Sulle Dolomiti un’estate di spettacolo che mette al centro il talento femminile

Da Veronica Pivetti ad Ambra Angiolini, passando per un omaggio a Ornella Vanoni e grandi appuntamenti musicali: la stagione culturale di Cortina d’Ampezzo intreccia teatro, concerti e paesaggio nel cuore delle Dolomiti

Tra luglio e settembre Cortina d’Ampezzo rinnova il proprio ruolo di palcoscenico culturale d’eccellenza. La rassegna CortinAteatro propone un programma che attraversa generi e linguaggi, valorizzando il contributo creativo delle donne e portando gli spettacoli nei luoghi più rappresentativi della conca ampezzana.


L’estate di Cortina d’Ampezzo non vive soltanto di montagne e panorami. Da alcuni anni la Regina delle Dolomiti ha scelto di affiancare alla propria vocazione turistica una proposta culturale sempre più articolata, trasformando teatri, piazze e rifugi in luoghi di incontro tra artisti e pubblico. È in questo contesto che si inserisce l’edizione 2026 di CortinAteatro, la rassegna promossa e sostenuta dal Comune di Cortina d’Ampezzo e organizzata dall’associazione Musincantus, in programma dal 3 luglio al 19 settembre, dopo i due appuntamenti inaugurali della primavera.
Il filo conduttore del cartellone è l’universo creativo femminile. Molti degli spettacoli sono infatti dedicati a grandi interpreti o vedono protagoniste artiste capaci di affrontare, con linguaggi differenti, temi legati all’identità, alla memoria e all’attualità. Un’impostazione che conferisce alla stagione una precisa identità culturale, senza rinunciare alla varietà delle proposte.

L’apertura, venerdì 3 luglio all’Alexander Girardi Hall, è affidata a Veronica Pivetti con L’inferiorità mentale della donna, testo di Giovanna Gra che ribalta, attraverso l’ironia, alcuni dei più assurdi stereotipi costruiti nel secolo scorso intorno alla figura femminile. Accompagnata dal musicista Anselmo Luisi, l’attrice alterna riflessione e comicità in uno spettacolo che mette continuamente in dialogo passato e presente.

Il 18 luglio spazio all’operetta con Cin-Ci-La, tra i titoli più celebri del repertorio italiano. Composta nel 1925 da Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato e proposta dalla Compagnia Corrado Abbati, l’opera conserva ancora oggi la leggerezza e il gusto teatrale che ne hanno decretato il successo per oltre un secolo. Ambientata in una Macao immaginaria, racconta le vicende dei giovani eredi al trono Ciclamino e Myosotis attraverso una partitura che appartiene ormai alla storia del teatro musicale italiano.

Il programma riserva poi uno degli appuntamenti musicali più prestigiosi della stagione con il concerto dell’organista francese Thierry Escaich, atteso il 1° agosto nella Basilica dei Santi Filippo e Giacomo in collaborazione con Organi Storici del Cadore. Compositore, improvvisatore e interprete tra i più autorevoli del panorama internazionale, Escaich è noto per la capacità di unire il grande repertorio organistico romantico e contemporaneo a un’improvvisazione di altissimo livello, trasformando ogni concerto in un’esperienza irripetibile.

La musica d’autore torna protagonista il 4 agosto con Senza Fine – Omaggio a Ornella Vanoni, produzione originale realizzata insieme all’Ensemble La Corelli. La voce di Cecilia Ottaviani, accompagnata dall’ensemble diretto dal primo violino concertatore Nicola Nieddu, ripercorre il repertorio di una delle interpreti più eleganti e influenti della canzone italiana, capace di attraversare jazz, musica leggera e teatro mantenendo una cifra stilistica inconfondibile.

Anche il pubblico più giovane trova spazio nella programmazione grazie alle tradizionali iniziative organizzate con il Parco delle Regole. Il 5 agosto è prevista l’escursione-spettacolo dedicata a Pierino e il lupo, la celebre favola musicale composta nel 1936 da Sergej Prokof’ev per avvicinare bambini e ragazzi alla musica sinfonica attraverso il racconto e i diversi timbri orchestrali. L’esecuzione è affidata ai solisti dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta.

Il 9 agosto la rassegna rinnova la collaborazione con il Dolomiti Blues & Soul Festival ospitando in piazza Dibona The Twisters with Alice Violato, formazione che propone un repertorio radicato nella tradizione blues ma aperto a sonorità contemporanee. La fine del mese è invece affidata alla comicità del duo veneziano Carlo & Giorgio, protagonisti il 28 agosto dello spettacolo 5 Schei de Mona, mentre il giorno successivo il pubblico potrà raggiungere il Rifugio Scoiattoli, alle Cinque Torri, per il tradizionale Tramonto in musica con il Coro Edelweiss A.N.A. Monte Grappa diretto da Massimo Squizzato.

A chiudere la stagione, il 19 settembre, sarà Ambra Angiolini con La misteriosa scomparsa di W, adattamento di un testo di Stefano Benni che segna il suo debutto alla regia. Definito un “soliloquio di gruppo”, lo spettacolo affronta la complessità dell’esistenza contemporanea attraverso la scrittura surreale e immaginifica dello scrittore bolognese, confermando la volontà di CortinAteatro di alternare intrattenimento e ricerca artistica.

Sostenuta dal Ministero della Cultura, dalla Regione Veneto, da RetEventi Provincia di Belluno e da numerosi partner pubblici e privati, la rassegna consolida così il proprio ruolo tra le principali iniziative culturali dell’arco alpino. In un territorio riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO per il valore delle Dolomiti, CortinAteatro dimostra come il paesaggio possa diventare parte integrante dell’esperienza artistica, facendo dialogare spettacolo, musica e natura in un progetto che anno dopo anno continua a crescere.


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Articolo a cura della Redazione Experiences

Quinn, il viaggio del cortometraggio italiano continua tra Europa e Messico

Dopo le selezioni a Lille e in Polonia, il film prodotto da GM Production approda all’Andaras Traveling Film Festival in Sardegna e prepara la partecipazione al Queer International Film Festival di Playa del Carmen

Quattro selezioni ufficiali in pochi mesi confermano il percorso internazionale di “Quinn”, cortometraggio diretto da Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi. Un’opera prima produttiva per GM Production che affronta il tema dell’identità e della libertà personale attraverso un linguaggio cinematografico essenziale e contemporaneo.


Il percorso di un cortometraggio si misura spesso nella capacità di attraversare luoghi, pubblici e sensibilità differenti. È quanto sta accadendo a Quinn, produzione indipendente italiana che, dopo l’esordio in Francia e il passaggio in Polonia, aggiunge una nuova tappa al proprio itinerario internazionale con la partecipazione all’Andaras Traveling Film Festival, in programma in Sardegna dal 30 giugno al 5 luglio 2026. La proiezione del film è prevista per il 3 luglio, mentre a novembre l’opera sarà protagonista anche in Messico, al Queer International Film Festival di Playa del Carmen.
Diretto da Gianluca Mangiasciutti e Stefano Usberghi e prodotto da GM Production, Quinn aveva già attirato l’attenzione della critica e dei selezionatori internazionali debuttando a Lille come unico cortometraggio italiano in concorso. Successivamente è stato inserito nella selezione ufficiale della diciassettesima edizione del LGBT+ Film Festival Poland 2026, consolidando un percorso che oggi raggiunge la quarta selezione ufficiale.

Il racconto prende forma attorno a un giovane impegnato in una difficile ricerca della propria identità sessuale. Dopo essere stato vittima di una violenta aggressione, decide di rintracciare il proprio assalitore, dando avvio a un percorso che diventa insieme fisico, psicologico e simbolico. La vicenda affronta questioni legate all’identità, al rapporto con il proprio corpo e alla percezione di sé in una società che spesso osserva senza intervenire.

Anche l’ambientazione contribuisce in maniera determinante alla costruzione narrativa. La Roma rappresentata nel film si allontana tanto dall’immagine monumentale quanto da quella periferica più conosciuta. A dominare la scena sono spazi urbani anonimi, stazioni della metropolitana, sottopassaggi e percorsi sotterranei che restituiscono una città impersonale, quasi indifferente, capace di amplificare il senso di isolamento del protagonista. Una scelta che richiama una tradizione del cinema europeo contemporaneo, dove l’architettura urbana diventa parte integrante del racconto emotivo.

Il finale rimane volutamente aperto, evitando soluzioni definitive e lasciando allo spettatore il compito di completare il significato della vicenda. È una costruzione narrativa sempre più frequente nel cinema d’autore contemporaneo, che privilegia la riflessione rispetto alla chiusura rassicurante del racconto.

A interpretare i due ruoli principali sono Costantino Seghi e Filippo De Carli, giovani attori chiamati ad affrontare personaggi psicologicamente complessi. Le loro interpretazioni accompagnano una narrazione che punta più sulla tensione interiore che sull’azione, mantenendo costante l’equilibrio tra dimensione personale e contesto sociale.

La distribuzione internazionale del cortometraggio è affidata a Sayonara Film, società specializzata nella circuitazione di opere brevi nei festival. Negli ultimi anni il cortometraggio ha infatti assunto un ruolo sempre più rilevante nel panorama cinematografico internazionale, rappresentando non soltanto uno spazio di sperimentazione artistica, ma anche uno dei principali strumenti attraverso cui nuovi autori e nuove produzioni possono costruire un percorso di riconoscimento prima dell’approdo ai lungometraggi.

Quinn rappresenta inoltre il debutto produttivo di GM Production, casa cinematografica indipendente nata come divisione cinema di Gruppo Matches. L’obiettivo dichiarato è sostenere giovani autori e progetti capaci di affrontare temi contemporanei attraverso linguaggi innovativi. Andrea Cicini, CEO del Gruppo Matches, sottolinea come il film affronti una questione di forte attualità quale la privazione della libertà, confermando la volontà dell’azienda di offrire spazio a creativi e registi emergenti.

La responsabile di GM Production, Cristina Borsatti, evidenzia invece la scelta di partire proprio dal formato breve, considerato il terreno ideale per accompagnare la crescita di nuovi autori. Tra i progetti già avviati figura anche un documentario cinematografico dedicato al campione olimpico di salto triplo Andy Diaz, segno della volontà di ampliare progressivamente il raggio d’azione della produzione.

L’attività di GM Production si sviluppa oggi su più ambiti, dalla produzione cinematografica ai documentari, passando per video aziendali, eventi e progetti audiovisivi. Il progetto si inserisce nella strategia di crescita di Gruppo Matches, realtà fondata a Roma nel 2019 e presente anche ad Aosta, Cagliari, Treviso, Pechino e Hong Kong. L’esperienza internazionale maturata nel settore della comunicazione e dello storytelling ha consentito all’azienda di estendere progressivamente il proprio interesse verso il linguaggio cinematografico, considerato uno strumento privilegiato per raccontare storie capaci di emozionare e stimolare una riflessione sul presente.

La nuova selezione all’Andaras Traveling Film Festival conferma così il crescente interesse internazionale per Quinn, un’opera che affronta temi universali attraverso uno sguardo personale e che continua il proprio cammino nei festival, portando il cinema indipendente italiano in contesti sempre più ampi e diversificati.


Da Media Gruppo Matches <media@gruppomatches.com> 
Da Cristina Borsatti <crisborsatti@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

A Reggio Emilia Palazzo Magnani riapre con Kandinskij, Klee e Malevič

La Fondazione Palazzo Magnani presenta il programma espositivo dell’autunno 2026 – 2027: dalla fotografia di Gregory Crewdson alle avanguardie storiche, fino alla grande retrospettiva dedicata al designer Denis Santachiara.

Dopo mesi di lavori, uno dei luoghi simbolo della cultura reggiana si prepara a riaprire le proprie porte. La nuova stagione della Fondazione Palazzo Magnani non rappresenta soltanto il ritorno di uno spazio espositivo storico, ma propone un articolato percorso tra fotografia contemporanea, arte del Novecento e design, costruendo un dialogo tra ricerca, innovazione e patrimonio culturale.


L’autunno 2026 segna una nuova fase per la Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, che presenta un programma espositivo capace di intrecciare linguaggi differenti e di valorizzare tre sedi storiche della città. Il calendario, articolato tra i Chiostri di San Pietro, Palazzo Magnani e Palazzo da Mosto, conferma la vocazione della Fondazione a mettere in relazione la fotografia contemporanea, la storia dell’arte e il design, consolidando un percorso culturale costruito negli ultimi decenni attraverso mostre di rilievo internazionale.

La stagione prenderà avvio ai Chiostri di San Pietro con Gregory Crewdson. Eveningside, in programma dal 10 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027. Curata da Jean-Charles Vergne e realizzata in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, la mostra raccoglie per la prima volta le tre serie che compongono il progetto fotografico sviluppato dall’artista statunitense nell’arco di circa dieci anni: Cathedral of the Pines (2012-2014), An Eclipse of Moths (2018-2019) ed Eveningside. Completa il percorso la proiezione del documentario Making Eveningside, dedicato alla realizzazione dell’ultimo capitolo della trilogia.

Gregory Crewdson è considerato uno dei maggiori interpreti della fotografia contemporanea. Le sue immagini, costruite con la complessità produttiva di un set cinematografico, trasformano ambienti quotidiani in scenari sospesi, nei quali luce, silenzio e attesa diventano strumenti narrativi. In Eveningside l’artista concentra lo sguardo sugli spazi urbani e sui luoghi del lavoro, sviluppando una ricerca che dialoga con il cinema noir, la pittura americana del Novecento e la tradizione fotografica internazionale. Nato come committenza delle Gallerie d’Italia di Torino nel 2022, il progetto è stato successivamente presentato in importanti istituzioni europee, tra cui Les Rencontres d’Arles, il VB Photography Center di Kuopio, il Museo Marubi di Scutari e il Musée de la Photographie di Charleroi.

Il momento più atteso della stagione sarà però la riapertura di Palazzo Magnani, interessato da un articolato intervento di riqualificazione tuttora in fase di completamento. La Provincia di Reggio Emilia ha sostenuto il progetto con un investimento complessivo superiore a 925 mila euro, destinato al restauro degli impianti, al nuovo allestimento museale e al recupero della facciata e del balcone storico. La riapertura, prevista nel mese di novembre, rappresenta un investimento non soltanto sull’edificio, ma sulla funzione culturale che Palazzo Magnani svolge da quasi trent’anni nel panorama italiano. Nel frattempo il cortile del palazzo è già tornato a vivere attraverso gli appuntamenti della rassegna estiva “Tra pop e popolare”, pensata per riavvicinare il pubblico agli spazi restaurati.

Ad inaugurare il rinnovato Palazzo Magnani sarà Le porte dell’invisibile. Kandinskij, Klee, Malevič alla luce del pensiero di Pavel Florenskij, visitabile dal 14 novembre 2026 al 14 marzo 2027. Curata da Roberto Cresti, Emilio Ferrario e Valentina Parisi con un autorevole comitato scientifico internazionale, la mostra propone un’indagine originale sulle relazioni tra arte, scienza e spiritualità all’inizio del Novecento. Il progetto prosegue idealmente il percorso di ricerca sviluppato dalla Fondazione con le esposizioni dedicate a Piero della Francesca ed Escher, affrontando ancora una volta il tema della rappresentazione dello spazio e della conoscenza.

Il percorso mette in dialogo opere di Vasilij Kandinskij, Paul Klee, Kazimir Malevič e di altri protagonisti delle avanguardie storiche con le icone russe e il pensiero del filosofo, matematico e sacerdote Pavel Florenskij, figura centrale della cultura russa del primo Novecento. Provenienti da importanti istituzioni europee, tra cui il Zentrum Paul Klee di Berna, la Collezione Costakis di Salonicco e la raccolta di icone bizantine di Intesa Sanpaolo, le opere accompagneranno il pubblico in un itinerario dedicato alla nascita di una nuova concezione dello spazio e dell’immagine, dove la ricerca artistica si intreccia con le trasformazioni della geometria, della fisica e della spiritualità.

Tra gli elementi più innovativi della mostra figura la collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che ha contribuito alla realizzazione dell’installazione Curvare lo spazio. Accanto al percorso storico saranno allestiti ambienti interattivi pensati per scuole, famiglie e pubblico generalista, nei quali ricostruzioni virtuali e strumenti didattici permetteranno di comprendere alcuni dei principi matematici e scientifici che hanno influenzato l’arte delle avanguardie. L’iniziativa sarà accompagnata da incontri pubblici dedicati ai rapporti tra arte, musica e scienza, realizzati in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, le comunità ortodosse, la Biblioteca Teologica cittadina e numerose istituzioni educative.

Il programma proseguirà il 12 dicembre con l’apertura, a Palazzo da Mosto, della mostra Denis Santachiara – Estasi dell’artificio, design dal 1966, prima grande ricognizione dedicata all’attività del designer emiliano. Figura di riferimento del design italiano contemporaneo, Santachiara ha attraversato oltre sessant’anni di sperimentazione lavorando tra design industriale, car design, arte e nuove tecnologie. Il percorso espositivo presenterà progetti, prototipi e oggetti che documentano una ricerca caratterizzata da ironia, immaginazione e continua contaminazione tra discipline, dedicando inoltre uno spazio alle nuove generazioni di designer selezionate dallo stesso autore.

Le tre esposizioni delineano con chiarezza l’identità culturale della Fondazione Palazzo Magnani, che continua a costruire un dialogo tra patrimonio storico e ricerca contemporanea, valorizzando il territorio attraverso collaborazioni con musei, istituzioni scientifiche e collezioni internazionali. Una visione confermata anche dall’anticipazione del programma 2027, anno in cui ricorreranno i trent’anni delle mostre di Palazzo Magnani e che vedrà la realizzazione del progetto ARP-ERNST. Amicizie e amori, dedicato alle relazioni artistiche e umane tra Hans Arp, Sophie Taeuber-Arp, Max Ernst e Dorothea Tanning.

Contestualmente alla presentazione del programma espositivo, il presidente Maurizio Corradini e il direttore Davide Zanichelli hanno illustrato anche l’Annual Report e il bilancio 2025 della Fondazione, sottolineando come il progressivo rafforzamento dell’organico e l’ampliamento delle attività culturali abbiano consolidato il ruolo dell’istituzione non solo nella produzione di mostre, ma anche nello spettacolo dal vivo, nella divulgazione e nelle iniziative di welfare culturale. Un percorso che conferma Palazzo Magnani come uno dei principali poli culturali dell’Emilia-Romagna e un punto di riferimento nel panorama espositivo nazionale.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Francesco Guadagnuolo interpreta il dibattito etico sull’intelligenza artificiale

Le tre opere dell’artista dialogano con l’Enciclica di Papa Leone XIV e con il recente intervento della Santa Sede alle Nazioni Unite, proponendo una riflessione visiva sul rapporto tra tecnologia, dignità umana e responsabilità.

Quando un’opera d’arte riesce a entrare nel cuore di un dibattito internazionale senza limitarsi a illustrarlo, assume una funzione che va oltre l’espressione estetica. È il caso della trilogia “Magnifica Humanitas” di Francesco Guadagnuolo, che si inserisce nel confronto contemporaneo sull’intelligenza artificiale proponendo una lettura simbolica della condizione umana nell’epoca delle tecnologie intelligenti.


Nel giro di poche settimane, il confronto internazionale sull’intelligenza artificiale ha ricevuto un impulso significativo da due interventi della Santa Sede. Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha promulgato l’Enciclica Magnifica Humanitas, dedicata alla dignità dell’uomo nell’era digitale, mentre il 19 giugno, durante un dialogo interattivo presso la sede delle Nazioni Unite di New York, la Delegazione della Santa Sede ha ribadito la necessità di una governance dell’intelligenza artificiale fondata sulla responsabilità etica. In questo contesto si colloca la trilogia pittorica Magnifica Humanitas di Francesco Guadagnuolo, presentata come un contributo artistico capace di affiancare e interpretare visivamente tali riflessioni.

L’artista, pittore e scultore nominato Ambasciatore di Pace dalla Universal Peace Federation, organizza il proprio percorso in tre opere che affrontano alcuni dei temi centrali del nostro tempo: il rapporto tra tecnica e persona, la fragilità dell’uomo, la memoria della storia e la possibilità di una riconciliazione. La trilogia si sviluppa attraverso una struttura narrativa nella quale due simboli biblici – Babele e Gerusalemme – rappresentano rispettivamente la dispersione generata dall’uso disordinato della tecnica e l’orizzonte della comunione e della pace.

Il primo dipinto, La luce che discende, inaugura il ciclo con una visione di Gerusalemme immersa in una luce soffusa che attraversa il cielo mediante veli perlacei all’interno dei quali affiorano croci integrate nella composizione. La città appare velata, mentre lungo le sue strade sono disseminati segni che richiamano la memoria delle guerre e delle sofferenze umane. L’opera suggerisce che la dignità della persona non nasce dalla forza o dall’autosufficienza, ma dalla capacità di riconoscere la propria fragilità e di lasciarsi attraversare dalla luce. È una lettura simbolica che il comunicato mette in relazione con i contenuti dell’Enciclica, senza volerla illustrare letteralmente ma proponendone una traduzione visiva.

Con La ferita dell’uomo il linguaggio simbolico si sposta nel presente. Al centro della composizione compare una giovane donna che tiene nella mano destra uno smartphone e nella sinistra un fiore bianco. I due elementi rappresentano due dimensioni solo apparentemente contrapposte: da una parte la tecnologia, dall’altra la natura. L’equilibrio precario della figura allude alla condizione contemporanea, nella quale l’innovazione procede con velocità crescente mentre la riflessione etica fatica a seguirne il ritmo. Guadagnuolo non propone un rifiuto della tecnica, ma invita a ricercare un rapporto capace di mantenere insieme progresso tecnologico e valore della persona. Nel comunicato questa immagine viene interpretata come una rappresentazione della “Babele digitale”, una rete globale che connette ma può anche frammentare.

La trilogia si conclude con La Riconciliazione, opera nella quale un orizzonte dorato avvolge la scena restituendo l’idea di un tempo aperto alla speranza. Al centro compare il pane della solidarietà, assunto come simbolo di una comunità che supera la dispersione e ritrova la propria unità. La Gerusalemme celeste domina la parte superiore della composizione, mentre il tema della pace diventa il punto di approdo del percorso. La frattura non viene cancellata, ma ricomposta attraverso un processo di riconoscimento reciproco che restituisce centralità alla dignità condivisa.

Il rapporto tra arte e tecnologia costituisce da tempo uno dei temi più discussi della cultura contemporanea. Dall’arte concettuale alle sperimentazioni digitali, numerosi artisti hanno utilizzato le innovazioni tecnologiche come strumenti espressivi o come oggetto di riflessione critica. La proposta di Guadagnuolo si colloca invece sul terreno dell’etica visiva: la tecnologia non è rappresentata come semplice progresso tecnico né come minaccia inevitabile, ma come realtà che richiede discernimento, responsabilità e una continua attenzione alla persona.

La riflessione si inserisce inoltre in un dibattito sempre più ampio che coinvolge istituzioni politiche, comunità scientifica e organizzazioni internazionali. Negli ultimi anni, infatti, anche l’Unione Europea, l’UNESCO e diversi organismi delle Nazioni Unite hanno promosso documenti dedicati ai principi etici dell’intelligenza artificiale, ponendo al centro temi quali trasparenza, tutela dei diritti fondamentali e responsabilità nell’impiego degli algoritmi.

Alla luce dei recenti interventi della Santa Sede, la trilogia Magnifica Humanitas assume quindi il significato di una proposta culturale che utilizza il linguaggio dell’arte per affrontare questioni oggi centrali nel dibattito pubblico. Le tre opere non offrono soluzioni tecniche né intendono sostituirsi al confronto filosofico o teologico, ma costruiscono un itinerario simbolico nel quale la persona rimane il punto di riferimento imprescindibile anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale. È in questa prospettiva che il progetto di Francesco Guadagnuolo si propone come uno spazio di dialogo tra arte, spiritualità e riflessione etica, riportando al centro il valore dell’umano nel tempo delle macchine intelligenti.


Da osservatorioartecont@libero.it 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Cinema d’iDEA, il coraggio delle donne raccontato dal cinema del mondo

Da Roma uno sguardo internazionale su diritti, identità e memoria: la decima edizione del Women’s International Film Festival premia opere che affrontano senza reticenze le grandi questioni del presente

Documentari, lungometraggi e cortometraggi provenienti da Europa, Medio Oriente e America hanno animato la decima edizione di Cinema d’iDEA. Un festival che conferma la vocazione della Capitale come luogo di confronto culturale e di riflessione sul ruolo delle donne nel cinema e nella società contemporanea.


Cinema d’iDEA – Women’s International Film Festival si è conclusa. La decima edizione della manifestazione romana, svoltasi dal 18 al 24 giugno, ha scelto come filo conduttore il tema del coraggio, trasformando la sala cinematografica in uno spazio di ascolto e di confronto sulle questioni più urgenti del nostro tempo.
Diretta da Patrizia Fregonese de Filippo e realizzata con il patrocinio del Municipio I Roma Centro e il sostegno di ANAC – Associazione Nazionale Autori Cinematografici e di AUT – Federazione Autori, la rassegna si conferma il primo festival della Capitale interamente dedicato alla regia femminile. Fin dalla sua nascita, Cinema d’iDEA ha costruito un percorso di attenzione verso il cinema realizzato dalle donne, contribuendo a dare visibilità a sguardi spesso poco rappresentati nei grandi circuiti distributivi.

Il riconoscimento per il Miglior Lungometraggio Documentario è stato assegnato al film tedesco Girls Don’t Cry di Sigrid Klausman. La giuria ne ha apprezzato la capacità di restituire un ritratto autentico e profondamente umano di ragazze adolescenti provenienti da diverse parti del mondo, affrontando temi come la speranza, la costruzione dell’identità e la resilienza attraverso una narrazione semplice ma di forte impatto emotivo.

Lo Special Award è andato invece a Run Me Wild, opera prima della regista tedesca Catharina Lott. Il film è stato premiato per la delicatezza della regia e per l’intensa direzione delle interpreti, capaci di raccontare con autenticità la nascita di un sentimento che fatica a manifestarsi per il timore di non conformarsi alle aspettative sociali. La giuria ha inoltre voluto rendere omaggio alla giovane attrice protagonista, recentemente scomparsa, la cui interpretazione è stata definita il cuore pulsante dell’opera.

Il Courage Award, assegnato dalla giuria presieduta dalla regista iraniana Azadeh Bizargiti, è stato conferito a Dear Lara, coraggiosa opera prima della violinista di fama internazionale Lara Saint John. Il documentario affronta il tema degli abusi e delle omissioni nel mondo della musica classica, portando alla luce testimonianze che riguardano molestie e violenze mai perseguite e chiamando in causa figure di grande notorietà. Il film è stato riconosciuto come un’opera necessaria, capace di dare voce alle vittime con rigore e profonda umanità.

Il Premio per la Migliore Fotografia è stato attribuito al documentario tunisino Exile, diretto da Yesmine Fersi, Lina Hamouda e Minyar Mrabti. Realizzato da tre giovani cineaste tunisine impegnate negli studi cinematografici in Germania, il lavoro affronta la repressione della comunità LGBTQIA+ in Tunisia e le difficoltà della prevenzione dell’HIV, adottando soluzioni visive che proteggono l’identità delle persone coinvolte e trasformano l’urgenza del racconto in una scelta estetica di particolare efficacia.

Tra gli altri riconoscimenti figurano il premio per il Miglior Documentario di Media Durata a Where Is Home di Lamtiar Simorangkir, il Best International Short assegnato al cortometraggio iraniano Hidden Moon di Mahsa Ahmadzadeh e il premio riservato agli studenti della Libera Università del Cinema, andato allo spagnolo La Croce di Elisa di Arianna Usai.

Tre menzioni speciali hanno inoltre evidenziato l’ampiezza degli sguardi proposti dal festival. Full Steam Ahead delle registe islandesi Susan Muska e Greta Olafsdottir ha affrontato i temi dell’ambiente e delle molestie sessuali nel mondo scientifico; il documentario iraniano Second Breath di Mojgan Ilanlou ha denunciato la violenza del regime nei confronti delle donne; mentre l’americano The Kahiki 3 and Me di Amber Monet ha ricostruito episodi di discriminazione razziale, restituendo una vicenda storica ancora drammaticamente attuale.

La serata conclusiva è stata accompagnata dalla lettura di poesie iraniane e palestinesi interpretate da Rita Pasqualoni e Romano Talevi, con l’accompagnamento musicale del maestro Tiziano Novelli. Particolarmente intenso è stato anche il momento dedicato alla proiezione di Women Who Said No, film del regista iraniano Sepher Atefi sulle persecuzioni subite dalla comunità Bahá’í, arricchito dalla testimonianza di Yaganeh Agahi, incarcerata tre volte da innocente e divenuta simbolo di una resistenza civile e personale che ben rappresenta lo spirito di questa edizione.

A dieci anni dalla sua nascita, Cinema d’iDEA dimostra così che il cinema al femminile non costituisce un genere a sé, ma un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni della società. Attraverso storie di donne, di minoranze e di comunità marginalizzate, il festival romano continua a indicare nel coraggio non un gesto eccezionale, ma una pratica quotidiana di consapevolezza, memoria e libertà.


Da Cristina Borsatti <crisborsatti@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Shu Takahashi all’Aquila, il mondo fluttuante di un artista tra Giappone e Italia

La Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dedica una grande mostra a uno dei più raffinati interpreti del dialogo tra Oriente e Occidente, protagonista del programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026

Dipinti, documenti e opere provenienti da collezioni italiane e giapponesi raccontano il percorso di Shu Takahashi, artista capace di fondere l’essenzialità della tradizione nipponica con le ricerche delle avanguardie europee in un linguaggio di sorprendente modernità.


Esistono artisti che abitano un solo luogo e altri che trasformano il viaggio in una forma del pensiero. Shu Takahashi appartiene a questa seconda categoria. La sua opera, sospesa tra Giappone e Italia, tra spiritualità orientale e sperimentazione contemporanea, è al centro della mostra «七転び八起き – Nanakorobi Yaoki. Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava», sarà inaugurata il 2 luglio alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre e visitabile fino al 4 settembre nell’ambito del programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. L’esposizione, curata da Anna Imponente in collaborazione con Ari Takahashi, figlio dell’artista, nasce dall’amicizia e dal dialogo intellettuale che legarono Shu Takahashi a Giorgio de Marchis, storico dell’arte, già Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e successivamente direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. Proprio da questo rapporto nacque il dono di un nucleo di opere oggi conservato dalla Fondazione aquilana, attorno al quale si sviluppa il percorso espositivo, arricchito da prestiti provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e giapponesi.

Il titolo della rassegna richiama un antico proverbio giapponese, «cadere sette volte, rialzarsi l’ottava», espressione che sintetizza l’idea di resilienza e di perseveranza. Un concetto che assume un significato particolare all’Aquila, città segnata dalla prova del terremoto e dalla capacità di ricostruire attraverso la cultura e la memoria. La stessa direttrice della Fondazione, Diana Di Berardino, sottolinea come Italia e Giappone condividano esperienze storiche e sensibilità analoghe, trovando nell’arte un terreno di reciproco riconoscimento.

Nato nel 1930 nella prefettura di Hiroshima, Shu Takahashi si avvicinò alla pittura come esigenza di libertà e di espressione personale. Dopo il Gran Premio dei Nuovi Artisti ottenuto nel 1961 al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo con l’opera Strada della luna, nel 1963 si trasferì a Roma grazie a una borsa di studio del Governo italiano. Il soggiorno italiano rappresentò un momento decisivo della sua formazione. L’incontro con lo spazialismo di Lucio Fontana e con il vivace clima delle avanguardie europee non cancellò le sue radici orientali, ma contribuì a rafforzare una ricerca fondata sul dialogo tra culture differenti.

Dopo una prima fase caratterizzata da opere monocrome e da una forte impronta zen, nel 1966, in occasione della sua prima personale alla Galleria del Cavallino di Venezia, Takahashi introdusse una tavolozza di colori vibranti e materiali innovativi come smalti nitrati e acrilici. La pittura si aprì così a una dimensione più vitale e sensuale, in cui il colore divenne energia, movimento e celebrazione della vita.

La sua produzione si sviluppò lungo un percorso del tutto personale. Da un lato l’artista assimilò la tradizione figurativa giapponese, in particolare la teoria del colore dell’Ukiyo-e e il gusto per le superfici compatte e avvolgenti; dall’altro accolse suggestioni provenienti dal minimalismo e dall’astrazione occidentale. Nacquero così le celebri shaped canvas, tele sagomate dai margini curvilinei che superano la distinzione tra pittura e scultura, trasformando l’opera in una presenza fisica e spaziale.

Anna Imponente individua nella sua arte «semplificazioni estreme», una straordinaria eleganza formale e la capacità di creare superfici leggere e quasi antigravitazionali. Nei dipinti di Takahashi i confini tra colore e forma diventano i «grandiosi confini del mondo», evocando gli elementi primordiali – cielo, terra, vento, fuoco e acqua – e restituendo quella percezione dell’infinito che, secondo la studiosa, trova una suggestiva consonanza con i celebri tagli di Lucio Fontana.

Parallelamente all’attività pittorica, Takahashi sviluppò una forte vocazione per l’arte pubblica. Convinto che l’opera dovesse uscire dai musei per entrare nella vita delle persone, realizzò interventi murali, mosaici e sculture monumentali sia in Italia sia in Giappone. Tra i lavori più significativi figurano il Battistero di Volterra, il mosaico Quattro Stagioni nella stazione romana di Ottaviano e le grandi opere ambientali realizzate a Hiroshima e Yokohama. La sua carriera internazionale fu segnata anche dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 1976 e alla Quadriennale di Roma dell’anno successivo, fino alla grande retrospettiva organizzata nel 1993 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

Nel 2020 il Governo giapponese gli ha conferito il titolo di Persona di Merito Culturale e nel 2021 quello di Commendatore è giunto dal Governo italiano, a suggellare il ruolo di mediatore culturale che Takahashi ha svolto per tutta la vita. La mostra aquilana restituisce proprio questa identità complessa e coerente: quella di un artista capace di attraversare confini geografici e linguaggi differenti senza mai rinunciare alla propria essenza, costruendo un «mondo fluttuante» nel quale Oriente e Occidente continuano a dialogare in una forma di armonia sorprendentemente attuale.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Ariccia: Fantastiche Visioni torna tra i giardini barocchi di Palazzo Chigi

Dal 4 al 31 luglio ad Ariccia la sedicesima edizione della rassegna porta ai Castelli Romani teatro, musica, comicità e acrobazia con alcuni tra i protagonisti più apprezzati della scena italiana e internazionale

In uno dei complessi barocchi più importanti d’Europa, il festival diretto da Giacomo Zito rinnova la propria vocazione di luogo d’incontro tra spettacolo e patrimonio culturale. Cinque appuntamenti per attraversare linguaggi diversi e vivere il parco di Palazzo Chigi come un grande teatro all’aperto.


Quando il sole cala sui Castelli Romani e il parco di Palazzo Chigi si accende di luci e di attese, Ariccia ritrova uno dei suoi appuntamenti culturali più riconoscibili. Dal 4 al 31 luglio torna infatti Fantastiche Visioni, rassegna estiva che da sedici anni unisce teatro e musica in un contesto di straordinario valore storico e paesaggistico. La manifestazione si svolge nel Parco di Palazzo Chigi, residenza storica della famiglia Chigi e tra i più significativi complessi barocchi europei. Il palazzo e il suo parco conservano l’impronta di Gian Lorenzo Bernini e di Carlo Fontana e nel tempo hanno affascinato anche il cinema, diventando uno dei luoghi prediletti da Luchino Visconti per le sue ambientazioni. In questo scenario immerso nel verde, il festival ha progressivamente consolidato il proprio ruolo nel panorama culturale del Lazio, attirando pubblico da tutta la regione e contribuendo a valorizzare l’identità di Ariccia, crocevia di storia, arte e paesaggio.

Organizzata da Arteidea Eventi e Servizi con il contributo del Comune di Ariccia e il patrocinio della Regione Lazio, la rassegna è diretta da Giacomo Zito, che ne ha fatto un progetto capace di crescere insieme al suo pubblico, mantenendo al centro la qualità artistica e la dimensione condivisa dell’esperienza culturale. L’edizione 2026 intreccia infatti poesia, ironia, musica e acrobazia, offrendo spettacoli molto diversi tra loro ma accomunati dalla volontà di dialogare con il presente.

L’apertura, sabato 4 luglio alle ore 21, è affidata ai Black Blues Brothers con Sawa Sawa. Gli acrobati kenioti, protagonisti di oltre mille repliche e applauditi da più di 650.000 spettatori nel mondo, hanno portato il loro spettacolo dal Moulin Rouge di Parigi alla Royal Variety Performance britannica e si sono esibiti anche davanti a Papa Francesco. Il loro lavoro fonde virtuosismo circense, musica e ritmo africano in un viaggio che celebra l’energia del corpo e il ritorno alle origini.

Venerdì 10 luglio sarà la volta di Stefano Fresi con Dell’amore, della guerra e degli ultimi, concerto narrativo realizzato con Cristiana Polegri. Canzoni, riflessioni e monologhi, ispirati anche ai diari di Fabrizio De André, affrontano tre temi universali attraverso l’incontro tra parole e musica, con pianoforte, sassofono, chitarra e due voci a raccontare l’attualità del pensiero di Faber.

Giovedì 16 luglio salirà sul palco Alessandro Bergonzoni con Arrivano i Dunque, uno spettacolo che conferma la sua originale cifra espressiva, sospesa tra comicità, filosofia e sperimentazione linguistica. Attraverso immagini sorprendenti e continue invenzioni verbali, l’artista bolognese invita il pubblico a cambiare prospettiva e a interrogarsi sul rapporto tra distanza e vicinanza, tra regole consolidate e possibilità di immaginare nuovi orizzonti.

Il 24 luglio sarà protagonista Gabriele Cirilli con Ciri Rider, racconto ironico della società contemporanea e delle sue contraddizioni. L’attore abruzzese alterna monologhi, personaggi incontrati nel corso della sua lunga carriera e momenti musicali che culminano in un omaggio alle celebri interpretazioni di Tale e Quale Show, mantenendo sempre al centro la forza della risata e dell’osservazione del quotidiano.

La chiusura, venerdì 31 luglio, è affidata a Max Paiella e Simone Colombari con Jannacci e dintorni, un itinerario musicale dedicato all’universo poetico di Enzo Jannacci. Attraverso canzoni, aneddoti e incontri con figure come Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Dario Fo, Cochi e Renato e Paolo Conte, lo spettacolo restituisce il ritratto di un autore che ha saputo raccontare l’Italia con ironia e profondità, muovendosi continuamente tra comicità e malinconia.

Giunta alla sedicesima edizione, Fantastiche Visioni conferma così la propria identità di festival in cui il patrimonio storico e il linguaggio dello spettacolo dialogano in modo naturale. Nel cuore del parco di Palazzo Chigi, ogni serata diventa un’occasione per vivere il teatro e la musica non soltanto come intrattenimento, ma come esperienza culturale immersiva, capace di restituire ai Castelli Romani il fascino di una grande scena all’aperto.


Da Alessio Postiglione <alessiopostiglione@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

La Maddalena di Piero di Cosimo: prolungato il viaggio nel Rinascimento al femminile

Prorogata fino al 6 settembre a Palazzo Venezia la mostra che, partendo da un capolavoro di Piero di Cosimo, esplora la vita delle donne nella Firenze del Quattrocento tra arte, documenti e cultura materiale

Un dipinto rinascimentale, oltre sessanta documenti e manufatti storici e un approccio interdisciplinare che intreccia storia dell’arte e storia sociale. La mostra del VIVE continua per tutta l’estate, offrendo uno sguardo inedito sulla quotidianità femminile nel Rinascimento fiorentino.


A volte un singolo dipinto riesce ad aprire una finestra su un’intera epoca. È ciò che accade con la Maddalena di Piero di Cosimo, protagonista della mostra allestita nelle Antiche cucine di Palazzo Venezia a Roma e ora prorogata fino al 6 settembre 2026. La decisione del VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia nasce dal grande interesse del pubblico e dal valore scientifico di un progetto espositivo che ha saputo coniugare ricerca storica e divulgazione culturale. Curata da Edith Gabrielli con la consulenza storica di Fernanda Alfieri, Serena Galasso e Isabella Lazzarini, l’esposizione si sviluppa in ambienti particolarmente significativi del palazzo romano. Le antiche cucine, restaurate e riaperte al pubblico proprio in occasione della mostra, diventano il luogo ideale per un percorso dedicato alla dimensione quotidiana e materiale dell’esistenza nel Rinascimento.

Il fulcro dell’iniziativa è la tavola dipinta da Piero di Cosimo alla fine del Quattrocento, concessa in prestito dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini nell’ambito di una collaborazione volta a valorizzare il patrimonio museale della capitale. Pittore tra i più originali del Rinascimento fiorentino, Piero di Cosimo occupa una posizione singolare nella cultura artistica del suo tempo. Contemporaneo di Leonardo da Vinci, di Sandro Botticelli e di Filippino Lippi, sviluppò un linguaggio personale, caratterizzato da una straordinaria attenzione ai dettagli naturalistici e da una spiccata capacità narrativa.

Nella Maddalena la santa non appare come una figura distante e idealizzata, ma come una giovane donna del suo tempo. Attorno a lei compaiono oggetti d’uso comune che trasformano il dipinto in una testimonianza preziosa della vita quotidiana nella Firenze rinascimentale. È proprio da questa intuizione che prende forma l’intero progetto espositivo, concepito come un’indagine sull’universo femminile tra Quattro e Cinquecento.

La mostra si distingue infatti per un’impostazione fortemente interdisciplinare. Circa trenta studiosi hanno contribuito alla costruzione del percorso, mettendo in dialogo la storia dell’arte con la storia sociale e della cultura materiale. Ne emerge un racconto che attraversa i momenti fondamentali dell’esistenza delle donne dell’epoca: la nascita, l’educazione, la devozione religiosa, la gestione domestica e le attività produttive.

L’esposizione propone oltre sessanta tra documenti e manufatti d’epoca, comprendenti lettere, libri di conti e manoscritti miniati. Si tratta di materiali che restituiscono concretezza alla memoria storica e permettono di comprendere non soltanto i comportamenti e le relazioni sociali, ma anche le tecniche manifatturiere e i saperi artigianali del tempo. Un articolato apparato didattico e multimediale accompagna il visitatore in questo percorso di approfondimento.

La proroga della mostra si inserisce inoltre in una più ampia strategia culturale promossa dal VIVE. L’iniziativa anticipa infatti il futuro percorso permanente di Palazzo Venezia dedicato alla tradizione artistica e artigiana della penisola, dal Medioevo fino alle soglie del Made in Italy. Una prospettiva che guarda alle radici storiche della produzione italiana e riconosce nella cultura materiale un elemento decisivo per comprendere la formazione dell’identità del Paese.

Visitabile tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.45, la mostra è compresa nel biglietto del VIVE ed è accompagnata da una guida e da un volume di studi pubblicati da Silvana Editoriale. La permanenza estiva dell’esposizione offre così un’occasione ulteriore per avvicinarsi non soltanto a un raffinato capolavoro del Rinascimento, ma anche alle vicende, spesso poco conosciute, delle donne che ne hanno abitato il tempo e ne hanno contribuito a costruire la storia.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Al Castello dell’Abate “Mirabilia”: teatro delle immagini impossibili

A Castellabate la mostra “Mirabilia” trasforma santi, eroi e icone pop in una nuova mitologia contemporanea

Dal 27 giugno al 31 ottobre 2026 il Castello dell’Abate ospita “Mirabilia”, personale di Felipe Cardeña a cura di Paolo Sciortino. La mostra fa parte del progetto Theatrum Mundi della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito e propone un viaggio visionario tra culture, simboli e immaginari del nostro tempo.


Esistono artisti che costruiscono opere e altri che creano universi. Felipe Cardeña appartiene a questa seconda categoria. La sua ricerca, da oltre vent’anni, dà forma a un immaginario in continua espansione nel quale il sacro e il profano, la cultura popolare e la tradizione religiosa, l’Oriente e l’Occidente, il mito e l’attualità convivono in un equilibrio sorprendente. Dal 27 giugno al 31 ottobre 2026 il Castello dell’Abate di Castellabate ospita Mirabilia, mostra a cura di Paolo Sciortino inserita nel progetto Theatrum Mundi, cuore dell’edizione 2026 del Premio Pio Alferano promosso dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, presieduta da Santino Carta e con la direzione artistica di Vittorio Sgarbi. Il programma riunisce quattro esposizioni dedicate ad artisti che, con linguaggi differenti, riflettono sul tema della rappresentazione e della costruzione dell’immaginario: Antonella Cappuccio con i suoi costumi e le sue figure visionarie, Tommaso Ottieri con i grandi interni teatrali dipinti, Livio Scarpella con le sculture ispirate alla tradizione classica e, appunto, Felipe Cardeña con il suo universo caleidoscopico e multiforme.

Entrare in Mirabilia significa attraversare un territorio nel quale Cristo può trovarsi accanto a Superman, una Madonna rinascimentale dialogare con una maschera africana e un santo cristiano condividere lo stesso spazio con un’icona della cultura pop contemporanea. Cardeña raccoglie immagini provenienti dalle più diverse tradizioni culturali e le ricompone in una grande narrazione globale, dove santi, divinità, eroi, antieroi, animali simbolici e figure fantastiche vengono sottratti ai loro contesti originari per acquisire nuovi significati.

La tecnica del collage è il principale strumento di questa operazione. Nato come procedimento di avanguardia tra Cubismo e Dadaismo e successivamente sviluppato dalla Pop Art, il collage diventa nel lavoro di Cardeña una pratica di ricomposizione culturale. L’artista ha progressivamente esteso questa logica oltre la carta, utilizzando stoffe, ricami, perline, gioielli e ornamenti provenienti da differenti tradizioni del mondo. Le sue opere diventano così immagini stratificate e al tempo stesso tessiture simboliche, nelle quali ogni frammento conserva la memoria della propria origine.

Per l’occasione, la sala del Castello dell’Abate è stata completamente trasformata in un ambiente immersivo grazie all’impiego di tessuti multietnici provenienti da varie parti del mondo. Le pareti dello storico edificio cilentano assumono l’aspetto di un tempio simbolico sospeso tra epoche e geografie differenti, richiamando idealmente la grande tenda multiculturale presentata dall’artista alla Biennale di Venezia del 2015.

Particolarmente significativa è l’opera dedicata a San Costabile Gentilcore, patrono di Castellabate e figura centrale nella storia del borgo. Cardeña ne propone una reinterpretazione immersa nel proprio universo di fiori, colori e simboli, trasformando il santo in un personaggio capace di dialogare con il presente. Il sacro non viene desacralizzato, ma riletto attraverso un linguaggio visivo contemporaneo nel quale la tradizione religiosa e l’immaginario popolare cessano di apparire come realtà contrapposte.

La figura stessa di Felipe Cardeña contribuisce ad alimentare questa dimensione narrativa. Definito dal Corriere della Sera un «artista misterioso in stile Banksy», ha trasformato la propria biografia volutamente ambigua in parte integrante del progetto artistico. Nato a Balaguer, in Spagna, nel 1979 e legato da molteplici racconti alla scena culturale cubana, dal 2007 sviluppa il ciclo dei Power Flower, grandi collage policromi nei quali convivono simboli religiosi, figure fantastiche e riferimenti provenienti dalle più diverse tradizioni del pianeta.

Nel tempo il progetto Cardeña si è evoluto in una vera e propria esperienza collettiva attraverso la Felipe Cardeña Crew, comunità aperta di artisti e creativi che contribuisce a rinnovarne costantemente il linguaggio. Invitato in tre occasioni alla Biennale di Venezia, l’artista ha esposto in Europa, America e Asia, realizzando progetti a Londra, New York, L’Avana, Rio de Janeiro, Pechino, Wuhan, Milano, Roma e San Pietroburgo. Tra le sue iniziative più note figurano la tenda multiculturale veneziana, interventi di arte pubblica in Brasile e in Cina, il ciclo African Spirit e la collaborazione con WWF Italia che ha portato alla creazione del personaggio Felipanda.

In Mirabilia il mito non viene celebrato come una reliquia del passato, ma come un organismo vivente che continua a trasformarsi. Le immagini attraversano i confini delle culture, si contaminano, si rigenerano e ritrovano una nuova capacità di raccontare il presente. Nel Castello dell’Abate prende così forma un teatro del mondo nel quale santi e supereroi, memoria e fantasia, tradizione e contemporaneità convivono in un’unica, sorprendente narrazione visiva.


Da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Querceta in Versilia: quando il design torna ad abitare le stanze di una dimora storica

A Querceta nasce “Design in Villa”, un nuovo appuntamento dedicato al collectible design tra architettura degli anni Cinquanta, arte contemporanea e ricerca materica

Dal 27 giugno al 27 settembre 2026 la BAH – Belli Art House di Querceta inaugura la prima edizione di “Design in Villa”, progetto espositivo che mette in relazione il design contemporaneo con gli ambienti di una dimora storica. In mostra opere di Marco Guazzini, Francesco Maria Messina, Studio17, Tipstudio e Haydn Von Werp.


Ci sono oggetti che cambiano completamente significato quando vengono spostati da una fiera o da una galleria alla stanza di una casa. Una lampada, una seduta, una superficie scolpita dalla materia ritrovano improvvisamente la loro ragione d’essere: quella di entrare in relazione con lo spazio e con la vita quotidiana. È da questa intuizione che prende forma Design in Villa, nuovo appuntamento annuale dedicato al collectible design e al dialogo tra progettualità contemporanea, architettura e memoria.

La prima edizione della manifestazione, ospitata alla BAH – Belli Art House di Querceta, in Versilia, si apre il 27 giugno 2026 e prosegue fino al 27 settembre negli ambienti di una villa degli anni Cinquanta conservata nelle sue caratteristiche originarie. La dimora custodisce la Collezione Belli e ospita oggi un centro indipendente dedicato alla ricerca contemporanea, trasformandosi per l’occasione in un laboratorio espositivo in cui il design viene restituito alla dimensione dell’abitare.

L’idea curatoriale si allontana consapevolmente dalla neutralità del cosiddetto white cube, lo spazio espositivo concepito come contenitore astratto e privo di riferimenti. In Design in Villa sono invece gli stessi ambienti domestici a diventare parte dell’opera. Arredi originali, rivestimenti in marmo, sistemi di illuminazione e opere della collezione partecipano alla costruzione del percorso, creando relazioni inedite tra oggetti contemporanei e memoria architettonica. Il design non viene semplicemente mostrato al pubblico, ma vissuto all’interno di un contesto reale, in un continuo dialogo tra passato e presente.

La mostra riunisce cinque protagonisti della scena internazionale accomunati dall’interesse per il collectible design, la functional art e la sperimentazione sui materiali: Marco Guazzini, Francesco Maria Messina, Sbrana e Mallegni – Studio17, Tipstudio e Haydn Von Werp. Pur muovendosi attraverso linguaggi differenti, tutti condividono una riflessione sul rapporto tra materia, funzione e narrazione.

Marco Guazzini sviluppa una ricerca centrata sulla capacità dei materiali di generare significati e memorie. Emblematica è la creazione di Marwoolus®, materiale ottenuto dalla fusione tra lana di Prato e marmo di Pietrasanta, che trasforma residui produttivi in superfici e oggetti di forte presenza scultorea. Il suo lavoro si inserisce nel dibattito contemporaneo sul riuso e sulla sostenibilità, dimostrando come l’innovazione possa nascere anche dalla reinterpretazione delle tradizioni manifatturiere locali.

Francesco Maria Messina opera invece al confine tra architettura, design e scultura. Pietra lavica, alabastro, fossili e metalli diventano strumenti per indagare la memoria geologica e i processi di trasformazione della materia. Le sue opere superano la pura funzione per entrare nel territorio della functional art, espressione che identifica quegli oggetti che, pur mantenendo una possibile destinazione d’uso, si affermano per il loro valore artistico e simbolico.

La pratica di Caterina Sbrana e Gabriele Mallegni, riuniti nello Studio17, nasce dall’incontro tra ricerca artistica, artigianato e osservazione del paesaggio. Attraverso la trasformazione di pietre e rocce in forme ceramiche ibride, i due artisti costruiscono un racconto fatto di geografie, ecosistemi e memorie profonde, suggerendo un’idea di design come strumento di relazione con il tempo lungo della natura.

Tipstudio, fondato da Tommaso Lucarini e Imma Matera, sviluppa invece un linguaggio che intreccia design, arte e culture materiali. Le opere nascono dall’analisi dei territori e dei processi produttivi e si concretizzano in oggetti e installazioni dal forte carattere scultoreo, nei quali il sapere artigianale e la riflessione concettuale convivono in equilibrio.

La ricerca di Haydn Von Werp è infine orientata verso l’essenzialità della forma e il rapporto tra struttura, equilibrio e presenza fisica dell’oggetto nello spazio. Attraverso geometrie misurate e una particolare attenzione alle proporzioni, le sue opere sembrano oscillare continuamente tra installazione e oggetto d’uso.

Con questa prima edizione, Design in Villa si propone di diventare un appuntamento ricorrente capace di attrarre collezionisti, architetti, curatori e appassionati, restituendo al design una dimensione spesso dimenticata. Non quella dell’oggetto isolato su un piedistallo, ma quella dell’esperienza quotidiana, nella quale forme, materiali e memorie entrano in relazione con lo spazio e con chi lo abita. La villa di Querceta si trasforma così in un laboratorio temporaneo di visioni contemporanee, dove il progetto torna a essere, prima di tutto, una forma di vita nello spazio.


Da info@openartproject.it 
Articolo a cura della Redazione Experiences