Tre opere permanenti rendono la Via della Lana e della Seta un laboratorio d’arte

Un progetto promosso dall’Unione Comuni Appennino Bolognese e coordinato dal MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, che intreccia arte contemporanea, saperi locali e territorio lungo la Via della Lana e della Seta. Fruibili in via permanenti tre nuove opere di arte pubblica: Ciglia di Attila Faravelli ed Enrico Malatesta a Castiglione dei Pepoli, Sorgente Zoe di Mario Airò a Burzanella e Fuochi fatui di Rachele Maistrello a Grizzana Morandi.

Tra sentieri, sorgenti e paesaggi dell’Appennino tosco-emiliano, un progetto triennale promosso dall’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e coordinato dal MAMbo di Bologna ha dato vita a nuove forme di dialogo tra arte contemporanea, territorio e comunità. Il risultato è un itinerario culturale permanente che invita a leggere il paesaggio come esperienza condivisa e bene comune.


Negli ultimi anni l’arte pubblica ha progressivamente ampliato il proprio campo d’azione. Non più soltanto monumenti, installazioni urbane o interventi destinati a riqualificare spazi marginali, ma processi capaci di coinvolgere comunità, paesaggi e memorie locali. È in questa prospettiva che si colloca Fare comunità: arte pubblica lungo la Via della Lana e della Seta, progetto promosso dall’Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese e coordinato dal MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, che giunge oggi a compimento dopo tre anni di attività con la realizzazione di tre opere permanenti distribuite lungo uno dei più affascinanti cammini dell’Appennino tosco-emiliano.

L’iniziativa nasce nell’ambito del programma CLoSER – Comunità Locale Sostenibile Ecologica e Rurale, sostenuto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i fondi Next Generation EU dedicati alle Green Communities. La curatela è stata affidata a Caterina Molteni, che ha sviluppato un percorso basato sul confronto diretto con associazioni, amministrazioni locali e abitanti dei territori attraversati dalla Via della Lana e della Seta, l’itinerario escursionistico che collega Bologna e Prato ripercorrendo antichi percorsi commerciali tra Emilia e Toscana.

Il progetto si fonda sull’idea che il paesaggio non sia un semplice scenario naturale, ma una costruzione culturale in continua trasformazione. Negli studi contemporanei dedicati all’ecologia culturale e all’arte ambientale, il territorio viene sempre più spesso interpretato come uno spazio di relazioni, attraversato da memorie, pratiche sociali e forme di conoscenza condivisa. Fare comunità traduce concretamente questa visione, mettendo in relazione la ricerca artistica con le specificità storiche e naturali dell’Appennino bolognese.

La prima opera, Ciglia di Attila Faravelli ed Enrico Malatesta, è stata realizzata a Castiglione dei Pepoli e si sviluppa come un percorso di ascolto che collega il Rifugio Abetaia Ranuzzi Segni alla località di Rasora. L’intervento nasce dalla collaborazione con il Club Alpino Italiano locale e invita i camminatori a sperimentare il paesaggio attraverso una pratica sensoriale che supera la semplice osservazione visiva. L’ascolto viene infatti inteso come esperienza corporea estesa, capace di coinvolgere l’intera presenza fisica del visitatore. Quattro stazioni disseminate lungo il percorso propongono esercizi che trasformano il cammino in un’esperienza di attenzione e consapevolezza. L’opera include inoltre una piattaforma digitale che raccoglie materiali e approfondimenti, estendendo il progetto oltre la dimensione fisica del sentiero.

A Burzanella, frazione del comune di Camugnano, Mario Airò ha realizzato Sorgente Zoe, una fontana in arenaria che prende forma da una riflessione sull’origine stessa dell’insediamento umano. L’artista individua nella vicinanza della sorgente del torrente Vezzano un elemento fondativo del luogo e costruisce un’opera che rende visibile ciò che normalmente resta nascosto. L’acqua, attivata dal gesto quotidiano del bere, percorre un piccolo alveo scolpito nella pietra e richiama il rapporto profondo tra geologia, memoria naturale e presenza umana. Al vertice della struttura è collocato un ciottolo fossile scelto dall’artista, elemento che sintetizza il lungo dialogo tra biosfera e materia minerale. L’opera prosegue una linea di ricerca che caratterizza da anni il lavoro di Airò, da sempre interessato alle connessioni invisibili che legano fenomeni naturali, immaginazione e conoscenza.

Il terzo intervento, Fuochi fatui di Rachele Maistrello, trova collocazione nei pressi dei Fienili del Campiaro, nel territorio di Grizzana Morandi. Qui cinque sculture emergono dal prato ai margini del bosco come apparizioni enigmatiche. L’opera prende spunto da un fenomeno che appartiene tanto all’immaginario popolare quanto alla tradizione scientifica: i fuochi fatui, manifestazioni luminose che per secoli sono state associate a presenze misteriose e racconti folklorici. Le forme ideate dall’artista derivano dall’elaborazione di immagini di gocce d’acqua, trasformate digitalmente fino a generare sagome ibride che oscillano tra naturale e artificiale. Le sculture instaurano così un dialogo continuo con il paesaggio circostante e invitano il visitatore a interrogarsi sul modo in cui attribuiamo significato alle forme che incontriamo. Il riferimento alla pareidolia – la tendenza umana a riconoscere figure familiari in elementi casuali – diventa uno strumento per riflettere sul rapporto tra immaginazione e realtà.

Le tre opere condividono una medesima impostazione concettuale. Più che introdurre elementi estranei nel territorio, cercano di far emergere aspetti già presenti ma spesso invisibili: il suono, l’acqua, le narrazioni locali, le percezioni individuali. In questo senso il progetto dialoga con le riflessioni dell’ecocritica contemporanea e con la definizione di paesaggio come “grande racconto materiale”, richiamata nel percorso curatoriale attraverso il pensiero della studiosa Serenella Iovino. Il territorio viene interpretato come una rete complessa di relazioni che coinvolge esseri umani, ambienti naturali, memorie storiche e presenze non umane.

Particolarmente significativa è la dimensione partecipativa che ha accompagnato l’intero programma. Associazioni culturali, pro loco, gruppi escursionistici e cittadini hanno contribuito alla definizione dei progetti, trasformando l’arte pubblica in un processo condiviso piuttosto che in un semplice intervento estetico. La camminata collettiva organizzata il 23 maggio tra Burzanella e Grizzana Morandi, in occasione dell’inaugurazione delle opere di Airò e Maistrello, ha rappresentato simbolicamente questo passaggio di responsabilità e appartenenza verso il paesaggio appenninico.

Con la conclusione del progetto, la Via della Lana e della Seta si arricchisce dunque di un nuovo patrimonio culturale permanente. Non si tratta soltanto di tre opere d’arte disseminate lungo un itinerario escursionistico, ma di tre dispositivi di relazione che invitano abitanti e viaggiatori a osservare il territorio con uno sguardo diverso. In un’epoca in cui il rapporto tra comunità e ambiente è al centro del dibattito culturale e politico, Fare comunità mostra come l’arte contemporanea possa contribuire a costruire nuove forme di appartenenza, trasformando il paesaggio in uno spazio condiviso di esperienza, conoscenza e immaginazione.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Il vino siciliano guarda alla Svizzera per posizionarsi sui mercati internazionali


A Zurigo una masterclass e incontri professionali per rafforzare la presenza delle cantine dell’Isola sui mercati internazionali

Il 16 giugno 2026 l’IRVO sarà protagonista a Zurigo di una giornata dedicata alla promozione del comparto vitivinicolo siciliano. Incontri B2B, una masterclass professionale e attività di networking accompagneranno le aziende dell’Isola nel confronto diretto con operatori e buyer svizzeri, in uno dei mercati europei più attenti alla qualità e all’identità dei vini.


La Sicilia continua a investire nell’internazionalizzazione delle proprie produzioni agroalimentari, puntando su uno dei settori che negli ultimi decenni ha contribuito maggiormente alla costruzione dell’immagine dell’Isola nel mondo: il vino. In questo contesto si inserisce l’iniziativa promossa dall’IRVO – Istituto Regionale del Vino e dell’Olio, che il 16 giugno 2026 sarà presente a Zurigo con una giornata di incontri professionali dedicata alle aziende vitivinicole siciliane e agli operatori del mercato svizzero. L’evento si svolge nell’ambito delle attività di internazionalizzazione sostenute dalla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera e rappresenta un’occasione concreta per favorire nuovi rapporti commerciali e consolidare quelli già esistenti. L’obiettivo è rafforzare la presenza delle imprese siciliane in un Paese che da anni figura tra i principali importatori di vino italiano e che si distingue per una consolidata cultura enologica e per una particolare attenzione alla qualità delle produzioni.

La Svizzera occupa infatti una posizione strategica per il comparto vitivinicolo nazionale. Pur disponendo di una produzione interna limitata rispetto ai consumi, il Paese vanta una tradizione di conoscenza e apprezzamento del vino particolarmente sviluppata. Il mercato elvetico è caratterizzato da consumatori informati, da una forte presenza della ristorazione di qualità e da una rete distributiva attenta ai prodotti di origine certificata. Per questo motivo rappresenta da tempo una destinazione privilegiata per molte aziende italiane orientate all’export.

La giornata organizzata a Zurigo si articolerà in tre momenti distinti ma complementari. La prima fase sarà dedicata agli incontri B2B tra produttori siciliani e operatori svizzeri dei settori wine e beverage. Seguirà una masterclass rivolta a circa trenta professionisti del comparto, pensata come occasione di approfondimento sulle caratteristiche dei vini dell’Isola e sulle peculiarità dei territori di provenienza. Il programma si concluderà con un momento di walking around, formula ormai consolidata nelle manifestazioni internazionali del settore, che consentirà ai partecipanti di conoscere direttamente le aziende presenti e di approfondire aspetti legati sia alla produzione vitivinicola sia alle opportunità offerte dall’enoturismo siciliano.

L’iniziativa si inserisce in una fase particolarmente significativa per il vino siciliano. Negli ultimi trent’anni la viticoltura dell’Isola ha conosciuto una profonda trasformazione, passando da una produzione orientata prevalentemente ai grandi volumi a un modello fondato sulla valorizzazione dei territori, dei vitigni autoctoni e delle denominazioni di origine. Oggi la Sicilia è una delle regioni vitivinicole più estese d’Europa e può contare su un patrimonio varietale che comprende uve storiche come Nero d’Avola, Grillo, Catarratto, Frappato, Zibibbo e Carricante, protagoniste di una crescente attenzione da parte della critica internazionale.

Secondo il direttore dell’IRVO, Vito Bentivegna, il mercato svizzero rappresenta un interlocutore particolarmente interessante proprio per la sensibilità dei consumatori verso i prodotti identitari e per la capacità di riconoscere il valore delle produzioni di qualità. La presenza delle aziende siciliane a Zurigo si inserisce quindi in una strategia più ampia che mira a promuovere l’Isola non soltanto come territorio produttivo d’eccellenza, ma anche come modello di agricoltura mediterranea e destinazione enoturistica di crescente interesse.

A rappresentare il comparto vitivinicolo siciliano saranno alcune realtà significative del panorama regionale: Birgi Vini, Azienda Agricola Madaudo Andrea, Tenute Nicosia, Cantina Sociale Paolini, Tenute Cuffaro, Martinez, Prosit Società Agricola e Azienda Agricola Tornatore Francesco. Si tratta di aziende che operano in territori differenti dell’Isola e che contribuiscono a raccontare la varietà produttiva siciliana, dalle aree costiere alle zone interne, fino ai vigneti coltivati sulle pendici dell’Etna.

L’aspetto più interessante dell’iniziativa riguarda proprio questa capacità di presentare il vino come espressione di un sistema territoriale complesso. Oggi il successo di una bottiglia non dipende soltanto dalle sue caratteristiche organolettiche, ma anche dalla storia che riesce a raccontare, dal paesaggio che rappresenta e dall’esperienza culturale che porta con sé. In questo senso il vino diventa uno strumento di promozione del territorio e un ambasciatore delle identità locali.

La crescita dell’enoturismo conferma questa tendenza. La Sicilia è oggi una delle mete più dinamiche del settore grazie alla combinazione di paesaggi rurali, patrimonio storico, tradizioni gastronomiche e qualità delle produzioni. Presentare questi elementi in contesti internazionali significa ampliare le opportunità economiche non soltanto per le cantine, ma per l’intera filiera legata all’accoglienza e alla valorizzazione del territorio.

L’appuntamento di Zurigo rappresenta dunque un tassello importante nel percorso di apertura internazionale intrapreso dal comparto vitivinicolo siciliano. Attraverso incontri professionali, attività formative e occasioni di confronto diretto con il mercato, l’IRVO continua a sostenere la diffusione della cultura del vino dell’Isola oltre i confini nazionali, valorizzando un patrimonio produttivo che unisce tradizione, innovazione e forte identità territoriale.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

La Sierra Leone alla Biennale di Venezia debutta guardando oltre i confini nazionali

Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la Sierra Leone partecipa per la prima volta con un progetto che trasforma il concetto stesso di rappresentanza nazionale. “Mondi Presenti / Worlds of Today” propone un dialogo tra Africa occidentale, artisti internazionali e pratiche artistiche orientate alla relazione, alla memoria e alla costruzione di nuovi immaginari collettivi.


La presenza di un Paese alla Biennale di Venezia è spesso letta come un’affermazione identitaria, una vetrina culturale attraverso cui raccontare la propria storia e la propria contemporaneità. Il Padiglione Nazionale della Sierra Leone, ospitato al Liceo Guggenheim di Campo dei Carmini dal 9 maggio al 22 novembre 2026, sceglie invece una strada diversa. Con il progetto Mondi Presenti / Worlds of Today, curato da Sandro Orlandi Stagl e Willy Montini e promosso dalla Commissaria Fatima Maada Bio, il debutto del Paese africano all’Esposizione Internazionale d’Arte diventa l’occasione per riflettere sul significato stesso della rappresentazione culturale nel XXI secolo.

L’iniziativa si inserisce nel contesto della 61ª Biennale diretta da Koyo Kouoh, figura di primo piano della scena curatoriale internazionale, che ha invitato artisti e padiglioni a confrontarsi con il tema In Minor Keys. Un titolo che suggerisce l’abbandono delle grandi narrazioni dominanti per rivolgere l’attenzione a storie marginali, processi silenziosi e forme di resilienza spesso trascurate. In questa prospettiva, Mondi Presenti non si limita a presentare opere d’arte, ma si propone come uno spazio di ascolto e di relazione.

Il progetto prende le distanze dall’idea della mostra come semplice raccolta di oggetti. I curatori descrivono il padiglione come un organismo dinamico, un luogo dove l’arte diventa strumento di ricerca e confronto. Al centro vi è la convinzione che le pratiche artistiche possano contribuire a immaginare nuove forme di convivenza, affrontando temi che attraversano il nostro tempo: la sostenibilità sociale, la giustizia ambientale, la memoria collettiva e la costruzione di comunità.

La sezione principale riunisce artisti provenienti dalla Sierra Leone, affiancati da autori internazionali e da una selezione di protagonisti dell’Africa occidentale. Non si tratta di una scelta dettata da criteri geografici o di rappresentanza formale, ma di un tentativo di costruire una rete di esperienze capaci di dialogare tra loro. Le opere diventano così punti di contatto tra differenti sensibilità culturali, accomunate dall’interesse per la cura, la trasformazione sociale e il rapporto tra individuo e collettività.

Tra gli artisti sierraleonesi figurano Hawa-Jane Bangura, Ayesha Feisal, Hickmatu Bintu Leigh e Abu Bakarr Mansaray, autori che rappresentano linguaggi e percorsi differenti ma accomunati dall’attenzione verso le trasformazioni in atto nel loro Paese. Accanto a loro trovano spazio artisti provenienti da diversi contesti internazionali, tra cui Eros Bonamini, Piergiorgio Colombara, Jacopo Di Cera, Fernando Garbellotto, Gianfranco Gentile, Margherita Levo Rosenberg, Alberto Salvetti e Armando Amaya Romero.

Uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa riguarda però il coinvolgimento dell’area ECOWAS, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. In un’epoca caratterizzata dal ritorno di nazionalismi e frammentazioni geopolitiche, la Sierra Leone sceglie di utilizzare il proprio spazio espositivo come piattaforma condivisa, accogliendo artisti provenienti da Nigeria, Togo, Senegal, Benin e altri Paesi dell’area. Il padiglione assume così una dimensione transnazionale che supera la logica della rappresentanza tradizionale.

La scelta richiama alcune delle riflessioni sviluppate negli ultimi decenni dagli studiosi della postcolonialità e della globalizzazione culturale. In particolare, emerge il riferimento ideale alla “Poetica della Relazione” elaborata dal pensatore martinicano Édouard Glissant, secondo cui le identità si costruiscono attraverso il dialogo e il contatto reciproco, piuttosto che attraverso la separazione. In questa prospettiva, l’Africa occidentale non viene presentata come una realtà uniforme, ma come un insieme complesso di storie, lingue, religioni e percorsi di modernizzazione differenti.

La presenza di artisti quali Seini Awa Camara, Abdoul Ganiou Dermani, Eloy Lokossou e Móyòsóré Martins contribuisce a delineare un panorama articolato e sfaccettato. Le loro opere mettono in evidenza le specificità culturali dei rispettivi contesti, offrendo al pubblico una lettura più approfondita delle dinamiche che attraversano la regione.

Particolarmente significativa appare anche la scelta curatoriale di privilegiare autori impegnati in pratiche comunitarie, nell’utilizzo di materiali vernacolari e nella narrazione delle esperienze quotidiane. In un sistema dell’arte spesso dominato dalle logiche del mercato globale, il progetto punta l’attenzione su forme di creatività radicate nei territori e capaci di generare impatto sociale.

Il risultato è un padiglione che interpreta la Biennale non soltanto come esposizione internazionale, ma come luogo di confronto tra visioni del mondo. Mondi Presenti suggerisce che la creatività possa diventare una risorsa strategica per affrontare le grandi questioni contemporanee e che l’arte, prima ancora della politica, sia in grado di costruire spazi di cooperazione e immaginazione condivisa.

Per la Sierra Leone, questa prima partecipazione alla Biennale di Venezia rappresenta dunque molto più di un debutto istituzionale. È l’occasione per presentarsi sulla scena internazionale attraverso un progetto che mette al centro il dialogo, la relazione e la capacità dell’arte di generare nuove possibilità di futuro. In un contesto globale segnato da tensioni e trasformazioni profonde, il padiglione veneziano propone una riflessione che guarda oltre i confini geografici e invita a considerare la cultura come uno dei principali strumenti di costruzione del presente.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Nowhere Land. Quando il paesaggio fotografico diventa immaginazione

Alla Galleria Vik Milano una mostra collettiva indaga il confine tra realtà e visione attraverso gli sguardi di alcuni protagonisti della fotografia contemporanea

Il paesaggio non è soltanto ciò che vediamo. È memoria, esperienza, costruzione culturale, talvolta persino invenzione. Da questa idea prende forma “Nowhere Land – The Imaginary Landscape of Photography”, la mostra che riunisce a Milano undici autori accomunati dalla volontà di superare la fotografia come semplice registrazione del reale.


Dal 16 giugno al 10 settembre 2026 la Galleria Vik Milano ospita “Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography”, esposizione curata da Alessandro Riva che affronta uno dei temi più antichi e al tempo stesso più attuali della storia delle immagini: il paesaggio come territorio dell’immaginazione. Attraverso linguaggi, generazioni e percorsi professionali differenti, la mostra propone una riflessione sul modo in cui la fotografia trasformi il mondo visibile in esperienza mentale, emotiva e simbolica.

Il tema del paesaggio accompagna la storia dell’arte occidentale da secoli. Dalla pittura romantica alle vedute urbane della modernità, fino alle ricerche fotografiche contemporanee, il paesaggio è progressivamente diventato molto più di una semplice rappresentazione della natura o dell’ambiente costruito. È una forma di interpretazione del mondo. La fotografia, in particolare, ha accentuato questa ambiguità: pur nascendo come strumento di documentazione, ha mostrato fin dalle sue origini la capacità di alterare la percezione della realtà attraverso la scelta dell’inquadratura, della luce, del punto di vista e del tempo.

È proprio questo scarto tra luogo reale e luogo immaginato a costituire il filo conduttore della mostra milanese. Tutti gli autori coinvolti partono da spazi concreti – città, architetture, mari, campagne, foreste o ambienti costruiti – ma utilizzano l’immagine fotografica come strumento di trasformazione, capace di trasferire il paesaggio dalla geografia alla memoria, dalla cronaca alla visione.

Tra i protagonisti dell’esposizione figura Gabriele Basilico, uno dei maggiori interpreti della fotografia italiana del secondo Novecento. Le sue celebri vedute urbane hanno ridefinito il modo di osservare la città contemporanea. Dalle periferie industriali milanesi ai grandi centri del Mediterraneo e del Medio Oriente, Basilico ha sviluppato una ricerca rigorosa nella quale l’architettura diventa racconto del tempo e delle trasformazioni sociali. Nelle sue immagini lo spazio urbano appare come un organismo complesso, da osservare con attenzione quasi archeologica.

Diversa ma ugualmente legata alla dimensione evocativa è la ricerca di Lucio Gelsi, che dopo una lunga esperienza nella fotografia di moda ha rivolto il proprio sguardo verso il paesaggio metropolitano. Le sue immagini dedicate a New York restituiscono una città sospesa tra realtà e cinema, dove luci, prospettive e atmosfere sembrano appartenere contemporaneamente al presente e al ricordo.

Il tema del viaggio attraversa invece l’opera di George Tatge, fotografo italoamericano la cui biografia si sviluppa tra Istanbul, l’Europa, gli Stati Uniti e l’Italia. Nelle sue fotografie il paesaggio perde progressivamente consistenza geografica per assumere un valore emotivo e simbolico. Campagne, edifici e spazi aperti diventano luoghi della memoria, territori interiori nei quali l’osservatore è invitato a riconoscere esperienze universali.

Una dimensione quasi primordiale emerge invece nelle immagini di Luca Gilli, tratte dalla serie Absolute Landscape. Le terre islandesi diventano scenari sospesi ai confini del reale, ambienti in cui la forza degli elementi naturali genera visioni che sembrano provenire direttamente dall’immaginario collettivo. Un approccio che dialoga idealmente con il lavoro di Federica Palmarin, dedicato ai paesaggi di Mauritius. Qui il processo fotografico procede per sottrazione: cielo, mare e orizzonte vengono ridotti ai loro elementi essenziali, fino a sfiorare il linguaggio dell’astrazione.

Sul terreno dell’ambiguità percettiva si colloca anche la ricerca di Teresa Emanuele, che utilizza riflessi, trasparenze, ombre e dettagli apparentemente marginali per mettere in discussione il rapporto tra visione e realtà. Le sue fotografie trasformano la quotidianità in una dimensione instabile, dove il confine tra ciò che esiste e ciò che viene immaginato rimane volutamente indefinito.

La mostra dedica ampio spazio anche alle pratiche di costruzione del paesaggio. Nei collage fotografici di Anna Muzi, frammenti provenienti da contesti differenti vengono assemblati per generare geografie impossibili. Montagne, corsi d’acqua, foreste e figure umane si combinano in scenari che sembrano emergere direttamente dai processi della memoria e del sogno.

Una riflessione affine, ma sviluppata attraverso il dialogo tra fotografia, architettura e design, caratterizza il lavoro di Santi Caleca. Le sue immagini nascono dai modellini progettati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Attraverso il controllo della luce e della prospettiva, questi oggetti diventano paesaggi credibili, luoghi immaginari che sembrano appartenere a una realtà possibile. Il risultato è un interessante cortocircuito tra progetto, rappresentazione e finzione visiva.

Più raccolta e contemplativa appare la ricerca della giovane Olga Mai, che presenta piccoli paesaggi immersi in atmosfere soffuse e custoditi all’interno di cornici d’antiquariato. La ridotta dimensione delle opere invita a un’osservazione ravvicinata e lenta, trasformando il rapporto con l’immagine in un’esperienza quasi privata.

La tensione verso l’essenzialità caratterizza anche il lavoro di Antonio De Luca, dove rocce, mare, alberi e linee del territorio vengono progressivamente semplificati fino a raggiungere una forte concentrazione poetica. Il paesaggio reale lascia così spazio a una dimensione universale, capace di parlare direttamente alla sensibilità dello spettatore.

A chiudere idealmente il percorso è Uliano Lucas, figura centrale del reportage italiano. Le sue fotografie dedicate all’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta ricordano come il paesaggio sia anche una costruzione sociale. Attraverso famiglie, lavoratori, viaggiatori e momenti della vita quotidiana emerge il ritratto di un Paese che cambia, trasformando il territorio in memoria collettiva.

Nel loro insieme, le opere raccolte in “Nowhere Land” mostrano come il paesaggio fotografico non coincida mai completamente con il luogo che rappresenta. Ogni immagine è il risultato di una mediazione tra realtà e interpretazione, tra osservazione e desiderio, tra documento e invenzione. È proprio in questa zona intermedia che la fotografia continua a esercitare il proprio fascino: non limitandosi a registrare il mondo, ma contribuendo costantemente a reinventarlo.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

“Memoria artificiale” di Luca Castellano: guerra, identità e intelligenza artificiale

In uscita il 18 giugno per Bookabook, il nuovo libro dello scrittore campano residente a Berlino intreccia fantascienza, memoria storica e riflessione geopolitica, partendo dalla tragedia dell’invasione dell’Ucraina per interrogarsi sul rapporto tra coscienza, tecnologia e potere.

Un virologo, una cardiologa in coma, una macchina capace di registrare i ricordi e un viaggio dentro le ferite della storia russa. “Memoria artificiale” utilizza gli strumenti del romanzo contemporaneo per affrontare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: la manipolazione della memoria, l’identità europea e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella vita umana.


La memoria è da sempre uno dei grandi temi della letteratura europea. Da Marcel Proust a W.G. Sebald, dai racconti del Novecento segnati dalle guerre alle più recenti narrazioni sull’identità digitale, il rapporto tra ricordo e costruzione del sé continua a rappresentare uno dei terreni più fertili della narrativa contemporanea. A questo filone si collega Memoria artificiale, il nuovo romanzo di Luca Castellano, pubblicato da Bookabook e disponibile in libreria dal 18 giugno 2026.
L’opera nasce da una riflessione scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, evento che ha profondamente segnato il dibattito culturale europeo e che nel romanzo diventa il punto di partenza per un’indagine più ampia sui meccanismi della memoria individuale e collettiva. Castellano costruisce infatti una vicenda nella quale storia, scienza, tecnologia e dimensione interiore si intrecciano fino a diventare inseparabili.

Al centro della narrazione si trova Alessandro Gargiulo, virologo napoletano, la cui vita viene sconvolta quando la moglie Ruslana Vladimirovna Ulitzkaja, cardiologa di origine russa, cade in coma dopo aver appreso dell’inizio della guerra. La donna viene collegata a Rob8, un sistema sperimentale governato dall’intelligenza artificiale ChatKGB, progettato per mappare e conservare i ricordi direttamente dalle connessioni neuronali. Attraverso questo dispositivo prende forma una vicenda che supera i confini della medicina e si trasforma in una vera esplorazione della coscienza umana.

La memoria registrata dalla macchina non si presenta come un archivio ordinato. Al contrario, si frammenta in voci, immagini e racconti che riportano alla luce segreti familiari, traumi generazionali e nodi irrisolti della storia sovietica. Il viaggio di Alessandro all’interno della mente della moglie assume progressivamente i contorni di una discesa nelle profondità della storia russa, tra il peso delle eredità politiche, le ombre dei gulag e la complessa relazione tra passato e presente.

La scelta di utilizzare l’intelligenza artificiale come strumento narrativo colloca il romanzo all’interno di una tradizione che negli ultimi anni ha visto la narrativa confrontarsi sempre più frequentemente con le trasformazioni tecnologiche. Tuttavia, nel libro di Castellano la tecnologia non rappresenta soltanto un elemento futuristico. Diventa soprattutto una metafora del controllo della memoria, tema che attraversa tanto la storia politica del Novecento quanto il dibattito contemporaneo sull’uso dei dati, degli algoritmi e delle nuove forme di sorveglianza digitale.

La vicenda assume inoltre una dimensione simbolica attraverso alcuni elementi che sfiorano il realismo visionario. Il misterioso coagulo presente sulla spalla di Ruslana, collegato a un vaccino ricevuto durante l’infanzia in epoca sovietica, diventa la porta verso un universo mentale nel quale storia personale e storia collettiva si sovrappongono. In questo spazio narrativo si muovono figure, simboli e presenze che evocano le tensioni profonde della Russia contemporanea e il difficile rapporto tra Europa e Oriente.

L’autore costruisce così una narrazione che alterna ricerca scientifica, thriller psicologico e riflessione storica. Il risultato è un romanzo che utilizza strumenti tipici della fantascienza contemporanea per interrogare questioni profondamente umane: cosa definisce l’identità di una persona? È possibile conservare integralmente una memoria? E quali conseguenze può avere il tentativo di trasformare il ricordo in dato registrabile e controllabile?

Nato a Vico Equense nel 1977 e residente da anni a Berlino, Luca Castellano porta nella propria scrittura una prospettiva inevitabilmente europea. La sua esperienza personale si sviluppa infatti tra culture differenti: le radici mediterranee, la vita nella capitale tedesca e il legame familiare con il mondo russo, poiché sua moglie è originaria di Mosca. Questa dimensione transnazionale emerge chiaramente anche nel romanzo, che affronta il tema delle identità multiple senza ridurlo a una semplice questione geopolitica.

La pubblicazione rappresenta una nuova tappa del percorso letterario dell’autore, già coautore de La fine degli affanni e autore del romanzo Amore siderale. Con Memoria artificiale Castellano amplia ulteriormente il proprio raggio d’azione, confrontandosi con temi che attraversano il presente europeo e globale.

Il volume sarà presentato il 22 giugno presso la libreria IoCiSto al Vomero, a Napoli, e il 26 giugno nella Chiesa di Punta Mare a Vico Equense, per poi proseguire con un tour nel Sud Italia. Occasioni che permetteranno ai lettori di confrontarsi direttamente con un’opera che sceglie di affrontare, attraverso gli strumenti della narrativa, alcune delle domande più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra memoria e verità, tra tecnologia e libertà, tra storia e identità.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Quando il suono diventa immagine: il percorso artistico di Manuela Scannavini

Si è conclusa a Roma la mostra “Quando il suono si fa segno”, un progetto che ha intrecciato pittura, musica, scrittura e movimento. Al centro del lavoro dell’artista Manuela Scannavini, il tema dell’ascolto come origine del gesto creativo e della trasformazione interiore.

La chiusura della personale ospitata a Spazio Sferocromia non rappresenta un punto d’arrivo ma una tappa di un percorso in continua evoluzione. Un dialogo tra arti differenti ha accompagnato il pubblico attraverso opere, video, incisioni e riflessioni sul rapporto tra silenzio, colore e immaginazione.


Nel panorama dell’arte contemporanea esistono percorsi creativi che sfuggono alle definizioni disciplinari tradizionali e scelgono di abitare le zone di confine tra linguaggi differenti. È il caso del progetto sviluppato da Manuela Scannavini in occasione della mostra Quando il suono si fa segno, conclusasi nei giorni scorsi presso Spazio Sferocromia a Roma, l’ex officina meccanica trasformata dall’artista Umberto Ippoliti in un luogo dedicato alla ricerca e alla sperimentazione artistica nel quartiere di Monteverde Vecchio.
L’esposizione ha rappresentato un momento di particolare intensità nel percorso dell’artista romana, condensando oltre vent’anni di ricerca in un progetto capace di intrecciare pittura, incisione, musica, scrittura, video e performance. Più che una semplice retrospettiva, la mostra si è configurata come un laboratorio aperto sul processo creativo, nel quale il pubblico ha potuto seguire il percorso che conduce dall’intuizione all’opera compiuta.

A suggellare l’esperienza espositiva è stato un dialogo pubblico tra Scannavini e lo scrittore Giulio Marzaioli, moderato dalla curatrice Eugenia Querci e successivamente diffuso in più episodi attraverso il canale YouTube dell’artista. L’incontro ha messo in luce una delle dimensioni più significative del progetto: la relazione tra parola e immagine, tra narrazione e astrazione, tra ciò che viene detto e ciò che resta affidato al linguaggio del colore.

Marzaioli, nato a Firenze nel 1972 e da anni attivo tra poesia, narrativa e scrittura teatrale, è autore di opere che spesso indagano il confine tra il mondo materiale e quello simbolico. Nei volumi I sassi e Spin-off, pubblicati da Tic Edizioni, gli oggetti apparentemente più ordinari assumono una presenza quasi viva, diventando strumenti di riflessione sul tempo, sul silenzio e sulla trasformazione. Proprio questa capacità di animare l’inanimato ha colpito profondamente Scannavini, che ha riconosciuto nella scrittura dell’autore una sorprendente vicinanza con il proprio universo creativo.

Nel corso del dialogo è emerso come il tema del sasso, centrale nella scrittura di Marzaioli, sia diventato per l’artista una vera e propria metafora esistenziale. La materia apparentemente immobile, silenziosa e resistente si trasforma in simbolo di ascolto e di mutamento. È una riflessione che si collega a una lunga tradizione culturale che attraversa la filosofia, la poesia e l’arte contemporanea, dove il silenzio non viene interpretato come assenza ma come spazio fertile della creazione.

Il concetto di ascolto costituisce infatti uno dei nuclei centrali dell’intera ricerca di Scannavini. La sua pratica artistica si sviluppa da anni attraverso un processo che unisce percezione, memoria e trasformazione del dato sensibile. Prima ancora del gesto pittorico emergono parole, suggestioni e stati emotivi che vengono associati a colori e materiali. In questa occasione, tuttavia, il percorso si è modificato: a precedere l’immagine è stata la musica.

Fondamentale è stato il confronto con le composizioni del Maestro Carmelo Travia, in particolare con i brani Zirconio e Silver Smoke. L’ascolto di queste opere ha costituito l’innesco da cui sono nate le grandi tele esposte a Roma. Secondo la lettura proposta dalla curatrice Eugenia Querci, l’artista ha seguito una sorta di “onda immateriale”, traducendo frequenze, ritmi e tensioni sonore in strutture cromatiche e segni pittorici. Un procedimento che richiama alcune delle esperienze più significative dell’astrazione del Novecento, da Vasilij Kandinskij alle ricerche sinestetiche che hanno cercato di stabilire relazioni tra colore e musica.

Il titolo della mostra sintetizza efficacemente questo processo. Il suono non viene illustrato né rappresentato, ma trasformato. Diventa traccia, gesto, ritmo visivo. La pittura assume così il carattere di una partitura aperta, nella quale la dimensione emotiva precede la costruzione formale e ne determina l’evoluzione.

Il percorso espositivo comprendeva cinque grandi opere pittoriche, tre litografie su linoleum, un’incisione a puntasecca, due monotipi e due video, affiancati da taccuini, prove d’autore e materiali preparatori. Particolarmente significativa la presenza delle fotografie di backstage realizzate da Ilaria Turini durante la produzione del video che dà il titolo all’intero progetto.

Il video principale, diretto da Jacopo Brucculeri con la fotografia di Lorenzo Lattanzi, intrecciava la coreografia di Giulia Rosolin con l’interpretazione della giovane ginnasta Sofia Biancari sulle musiche di Travia. A esso si affiancava un secondo lavoro audiovisivo, un racconto intimo di circa otto minuti costruito attraverso la voce narrante di Francesca Ritrovato e il montaggio di Alessandro Chiappini, concepito come guida all’interno del processo creativo dell’artista.

La mostra ha inoltre assunto una dimensione sociale attraverso il sostegno a Medici Senza Frontiere, confermando come la pratica artistica possa dialogare anche con il tema della responsabilità civile e della partecipazione collettiva.

Nata a Roma nel 1970 e laureata in sociologia, Manuela Scannavini ha intrapreso il proprio percorso artistico nel 2007 sviluppando una ricerca che attraversa pittura, stampa, incisione e installazione. Dal 2024 lavora presso Spazio Sferocromia, luogo che è diventato non soltanto atelier ma anche laboratorio permanente di confronto con altri artisti e con il pubblico.

La conclusione di Quando il suono si fa segno non segna dunque la fine di un’esperienza, ma l’apertura di nuove possibilità. Le opere nate da questo progetto continuano a raccontare una visione dell’arte come esperienza di immersione interiore, ascolto e trasformazione. Una pratica che non cerca di descrivere il mondo visibile ma di renderne percepibili le vibrazioni più profonde, là dove il colore incontra il silenzio e la parola diventa immagine.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Da Caravaggio alla Trieste mitteleuropea: conferenze per rileggere arte e identità

L’Università Popolare di Trieste propone due appuntamenti dedicati alla storia dell’arte: un viaggio tra i misteri della pittura di Caravaggio e una riflessione sulla stagione artistica che fece di Trieste una delle città più originali dell’Europa centrale tra Ottocento e Novecento.

Due incontri affidati alla storica dell’arte Francesca Martinelli mettono a confronto mondi apparentemente lontani ma accomunati dalla capacità di raccontare il proprio tempo. Da un lato la rivoluzione figurativa di Michelangelo Merisi, dall’altro la complessa identità culturale della Trieste asburgica alla vigilia della modernità.


L’arte come strumento di conoscenza, ma anche come chiave per comprendere i cambiamenti della società e della cultura. È questa la prospettiva che accomuna i due nuovi appuntamenti organizzati dall’Università Popolare di Trieste, in programma il 16 e il 23 giugno presso l’ITIS di via Pascoli. Le conferenze, curate dalla docente di storia dell’arte Francesca Martinelli, sono rivolte ai soci dell’associazione ma aperte, previa iscrizione, anche al pubblico esterno.
Il primo incontro sarà dedicato a uno degli artisti più studiati e discussi della storia dell’arte occidentale. Con il titolo Caravaggio segreto: luci, ombre e misteri nei capolavori di Michelangelo Merisi, la conferenza del 16 giugno proporrà una rilettura dell’opera del maestro lombardo alla luce delle più recenti ricerche diagnostiche e archivistiche.

A oltre quattro secoli dalla sua morte, Caravaggio continua infatti a occupare una posizione centrale negli studi storico-artistici. Nato a Milano nel 1571 e attivo soprattutto a Roma tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento, il pittore rivoluzionò il linguaggio figurativo europeo introducendo una rappresentazione del reale priva di idealizzazioni. Il suo uso drammatico della luce, il naturalismo dei volti e dei corpi e la scelta di modelli tratti dal mondo popolare modificarono profondamente il rapporto tra arte e osservatore.

L’incontro prenderà in esame alcuni aspetti che negli ultimi decenni hanno suscitato particolare interesse tra gli studiosi. Le indagini radiografiche e riflettografiche hanno infatti confermato come l’artista lavorasse spesso senza disegno preparatorio, costruendo la composizione direttamente sulla tela attraverso luce e colore. Un metodo che contribuì alla straordinaria immediatezza delle sue opere e che continua a distinguere il suo linguaggio da quello di molti contemporanei.

La conferenza approfondirà inoltre il tema dei modelli utilizzati da Caravaggio, spesso identificati tra prostitute, giovani popolani e persone comuni. Una scelta che provocò non poche polemiche nella Roma della Controriforma ma che contribuì a rendere le figure sacre sorprendentemente umane e vicine all’esperienza quotidiana. Non mancherà l’analisi dei simboli nascosti nelle opere, dagli strumenti musicali alle allusioni ottiche, fino alle questioni ancora aperte sugli ultimi anni dell’artista e sulla sua morte a Porto Ercole nel 1610, oggetto di continue ricerche e dibattiti storiografici. La conferenza sarà accompagnata da materiali fotografici e contributi audio pensati per favorire una lettura immersiva delle opere.

Il secondo appuntamento, previsto per il 23 giugno, sposterà l’attenzione dalla Roma barocca alla Trieste della Belle Époque. La Vienna sul mare: l’identità mitteleuropea nei pittori triestini di fine Ottocento offrirà l’occasione per rileggere una stagione culturale particolarmente fertile, quando la città adriatica rappresentava uno dei principali porti dell’Impero austro-ungarico e uno dei più importanti laboratori culturali dell’Europa centrale.

Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, Trieste conobbe una crescita economica e sociale straordinaria. La presenza di comunità italiane, slovene, austriache, greche ed ebraiche contribuì alla formazione di un ambiente cosmopolita che trovò espressione anche nelle arti figurative. In quegli anni la città sviluppò una propria identità culturale sospesa tra il mondo italiano e quello mitteleuropeo, in un dialogo continuo con Vienna, Monaco e Venezia.

La conferenza analizzerà il percorso di alcuni protagonisti di questa stagione, tra cui Eugenio Scomparini, Arturo Rietti e Umberto Veruda. Artisti differenti per formazione e sensibilità, ma accomunati dalla capacità di interpretare il carattere complesso di una città di confine. Le loro opere testimoniano l’influenza delle accademie artistiche dell’Europa centrale e delle correnti che avrebbero condotto alle Secessioni, senza rinunciare a un forte legame con la realtà locale.

Particolare attenzione sarà riservata al rapporto tra cosmopolitismo e identità cittadina. Attraverso ritratti, vedute urbane e scene di vita quotidiana, questi pittori contribuirono infatti a costruire un’immagine originale di Trieste, capace di riflettere tanto le aspirazioni della borghesia commerciale quanto le tensioni politiche e culturali che attraversavano la città negli anni dell’irredentismo.

Osservata oggi, quella stagione appare come un momento decisivo nella definizione dell’immaginario triestino moderno. Molti dei temi emersi allora – il confronto tra culture diverse, il rapporto con il mare, il ruolo delle frontiere e delle identità multiple – continuano a caratterizzare la percezione della città e il suo patrimonio culturale.

Attraverso due percorsi cronologicamente lontani ma accomunati dalla volontà di indagare il rapporto tra arte e società, le conferenze proposte dall’Università Popolare di Trieste offrono così l’occasione di approfondire due capitoli fondamentali della storia culturale europea: la rivoluzione pittorica di Caravaggio e la straordinaria esperienza della Trieste mitteleuropea, crocevia di linguaggi, idee e sensibilità che hanno lasciato un segno duraturo nella storia dell’arte.


Da Federica Zar <zar@apscom.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

ARTantide Gallery con due grandi artisti internazionali: Anish Kapoor e Jaume Plensa.

Sono lieto di coinvolgerti nel percorso di crescita di ARTantide Gallery che negli ultimi mesi ha curato la vendita di 2 opere di grandi artisti internazionali: Anish Kapoor e Jaume Plensa.

Presenteremo le due opere coinvolgendo esperti di prestigio presso la Fondazione Meriggio, che le ha da poco inserite in collezione; gli incontri si svolgeranno nella splendida cornice di Villa Meriggio, in Via Belvedere Mincio 5, a Valeggio (VR).

Venerdì 19 giugno si presenterà Cobalt Blue Clear e si parlerà di Anish Kapoor, dalle 19:30 (ore 19:00 apertura cancelli).

Venerdì 26 giugno si presenterà Infinito (senza fine) e si parlerà di Jaume Plensa, sempre dalle 19:30 (19:00 apertura cancelli).

Un momento di aperitivo conviviale chiuderà ciascuna delle due serate.

Riserva il tuo posto, coinvolgendo gli amici appassionati.

La prenotazione è obbligatoria via WhatsApp (347 1048959) o scrivendo via email a paolo.mozzo@artantide.com.

Non perdere questa occasione per scoprire di più su due grandi capolavori e passare una serata in buona compagnia.

Un sincero saluto,
Paolo Mozzo
Presidente ARTantide Gallery


Da Paolo Mozzo <paolo.mozzo@artantide.com>

Castelfranco Veneto Jazz Festival, tra grandi stelle e formazione musicale

La dodicesima edizione porta nel cuore della Marca Trevigiana protagonisti del jazz internazionale e italiano, affiancando ai concerti un intenso programma didattico dedicato alle nuove generazioni

Dal 7 all’11 luglio 2026 Castelfranco Veneto torna a essere uno dei principali punti di riferimento del jazz italiano. Concerti, masterclass, incontri, jam session e attività diffuse nel centro storico trasformano il festival in un laboratorio culturale aperto a musicisti, studenti e appassionati.


Non tutti i festival musicali riescono a coniugare spettacolo e formazione con la stessa efficacia. Il Castelfranco Veneto Jazz Festival, giunto alla sua dodicesima edizione, ha costruito nel tempo la propria identità proprio attorno a questo equilibrio. Dal 7 all’11 luglio 2026 la città veneta ospiterà cinque giornate di concerti, incontri e attività didattiche che vedranno protagonisti alcuni tra i più autorevoli interpreti della scena jazz internazionale e nazionale, in un dialogo costante con gli studenti e con il territorio.
Diretto artisticamente dal trombettista Gianluca Carollo, il festival è organizzato dal Conservatorio di Musica “Agostino Steffani” e dal Comune di Castelfranco Veneto, con il sostegno della Regione Veneto e la collaborazione di numerose realtà culturali e imprenditoriali del territorio. Una formula che negli anni ha consolidato il ruolo della manifestazione come uno dei principali appuntamenti jazzistici del Nord Italia.

L’apertura del festival, martedì 7 luglio al Teatro Accademico, è affidata a una formazione che riunisce quattro autentiche icone del jazz contemporaneo: il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba, il sassofonista statunitense Chris Potter, il contrabbassista Larry Grenadier e il batterista Eric Harland. Il progetto First Meeting rappresenta uno degli eventi di maggiore richiamo dell’intera manifestazione. Rubalcaba è considerato uno dei più influenti pianisti della sua generazione, mentre Potter, Grenadier e Harland figurano stabilmente tra i protagonisti della scena internazionale degli ultimi decenni. L’incontro tra questi musicisti promette un dialogo creativo che unisce modern jazz, improvvisazione avanzata e suggestioni latinoamericane.

La giornata inaugurale sarà preceduta dall’incontro Miles, The Last Concert, dedicato al centenario della nascita di Miles Davis. L’appuntamento assume un significato particolare per Castelfranco Veneto, che nel luglio del 1991 ospitò l’ultima esibizione italiana ed europea del grande trombettista americano, poche settimane prima della sua scomparsa. L’incontro, curato da Riccardo Brazzale con la partecipazione di Giuseppe “Momo” Mormile, offrirà l’occasione per ripercorrere una pagina significativa della storia del jazz contemporaneo.

Mercoledì 8 luglio il programma si sposta a Villa Barbarella. Nel Salone si esibirà in piano solo Yakir Arbib, musicista noto per la capacità di intrecciare linguaggio jazzistico e repertorio classico in un percorso di continua reinvenzione. In serata il Giardino della villa ospiterà il J&J Organ Trio guidato da Gianluca Carollo, con la partecipazione di Francesca Bertazzo, Mauro Ottolini e Michele Uliana. Il concerto, dedicato alla memoria del contrabbassista castellano Beppe Pilotto, attraverserà hard bop, swing, blues e latin jazz, confermando la vocazione trasversale del festival.

Particolarmente significativa è la presenza di Mauro Ottolini, tra i più originali musicisti italiani contemporanei. Il trombonista veronese sarà protagonista anche la sera successiva, giovedì 9 luglio, sul Sagrato del Duomo con l’Orchestra Ottovolante e la cantante Chiara Luppi. Il progetto propone una rilettura della musica italiana del dopoguerra attraverso le sonorità del jazz, dello swing, del mambo e del cha cha cha, recuperando una stagione musicale che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese.

Venerdì 10 luglio sarà invece la volta di Fabrizio Bosso. Considerato uno dei più importanti trombettisti europei della sua generazione, Bosso ha costruito una carriera caratterizzata da una straordinaria versatilità, capace di spaziare dal linguaggio bop alla musica popolare, dalle collaborazioni orchestrali ai progetti dedicati ai grandi maestri del jazz. A Castelfranco si presenterà con il suo quartetto, formazione che negli anni ha consolidato un repertorio fondato su swing, improvvisazione e dialogo collettivo.

La chiusura del festival, sabato 11 luglio al Teatro Accademico, sarà affidata a Maria Pia De Vito con Buarqueana. La cantante napoletana, figura centrale del jazz europeo, affronta in questo progetto il repertorio di Chico Buarque de Hollanda traducendone i testi in lingua napoletana. Il risultato è un incontro originale tra due tradizioni musicali accomunate da una forte componente ritmica e poetica. Samba e tammurriata, Brasile e Mediterraneo, convivono in una proposta che supera i confini geografici e linguistici.

Accanto ai concerti principali, il festival rinnova il format delle Notti Blu, introdotto nel 2024 e oggi diventato uno dei suoi segni distintivi. Nelle serate del 9 e 10 luglio il centro storico si animerà con esibizioni diffuse, appuntamenti musicali nei locali cittadini e le dirette radiofoniche de Il Jazzofono di Radio Café, trasformando l’intera città in un grande palcoscenico aperto.

L’aspetto più originale della manifestazione resta tuttavia il rapporto con la formazione musicale. Molti degli artisti ospiti saranno infatti coinvolti in masterclass e attività didattiche rivolte principalmente agli studenti del Conservatorio “Agostino Steffani”. In un’epoca in cui la trasmissione delle competenze artistiche avviene sempre più spesso attraverso percorsi informali e digitali, il confronto diretto tra giovani musicisti e grandi interpreti conserva un valore insostituibile.

A completare il programma saranno le jam session notturne curate dagli studenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio, il percorso pittorico con esposizioni e live painting dell’artista Walter Marin e gli spazi dedicati alla convivialità nel Giardino di Villa Barbarella. Elementi che contribuiscono a trasformare il festival in un’esperienza culturale diffusa, capace di coinvolgere pubblici differenti.

La dodicesima edizione del Castelfranco Veneto Jazz Festival conferma così una formula ormai consolidata: portare sul palco alcuni tra i più importanti protagonisti del jazz contemporaneo e, allo stesso tempo, creare occasioni di crescita, incontro e trasmissione del sapere musicale. Un progetto che guarda al futuro senza dimenticare la memoria di una tradizione che continua a rinnovarsi attraverso il dialogo tra generazioni.


Da Daniele Cecchini <daniele@musicforward.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

ErbaLuce, le metamorfosi della materia nella Venezia di Noemi Priolo

A Bubble Space una grande installazione vegetale immaginaria e una costellazione di sculture interrogano il confine tra natura, artificio e trasformazione

Fino al 22 novembre 2026 Bubble Space, a Venezia, ospita ErbaLuce, mostra personale di Noemi Priolo curata da Vincenzo Alessandria. Attraverso installazioni e sculture che intrecciano elementi organici e sintetici, l’artista costruisce un universo sospeso tra mito, memoria e immaginazione biologica.


Nel tessuto di Venezia, città che da secoli vive sul confine tra natura e costruzione umana, la mostra ErbaLuce di Noemi Priolo trova una collocazione particolarmente significativa. Ospitata negli spazi di Bubble Space, a Dorsoduro, l’esposizione raccoglie alcune delle più recenti ricerche dell’artista siciliana, proponendo un percorso nel quale la materia sembra continuamente mutare stato, sfuggendo alle classificazioni abituali e aprendo nuove possibilità di lettura del rapporto tra essere umano e ambiente.
Curata da Vincenzo Alessandria e visitabile fino al 22 novembre 2026, la mostra prende il nome dall’opera che ne costituisce il fulcro. ErbaLuce si presenta come una grande installazione scultorea che assume l’aspetto di una pianta immaginaria ispirata al cardo selvatico delle regioni mediterranee. Da uno stelo in alluminio si sviluppano foglie, spine e fiori realizzati in vetro, radicati in un terreno di pietra lavica. La composizione richiama una forma botanica familiare, ma allo stesso tempo introduce elementi estranei che trasformano la pianta in una creatura appartenente a un ecosistema possibile più che reale.

Particolarmente significativa è la presenza dei fiori, modellati come mani giunte in preghiera. Il gesto evoca una dimensione spirituale, ma viene sottratto a qualsiasi riferimento confessionale per assumere il valore di un atto di ascolto e riconciliazione con il mondo materiale. Il vetro, materiale tradizionalmente associato alla fragilità e alla trasparenza, acquista qui una qualità quasi aggressiva e luminosa. Le forme sembrano emergere dal terreno come se una forza invisibile le spingesse verso l’alto, trasformando la crescita vegetale in un’immagine di continua tensione e trasformazione.

L’universo evocato da Priolo si alimenta di paradossi. La pianta che dà il titolo alla mostra viene descritta come una specie infestante capace di diffondere spore velenose. Tuttavia il veleno non è associato alla distruzione, bensì a uno stato di pace e serenità. Questo ribaltamento simbolico introduce una riflessione sulla metamorfosi come possibilità di cambiamento e sul superamento delle opposizioni tradizionali tra beneficio e minaccia, attrazione e pericolo, crescita e dissoluzione.

A occupare lo spazio espositivo interviene anche Amor Mundi, ciclo composto da nove sculture disseminate nell’ambiente come presenze autonome. Le opere si caratterizzano per superfici lucide e forme compatte che suggeriscono riferimenti al mondo entomologico senza mai diventare riconoscibili in modo esplicito. Appendici filamentose e strutture irregolari sembrano svilupparsi come organi sensibili, trasformando ogni elemento in una creatura sospesa tra organismo vivente e costruzione artificiale. Il titolo richiama il concetto elaborato dalla filosofa Hannah Arendt, secondo la quale l’amore per il mondo rappresenta una responsabilità verso la realtà condivisa e la pluralità dell’esperienza umana. Priolo traduce questa intuizione in una serie di forme che celebrano il contatto, la contaminazione e la possibilità di coesistenza tra differenze.

Completa il percorso 965, opera costruita attraverso un processo di accumulo e aggregazione. Elementi minuti si organizzano in superfici dense e stratificate che ricordano strutture cellulari, tessuti organici o sistemi naturali in espansione. L’opera suggerisce l’idea di una crescita potenzialmente infinita, nella quale ogni singola parte mantiene la propria identità pur contribuendo a una forma collettiva più ampia.

L’intera esposizione si sviluppa attorno a una riflessione che attraversa gran parte della ricerca artistica contemporanea: il progressivo dissolversi delle categorie che hanno tradizionalmente separato naturale e artificiale, umano e non umano, vivente e costruito. In questo senso il lavoro di Priolo dialoga con le ricerche che, dagli anni Novanta in poi, hanno esplorato il concetto di ibridazione biologica e culturale, mettendo in discussione l’idea di una netta separazione tra il mondo umano e quello naturale.

La formazione dell’artista contribuisce a comprendere l’origine di questo immaginario. Nata a Palermo nel 1990, Priolo si è formata all’Accademia di Belle Arti della sua città e ha successivamente trascorso un lungo periodo in Inghilterra tra il 2016 e il 2021. La sua ricerca affonda le radici nell’immaginario arcaico della Sicilia, interpretato non come repertorio folklorico ma come territorio mentale popolato da memorie ancestrali, tensioni primordiali e figure in continua trasformazione. Resine, pellicce, piume e materiali recuperati diventano strumenti per costruire creature che sfuggono a qualsiasi classificazione stabile.

Le opere di ErbaLuce sembrano così appartenere a una mitologia privata che si apre però a interrogativi universali. L’artista non rappresenta la natura come qualcosa di separato dall’essere umano, ma come una condizione condivisa nella quale identità e materia sono sottoposte a processi continui di trasformazione. Lo spettatore viene invitato a rallentare lo sguardo, ad abitare le ambiguità che le opere propongono e a confrontarsi con forme che non chiedono di essere decifrate, ma attraversate.

In una città come Venezia, da sempre laboratorio di scambi culturali e di convivenza tra elementi diversi, ErbaLuce si presenta come una riflessione poetica e visionaria sulla possibilità di immaginare nuove forme di appartenenza. Attraverso scultura, materia e luce, Noemi Priolo costruisce un paesaggio nel quale il confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è diventa sempre più poroso, lasciando emergere una dimensione fatta di metamorfosi, memoria e continua rinascita.


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Articolo a cura della Redazione Experiences