musei Reali di Torino.

“La mostra vuole mettere in luce – ribadisce la Direttrice Renata Cristina Mazzantini – la qualità, non sempre sufficientemente percepita, delle ineguagliabili collezioni della Gnam e di porre al tempo stesso l’attenzione sul ruolo da protagonista che la Galleria rivestì nella costituzione del patrimonio artistico italiano moderno e contemporaneo, grazie soprattutto al rapporto attivo che, nei suoi tre decenni al vertice della Galleria, la soprintendente Palma Bucarelli seppe intrecciare con gli artisti più significativi e innovativi di quella così alta stagione, da Burri e Fontana fino a Pascali.”

Il percorso espositivo mette bene in evidenza le origini di quello che fu un vero e proprio “movimento artistico tellurico”. “È un percorso intenso, – dichiara Luca Massimo Barbero – e, in più sale, è un vero corpo a corpo fra i “nuovi maestri” dell’arte italiana del dopoguerra, della quale si esplorano qui le radici e, per la prima volta, è possibile confrontarli al di fuori della collezione della GNAM.Per l’arte italiana si tratta dei protagonisti germinali, oggi identificati come gli interpreti internazionali dell’allora contemporaneità.

L’esposizione, suddivisa in dodici sale, si sviluppa in un avvincente percorso che propone confronti e dialoghi intercorsi negli anni del secondo dopoguerra tra gli artisti italiani più importanti, divenuti ormai irrinunciabile riferimento nel panorama artistico internazionale.
La mostra si apre con due lavori simbolici, uno di Ettore CollaRilievo con bulloni del ‘58/’59 e un altro di Pino PascaliL’arco di Ulisse del ’68; prosegue con una sala di capolavori di Capogrossi, tra cui una monumentale Superficie del 1963. Nella sala successiva viene indagato il tema della materia, elemento di ricerca fondamentale degli anni ’50, mettendo in dialogo due Concetti spaziali-Buchi di Lucio Fontana, tra cui uno del 1949, con lo straordinario “Gobbo” del ‘50 di Alberto Burri, rare opere di Ettore Colla, opere germinali di Mimmo Rotella e la ricerca astratta di Bice Lazzari.

Due sale mettono poi a confronto due maestri dell’astrazione: Afro e Piero Dorazio, maestri che nel secondo dopoguerra contribuirono al successo dell’arte italiana negli Stati Uniti.

Il “cardine della mostra”, come dichiara il co-curatore Barbero, si ha nel confronto tra due protagonisti indiscussi: Lucio Fontana e Alberto Burri; 11 emblematiche opere entrano in dialogo e, in particolare, si stabilisce un inedito accostamento tra il Concetto spaziale. Teatrino del 1965 del primo e il Nero cretto G5 del 1975 del secondo.

Il fermento artistico e creativo che si sviluppò a Roma tra gli anni ’50 e ‘60 è rappresentato in mostra da un enorme décollage di MimmoRotella del 1957 e, via via, dalle opere storiche di Giosetta Fioroni, Carla Accardi, Giulio Turcato, Gastone Novelli, Toti Scialoja, Sergio Lombardo, Tano Festa. Un ulteriore inedito confronto si sviluppa tra un intenso monocromo nero di Franco Angeli e alcuni importanti Achrome di Piero Manzoni.

A testimoniare poi l’importanza della Contemporaneità, un’altra sala dedicata all’ormai iconico quadro specchiante I visitatori del 1968 di Michelangelo Pistoletto e un’ulteriore alle celebri “Cancellature” di Emilio Isgrò.

Il percorso prosegue con un emozionante dialogo tra alcune significative opere di Mario Schifano (tra cui Incidente D662 del 1963) e altrettanto straordinari lavori di Pino Pascali (come Primo pianolabbra del ’64). Quest’ultimo, dissacrante artista concettuale, è il protagonista assoluto dell’ultima sala dell’esposizione, che presenta capolavori come Ricostruzione del dinosauro del 1966 e i Bachi da setola del 1968.

“La mostra è il risultato della cooperazione tra due prestigiose istituzioni museali di rilievo nazionale, quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e i Musei Reali di Torino – osserva Mario Turetta –; l’offerta culturale del complesso torinese, dopo le rassegne dedicate al patrimonio archeologico per il 300° anniversario del Museo di Antichità e al sistema dell’arte barocca esemplato dalla pittura del Guercino, si arricchisce di una esposizione che intende rivolgersi a pubblici cosmopoliti, mettendoli in relazione con le principali istanze poste dall’arte contemporanea in uno straordinario periodo storico, in un territorio che si inserisce tra i principali distretti di riferimento grazie a eventi internazionali, quali Artissima e Luci d’Artista, e alla presenza di importanti raccolte, pubbliche e private.”

La mostra vede come special partnerRicolamobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale e media partner La Stampa.

La mostra, oltre a sottolineare il trentennale rapporto che la soprintendente Palma Bucarelli ebbe con un gruppo eccezionale di artisti, mette in risalto la ricchezza delle collezioni del museo romano ed esalta i 21 artisti più rappresentativi che hanno animato una stagione senza precedenti nel panorama dell’arte moderna italiana.

LA MOSTRA
È la prima volta che un così cospicuo numero di opere realizzate dai grandi Maestri dell’arte italiana del secondo dopoguerra esce dalle sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ed entra, come un corpus coerente e organizzato, tra quelle dei Musei Reali di Torino. Esse testimoniano – pur nelle talvolta diametralmente opposte modalità espressive – la vivace temperie culturale italiana maturatasi tra gli anni Cinquanta e Settanta, divisa tra le ancora laceranti ferite della guerra e l’entusiasmo necessario alla ‘ricostruzione’, a cui paratatticamente rispose l’arte contemporanea. Impossibile in questa occasione non sottolineare il ruolo centrale nel dibattito artistico avuto, durante quei decenni, dalla Galleria Nazionale e, di rimando, da Palma Bucarelli, oramai ‘leggendaria’ direttrice di quell’istituzione, che ne resse le fortune dal 1941 al 1975. Senza citare i vari, già largamente noti episodi, vale comunque la pena citare quelli avvenuti attorno alla congiuntura del 1959, particolarmente sintomatici rispetto all’ accesa controversia tra astrattisti e realisti che coinvolse il mondo artistico, politico e intellettuale italiano. In quell’anno, infatti, l’onorevole Umberto Terracini avviava un’interrogazione parlamentare per conoscere l’importo speso dalla Galleria Nazionale per assicurarsi il Grande sacco di Alberto Burri. A queste provocazioni – reiterate a Bucarelli anche nel 1971 quando un’altra interrogazione parlamentare interessò la Merda d’artista di Piero Manzoni – la direttrice rispose con eleganza e intelligenza aprendo, nel marzo dello stesso anno, un convegno intitolato Rinnovamento delle arti in Italia e il contributo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che, invitando a parlare i più eminenti critici del tempo, pose il museo romano al centro di un dibattito fattivamente costruttivo in merito all’accesa querelle tra astrattisti e figurativi che la politica, invece, stava svuotando di significato. Questa ferrea volontà e convinzione verso le ragioni della contemporaneità portarono poi nel 1968 a inaugurare, da parte di Palma Bucarelli, uno degli allestimenti più noti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che è ancora oggetto di studio da parte della museologia e che aveva nelle sale monografiche dedicate ad Alberto Burri, Lucio Fontana, Ettore Colla e Giuseppe Capogrossi uno dei suoi momenti principali. Questi artisti, infatti, furono in qualche modo i ‘campioni’ della modernità dell’arte italiana del secondo dopoguerra, punto di avvio di infiniti altri filoni di ricerca che, talvolta, arrivarono a confutare del tutto le tesi di partenza su astrazione e informale – motivo per cui proprio le loro opere aprono la presente esposizione. Ma come si è voluto dimostrare nell’articolazione di questa mostra, le collezioni della Galleria Nazionale e le sue politiche di acquisizione non si cristallizzarono con il 1968. Già l’anno successivo, infatti, con l’ingresso di Lux9 di Nicolas Schoffer e l’allestimento di ben quattro ambienti dedicati all’arte cinetica e programmatica – nelle quali è impossibile non rilevare l’influenza di Giulio Carlo Argan, con il quale Bucarelli si confrontava fin dagli anni di studio – la Galleria Nazionale provocò la reazione di artisti attivi nella Capitale, critici rispetto alle ricerche di matrice gestaltica come Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Gastone Novelli, Mimmo Rotella, Tano Festa o Giulio Turcato. A questi artisti nella presente esposizione è dedicato ampio spazio, proprio a testimonianza di quel particolare milieu culturale capace di generare una ‘nuova mitologia’ dell’arte italiana -, come anche di Piero Dorazio e Luigi Boille che, platealmente, il 28 marzo 1968 rimuovevano le loro opere dalle pareti per donarle agli studenti di Valle Giulia accusando la Galleria Nazionale di voler nascondere “sotto un velo di apparente modernità […] un ordine che è sempre lo stesso”. Anche se in opposizione, però, quello con questa nuova generazione di artisti non fu una chiusura, bensì un dialogo – Dorazio stesso, più tardi, ammise “che l’unico critico a quell’epoca che cercasse di capire l’importanza di quanto facevamo e dicevamo era Palma Bucarelli” – che sapeva far propri i vocaboli più nuovi dell’arte e configurarsi come un vero e proprio laboratorio del contemporaneo. La Galleria Nazionale, prima di qualsiasi museo nazionale, fece infatti entrare nelle sue sale i quadri specchianti di Pistoletto, le corrosive critiche al potere costituito di Franco Angeli, le provocazioni di Piero Manzoni e, a meno di un anno dal suo tragico incidente in motocicletta, l’opera di Pino Pascali. Il suo lavoro chiude significativamente la presente mostra anche in virtù dell’essere stato un punto di avvio per quella situazione artistica che si riconobbe nella definizione di Arte Povera, che ebbe proprio qui, a Torino, un suo luogo d’elezione – con un’importante monografica grazie alla quale Bucarelli poté celebrare anche la capacità anti-museale che era riuscita a costruire all’interno della Galleria Nazionale, capace di smentire ed invalidare il “culto reverenziale dell’oggetto d’arte fatto per l’eternità”. Così, il percorso di questa mostra vuole consegnare al pubblico di oggi coloro che furono i Nuovi Maestri dell’arte moderna e contemporanea italiana, internazionalmente riconosciuti e capaci, attraverso la loro opera, di segnare profondamente il XX secolo.


Informazioni e prenotazioni
T. + 39 011 1848711
www.arthemisia.it

Hashtag ufficiale
#GNAMTorino
@arthemisiaarte
@lagallerianazionale
@museirealitorino

Ufficio Stampa Arthemisia
Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it
press@arthemisia.it | T. +39 06 69380306 | T. +39 06 87153272 – int. 332

Domenica 20 ottobre a Portopiccolo e a Sistiana nella Casa Atelier Mascherini

Con il titolo “Nel solco del tempo –Metamorfosi”, l’associazione Casa C.A.V.E. propone domenica 20 ottobre un evento in due fasi: alle ore 15.00 una passeggiata natur-artistica dalla Baia di Sistiana a Portopiccolo, sulle tracce del suo passato geologico e storico (Alla scoperta delle pietre carsiche) e alle ore 17.00 un incontro tra arte e danza contemporanea alla Casa Atelier Mascherini (Metamorfosi). L’evento è promosso nell’ambito della Rassegna “L’Energia dei Luoghi” e del progetto Carso Crea(t)tivo – 2a edizione, in sinergia con il Festival Danceproject Trieste, in collaborazione con l’Archivio Mascherini, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia.

DOPPIO EVENTO NATUR-ARTISTICO “NEL SOLCO DEL TEMPO – METAMORFOSI” 

Domenica 20 ottobre a Portopiccolo e a Sistiana nella Casa Atelier Mascherini

Le guide naturalistiche Esplore consentiranno di osservare con occhi nuovi il complesso di Portopiccolo, alla scoperta delle pietre carsiche, del suo passato come cava, dei piccoli dettagli che ancora ne mostrano la sua geologica personalità. Un incontro con la pietra (ritrovo alle 15.00 davanti all’entrata Castelreggio in Baia di Sistiana) culturale, ma anche materico, sensoriale e tattile che permetterà di incontrare il calcare nelle sue variegate forme e sfumature. Sarà inoltre visitato il Piccolo Parco Sculture, che ospita le opere degli artisti in residenza. come racconterà la presidente di Casa C.A.V.E. Fabiola Faidiga, e la mostra “Untitle” dell’artista/scultore Edi Carrer alla Portopiccolo Art GalleryL’evento è gratuito, iscrizionevia mail solo scrivendo a info@estplore.it – Informazioni: 340 7634805 (Sara)

Alla Casa Atelier Mascherini (alle 17.00 con ritrovo davanti al Ristorante San Mauro di Sistiana) viene proposta la speciale performance “Metamorfosi tra la danza contemporanea e la scultura di Mascherini, il cui progetto di e con Daša Grgič, con la collaborazione artistica di Leonardo Bordin – in sinergia con il Danceproject Festival ACTIS Associazione Culturale Teatro Immagine Suono di Trieste e l’Archivio Marcello Mascherini – riflette sul tema della trasformazione, sia interiore che esteriore. La coreografia, costruita su movimenti fluidi e in costante mutamento, evoca l’idea di cambiamento e rinascita. L’evento è un omaggio all’opera del noto scultore Marcello Mascherini e utilizza il linguaggio della danza per esplorare la metamorfosi come processo artistico e umano. Il pubblico è invitato a immergersi in una riflessione sulla natura del cambiamento e sulla sua influenza nell’arte e nella vita.
La performance è accompagnata dalla visita guidata alla Casa/Atelier del maestro. L’evento è a pagamento (10 € intero, 7 € ridotto per chi partecipa all’evento a Portopiccolo) prenotazione necessaria a info@actistrieste.org

Danzatrice e coreografa, Daša Grgič si diploma nel metodo Nikolais-Louis Technique (NLTTCP) a Firenze. La sua visione della danza è stata fortemente influenzata dall’incontro e lo studio con Carolyn Carlson a Parigi, dove ha lavorato con la Carolyn Carlson company al promo del suo nuovo film. Con il suo approccio aperto, curioso e interdisciplinare di rapportarsi alla danza è stata ospite di numerosi festival internazionali presentando le proprie performance e ricevendo diversi premi e riconoscimenti. Nel 2014 riceve dal Fondo pubblico per le attività culturali della Repubblica slovena il riconoscimento speciale “listina Meta Vidmar” per la sua attività di danza nell’ambito pedagogico e artistico.


Aps comunicazione Snc
di Aldo Poduie e Federica Zar
viale Miramare, 17 • 34135 Trieste
Tel. e Fax +39 040 410.910
zar@apscom.it

Casa Morandi, Bologna: L’Affare Morandi di Vittoria Chierici 

Casa Morandi, in collaborazione con MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e Museo Morandi del Settore Musei Civici Bologna, presenta la mostra L’Affare Morandi di Vittoria Chierici e a cura di Maura Pozzati, visitabile dal 19 ottobre 2024 al 6 gennaio 2025.

Settore Musei Civici Bologna | Casa Morandi

L’Affare Morandi
Di Vittoria Chierici
A cura di Maura Pozzati

19 ottobre 2024 – 6 gennaio 2025
Casa Morandi
Via Fondazza 36, Bologna 
www.museibologna.it/morandi

Opening
Venerdì 18 ottobre 2024 h 18.00

L’esposizione delle opere di Vittoria Chierici a Casa Morandi rappresenta la seconda fase di un più ampio progetto corale che ha preso il via il 4 e 5 giugno scorsi presso il Dipartimento educativo del MAMbo con un laboratorio indirizzato alle studentesse e agli studenti del Biennio di Pittura Arti Visive e di Didattica dell’Arte e Mediazione del Patrimonio Artistico del Corso di Storia e Metodologia della Critica d’arte tenuto dalla Prof.ssa Maura Pozzati dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il workshop è stato condotto da Vittoria Chierici, artista e ideatrice del progetto, coadiuvata dalla curatrice dell’iniziativa, Maura Pozzati. L’artista ha guidato le allieve e gli allievi presenti in un percorso alla scoperta del metodo di lavoro adoperato da Giorgio Morandi per realizzare le sue tele. La novità di questo progetto, infatti, non è nella riflessione sulle nature morte di Morandi dal punto di vista formale ma piuttosto sulla sua maniera di dipingerle. L’approccio adottato è pertanto tecnico e concettuale e testimonia che l’universo in cui Morandi operava era costruito intorno alla pittura. Un omaggio, dunque, non solo a Morandi ma alla pittura stessa: per Vittoria Chierici, artista contemporanea che si è già confrontata con l’arte dei maestri del passato, da Leonardo, Raffaello, Paolo Uccello fino a Boccioni, Picasso e Warhol, confrontarsi con il grande artista bolognese ha significato lavorare più sul suo metodo che non sulla forma, per poterlo raccontare al pubblico come se fosse una sorta di “officina” della pittura.

Nel periodo che ha preceduto il laboratorio, Vittoria Chierici ha visitato Casa Morandi e la residenza estiva del pittore a Grizzana Morandi per poi stilare l’elenco degli strumenti usati dall’artista e approfondire le sue abitudini di lavoro. Ne ha dedotto che ogni oggetto che circondava il pittore era lo specchio di una sua ben precisa idea; il cannocchiale ritrovato nello studio di Grizzana è riconducibile, ad esempio, al principio di copia dal vero e al rapporto della pittura con la realtà. Anche le consuetudini della sua pratica, come quella di colorare sia l’interno che l’esterno dei vasi, delle bottiglie e dei piccoli oggetti che avrebbe poi dipinto o quella di porre un velario sulla finestra per arginare lo sfolgorio della luce, rivelano per Chierici il rapporto dell’artista con lo spazio circostante. La composizione degli oggetti per i suoi lavori era il prodotto di un rituale ben consolidato che lo vedeva disporli su dei ripiani d’appoggio di fronte alla tela e ricalcarne le sagome su una carta da pacco per immortalarne la posizione. Operazioni compositive di questo genere per Chierici sono vicine a quelle di un astrattista che semplifica la rappresentazione degli oggetti per ridurne il loro potenziale narrativo.

A Casa Morandi, accanto all’atelier del pittore, trovano spazio le 19 opere esposte che Vittoria Chierici ha realizzato nel suo studio a Eastport, nel Maine, e a New York. I lavori, di piccolo formato ad acrilico, olio e gessetti su tavola, non sono soltanto da osservare ma anche da leggere: alla parte pittorica è infatti spesso associata un’area occupata da alcuni aforismi morandiani e di altri autori, fonte d’ispirazione per Chierici, i quali vengono puntualmente menzionati nel retro delle tele.

Ho preso a prestito alcuni personaggi della mia conoscenza di artista e di storica dell’arte per spiegare alcuni concetti visivi che sono alla base della nostra conoscenza del grande artista bolognese. Ho iniziato nel dividere su alcuni pannelli di masonite e su carta pressata a freddo due aree dove una è fissa perché lavorata con colori vinilici e olio e l’altra è mutevole perché lavorata a lavagna. I miei studi sono dunque dei dittici e contemplano la possibilità di cambiare, cancellando il testo o il disegno fatto alla lavagna. Mentre è immutabile la pittura. Questo accorgimento tecnico è nato dalla possibilità di realizzare con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna un laboratorio sul metodo di lavoro di Giorgio Morandi. La lavagna vuole essere anche una citazione dell’artista tedesco Joseph Beuys, mentre il modello operativo morandiano, la ripetizione dello stesso oggetto, la composizione compatta detta a fascia – ossia cogliere attraverso l’esperienza l’essenza – è un concetto che proviene dalla filosofia di Edmund Husserl. C’è poi un passaggio dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese che ho trovato molto appropriato: «Sappiamo che il più sicuro – e il più rapido – modo di stupirci è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto»”, racconta Vittoria Chierici.

A completare l’esposizione, nella sala conferenze di Casa Morandi, vi è il dittico di grandi dimensioni l’Esperienza sensibile #1, opera, prodotta grazie alla collaborazione con gli studenti e con le studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Bologna che hanno partecipato al laboratorio, composta da una lavagna contenente pensieri e schizzi, realizzati con gessetti colorati, i quali interpretano il modus operandi morandiano nel dare forma ai suoi oggetti, e da una tela dipinta da Chierici con la tecnica dello stencil.

Un altro lavoro realizzato con la stessa tecnica e nato dal momento di incontro con allieve e allievi è l’Esperienza sensibile #2, un polittico composto da 5 pezzi, visibile presso il Dipartimento educativo MAMbo dal 16 al 20 ottobre 2024.

Il terzo tassello del progetto a Casa Morandi è un filmato di 12 minuti, realizzato dalla film maker Livia Campanini, che racconta e riassume l’esperienza laboratoriale condotta da Chierici al MAMbo.
La curatrice del progetto, Maura Pozzati, nel suo saggio Lasciateci lavorare in pace scrive: “In un’intervista uscita sulla rivista «Tempo» nel maggio del 1958 Giorgio Morandi disse: «Ognuno deve fare quel che può e sa di poter fare. Lasciateci lavorare in pace. L’importante è entrare nella casa della pittura, non restare alla porta di essa». Questo invito a entrare nella casa della pittura, nell’officina morandiana vera e propria, Vittoria Chierici l’ha accolto e per ideare il progetto L’Affare Morandi e la mostra per Casa Morandi ha «inseguito» il pittore nei luoghi in cui ha lavorato, ha fotografato i suoi oggetti, ha parlato con chi l’ha conosciuto, ha chiesto suggerimenti con discrezione, curiosità e meraviglia. Perché il cammino che ha intrapreso Vittoria sulle orme di Morandi è stato lungo e pieno di insidie, difficilmente argomentabile come è in fondo la pittura stessa, perché «Non si conosce la strada per arrivare alla poesia. Si cammina senza sapere dove si va», altro aforisma di Morandi a cui segue: «L’arte è causa ed effetto di contemplazione. Dio può esser chiuso in un tubetto di colore». Questa intuizione geniale di Morandi di rinchiudere il divino, che per sua natura è una entità spirituale, in un tubetto di colore, che è il mezzo attraverso cui il pittore esprime la vita segreta delle cose, resta talmente fissata nella memoria di Vittoria Chierici da diventare il punto di partenza per produrre le opere di piccolo formato appese nella sala di fianco allo studio di Morandi, dove gli oggetti dipinti con la tecnica dello stencil dialogano con i suoi aforismi più illuminanti, scritti a mano da Vittoria in modo rapido e veloce, come se si trattasse di annotazioni sulla lavagna. «Il segreto dell’arte è un enigma» e «L’arte non ha funzione: è arte quando è arte, e basta» sono altre frasi che incontriamo nelle opere di Chierici, tese a visualizzare il pensiero di Morandi, focalizzandosi sull’aspetto mentale del suo lavoro e non su quello formale, e avvicinare l’enigma attraverso la pittura e la parola. È importante infatti sottolineare quanto sia forte il legame che esiste tra gli scrittori e il pittore bolognese: non a caso i primi a scrivere dell’arte di Morandi sono gli amici Giuseppe Raimondi e Riccardo Bacchelli e assidue sono le sue frequentazioni con i poeti, da Cardarelli a Bassani, passando per Campana”.


In una lettera indirizzata a Cesare Brandi, datata 7 agosto 1947, Giorgio Morandi scrive: “A Venezia la prego vivamente di aiutarmi a non esporre. In questo momento sento vivo il bisogno di un poco di tranquillità per potere pensare alle cose mie. Di mostre di miei quadri in questi anni dopo la liberazione ce ne sono state un poco ovunque. E io desidero solo un poco di raccoglimento indispensabile al mio lavoro ed ai miei nervi. Quindi sono deciso a non accettare nessuna offerta”. Le cose in realtà andranno diversamente dato che Morandi prenderà parte alla Biennale di Venezia del 1948, con 11 tele, esposte nelle sale dedicate a tre pittori italiani dal 1910 al 1920, accanto a Carrà e a De Chirico, vincendo il primo premio per la pittura. Ma al di là dell’ampio riscontro critico che l’opera morandiana riceve a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, uguale rimane l’atteggiamento del pittore rispetto alla risonanza, alla fortuna critica e al successo, tanto da dichiarare più volte di essere incline per “ragioni d’arte e di temperamento alla solitudine”. Qualche anno più tardi Morandi rilascia una lunga intervista a Leonida Répaci, che uscirà a maggio del 1958 sul “Tempo”, dove vengono riportate alcune frasi che il pittore dice “a mo’ di manifesto”, vere e proprie dichiarazioni di poetica da parte di un artista restio a esprimere le proprie idee e a concedere interviste, che si imprimono nella memoria come una massima, fatta per essere tramandata a voce, o meglio ancora come un insegnamento: “Ognuno deve fare quel che può e sa di poter fare. Lasciateci lavorare in pace. L’importante è entrare nella casa della pittura, non restare alla porta di essa”. Questo invito ad entrare nella casa della pittura, nell’officina morandiana vera e propria, Vittoria Chierici l’ha accolto e per ideare il progetto L’Affare Morandi e la mostra per Casa Morandi ha “inseguito” il pittore nei luoghi in cui ha lavorato, ha fotografato i suoi oggetti, ha parlato con chi l’ha conosciuto, ha chiesto suggerimenti con discrezione, curiosità e meraviglia. Perché il cammino che ha intrapreso Vittoria sulle orme di Morandi è stato lungo e pieno di insidie, difficilmente argomentabile come è in fondo la pittura stessa, perché “Non si conosce la strada per arrivare alla poesia. Si cammina senza sapere dove si va”, altro aforisma di Morandi a cui segue: “L’arte è causa ed effetto di contemplazione. Dio può esser chiuso in un tubetto di colore”. Questa intuizione geniale di Morandi di rinchiudere il divino, che per sua natura è una entità spirituale, in un tubetto di colore, che è il mezzo attraverso cui il pittore esprime la vita segreta delle cose, resta talmente fissata nella memoria di Vittoria Chierici da diventare il punto di partenza per produrre le opere di piccolo formato appese nella sala di fianco allo studio di Morandi, dove gli oggetti dipinti con la tecnica dello stencil dialogano con i suoi aforismi più illuminanti, scritti a mano da Vittoria in modo rapido e veloce, come se si trattasse di annotazioni sulla lavagna. “Il segreto dell’arte è un enigma” e “L’arte non ha funzione: è arte quando è arte, e basta” sono altre frasi che incontriamo nelle opere di Chierici, tese a visualizzare il pensiero di Morandi, focalizzandosi sull’aspetto mentale del suo lavoro e non su quello formale, e avvicinare l’enigma attraverso la pittura e la parola. E’ importante infatti sottolineare quanto sia forte il legame che esiste tra gli scrittori e il pittore bolognese: non a caso i primi a scrivere dell’arte di Morandi sono gli amici Giuseppe Raimondi e Riccardo Bacchelli e assidue sono le sue frequentazioni con i poeti, da Cardarelli a Bassani, passando per Campana. Nemica del chiasso e di qualunque cosa possa turbare la propria vocazione, la vita di Morandi si muove nell’orbita di un geloso ed esclusivo amore della pittura: soltanto nella pittura ha fede perché “Dio può essere chiuso in un tubetto di colore”, continuando a meditare di fronte agli oggetti che avvicina, allontana, sposta instancabilmente con infinita pazienza e totale concentrazione. L’impostazione enigmatica di certe sue composizioni, l’ambiguità percettiva, i rapporti tra i pieni e i vuoti, le sottili variazioni di toni e di colori comunicano un’elaborazione molto lenta, estremamente ricercata e meditata. Anche per Vittoria Chierici l’osservazione del reale è un’esperienza visiva e mentale tradotta nella pittura: dipingere è per lei una forma complessa di espressività, che si mette in rapporto con una tecnica specifica ma che ha dentro di sé grandi libertà, sia teoriche che materiali. Ne è un esempio evidente il progetto L’Affare Morandi, concepito in più fasi e che si avvale di tante collaborazioni, prima tra tutte quella con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna che si sono confrontati con i quadri di Morandi per la prima volta, scoprendo che sono molto più contemporanei e attuali di quanto avevano creduto, e riscoprendo l’emozione che le sue opere sanno suscitare. Probabilmente il vecchio pittore di Via Fondazza storcerebbe il naso di fronte a questo lavoro relazionale o forse no, dato che alla domanda di Répaci sull’astrattismo, nel già citato articolo sul “Tempo”, rispondeva testualmente: “C’è in esso qualche cosa che risponde allo spirito del nostro tempo. Non bisogna mettersi in posizione negativa di fronte a questa avanguardia. I responsabili sono loro, i giovani. Noi vecchi possiamo stare a guardare cercando di capire”.


SCHEDA TECNICA
Mostra
L’Affare Morandi
Di Vittoria Chierici
A cura di Maura Pozzati
Promossa da Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Museo e Casa Morandi
Sede Casa Morandi, Via Fondazza 36, Bologna
Periodo di apertura
19 ottobre 2024 – 6 gennaio 2025
Inaugurazione
venerdì 18 ottobre h 18.00 – 20.00
Orari di apertura
Fino al 27 ottobre 2024:
Sabato e domenica h 15.00 – 19.00
Dal 2 novembre 2024:
Sabato h 14.00 – 17.00
Domenica
 h 10.00 – 13.00 e 14.00 – 17.00
Dal lunedì al venerdì chiuso
Ingresso
Gratuito

Informazioni
Casa Morandi
Via Fondazza 36 | 40125 Bologna
Tel. +39 051 6496611 (centralino MAMbo)
www.museibologna.it/morandi
casamorandi@comune.bologna.it
Facebook: MAMboMuseoArteModernaBologna
Instagram: @mambobologna
YouTube: MAMbo channel

Settore Musei Civici Bologna
www.museibologna.it
Facebook: Musei Civici Bologna
Instagram: @bolognamusei
Ufficio stampa Settore Musei Civici Bologna
e-mail UfficioStampaBolognaMusei@comune.bologna.it
Elisabetta Severino – 
Tel. +39 051 6496658 e-mail elisabetta.severino@comune.bologna.it
Silvia Tonelli – Tel +39 051 2193469 e-mail silvia.tonelli@comune.bologna.it

In collaborazione con


Padova Jazz Festival 2024

Un vasto affresco di stili musicali e di generazioni a confronto: nel programma del Padova Jazz Festival 2024 trovano spazio glorie intramontabili (Billy Cobham), artisti che stanno emergendo con slancio nella scena internazionale (Lakecia Benjamin, Pablo Held con Nelson Veras), musicisti nel pieno della loro maturità espressiva (Richard Bona, Anat Cohen, Donald Harrison, Jonathan Kreisberg, Mauro Ottolini), talenti incredibili in proporzione alla giovanissima età (Hakan Başar). Altrettanto variegato è il panorama stilistico, dalla fusion storica alla più solida tradizione post bop (Rosario Giuliani con Pietro Lussu), dalle sonorità brasiliane (As Madalenas) a innumerevoli e fertili combinazioni che mettono in contatto mondi sonori anche distanti tra loro (Aliendee, Daniele di Bonaventura, Enrico Morello, Duo Hana).

I numerosi palcoscenici del festival si distinguono per le loro peculiarità architettoniche: dalle location di importanza storica come il Teatro Verdi e la sua Sala del Ridotto, la Sala dei Giganti al Liviano, il Caffè Pedrocchi, il Centro Culturale Altinate/San Gaetano alle aule dell’Università degli Studi di Padova.

Il Padova Jazz Festival è organizzato dall’Associazione Culturale Miles presieduta da Gabriella Piccolo Casiraghi, con il contributo dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Padova e il sostegno del Ministero della Cultura.

Il palcoscenico più prestigioso del Padova Jazz Festival sarà anche quest’anno il Teatro Verdi, che ospita le tre serate conclusive, con star jazzistiche che innescano un confronto tra generazioni diverse.

Apice artistico, e anche anagrafico, sarà Billy Cobham con la Time Machine Band (16 novembre). Classe 1944, Cobham è uno dei padri fondatori oltre che il più emblematico batterista della grande stagione fusion degli anni Settanta. Col suo stile ipercinetico e tumultuoso, figlio del jazz, del rock e del funk, ha definito i parametri ritmici di uno dei sottogeneri jazzistici più popolari. Da allora la traiettoria della sua stella è sempre rimasta altissima, sia come leader che come propulsore di gruppi altrui (da Miles Davis alla Mahavishnu Orchestra). Il settetto con cui si esibirà a Padova rispolvera un format ampiamente usato da Cobham negli anni Settanta: eseguirà infatti molte composizioni di album storici dell’epoca, a partire da Spectrum.

Altrettanto predisposto agli innesti stilistici è il bassista e cantante camerunense Richard Bona (14 novembre). Al basso, Bona è un prestigiatore del ritmo, conteso dai più importanti capigruppo del jazz, il pop e la musica latina. Mettendosi in gioco anche come cantante ha saputo creare un personale universo musicale che coniuga l’antico e il contemporaneo, il popolare e il sofisticato, l’Africa e l’occidente euro-americano. Il suo trio amalgama stilemi jazz, afro-cubani e africani, trovando affinità musicali tra mondi assai distanti tra loro. L’anagrafe (classe 1967) fa di lui un ponte verso la più giovane protagonista dei concerti al Verdi.

La sassofonista newyorkese Lakecia Benjamin (15 novembre) affronta la musica jazz nel modo più ampio e trasversale. Lakecia (classe 1982) è travolgente, impetuosa, rinnovatrice ma senza bisogno di contestare la tradizione, anzi costruendo su di essa e ponendosi come erede della memoria afroamericana. Il suo sound è innovativo, cangiante e poliedrico, ritmicamente incalzante, iniettato di funk per lo slancio e di R&B per l’espressività.

Uno dei format fondamentali del jazz moderno, il trio con pianoforte (in un caso con organo-chitarra), sarà al centro dei concerti del primo fine settimana del Padova Jazz Festival 2024.

Il 31 ottobre, nell’Aula Rostagni del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università degli Studi di Padova, l’inaugurazione del festival sarà, letteralmente, nelle mani del newyorkese Jonathan Kreisberg. Uno dei chitarristi jazz più influenti della sua città, ergo a livello internazionale, Kreisberg con il suo trio combina un melodismo senza tempo con tessiture sonore avveniristiche, frutto di una passione equamente suddivisa tra modernità e tradizione.

Per John Scofield si tratta di “uno dei migliori gruppi della musica di oggi”: è il trio del pianista tedesco Pablo Held, che l’1 novembre all’Auditorium Centro Culturale Altinate/San Gaetano accoglierà come special guest il chitarrista brasiliano Nelson Veras, una collaborazione in perfetto equilibrio tra linee jazz moderne e radici brasiliane.

Orgoglioso di ospitare i grandi protagonisti del jazz internazionale, il festival padovano si muove però sempre anche alla ricerca di giovani talenti che ancora non hanno raggiunto l’attenzione del grande pubblico. È il caso del turco Hakan Başar: pianista giovanissimo (appena maggiorenne) e a dir poco fenomenale (come appurò Chick Corea, il cui entusiastico giudizio gli ha aperto le porte della carriera internazionale). Il trio di Başar affronta un repertorio di classici del jazz rinnovandone l’espressività in un vortice di ritmo e un abbagliante intreccio di linee (il 2, Auditorium Centro Culturale Altinate/San Gaetano).

Come nell’alta cucina basata su ingredienti tipici ma accostati in abbinamenti inediti, esplorativi, tali da rilasciare sapori mai provati prima: i concerti della seconda settimana del Padova Jazz Festival trasformano ciò che è musicalmente familiare in qualcosa di mai sentito prima.

Il sassofonista Donald Harrison è la quintessenza della musica di New Orleans, jazz e non solo. Esuberante solista nell’ambito dell’hard-swinging-bop più puro, è però anche un mago del meticciato sonoro col suo ‘Nouveau Swing’, una miscela di jazz, R&B, hip hop, soul, rock, musica latina e caraibica. Il 7 novembre predisporrà le sue magie sonore in quartetto alla Sala dei Giganti al Liviano.

Sempre alla Sala dei Giganti l’8 si esibirà la clarinettista Anat Cohen, uno dei nomi più prestigiosi nel panorama dei clarinettisti jazz in attività. Nella sua musica convivono senza soluzione di continuità il jazz tradizionale, la sperimentazione, la musica classica e la tradizione sudamericana. E proprio quest’ultima è quella che emerge più distintamente con la band che si esibirà a Padova, il Quartetinho: un gruppo di virtuosi polistrumentisti assieme ai quali Anat ci rivela il suo lato più lirico e intimista.

Un altro talento visionario nel combinare tra loro gli elementi musicali è il trombonista Mauro Ottolini, che si esibirà in trio al Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova (il 9). Col suo personale eclettismo, Ottolini fa convivere ricerca sonora e amore per le tradizioni, utilizzando strumenti ancestrali e popolari (conchiglie, ottoni, fisarmonica e chitarra) per ottenere una sintesi sperimentale ma di immediato impatto emotivo. Quella di Ottolini è un’avventura melodica nella quale si mescolano tradizione italiana, blues, gipsy, rumbe esotiche, melodie e canzoni della più varia provenienza.

I concerti della domenica mattina, tutti alla Sala Rossini del Caffè Pedrocchi, scandiscono, chiudendole, tutte e tre le settimane del festival, con ascolti che vanno dal jazz all’altrove.

Il bandoneonista Daniele di Bonaventura si esibirà il 3 novembre in un solo che evoca canti sacri e passi di danza di sapore mediterraneo, creando l’impressione emotiva di un rito celebrativo.

Domenica 10, il batterista Enrico Morello, punto di riferimento per le varie formazioni di alto profilo del jazz nazionale, si presenterà come leader del quartetto “Cyclic Signs”, la cui musica parte dalle fondamenta ritmiche, che fungono da tracciati multiformi e inattesi per lo sviluppo dei brani.

Per l’ultima matinée domenicale, il 17, il Duo Hana (la cantante e percussionista albanese Hersi Matmuja e la liutista vicentina Ilaria Fantin) viaggia attraverso le musiche tradizionali dei paesi mediterranei e non solo, con la loro peculiare strumentazione in parte arcaica in parte etnica.

L’ultimo fine settimana del festival, la Sala del Ridotto del Teatro Verdi ospiterà tre concerti pomeridiani che faranno da riscaldamento per i grandi live serali al Teatro Verdi. Arditi accostamenti stilistici caratterizzano questi appuntamenti.

Si inizia il 14 novembre con l’omaggio a Charlie Parker del sassofonista Rosario Giuliani in duo col pianista Pietro Lussu. Un concerto che più jazz non si può, un viaggio nella poetica di un riferimento assoluto della musica improvvisata afroamericana, partendo da un fondamentale rispetto per la tradizione ma con la capacità poi di proporre nuovi punti di vista.

Cambio di rotta il 15: il duo As Madalenas (ovvero le cantanti e chitarriste Cristina Renzetti e Tatiana Valle) ci offre un gesto d’amore verso la musica brasiliana d’autore nelle sue più varie sfumature (samba, bossa, folklore) con l’aggiunta di canzoni originali capaci di competere con le emozioni dei grandi cantautori verde-oro.

Particolarmente spregiudicato è il live pomeridiano del 16: il beatboxer di fama internazionale Aliendee fa squadra con il sassofonista Alessandro Scala e il tastierista Mecco Guidi. La parola d’ordine è improvvisazione, ingrediente che fornisce il terreno di incontro alle peculiari capacità di un pioniere del beatboxing (la creazione di ritmi e l’imitazione di strumenti realizzate con la sola voce), un campione dell’hard bop come Scala e un artista del groove come Guidi.

Come da tradizione, i concerti principali del Padova Jazz Festival saranno affiancati da diversi appuntamenti che esplorano i rapporti tra il jazz e altre forme artistiche da esso influenzate. Le Scuderie di Palazzo Moroni dal 31 ottobre all’1 dicembre ospiteranno una mostra di Elena Carminati, una delle più prestigiose firme della fotografia jazz in Italia. Una seconda esposizione fotografica sarà allestita nella Sala Verde del Caffè Pedrocchi dal 22 ottobre al 30 novembre, con gli scatti di Giordano Minora.

Anna Piratti creerà per il festival un happening di arte visiva rivolto agli studenti dell’ateneo patavino, “Cum Grano Salis”(7 novembre, Torre di Archimede – Dipartimento di Matematica).



Ufficio Stampa Padova Jazz Festival
Daniele Cecchini
e-mail: daniele@musicforward.it
e-mail: dancecchini@hotmail.com