Elizabeth Waltenburg alla Rocca Colonna di Castelnuovo di Porto

Una pittura tra identità e alterità nel segno della ricerca interiore. Dal 9 maggio al 26 luglio la Rocca Colonna ospita circa 40 opere dell’artista franco-argentina. La mostra, curata da Giuseppe Stagnitta, indaga il tema dell’autoconsapevolezza attraverso una pittura gestuale e materica.


Venerdì 8 maggio alle ore 18.00 sarà inaugurata alla Rocca Colonna di Castelnuovo di Porto la mostra personale di Elizabeth Waltenburg, intitolata “Waldeinsamkeit”, a cura di Giuseppe Stagnitta, alla presenza del sindaco Riccardo Travaglini e delle assessore Fulvia Polinari e Alessia Lupino, con il patrocinio del Comune.
L’esposizione presenta circa 40 opere che sintetizzano il percorso dell’artista, incentrato sulla ricerca di sé attraverso il confronto con l’altro. Il titolo, dal tedesco “solitudine nel bosco”, richiama una dimensione introspettiva che trova nella pittura il proprio strumento di indagine, attraverso un linguaggio diretto, gestuale e materico.

Come sottolinea il curatore Giuseppe Stagnitta, il lavoro di Waltenburg si inserisce nella tradizione delle avanguardie di fine Ottocento, sviluppata poi nella grande pittura del Novecento, con opere caratterizzate da un tratto autentico e deciso. Il gesto pittorico diventa così un mezzo immediato di espressione, capace di tradurre un’esperienza interiore in una dimensione condivisibile.

La mostra si inserisce nel progetto culturale promosso dall’amministrazione comunale, volto a valorizzare la Rocca Colonna come spazio attivo per l’arte contemporanea. L’obiettivo è trasformare il complesso in un punto di riferimento culturale, capace di mettere in relazione la memoria storica con le pratiche artistiche del presente.

Elizabeth Waltenburg, nata a Buenos Aires, cresciuta a Parigi e residente a Roma, sviluppa una pittura che intreccia suggestioni di surrealismo, realismo magico e simbolismo. Le sue opere raffigurano spesso figure femminili enigmatiche immerse in ambientazioni sospese, accompagnate da presenze animali che richiamano i bestiari medievali, creando atmosfere cariche di mistero.

Nel corso della sua carriera ha esposto in numerose città internazionali tra cui Buenos Aires, Panama, Costa Rica, Barcellona, Parigi e Roma, oltre che in sedi italiane come Palazzo Stella di Genova e il MAEC di Milano. Tra i riconoscimenti ricevuti figurano il premio della Facultad de Bellas Artes Nueva Escuela di Buenos Aires nel 2005, l’Ecco Echo Award della Classical Roman Arts Foundation nel 2021 e premi in concorsi internazionali tra Genova e Lujan.

La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 9 maggio al 26 luglio, dal martedì alla domenica con orario 10:30–13:00 e 16:30–19:00. Gli spazi resteranno chiusi il lunedì e il 2 giugno. L’esposizione si svolge presso il Palazzo Ducale di Castelnuovo di Porto, in Piazza Vittorio Veneto 10.


Elizabeth Waltenburg è una pittrice franco argentina, nata a Buenos Aires, cresciuta a Parigi e attualmente residente a Roma. “L’arte è la mia lingua – scrive – le mie opere sono state descritte come surrealismo, realismo magico, simbolismo, femministe, raffiguranti figure femminili enigmatiche, ritratte in ambientazioni senza tempo, che trasmettono un senso di magia e mistero, una cornice perpetua e immobile, spesso popolata da strani animali che ricordano i bestiari medievali.”

Waltenburg ha esposto le sue opere in numerose gallerie e sedi culturali in giro per il mondo: Buenos Aires, Panama, Costa Rica, Barcellona, Parigi, Roma, al Palazzo Stella di Genova, al MAEC di Milano. Già vincitrice del Concorso dalla Facoltà delle Belle Arti, Nueva Escuela, di Buenos Aires nel 2005, ha vinto l’Ecco Echo Award della Classical Roman Arts Foundation di Roma nel 2021, ed è stata premiata al Satura International Contest (2014) di Genova e al XXVIII Salone Nazionale di Pittura del Museo Civico di Belle Arti di Fernan Felix Amador, di Lujan, nel 2006.

Giuseppe Stagnitta è laureato in Psicofisiologia Clinica all’Università “La Sapienza” di Roma. Nel 2026 ha curato “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli” al Museo Nazionale di Villa Pignatelli e “New York anni Ottanta. Il movimento culturale che ha rivoluzionato l’Arte, la Musica e la Moda dell’intero pianeta” al Palazzo della Cultura di Catania. Nel 2025 ha firmato “Warhol Banksy. Confronto tra due superstar della comunicazione” al Palazzo della Cultura di Catania e “Pop Japan” al Palazzo Gallo di Osimo. Nel 2024 ha curato per la Regione Lazio la personale di Emilio Leofreddi al WeGil di Roma, prodotta dalla Fondazione Terzo Pilastro – Mediterraneo. Tra i progetti precedenti si ricordano la mostra fotografica “L’inchiostro e lo sguardo – Immagini di due testimoni del Novecento: Inge Feltrinelli e Giulio Bollati” per Taobuk a Taormina (2017), “Fino all’ultimo respiro – Una generazione stellare” dedicata alla Scuola di Piazza del Popolo di Roma al Museo Platamone di Catania (2016), e “Abstracta – da Balla alla Street Art. 100 anni di storia dell’astrattismo con oltre 100 artisti italiani” al Museo Gagliardi di Noto (2018).

Nel corso della sua carriera, Stagnitta ha ricoperto diversi incarichi di direzione artistica: dal 2015 al 2017 è stato consulente alla cultura del Comune di Taormina e direttore artistico del Museo di Noto – Convitto delle Arti Noto Museum; dal 2009 al 2012 ha diretto lo spazio arte del Room26 di Roma; dal 2004 al 2008 è stato direttore artistico del Comune di Giardini Naxos; dal 1999 al 2003 ha diretto lo spazio arte del GOA di Roma; dal 1994 al 1998 lo spazio arte DDT, sempre a Roma. Nel 2011 ha ideato Emergence, Festival di Arte Pubblica di Giardini Naxos.

La mostra, visitabile gratuitamente, sarà aperta al pubblico dal 9 maggio al 26 luglio e potrà essere visitata dal martedì alla domenica, con orario 10:30–13:00 e 16:30–19:00. Il lunedì e il 2 giugno gli spazi resteranno chiusi. L’esposizione si svolge al Palazzo Ducale di Castelnuovo di Porto, in Piazza Vittorio Veneto 10.


Da Alessio Postiglione <alessiopostiglione@gmail.com>
Articolo redazionale

SHE: la street art al femminile in mostra a Roma raccontata da sei artiste


Sei artiste internazionali raccontano l’universo delle donne tra arte urbana e visioni contemporanee. Dal 9 maggio al 10 luglio 2026, Rosso20sette arte contemporanea ospita una collettiva dedicata allo sguardo femminile nella street art. In mostra opere su carta e tela, tra lavori inediti e produzioni realizzate per l’occasione.


A Roma, negli spazi di Rosso20sette arte contemporanea, apre al pubblico sabato 9 maggio 2026 alle ore 18.00 la mostra SHE Street (Art) – Her (Art) – Exhibition, a cura di Giorgio Silvestrelli. L’esposizione riunisce sei artiste di rilievo internazionale – Swoon, Patricia Mariano, Handiedan, Sandra Chevrier, Faith XLVII e Jacoba Niepoort – proponendo un percorso che attraversa la street art e l’arte urbana come linguaggi privilegiati per esplorare l’universo femminile.
Il titolo della mostra si costruisce attorno al pronome inglese “she”, trasformato in acronimo di Street (Art) – Her (Art) – Exhibition. Una formula che sintetizza l’intento curatoriale: da un lato l’appartenenza delle artiste al movimento della street art, dall’altro la volontà di sottolineare la centralità dello sguardo femminile nella produzione artistica contemporanea . Le opere in mostra – su carta e su tela, alcune inedite o realizzate appositamente – restituiscono un insieme articolato di sensibilità, tecniche e immaginari.

Il percorso espositivo mette in dialogo pratiche e poetiche differenti. Faith XLVII, tra le pioniere della street art al femminile, presenta lavori già esposti allo STRAAT Museum di Amsterdam, mentre Swoon – artista americana presente nelle collezioni del MoMA di New York – invita a una riflessione sospesa tra realtà e immaginazione con opere come Girl from Ranoon Province . Sandra Chevrier combina cultura pop e ritratto femminile, intrecciando elementi dei fumetti in composizioni dove identità e rappresentazione si sovrappongono, come in La Cage et la valeur de la vie.

Accanto a queste presenze, Jacoba Niepoort sviluppa una ricerca pittorica legata allo spazio urbano e alle emozioni condivise, mentre Handiedan costruisce complessi collage stratificati, in cui immagini e parole convergono in una narrazione visiva centrata sulla figura femminile . Completa il percorso Patricia Mariano, la cui pittura si muove tra realismo e dimensione simbolica, dando forma a visioni sospese e metaforiche.

SHE si configura così come una collettiva che non solo celebra la presenza delle donne nell’arte contemporanea, ma invita a osservare la complessità dell’universo femminile attraverso prospettive molteplici. Un progetto che afferma la libertà di interpretazione come valore centrale, restituendo allo spettatore un’esperienza aperta e stratificata.



Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo redazionale

OVERLAP: pittura e fotografia in dialogo da Von Buren Contemporary


A Roma la bipersonale di Leonardo Blanco e Donatella Izzo indaga stratificazioni visive e concettuali. Dal 7 maggio al 3 giugno 2026, la galleria Von Buren Contemporary presenta una mostra che mette in relazione linguaggi e pratiche diverse. Pittura e fotografia si incontrano in un percorso costruito su sovrapposizioni, materia e trasformazione dell’immagine.


Negli spazi di Von Buren Contemporary a Roma prende forma OVERLAP, una mostra bipersonale che accosta le ricerche di Leonardo Blanco e Donatella Izzo, aperta al pubblico con un vernissage articolato in due serate – giovedì 7 e venerdì 8 maggio 2026, dalle 18:00 alle 21:30 – e visitabile fino al 3 giugno .
Il progetto espositivo si fonda su un principio di sovrapposizione, evocato già nel titolo, che attraversa tanto le tecniche quanto le visioni dei due artisti. I dipinti di Blanco e le fotografie di Izzo costruiscono un dialogo serrato tra segno pittorico e immagine fotografica, generando un confronto dinamico che oscilla tra informale e figurazione, tra gesto e composizione . La stratificazione – materiale e concettuale – diventa il terreno comune su cui si sviluppa l’intero percorso.

Nel lavoro di Leonardo Blanco, questa dimensione si manifesta attraverso l’uso di inchiostri e acrilici applicati su supporti eterogenei come legno e alluminio. Le superfici si caricano di tensioni cromatiche e segni che riflettono una ricerca orientata all’equilibrio tra opposti – armonia e conflitto, affinità e contrasto – restituendo composizioni attraversate da una forte componente simbolica ed esistenziale .

Donatella Izzo, dal canto suo, presenta due nuclei di lavori. Il progetto No-portraits rielabora il concetto di ritratto attraverso interventi diretti sull’immagine – abrasioni, pittura, collage – prima dello scatto finale, mentre la serie più recente Post Eden // l’Ultra Natura si concentra su una riflessione sul paesaggio che supera la rappresentazione mimetica, indagando le energie e le interazioni tra natura e tecnologia .

Il dialogo tra i due artisti si articola così in una trama visiva complessa, dove le opere non si limitano a coesistere ma si rispondono, mettendo in discussione i confini tra media e linguaggi. OVERLAP si configura come un’indagine sulla trasformazione dell’immagine e sul suo continuo ridefinirsi, in un equilibrio instabile tra costruzione e dissoluzione.


Da Alessandra lenzi <alessandralenzi.press@gmail.com>
Articolo redazionale

Trieste, la Biennale Internazionale Donna chiude la quinta edizione

Sabato 2 maggio 2026 si conclude a Trieste la quinta edizione della Biennale Internazionale Donna. Al Magazzino 26 un appuntamento aperto al pubblico tra restituzione curatoriale e progetti speciali. Il finissage riunisce artiste, curatori e pubblico, affiancato da due progetti del programma Interferences.


La Biennale Internazionale Donna giunge al suo momento conclusivo con un finissage aperto al pubblico, in programma sabato 2 maggio 2026 dalle ore 17:00 al Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste. L’evento segna la chiusura della quinta edizione, intitolata “La Boemia sta sul mare – Esercitare discontinuità, immaginare altrimenti”, e rappresenta un’occasione di restituzione del percorso curatoriale sviluppato sotto la guida di Riccardo Rizzetto .
Pensato come momento di incontro e confronto, il finissage riunisce artiste, curatori, istituzioni e pubblico, offrendo uno spazio di dialogo che sintetizza le linee di ricerca emerse nel corso della manifestazione . La dimensione partecipativa dell’appuntamento riflette l’impianto della Biennale, orientato a interrogare pratiche e immaginari contemporanei attraverso prospettive plurali.

In parallelo, le giornate finali ospitano due progetti speciali inseriti nel public programme Interferences. Il primo, TRACEFORM – Bodies Under Regimes of Circulation, è una mostra effimera sviluppata a partire da un workshop con il Royal College of Art, che esplora le relazioni tra forma, logistica e sistemi di circolazione . Il secondo, STORIES AS FORMS, attivo fino al 2 maggio, prende invece avvio dalla tradizione ceramica di Sejnane, in Tunisia, trasformando la Biblioteca Effimera della Biennale in un archivio vivente di memoria e narrazione .

Il finissage si configura così non solo come chiusura, ma come momento di rilancio delle questioni emerse lungo il percorso espositivo, restituendo al pubblico una sintesi critica e condivisa dell’esperienza della Biennale.


Da Francesca Carmellino <francesca@studio-theo.com> 
Articolo redazionale

Passavamo sulla terra leggeri: fotografia e suono in dialogo alla FORO G gallery

Due giornate del format “WE TALK” tra video arte, incontro con gli autori e una zine artigianale. Un progetto che intreccia immagini e musica per riflettere sul rapporto tra essere umano e natura, ispirato al romanzo di Sergio Atzeni. Alla FORO G gallery, l’8 e 9 maggio, tra proiezioni, dialoghi e editoria indipendente.


Il format “WE TALK” della FORO G gallery torna con un doppio appuntamento dedicato al progetto Passavamo sulla terra leggeri, firmato dalla fotografa Caterina Sansone e dal musicista Emrays77. Un lavoro che nasce come omaggio al romanzo omonimo di Sergio Atzeni, pubblicato postumo nel 1996, e che rielabora in chiave contemporanea le radici storiche e mitologiche della Sardegna.
Nel libro, Atzeni affida il racconto dell’isola ai “custodi del tempo”, figure depositarie della tradizione orale che tramandano storie sin dalle origini, quando i primi uomini e donne approdarono via mare portando con sé rituali, danza e una visione cosmica del mondo. È da questo immaginario che prende forma il progetto artistico, ribaltandone però la prospettiva: l’essere umano contemporaneo, suggeriscono gli autori, non attraversa più la terra con leggerezza.

La narrazione visiva costruita da Sansone si sviluppa come una riflessione sul rapporto con la natura – sulle tracce che lasciamo, sul nostro posto all’interno di essa, sul mistero che continua ad avvolgerla. Elementi paesaggistici come corsi d’acqua, colline, campi coltivati e boschi si intrecciano con la presenza di un’adolescente, il cui corpo in trasformazione diventa misura del tempo e della relazione con l’ambiente.

A guidare questo percorso è la componente sonora di Emrays77, una trama musicale enigmatica che accompagna la sequenza fotografica in un viaggio sospeso tra dimensione onirica e percezione reale. Il risultato è un racconto per immagini che connette luoghi e momenti lontani, mantenendo costante una tensione tra quiete e inquietudine.

Il progetto sarà presentato attraverso due giornate: l’8 maggio, dalle ore 18, è prevista la proiezione della video art; il 9 maggio, dalle ore 10, si terrà un incontro con gli autori, affiancato dalla presentazione della zine omonima, realizzata a mano da Caterina Sansone con rilegatura a cucitura giapponese.

A curare l’iniziativa è Roberta Guarnera, che inserisce questo appuntamento nel solco del dialogo tra linguaggi contemporanei promosso dalla FORO G gallery, dove fotografia, suono e narrazione si incontrano per interrogare il presente attraverso le stratificazioni del mito e della memoria.


Da FORO G gallery <forog.gallery@gmail.com> 
Articolo redazionale

Un padiglione del dissenso: Pier Luigi Olivi tra arte e ideologia a Venezia


Al M.A.C.Lab. Space una mostra indipendente che interroga i simboli del potere contemporaneo. In concomitanza con la Biennale, un progetto espositivo fuori dai circuiti ufficiali mette al centro una riflessione critica sull’immaginario globale. L’arte diventa strumento di analisi e resistenza culturale.


Il 10 maggio, in parallelo all’apertura dei padiglioni ufficiali della Biennale di Venezia, inaugura negli spazi del M.A.C.Lab. Space a Cannaregio Of Stars and Strips Pavilion, mostra personale di Pier Luigi Olivi curata da Stefano Cecchetto . Un’iniziativa che si definisce fin da subito come indipendente e autonoma, collocandosi fuori dal perimetro istituzionale ma pienamente immersa nel dibattito contemporaneo.
Il progetto nasce come risposta critica al sistema dell’arte e al contesto geopolitico attuale, proponendo un “Padiglione del Dissenso” capace di accogliere una pluralità di voci e di riaffermare il ruolo attivo dell’arte. In questo scenario, la pratica artistica non si limita a rappresentare il reale, ma si configura come dispositivo di lettura e interpretazione, capace di mettere in discussione i meccanismi del potere .

Al centro della ricerca di Olivi vi è l’analisi dell’immaginario americano come sintesi visiva del potere globale. Simboli come la bandiera, il dollaro, la Statua della Libertà e figure iconiche della contemporaneità diventano materia di un linguaggio che rielabora la tradizione della Pop Art per sovvertirne i presupposti. Non più celebrazione dell’estetica di massa, ma sua decostruzione critica, attraverso immagini immediatamente riconoscibili e al tempo stesso destabilizzanti .

Opere come Love & Bucks trasformano l’iconografia dell’amore in una riflessione sul denaro come nuova forma di fede, mentre lavori come Flagquake propongono una visione frammentata della bandiera americana, metafora di una società attraversata da tensioni e contraddizioni. L’ironia, elemento centrale nella poetica dell’artista, si traduce in una messa in scena lucida e consapevole, lontana dalla caricatura e orientata a rivelare la natura ideologica delle immagini .

Il riferimento al pensiero di Pier Paolo Pasolini attraversa l’intero impianto teorico della mostra: se negli anni Settanta il potere appariva sfuggente e indefinibile, oggi si manifesta con chiarezza nei simboli del capitalismo globale. È proprio questa evidenza a rendere necessaria una nuova forma di resistenza culturale, in cui arte e pensiero critico possano contribuire a ricostruire un tessuto civile sempre più frammentato .

Inserita nel clima acceso che circonda i padiglioni nazionali della Biennale, la mostra si confronta anche con il rapporto tra arte e rappresentanza politica, tra libertà espressiva e responsabilità istituzionale. La posizione è netta: l’arte deve restare uno spazio libero, capace di costruire connessioni anche nei contesti più divisivi, senza rinunciare a una presa di posizione consapevole.

Più che una semplice esposizione, Of Stars and Strips Pavilion si presenta come un intervento critico nel presente. Un invito a interrogare le immagini che abitano il nostro quotidiano e a riconoscere le strutture di potere che le attraversano, restituendo complessità allo sguardo e aprendo a nuove possibilità di resistenza culturale.



Da Davide Federici – Ufficio stampa <info@davidefederici.it>
Articolo redazionale

Lo stato dell’arte: giovani visioni contemporanee al Museo della Grafica di Pisa

Quattro artisti under 35 raccontano il presente tra grafica, pittura, scultura e installazione. Una mostra che mappa la ricerca emergente nel territorio pisano, intrecciando opere e processi creativi. Al Museo della Grafica, fino al 24 maggio 2026, un progetto che restituisce la complessità dell’arte contemporanea giovane.


Dal 30 aprile al 24 maggio 2026 il Museo della Grafica di Pisa, negli spazi di Palazzo Lanfranchi, ospita Lo stato dell’arte. Giovani artisti in provincia di Pisa, un progetto promosso da Alkedo APS nell’ambito di Toscanaincontemporanea 2025 e diretto da Lorenzo Belli, con la curatela di Alessandro Romanini . L’esposizione si configura come il momento conclusivo di un percorso di ricerca e documentazione dedicato alle pratiche artistiche under 35 attive sul territorio.
In mostra una selezione di opere realizzate tra il 2025 e il 2026 da quattro artisti – Francesca Rossello, Louises Will, Waldon ed Enrico Bani – che, attraverso linguaggi differenti, restituiscono un panorama articolato della produzione contemporanea emergente . Il progetto si fonda su un lavoro di mappatura e analisi che intende offrire non solo una vetrina espositiva, ma anche uno strumento di lettura del presente.

Le ricerche presentate si sviluppano lungo direttrici eterogenee. Waldon, proveniente dalla street art, utilizza il segno come dispositivo di intervento sociale, mantenendo una tensione verso la dimensione collettiva anche nelle sue più recenti sperimentazioni grafiche. Enrico Bani, invece, indaga la scrittura come forma visiva: la parola perde funzione semantica per diventare struttura plastica e ritmo percettivo, generando campi visivi in cui la lettura si trasforma in esperienza.

Accanto a queste pratiche, Francesca Rossello sviluppa una riflessione sul rapporto tra corpo e natura attraverso sculture e opere tessili, dove la materia si carica di tensioni e memorie, mentre Louises Will costruisce ambienti visivi in cui elementi naturali e artificiali convivono in equilibrio instabile, restituendo una sensibilità segnata dalle inquietudini del presente .

Elemento distintivo del progetto è l’inclusione di video-documentari realizzati negli studi degli artisti, parte integrante del percorso espositivo. Questi materiali permettono di entrare nei processi creativi, nei contesti e nelle modalità operative, ampliando la fruizione oltre l’opera finita. A completare l’iniziativa, un catalogo raccoglie apparati visivi e testi critici sviluppati nel corso del lavoro.

L’allestimento mette in dialogo scultura, pittura, grafica e installazione, costruendo un’esperienza che alterna visione e approfondimento. Lo stato dell’arte si propone così come un’indagine sul contemporaneo, capace di restituire la pluralità delle ricerche e di evidenziare le tensioni che attraversano oggi la pratica artistica giovane.


Da Alkedo APS <info@alkedo.org>
Articolo redazionale

Metamorfosi intangibile: il filo rosso di Uemon Ikeda ridisegna lo spazio

A Roma, da PROSA_contemporanea, una mostra tra installazione, pittura e performance a cura di Alberto Dambruoso. Un progetto espositivo che intreccia Oriente e Occidente attraverso un segno minimo e potente: il filo rosso. Fino al 20 maggio 2026, Uemon Ikeda trasforma lo spazio in esperienza sensibile e partecipata.


Fino al 20 maggio 2026, gli spazi di PROSA_contemporanea a Roma ospitano Metamorfosi intangibile, mostra personale di Uemon Ikeda curata da Alberto Dambruoso, realizzata con il patrocinio dell’Istituto di cultura giapponese e della Fondazione Italia Giappone . Un progetto che si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista giapponese, attivo in Italia dagli anni Settanta, e che conferma la sua capacità di coniugare linguaggi e sensibilità differenti.
Fulcro dell’esposizione è un’installazione ambientale sviluppata in collaborazione con Ximena Robles: un filo rosso, composto da lana e seta, attraversa lo spazio della galleria ridefinendone i confini e invitando il pubblico a entrarvi in relazione diretta. Questo elemento, ricorrente nella pratica di Ikeda, assume una valenza simbolica profonda, legata alla tradizione orientale del “filo rosso del destino”, metafora di connessioni invisibili e indissolubili tra individui e luoghi.

L’intervento si colloca nella linea delle installazioni aeree che l’artista ha realizzato negli ultimi anni in contesti fortemente connotati – dalla Piramide Cestia al Palazzo Reale di Napoli – operando una trasformazione percettiva degli ambienti. Il filo diventa così strumento per costruire nuove architetture immateriali, capaci di mettere in dialogo interno ed esterno, pieno e vuoto, visibile e invisibile .

Accanto all’installazione, la mostra presenta una serie di acquerelli su carta che condividono con l’intervento spaziale lo stesso principio di equilibrio tra figurazione e astrazione. Le opere, caratterizzate da cromie vivaci e accostamenti intensi, restituiscono frammenti di quotidianità e pensieri esistenziali, spesso affidati a brevi frasi che si integrano nell’immagine come haiku visivi.

In occasione dell’inaugurazione, l’installazione è stata attivata da una performance di danza Butoh interpretata da Flavio Arcangeli. Questa forma espressiva, nata in Giappone negli anni Cinquanta, si fonda sulla liberazione degli impulsi fisici e mentali e si configura come una pratica profondamente trasformativa. Non a caso, il titolo della mostra richiama proprio l’idea di una metamorfosi immateriale: una trasformazione dello spazio che non si lascia afferrare ma che ogni spettatore è chiamato a ricostruire interiormente.

Il percorso di Ikeda – nato a Kobe nel 1952 e formatosi a Roma – si distingue per una continua oscillazione tra discipline e visioni. Dalla pittura all’installazione, dalla scrittura alla fotografia, la sua ricerca attraversa linguaggi diversi mantenendo una coerenza profonda, radicata nell’incontro tra rigore occidentale e sensibilità orientale. In questo equilibrio, Metamorfosi intangibile si configura come un’esperienza che supera la dimensione oggettuale dell’opera per aprirsi a una percezione più ampia, in cui spazio, corpo e relazione diventano elementi inseparabili.



Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo redazionale

Chi è il “bravo ragazzo”? Potere e risonanze minori alla Kelterborn Collection

Una collettiva a Venezia esplora controllo, linguaggio e percezione nel segno del “minore”. Alla Giudecca una mostra corale, curata da Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, rilegge il tema della Biennale 2026 come metodo operativo. Dodici artisti indagano le forme diffuse del potere tra tensione, vulnerabilità e controcanti sommessi.


A Venezia, negli spazi della Kelterborn Collection alla Giudecca, apre Who’s a good boy??, mostra collettiva che, in dialogo con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte, assume il “minore” non come semplice metafora ma come dispositivo critico. Curata da Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, l’esposizione traduce in chiave visiva ciò che in musica è modulazione emotiva: uno scarto di registro capace di introdurre instabilità, vulnerabilità e tensione senza negare la struttura dominante.
Il progetto affronta il tema del potere attraverso una partitura espositiva in cui gesti di comando e pratiche di controllo si intrecciano a segnali più attenuati, spesso relegati sullo sfondo. In un contesto storico segnato da conflitti, militarizzazione e sistemi di sorveglianza sempre più pervasivi, il “minore” diventa così uno strumento di lettura capace di incidere in profondità sulla percezione contemporanea.

Il titolo, tratto da un’opera di Nora Turato, si presenta come un comando ambiguo: seducente e insieme destabilizzante. In mostra, dodici artisti della collezione – tra cui Joseph Beuys, Gary Hill, Claire Fontaine, Laure Prouvost e Ulay – compongono un percorso coerente attorno a questioni politiche urgenti e nodi filosofici complessi, mantenendo una tensione costante tra qualità estetica e apertura di nuovi orizzonti interpretativi.

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Il percorso si articola in nuclei tematici distinti ma interconnessi. Un primo gruppo di lavori indaga l’etica della resistenza e le condizioni percettive del potere: Claire Fontaine riflette sulla nonviolenza come postura attiva, mentre Anke Röhrscheid esplora l’instabilità tra astrazione e minaccia. Le opere di Ulay introducono una dimensione storica, mentre Swen Bernitz porta l’attenzione sul controllo quotidiano, inteso come normalità amministrativa. In questo contesto, Joseph Beuys opera ai margini dello spazio espositivo, trasformando la ripetizione in un dispositivo di sottile destabilizzazione.

Un secondo asse si concentra sul linguaggio e sui suoi slittamenti: Gary Hill mette in crisi la stabilità del significato, Mariana Vassileva sospende la voce tra presenza e silenzio, mentre Victor Alarcon costruisce ambienti sensoriali in cui odore, respiro e movimento definiscono una fragile ecologia condivisa.

Un ulteriore nucleo affronta le infrastrutture invisibili del controllo e la costruzione della percezione. Sung Tieu e Renzo Martens analizzano i meccanismi della sorveglianza e delle economie dell’immagine, mentre Teboho Edkins propone l’ascolto come gesto etico. L’autorità emerge così non come evento spettacolare ma come pratica sedimentata, appresa e reiterata.

La dimensione più intima della mostra trova spazio in un ambiente raccolto dedicato a Laure Prouvost: qui il registro si fa fragile, quasi domestico, trasformando il linguaggio emotivo in una forma di fiducia. Un controcanto che riequilibra l’impianto generale dell’esposizione.

Who’s a good boy?? non cerca lo spettacolo, ma lo ricalibra. Attraverso continui slittamenti – dal comando all’esitazione, dalla dominanza alla risonanza – propone il “minore” come strategia critica, capace di rendere visibili le dinamiche più elusive del presente.

La mostra inaugura il 7 maggio 2026 e sarà visitabile fino al 27 settembre con ingresso libero presso la Kelterborn Collection, fondata da Julia e Mario von Kelterborn e impegnata nella promozione di artisti affermati ed emergenti sulla scena internazionale.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo redazionale

Cento capitale della lettura: torna il Festival del Premio Letteratura Ragazzi


Cinque giorni di incontri, autori e laboratori per celebrare il valore della lettura tra le nuove generazioni. Dal 5 al 9 maggio 2026, la città emiliana ospita la 47ª edizione di uno dei premi letterari più longevi d’Italia. Un programma ricco di eventi che coinvolge studenti, autori e illustratori in un dialogo vivo attorno ai libri.


Cento si prepara a diventare, ancora una volta, il cuore pulsante della letteratura per ragazzi. Dal 5 al 9 maggio 2026 torna il Festival del Premio Letteratura Ragazzi, giunto alla sua 47ª edizione, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento. Un appuntamento consolidato nel panorama culturale italiano, capace di coinvolgere ogni anno migliaia di giovani lettori, insegnanti e operatori del settore.
Nato nel 1978, il Premio rappresenta un unicum nel suo genere: primo e più longevo riconoscimento italiano dedicato alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, ha avuto tra i suoi protagonisti figure centrali come Gianni Rodari, primo presidente di giuria. Oggi mantiene una formula partecipativa e democratica che vede accanto alla giuria tecnica una vasta giuria popolare composta da oltre 13.000 ragazzi, chiamati a leggere e votare i libri finalisti dopo averli ricevuti gratuitamente nelle scuole, in Italia e all’estero.

Il Festival amplia e rende visibile questo processo, trasformando per cinque giorni la città in un laboratorio culturale diffuso. Incontri con autori, laboratori creativi, spettacoli e momenti di approfondimento si susseguono in diversi luoghi, offrendo un’esperienza immersiva che mette al centro il libro come strumento di conoscenza e relazione.

Ad aprire il programma, il 5 maggio al Teatro Pandurera, sarà la lectio magistralis dello psicoterapeuta Alberto Pellai, dedicata ai temi dell’educazione contemporanea. Nella stessa giornata spazio anche agli incontri con gli autori finalisti e ai laboratori per i più giovani, segnando fin da subito il carattere partecipativo della manifestazione.

Il calendario prosegue con appuntamenti pensati per diverse fasce d’età: dal teatro disegnato dal vivo con Gek Tessaro, alle attività di calligrafia e illustrazione, fino agli incontri con autori italiani e internazionali come Anthony McGowan e Charly Delwart. Un programma articolato che riflette la vitalità della letteratura per ragazzi, capace di affrontare temi complessi con linguaggi accessibili e coinvolgenti.

Particolare rilievo assume anche il Concorso Illustratori, giunto alla XXII edizione, che affianca il premio letterario valorizzando il ruolo dell’immagine nella narrazione contemporanea. Accanto ai finalisti, una mostra dedicata riunisce le opere selezionate, creando un dialogo tra arti visive e scrittura.

Il momento più atteso resta la cerimonia conclusiva del 9 maggio, quando verrà proclamata la classifica finale. A chiudere il Festival, la proiezione del film d’animazione Pinocchio di Guillermo del Toro, a sottolineare il legame tra letteratura e altri linguaggi narrativi.

Accanto al Premio, torna anche il riconoscimento speciale assegnato quest’anno ad Antonio Faeti, figura di riferimento nella cultura italiana per l’infanzia, autore e studioso che ha contribuito in modo decisivo alla diffusione e alla valorizzazione della letteratura per ragazzi.

In un’epoca segnata dalla rapidità digitale, il Festival del Premio Letteratura Ragazzi riafferma il valore della lettura come pratica di lentezza, concentrazione e crescita. Un invito a costruire legami attraverso le storie, restituendo centralità a un gesto semplice ma essenziale: leggere insieme.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com>
Articolo redazionale