L’ex Hangar Dirigibili di Augusta: il futuro di un grande manufatto

Un ciclo di seminari apre il confronto sulla rigenerazione di uno dei più significativi esempi di architettura aeronautica del Mediterraneo

Dall’11 giugno prende avvio un percorso di studio e progettazione dedicato all’ex Hangar Dirigibili di Augusta. L’iniziativa punta a trasformare un grande manufatto del primo Novecento in un polo culturale, creativo e formativo capace di dialogare con il territorio e con le nuove esigenze della Sicilia contemporanea.


Nel panorama del patrimonio industriale italiano esistono luoghi che, pur avendo perso la loro funzione originaria, conservano una straordinaria capacità di raccontare la storia del territorio. L’ex Hangar Dirigibili di Augusta appartiene a questa categoria. Immenso, silenzioso e oggi in stato di abbandono, rappresenta una delle più importanti testimonianze dell’architettura aeronautica del primo Novecento nel Mediterraneo. Per riflettere sul suo futuro, l’Istituto Nazionale di Architettura IN/Arch Sicilia ha promosso il ciclo di seminari “Rigenerare l’ex Hangar Dirigibili di Augusta. Conoscenza, progetto e riuso di un patrimonio del Novecento”, organizzato in collaborazione con l’Agenzia del Demanio e il Comune di Augusta.

Il primo appuntamento è in programma l’11 giugno presso la sede di ANCE Catania e inaugura un percorso che proseguirà nei mesi successivi tra Augusta e Palermo, coinvolgendo studiosi, professionisti, istituzioni e studenti. L’obiettivo è costruire una riflessione condivisa sulle possibilità di recupero e valorizzazione di un bene che, per dimensioni, caratteristiche costruttive e valore storico, rappresenta un unicum nel contesto siciliano.

L’Hangar nasce all’interno della grande stagione delle infrastrutture dedicate ai dirigibili, protagonisti della navigazione aerea tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Prima dell’affermazione definitiva dell’aeroplano, questi giganteschi aerostati costituivano una delle principali frontiere della mobilità e della tecnologia militare. In Italia, soprattutto durante il primo conflitto mondiale e negli anni successivi, furono realizzati numerosi impianti destinati alla loro costruzione, manutenzione e ricovero. Molti di questi complessi sono andati perduti o risultano profondamente trasformati. Quello di Augusta conserva invece ancora oggi una presenza monumentale capace di evocare un’intera stagione della modernità industriale.

Il valore dell’edificio non risiede soltanto nella sua storia militare. L’ex Hangar rappresenta infatti un’importante testimonianza dell’evoluzione delle tecniche costruttive del Novecento. Le grandi strutture metalliche impiegate per coprire luci eccezionali senza sostegni intermedi anticipano molte delle soluzioni che diventeranno comuni nell’architettura industriale e infrastrutturale del secolo successivo. In questo senso il manufatto dialoga con altri grandi esempi europei di archeologia industriale, oggi recuperati e trasformati in musei, centri culturali o spazi per eventi.

Il progetto promosso da IN/Arch Sicilia si inserisce proprio in questa prospettiva. L’intenzione non è limitarsi alla conservazione dell’edificio, ma immaginare nuove funzioni compatibili con il suo valore storico e con le esigenze del territorio. L’idea è quella di costruire un luogo multifunzionale capace di ospitare attività culturali, creative, formative e imprenditoriali, diventando al tempo stesso uno spazio di aggregazione per la comunità locale e una destinazione di interesse per studiosi e visitatori.

La riflessione si estende inevitabilmente al contesto nel quale l’Hangar è inserito. Augusta occupa infatti una posizione strategica nel sistema portuale del Mediterraneo e sta attraversando una fase di profonde trasformazioni legate alle infrastrutture, alla logistica e alle politiche ambientali. Pensare al recupero dell’ex complesso militare significa quindi confrontarsi con un quadro territoriale più ampio, nel quale tutela del patrimonio, sviluppo economico e sostenibilità devono procedere insieme.

Negli ultimi anni il tema della rigenerazione del patrimonio industriale ha assunto un ruolo centrale nelle politiche culturali europee. Fabbriche, opifici, centrali elettriche e infrastrutture dismesse vengono sempre più spesso reinterpretati come risorse capaci di generare nuove economie culturali e nuove forme di partecipazione sociale. In Sicilia questo processo appare particolarmente significativo, poiché consente di recuperare testimonianze storiche spesso trascurate e di inserirle in percorsi di valorizzazione territoriale più ampi.

Il ciclo di seminari dedicato all’Hangar Dirigibili si propone dunque come un laboratorio di idee e di progettualità. Il coinvolgimento degli Ordini professionali, dell’Università di Catania, di ANCE Catania, di AIAPP Sicilia, di Do.co.mo.mo Italia e del Centro Studi di Economia Applicata all’Ingegneria testimonia la volontà di affrontare il tema attraverso competenze multidisciplinari.

Più che un semplice recupero edilizio, la sfida riguarda la costruzione di una nuova identità per un luogo simbolico della storia industriale e aeronautica italiana. L’ex Hangar Dirigibili di Augusta conserva ancora oggi la forza evocativa delle grandi opere del Novecento. Trasformarlo in uno spazio vivo e accessibile significherebbe restituire alla collettività un patrimonio di straordinario valore storico, architettonico e culturale, dimostrando come la memoria possa diventare una risorsa concreta per immaginare il futuro.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Kátharsis, il debutto romano di Francesca Diana Martines tra memoria, identità e libertà

A Palazzo Valentini la prima personale dell’artista racconta le tappe fondamentali dell’esistenza attraverso una pittura materica, istintiva e profondamente autobiografica

Fino al 18 giugno la Sala Pace di Palazzo Valentini ospita Kátharsis, prima mostra personale di Francesca Diana Martines. Otto grandi tele conducono il pubblico in un percorso che attraversa infanzia, identità, desiderio, maternità e libertà, trasformando l’esperienza artistica in un confronto diretto con le emozioni e la memoria individuale.


La Sala Pace di Palazzo Valentini, nel cuore di Roma, accoglie fino al 18 giugno Kátharsis, la prima mostra personale di Francesca Diana Martines, curata da Nicoletta Rossotti. Inaugurata il 9 giugno con una partecipata serata di apertura, l’esposizione rappresenta un importante momento di affermazione pubblica per un’artista che ha costruito il proprio linguaggio attraverso una ricerca autonoma, intensa e profondamente legata all’esperienza personale. Il titolo richiama il concetto greco di catarsi, termine che nella tradizione filosofica ed estetica indica un processo di purificazione emotiva e di trasformazione interiore. Non è una scelta casuale. L’intero progetto espositivo si sviluppa infatti come un percorso che invita il visitatore a confrontarsi con alcuni dei passaggi più significativi dell’esistenza umana, lasciando spazio a interpretazioni individuali e a una partecipazione emotiva diretta.

Al centro della mostra si trovano otto grandi tele in tecnica mista, ciascuna delle dimensioni di 160 per 140 centimetri, realizzate tra il 2023 e il 2024. Le opere affrontano temi universali quali l’infanzia, la costruzione dell’identità, l’eros, il vizio, la maternità e la libertà. La scelta del grande formato non risponde soltanto a un’esigenza compositiva, ma contribuisce a creare un rapporto fisico con l’osservatore. Le superfici, ricche di stratificazioni e interventi materici, avvolgono lo sguardo e favoriscono un’esperienza immersiva nella quale il significato non viene imposto, ma costruito attraverso l’incontro tra opera e pubblico.

L’approccio di Francesca Diana Martines si colloca all’interno di una tradizione artistica che attribuisce grande importanza alla materia pittorica come veicolo di espressione. In alcune opere l’artista prepara personalmente i colori utilizzando pigmenti e ossidi, una pratica che affonda le proprie radici nelle tecniche storiche della pittura e che restituisce al gesto creativo una dimensione artigianale sempre più rara nell’epoca della produzione seriale. Il colore non è soltanto un elemento visivo, ma diventa sostanza, memoria e traccia fisica del processo creativo.

L’idea di un’arte accessibile e libera da sovrastrutture teoriche costituisce uno dei principi centrali della mostra. Martines invita infatti il pubblico a liberarsi dai pregiudizi e dalle interpretazioni precostituite, restituendo valore all’esperienza diretta dell’osservazione. È una posizione che si inserisce in un dibattito contemporaneo sempre più attuale: quello relativo al rapporto tra arte e pubblico, tra linguaggi specialistici e partecipazione collettiva. In un sistema culturale spesso percepito come esclusivo, Kátharsis rivendica il diritto di ciascuno a costruire un proprio dialogo con l’opera.

La mostra racconta anche una vicenda familiare che si intreccia con il percorso artistico dell’autrice. Francesca Diana Martines è figlia del pittore Alberto Diana, esponente della scuola romana degli anni Settanta, e ha trascorso l’infanzia in un ambiente permeato dalla pratica artistica. Tuttavia la sua identità creativa non si limita all’eredità paterna. La scelta di adottare anche il cognome Martines come firma artistica rappresenta un riconoscimento esplicito dell’influenza materna e del ruolo che le donne hanno avuto nella trasmissione di sensibilità, conoscenze e opportunità.

Non è un caso che anche la nascita stessa della mostra sia legata a una storia di relazioni femminili. È stata infatti la madre dell’artista a favorire l’incontro con la curatrice Nicoletta Rossotti, dando origine a un dialogo che nel tempo si è trasformato in collaborazione professionale e nel progetto espositivo oggi ospitato a Palazzo Valentini. Un passaggio che aggiunge al percorso artistico una dimensione umana fatta di sostegno reciproco, ascolto e valorizzazione delle competenze.

In questo contesto, Kátharsis assume un significato che va oltre il semplice debutto espositivo. La mostra si presenta come un’occasione per riflettere sul rapporto tra esperienza individuale e memoria collettiva, tra tradizione e ricerca personale. Le opere non offrono risposte definitive, ma aprono spazi di interrogazione nei quali ciascun visitatore può riconoscere frammenti della propria storia.

Con il patrocinio della Città metropolitana di Roma Capitale, l’esposizione conferma il ruolo di Palazzo Valentini come luogo di incontro tra patrimonio storico e ricerca contemporanea. Attraverso un linguaggio pittorico che combina gesto, materia e autobiografia, Francesca Diana Martines propone una visione dell’arte come esperienza condivisa, capace di mettere in relazione percorsi individuali e sensibilità collettive. Una prima personale che segna l’inizio di un cammino pubblico e che invita a riscoprire il valore dell’osservazione, dell’ascolto e della libertà interpretativa.


Da Daniela Gambino <danielagambino@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Pisa: Giorni di Tuono 2026, il fumetto come linguaggio della contemporaneità

Mostre, incontri, musica, cinema e spettacoli per la quinta edizione della manifestazione dedicata a Tuono Pettinato. Dal Museo della Grafica agli spazi culturali della città, Pisa rende omaggio a uno degli autori più originali del fumetto italiano.

Dall’11 al 14 giugno 2026 torna “Giorni di Tuono”, il festival promosso dalla Fondazione Tuono Pettinato. Quattro giorni di appuntamenti gratuiti tra fumetto, illustrazione, musica e narrazione visiva, nel segno dell’ironia e dell’intelligenza che hanno reso celebre Andrea Paggiaro, in arte Tuono Pettinato.


A cinque anni dalla scomparsa di Andrea Paggiaro, conosciuto dal pubblico come Tuono Pettinato, Pisa continua a ricordare uno dei suoi artisti più rappresentativi attraverso una manifestazione che negli anni è diventata un appuntamento stabile nel panorama culturale italiano. Dall’11 al 14 giugno 2026 la città ospita infatti la quinta edizione di Giorni di Tuono, festival dedicato al fumetto, alla musica e al cinema promosso dalla Fondazione Tuono Pettinato con il contributo del Comune di Pisa. Tutti gli eventi sono a ingresso libero e coinvolgono numerosi spazi cittadini, confermando la natura diffusa della manifestazione.
La figura di Tuono Pettinato occupa un posto particolare nella storia recente del fumetto italiano. Nato a Pisa nel 1976, autore, illustratore e divulgatore, Paggiaro ha saputo coniugare cultura alta e immaginario popolare, ironia surreale e rigore documentario. Le sue opere dedicate a figure come Alan Turing, Giuseppe Garibaldi e Galileo Galilei hanno contribuito a rinnovare il linguaggio della divulgazione a fumetti, mentre lavori come Corpicino, Nevermind e Chatwin. Gatto per forza, randagio per scelta hanno mostrato la capacità dell’autore di muoversi con naturalezza tra satira, autobiografia, riflessione sociale e racconto fantastico. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2021, è nata la Fondazione che porta il suo nome, con l’obiettivo di preservarne l’eredità culturale e sostenere nuove generazioni di fumettisti.

Il festival mantiene volutamente quello sguardo ironico e curioso che caratterizzava il lavoro dell’autore. La direzione artistica di Antonio Capellupo e Guido Siliotto ha costruito un programma che intreccia mostre, incontri, presentazioni, concerti e performance, facendo dialogare fumetto, illustrazione, musica indipendente e cultura contemporanea.

Tra gli appuntamenti centrali figura l’inaugurazione della mostra dedicata alle tavole originali di Tuono Pettinato presso il Museo della Grafica di Pisa. L’esposizione propone una rilettura del suo lavoro attraverso una selezione significativa di opere che testimoniano l’ampiezza dei suoi interessi e la versatilità del suo segno grafico. Il Museo della Grafica rappresenta da anni uno dei punti di riferimento nazionali per la valorizzazione del disegno, dell’illustrazione e delle arti della stampa, e la collaborazione con la Fondazione conferma il ruolo del fumetto come linguaggio pienamente riconosciuto all’interno delle istituzioni culturali.

Particolarmente attesa è anche la mostra dedicata a Mario Natangelo, autore del manifesto ufficiale del festival e vincitore del Premio Tuono Pettinato 2026 con il volume Cenere. Il riconoscimento, nato per valorizzare opere capaci di interpretare la realtà attraverso linguaggi innovativi, rappresenta oggi una delle iniziative più significative promosse dalla Fondazione. Accanto a Natangelo trovano spazio anche giovani autori sostenuti attraverso la Borsa di Studio Tuono Pettinato, confermando l’attenzione del festival verso la formazione e il ricambio generazionale.

Il programma coinvolge inoltre alcuni tra i nomi più interessanti della scena fumettistica contemporanea. Sono previsti incontri con Maicol & Mirco, Fumettibrutti, Francesco Cattani, Miguel Ángel Martín, Gianluca Costantini e numerosi altri autori che, con linguaggi e sensibilità differenti, rappresentano la vitalità del fumetto europeo contemporaneo. Le conversazioni affrontano temi che spaziano dal rapporto tra social network e narrazione grafica fino alle possibilità del fumetto come strumento di analisi politica e culturale.

Uno degli aspetti più originali di Giorni di Tuono è la capacità di superare i confini tradizionali del settore. Il fumetto dialoga infatti con la musica dal vivo, il teatro, il podcast e la performance. Nel programma trovano posto concerti, letture pubbliche e spettacoli che ampliano il concetto stesso di festival del fumetto, trasformandolo in una manifestazione dedicata alle arti narrative contemporanee nel loro insieme. Questa apertura riflette una caratteristica che apparteneva allo stesso Tuono Pettinato, autore capace di muoversi tra letteratura, cinema, musica e cultura pop senza gerarchie né barriere disciplinari.

La città di Pisa diventa così non soltanto il luogo della memoria di un artista, ma anche uno spazio di produzione culturale attiva. Le diverse sedi coinvolte – dal Museo della Grafica al Teatro Sant’Andrea, dal Cantiere San Bernardo alla Nunziatina – costruiscono una geografia culturale che invita cittadini e visitatori a muoversi attraverso la città seguendo il filo delle immagini e delle storie. (Pisa Turismo)

Nel panorama italiano delle manifestazioni dedicate al fumetto, Giorni di Tuono occupa una posizione particolare. Non punta sulla dimensione commerciale o spettacolare tipica delle grandi fiere, ma privilegia il dialogo tra autori, lettori e istituzioni culturali. La manifestazione mantiene così una dimensione raccolta e partecipativa che rispecchia lo spirito dell’autore cui è dedicata: coltissimo e popolare, ironico e rigoroso, capace di raccontare la complessità del presente con leggerezza apparente e profonda consapevolezza.

A cinque edizioni dalla sua nascita, il festival conferma quindi la validità di un progetto che non si limita a conservare un’eredità artistica, ma continua a produrre nuove occasioni di confronto. Nel segno di Tuono Pettinato, il fumetto si rivela ancora una volta uno strumento privilegiato per osservare il mondo, interpretarne le contraddizioni e restituirle al pubblico con intelligenza, umorismo e libertà creativa.


Da Elena Profeti <elena.profeti@unipi.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Atella Sound Circus, quando arte e solidarietà diventano strumenti di comunità

Dal 19 al 21 giugno il Casale di Teverolaccio ospita la nona edizione del festival dedicato alla musica e agli artisti di strada. Tre giorni di spettacoli, inclusione sociale e valorizzazione del patrimonio culturale nel cuore della Campania.

Sedici artisti provenienti da Europa, Africa e Sud America, concerti, circo contemporaneo, laboratori, installazioni e iniziative sociali. Atella Sound Circus torna a Succivo con un programma che mette al centro il ruolo educativo dell’arte e la capacità della cultura di generare partecipazione e cittadinanza attiva.


Dal 19 al 21 giugno 2026 il Casale di Teverolaccio, a Succivo in provincia di Caserta, torna a trasformarsi in uno spazio aperto all’incontro tra linguaggi artistici, culture e generazioni. Con la sua nona edizione, Atella Sound Circus – Festival della Musica e Artisti di Strada conferma una formula che negli anni ha saputo coniugare spettacolo, partecipazione sociale e valorizzazione del territorio, diventando uno degli appuntamenti più riconoscibili dell’estate culturale campana.
Organizzato dall’Associazione Artenova con il patrocinio del Comune di Succivo e il sostegno del Ministero della Cultura nell’ambito delle iniziative dedicate al teatro urbano e sociale, il festival propone tre giornate a ingresso libero in cui musica, arti circensi e laboratori creativi convivono in un contesto fortemente orientato all’inclusione. Partner dell’iniziativa sono ARCI e Spaccio Culturale.

Negli ultimi decenni il teatro di strada e il circo contemporaneo hanno assunto un ruolo crescente nelle politiche culturali europee. Liberati dalla dimensione esclusivamente spettacolare che aveva caratterizzato il circo tradizionale, questi linguaggi sono diventati strumenti di aggregazione sociale, educazione informale e riqualificazione degli spazi pubblici. Atella Sound Circus si inserisce pienamente in questa prospettiva, proponendo un programma pensato soprattutto per famiglie, bambini e giovani, ma capace di coinvolgere pubblici diversi.

L’edizione 2026 pone infatti l’accento sul rapporto tra arte e solidarietà. Gli organizzatori definiscono il festival come un’esperienza educativa diffusa nella quale lo stupore generato dagli spettacoli diventa occasione di crescita civile. Una visione che attribuisce all’esperienza artistica una funzione formativa e sociale, considerandola parte integrante dei processi di costruzione della comunità.

Particolarmente significativo è il legame tra il festival e il territorio che lo ospita. L’inaugurazione coincide infatti con l’avvio del progetto di restauro della corte storica del Casale di Teverolaccio, promosso dall’amministrazione comunale di Succivo. L’intervento rappresenta un esempio concreto di recupero del patrimonio locale attraverso la cultura, trasformando un luogo storico in uno spazio destinato alla partecipazione collettiva e alle relazioni intergenerazionali.

La dimensione sociale attraversa l’intera manifestazione. In collaborazione con ARCI Caserta e in concomitanza con la Giornata Mondiale del Rifugiato, i beneficiari del progetto SAI – Sistema Accoglienza Integrazione – prenderanno parte attiva alla realizzazione del festival. Accanto agli spettacoli sarà inoltre allestita una mostra fotografica dedicata al tema dello sfruttamento lavorativo, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui temi dei diritti e della giustizia sociale.

Il programma comprende laboratori creativi, attività ludiche ed esperienziali, installazioni scenografiche curate da Artenova, un mercatino dedicato all’artigianato artistico, un’area gastronomica con prodotti locali, birre artigianali, proposte vegane e senza glutine, oltre a momenti dedicati al benessere personale come la meditazione armonica prevista negli orti del Casale.

Grande attenzione è riservata alla musica dal vivo. I concerti serali, tutti programmati alle ore 21, offrono un itinerario sonoro che attraversa differenti geografie culturali. Il 19 giugno si esibiranno i Karakal, formazione napoletana orientata alla world music, seguiti dal collettivo congolese Fulu Miziki, noto a livello internazionale per la propria ricerca afro-futurista costruita attraverso strumenti realizzati con materiali riciclati. Nella stessa giornata l’Arena degli Orti ospiterà una battle di freestyle rap curata dal collettivo Gradoni, realtà di riferimento della scena napoletana.

Il 20 giugno sarà la volta dei Ngasa Ngasa, progetto nato tra Marsiglia e Napoli che intreccia funk, jazz e rock, e degli Zinharua, formazione che unisce influenze balcaniche e mediterranee provenienti dalla Calabria e dalla Puglia. Il 21 giugno chiuderanno il festival i milanesi Sunomi Sain, con una proposta che fonde punk mediterraneo e patchanka, linguaggio musicale nato dall’incontro tra rock, ska e sonorità popolari.

Accanto alla musica, il festival ospiterà undici progetti di arte di strada provenienti da Italia, Argentina, Brasile e Uruguay. Acrobati, giocolieri, clown, performer di discipline aeree, mangiafuoco, illusionisti e artisti dell’equilibrismo animeranno gli spazi del Casale trasformandoli in un grande teatro all’aperto. Tra i protagonisti figurano Tei Tei, Gato Blanco Gato Nero, Brunitus ed Ete Clown dall’Argentina, la compagnia brasiliano-uruguaiana Cia Circo Delírio e numerosi artisti italiani tra cui Teatro Random, Castigamatt, Mago Mpare, Mr. Ritmo, Una Lamp e Il Poeta delle Bolle.

Il valore di Atella Sound Circus risiede proprio nella capacità di mettere in relazione dimensioni spesso considerate separate: spettacolo e formazione, patrimonio e innovazione, intrattenimento e impegno civile. In un momento storico in cui molti territori cercano nuove forme di partecipazione culturale, il festival campano propone un modello fondato sulla prossimità, sull’accessibilità e sul coinvolgimento diretto delle comunità.

Per tre giorni il Casale di Teverolaccio diventerà così un laboratorio aperto in cui artisti, famiglie, cittadini e visitatori condivideranno esperienze, linguaggi e visioni differenti. Un’occasione per ricordare che la cultura non è soltanto produzione di eventi, ma anche costruzione di relazioni, educazione alla diversità e cura dei luoghi in cui una comunità riconosce la propria identità.


Da giulio di donna <feedback@hungrypromotion.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Valeria Sanguini, il ritorno alla pittura nella Tuscia tra corpi e memorie

Alla Massimo Lupoli Gallery di Nepi la mostra “L’orizzonte del tuo divano” riunisce opere di epoche diverse per raccontare un percorso artistico che attraversa migrazione, identità, tecnologia e relazioni con il vivente.

Fino al 3 luglio 2026 la Massimo Lupoli Gallery ospita la personale di Valeria Sanguini, a cura di Domiziana Febbi. Un progetto che segna il ritorno dell’artista alla pittura e che trasforma il corpo e lo spazio in luoghi di confronto tra controllo, memoria e possibilità di trasformazione.


Nella Tuscia viterbese, in un ex spazio industriale riconvertito all’arte contemporanea, la pittura torna a essere territorio di ricerca e attraversamento. La mostra L’orizzonte del tuo divano, ospitata alla Massimo Lupoli Gallery di Settevene, frazione di Nepi, rappresenta infatti il ritorno di Valeria Sanguini alla tela dopo anni di sperimentazioni che hanno intrecciato installazione, intervento sociale e riflessione sui fenomeni migratori. Curata da Domiziana Febbi, l’esposizione inaugura il ciclo di progetti monografici della galleria e rimane aperta fino al 3 luglio 2026.

Nata ad Addis Abeba nel 1973 e attiva da molti anni a Roma, Sanguini sviluppa una ricerca che si muove tra pittura, scultura e installazione, affrontando temi legati all’appartenenza, ai confini geografici e culturali, alla dimensione del corpo come luogo politico e alla relazione tra individuo e ambiente. Nel suo percorso convivono esperienze internazionali, pratiche partecipative e una costante attenzione alle trasformazioni sociali che attraversano il presente.

La mostra riunisce opere appartenenti a periodi diversi della sua produzione. Non si tratta di una retrospettiva tradizionale, ma di una rilettura che mette in dialogo lavori lontani nel tempo per evidenziarne connessioni e sviluppi. Ne emerge una ricerca coerente, costruita attorno a una tensione costante tra forze di controllo e possibilità di emancipazione.

Secondo la lettura proposta da Domiziana Febbi, il percorso espositivo si articola intorno a una polarità che attraversa l’intera produzione dell’artista. Da una parte si manifesta una dimensione meccanica e oppressiva, riconducibile ai dispositivi contemporanei di sorveglianza, standardizzazione e disciplinamento; dall’altra emerge una forza organica e generativa che prende forma attraverso radici, miceli, anatomie in trasformazione e reti relazionali. È una dialettica che richiama molte delle riflessioni sviluppate negli ultimi decenni dall’ecologia politica, dal pensiero femminista e dalle teorie postumane, discipline che hanno ridefinito il rapporto tra esseri umani, tecnologia e natura.

Al centro della mostra compare un elemento ricorrente e insolito: il magnete. Presente fisicamente in numerose opere, il magnetismo diventa una metafora delle forze invisibili che attraversano corpi e territori. Attrazione e repulsione, conflitto e protezione, memoria e desiderio vengono tradotti in una materia visiva che coinvolge pittura, scultura e installazione. Frammenti elettronici, residui tecnologici e strumenti di misurazione perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in componenti poetiche di nuovi organismi simbolici.

L’esposizione si sviluppa come una narrazione in tre movimenti. Il primo affronta la dimensione della vulnerabilità e dello sradicamento. Opere come Parto (Atterraggio), My Mom Wanted to Be an Astronaut e la serie ispirata al luna park berlinese MaiFest riflettono sulla precarietà dell’esistenza contemporanea, sulle forme della violenza sistemica e sulla fragilità delle identità in movimento. Temi che richiamano alcune delle esperienze più significative vissute dall’artista a contatto con le rotte migratorie e con le comunità giovanili coinvolte nei suoi progetti.

Nel secondo momento del percorso la resistenza assume una forma più esplicita. Tecnologie obsolete e materiali industriali vengono recuperati e reinterpretati in chiave critica. L’operazione ricorda alcune pratiche dell’arte contemporanea che, dagli anni Sessanta in poi, hanno trasformato gli oggetti della società tecnologica in strumenti di riflessione politica e culturale. Opere come Cinturone, Life Belt e I Stand for You ridefiniscono il corpo femminile come luogo di sopravvivenza, autonomia e opposizione alle logiche del controllo.

Il cuore della mostra si trova però nell’ultima sezione, dedicata alle Mamasetas, una serie che rappresenta la sintesi più matura della ricerca di Sanguini. Qui gruppi di corpi femminili e materni si intrecciano a figure fungine, radici e organismi vegetali, evocando l’universo biologico del sottobosco. Il riferimento ai miceli non è casuale. Negli ultimi anni la rete sotterranea dei funghi è diventata un potente modello interpretativo per descrivere sistemi di cooperazione e interdipendenza all’interno degli ecosistemi. Sanguini traduce questa immagine in una metafora sociale e politica, immaginando comunità capaci di protezione reciproca e relazioni non gerarchiche.

Particolarmente significativa è Mamasetas (Chiama Viola), che richiama l’esperienza delle reti di mutuo soccorso femminile, mentre Mamasetas (Sezione) “a cappella” mette in scena una figura completamente avvolta e custodita dal tessuto biologico del sottobosco. In queste opere la pittura sembra perdere consistenza per trasformarsi in spora, energia diffusa, presenza che sfugge ai meccanismi di sorveglianza e classificazione.

Il percorso si conclude con Hula Hop (Pachamama), lavoro in cui si fondono riferimenti alla maternità, alla terra e alla dimensione cosmica. La figura della Pachamama, divinità andina associata alla fertilità e alla generazione della vita, diventa il simbolo di una riconciliazione tra essere umano e ambiente. Le tensioni che attraversano l’intera esposizione trovano qui una possibile sintesi: il territorio non è più confine o proprietà, ma parte di un ciclo biologico più ampio che coinvolge corpi, ecosistemi e memoria collettiva.

Ad accogliere questo progetto è uno spazio che rappresenta esso stesso una dichiarazione di intenti. La Massimo Lupoli Gallery sorge infatti in un capannone industriale della zona di Nepi, a circa trenta minuti da Roma. Una scelta che si inserisce nella lunga tradizione internazionale di recupero di edifici produttivi destinati a nuove funzioni culturali. Dalle ex fabbriche trasformate in musei ai grandi centri d’arte contemporanea ricavati da complessi industriali dismessi, la riconversione dello spazio produttivo è diventata una delle cifre distintive della cultura contemporanea.

In questo contesto, L’orizzonte del tuo divano non appare soltanto come una mostra di pittura. È piuttosto un percorso che mette in relazione biografia, politica, ecologia e immaginazione, restituendo alla pratica artistica la capacità di interrogare il presente e di immaginare nuove forme di convivenza. Il ritorno alla tela di Valeria Sanguini non coincide con un ritorno alle origini, ma con l’apertura di una nuova fase della sua ricerca, nella quale il gesto pittorico diventa uno strumento per leggere le trasformazioni del mondo e le possibilità ancora inesplorate della relazione umana.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Karam Sebastiano Cannarella, luce e memoria nella mostra “Restanza”

Alla Manuel Zoia Gallery di Milano un nuovo ciclo di opere indaga ciò che permane dopo il passaggio del tempo. Tra interni silenziosi, paesaggi e tracce di vite trascorse, la pittura si concentra sul dialogo tra luce, spazio e ricordo.

Dal 18 al 27 giugno 2026 la Manuel Zoia Gallery ospita “Restanza”, personale di Karam Sebastiano Cannarella curata da Vera Agosti. Un progetto che segna una nuova tappa nella ricerca dell’artista siciliano, orientata verso una pittura sempre più essenziale e meditativa.


Esiste una pittura che racconta gli eventi e una pittura che si concentra su ciò che rimane quando gli eventi sono già accaduti. La nuova mostra di Karam Sebastiano Cannarella, intitolata Restanza e ospitata alla Manuel Zoia Gallery di Milano dal 18 al 27 giugno 2026, appartiene a questa seconda categoria. Curata da Vera Agosti e organizzata in collaborazione con Independent Artists, l’esposizione presenta un ciclo di opere che riflette sul tempo, sulla memoria e sulla persistenza delle cose oltre la loro presenza fisica.
Cannarella, nato a Portopalo di Capo Passero nel 1942 e formatosi all’Accademia di Brera dopo il trasferimento a Milano negli anni Sessanta, è una figura che attraversa oltre mezzo secolo di ricerca artistica. Le sue esperienze tra Italia, Francia, Svizzera, Germania, Nord Africa e Medio Oriente hanno alimentato una produzione che nel tempo ha affrontato temi legati all’identità mediterranea, alla memoria culturale, alle questioni sociali e alla rilettura della tradizione figurativa europea.

Con Restanza l’artista prosegue idealmente il percorso avviato con Veglia morbida, il recente ciclo dedicato alle drag queen e a quella dimensione sospesa tra rappresentazione pubblica e vita privata. Se in quelle opere il corpo occupava ancora il centro della scena, ora la figura umana si ritrae quasi completamente. Restano gli oggetti, gli ambienti, le tracce di un passaggio. Restano soprattutto la luce e lo spazio, che diventano i veri protagonisti della narrazione pittorica.

Il titolo della mostra possiede una particolare densità culturale. Nella riflessione dell’artista, la “restanza” indica ciò che permane, ciò che resiste all’erosione del tempo e continua ad abitare il presente. Vera Agosti sottolinea come il corpo non scompaia realmente, ma si trasformi in memoria, eco e traccia. La pittura diventa allora uno strumento capace di trattenere ciò che tende naturalmente a dissolversi.

Nel suo testo critico, significativamente intitolato Nella luce. Lo spazio vissuto, Agosti individua nell’opera Dopo la presenza la sintesi dell’intero progetto. Una parrucca bionda, una sedia, una borsa, alcuni petali schiacciati e una piccola apertura da cui entra una luce intensa bastano a evocare una storia senza mostrarne i protagonisti. L’assenza diventa presenza indiretta; il vuoto si trasforma in racconto. La luce, scrive la curatrice, trattiene lo spazio della memoria.

L’intera mostra ruota attorno a questo elemento. La luce non svolge una funzione descrittiva ma diventa materia emotiva. Talvolta protegge e custodisce, talvolta ferisce e rivela. Agosti richiama esplicitamente la lezione di Caravaggio, individuando in opere come Spiraglio una luminosità drammatica che attraversa il buio come una lama, attribuendo allo spazio una dimensione simbolica oltre che visiva.

Questa attenzione alla luce appartiene a una lunga tradizione della pittura occidentale. Dal naturalismo caravaggesco alle atmosfere sospese della pittura metafisica, fino alle ricerche contemporanee sulla percezione e sullo spazio, la luce è stata spesso utilizzata non soltanto per illuminare ma per costruire significati. Nel caso di Cannarella essa diventa il mezzo attraverso cui il ricordo assume una forma tangibile e continua a esistere.

Il percorso espositivo è organizzato in nuclei tematici e cromatici. Compaiono interni silenziosi, luoghi della spiritualità, paesaggi rurali e visioni marine. Un confessionale consumato dal tempo sembra conservare segreti mai rivelati; una chiesa rischiarata da piccoli lumi suggerisce il passaggio di una presenza appena svanita; uno spaventapasseri accanto a un aratro emerge come una figura sospesa tra realtà e apparizione. In questi lavori la pittura riduce progressivamente il proprio linguaggio all’essenziale, lasciando che siano le relazioni tra colore, luce e spazio a costruire il senso dell’immagine.

Particolarmente significativa è la sezione dedicata al mare. Navi arenate, cavalli immobili sul bagnasciuga, orizzonti azzurri attraversati da bagliori luminosi compongono una geografia della memoria che richiama indirettamente le origini mediterranee dell’artista. Vera Agosti osserva come il cavallo di Il cavallo rimasto, in realtà una figura in cartapesta proveniente da una giostra, evochi lontanamente le atmosfere di Giorgio de Chirico e di Aligi Sassu, trasformando un semplice oggetto in una presenza carica di malinconia e significati.

Il concetto stesso di restanza possiede inoltre una risonanza che supera l’ambito strettamente artistico. Negli studi dell’antropologo calabrese Vito Teti, il termine è stato utilizzato per descrivere la scelta di restare, di custodire un legame con i luoghi d’origine senza rinunciare al confronto con il mondo. Agosti ricorda come il titolo della mostra sia nato autonomamente nella riflessione dell’artista, ma finisca per dialogare con questa dimensione culturale più ampia, fatta di memoria, radici e resistenza al dissolvimento.

Ad accompagnare l’esposizione sarà pubblicato un catalogo con i testi di Vera Agosti e di Emanuele Beluffi. Quest’ultimo sintetizza efficacemente il senso dell’intero progetto quando afferma che Cannarella mostra il “dopo”, ciò che continua a vivere nelle cose una volta terminata l’azione. È una prospettiva che attraversa tutta la mostra: gli oggetti non sono semplici nature morte, ma depositi di esperienze, frammenti di esistenze che la pittura rende nuovamente visibili.

In Restanza non vi è alcuna nostalgia decorativa. La ricerca di Cannarella si concentra piuttosto sulla capacità dell’immagine di conservare ciò che rischia di essere dimenticato. Attraverso una pittura sempre più sobria, essenziale e meditativa, l’artista costruisce spazi in cui la memoria continua a respirare. La luce diventa allora il luogo in cui il passato incontra il presente, trasformando l’assenza in una forma silenziosa ma persistente di presenza.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Pompei: archeologia, musica e nuove forme di partecipazione culturale

La città sepolta dal Vesuvio apre nuovamente le sue porte alle serate estive con concerti, visite guidate, percorsi enologici e appuntamenti culturali. La terza edizione di Beats of Pompeii conferma il ruolo del sito archeologico come luogo vivo, capace di coniugare tutela del patrimonio e produzione culturale contemporanea.

Dal 24 giugno al 27 luglio 2026 il Parco archeologico di Pompei ospita venti concerti con artisti italiani e internazionali. Accanto alla musica, il pubblico potrà accedere in orario serale a percorsi archeologici, mostre, degustazioni e attività speciali che ampliano l’esperienza di visita del sito più celebre dell’antichità romana.


Negli ultimi anni Pompei ha progressivamente trasformato il proprio rapporto con il pubblico, passando dall’essere uno dei più importanti luoghi della memoria archeologica mondiale a diventare anche uno spazio di produzione culturale contemporanea. La stagione estiva 2026 conferma questa evoluzione con la terza edizione di Beats of Pompeii, la rassegna musicale ospitata nell’Anfiteatro degli Scavi che, dal 24 giugno al 27 luglio, porterà nel sito vesuviano venti concerti e sedici protagonisti della scena nazionale e internazionale.
La novità più significativa riguarda però l’estensione dell’esperienza oltre il semplice spettacolo. Nelle serate dei concerti una parte del Parco archeologico resterà infatti accessibile anche dopo il tramonto, permettendo ai visitatori di vivere il sito in una dimensione inconsueta. L’apertura serale comprende percorsi archeologici, visite guidate, degustazioni, itinerari nei vigneti storici e l’accesso alla nuova esposizione permanente dedicata all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ai celebri calchi delle vittime, recentemente inaugurata nella Palestra Grande.

L’iniziativa si inserisce in una tendenza ormai consolidata nei principali siti culturali europei, dove monumenti, musei e aree archeologiche vengono interpretati come luoghi di incontro tra passato e presente. A Pompei questo approccio assume un significato particolare. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997, la città romana conserva una documentazione straordinaria della vita quotidiana del I secolo d.C. e continua a rappresentare uno dei più importanti laboratori internazionali per lo studio dell’antichità. L’apertura a nuove forme di fruizione non modifica questa funzione, ma amplia le modalità attraverso cui il patrimonio può essere vissuto e condiviso.

Il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha sottolineato come la scelta di ospitare musica e teatro all’interno del sito derivi da una visione unitaria della cultura, capace di superare le tradizionali divisioni disciplinari. Archeologia, arti performative e partecipazione pubblica vengono così considerate componenti di uno stesso ecosistema culturale, nel quale il visitatore può costruire un’esperienza personale e inclusiva.

Il programma musicale conferma l’ambizione internazionale della manifestazione. Sul palco dell’Anfiteatro si alterneranno artisti appartenenti a generi molto diversi tra loro: dagli islandesi Of Monsters and Men ai BEAT, da Riccardo Cocciante a Pat Metheny, dagli Opeth a Vinicio Capossela, da Marcus Miller a Charlie Puth, fino ai Marillion, protagonisti di due date già particolarmente attese dal pubblico internazionale. Completano il cartellone Claudio Baglioni, Riccardo Muti, Tropico, Savatage e numerosi altri interpreti che testimoniano la natura trasversale della rassegna.

Accanto agli appuntamenti di Beats of Pompeii trovano spazio eventi speciali come il doppio concerto di Nino D’Angelo e “È mio padre – Morricone Dirige Morricone”, omaggio all’eredità artistica di Ennio Morricone affidato all’Orchestra Filarmonica del Teatro di Modena sotto la direzione di Andrea Morricone. L’iniziativa sostiene la Fondazione Città della Speranza e la raccolta fondi per la ricerca pediatrica, aggiungendo una dimensione sociale a una programmazione già fortemente orientata alla valorizzazione culturale.

Uno degli aspetti più interessanti della manifestazione riguarda il rapporto tra spettacolo e territorio. Durante le serate sarà possibile visitare i vigneti archeologici di Pompei, recuperati negli ultimi decenni grazie a un lungo lavoro di ricerca archeobotanica. Gli studi hanno permesso di individuare le tecniche vitivinicole praticate dagli antichi Romani e di reimpiantare varietà compatibili con quelle coltivate prima dell’eruzione. I visitatori potranno conoscere questa storia attraverso percorsi guidati organizzati con Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio, partner del Parco nella valorizzazione delle aree vitate.

Anche gli spazi della Palestra Grande saranno protagonisti della stagione estiva. L’antico campus destinato all’educazione fisica dei giovani pompeiani si trasformerà in un luogo di incontro e socialità, con aperitivi a base di prodotti locali curati dal ristorante Chora e attività rivolte ai visitatori. Alla vita culturale del sito parteciperanno inoltre i giovani della Fattoria sociale e culturale “Parvula Domus”, coinvolti in progetti di inclusione e valorizzazione del verde archeologico.

La dimensione internazionale dell’iniziativa emerge anche dai dati relativi alla provenienza del pubblico. Alcuni eventi, come il doppio concerto dei Marillion, registrano percentuali di vendita all’estero superiori al sessanta per cento, con punte che raggiungono il settanta per cento. Numeri che confermano come la rassegna sia diventata un elemento significativo dell’offerta turistica campana e uno strumento di promozione territoriale capace di attrarre visitatori da numerosi Paesi.

La manifestazione è realizzata con il patrocinio del Ministero della Cultura e del Parco archeologico di Pompei, in collaborazione con Regione Campania e Comune di Pompei, con l’organizzazione tecnica di Blackstar Entertainment e Fast Forward e la media partnership di Radio2. Un progetto che riflette il dinamismo culturale della Campania contemporanea e che dimostra come un sito archeologico possa continuare a produrre significati, relazioni e nuove forme di partecipazione pubblica senza rinunciare alla propria identità storica.

Più che una semplice rassegna musicale, Beats of Pompeii si configura così come un esperimento di integrazione tra patrimonio, spettacolo e turismo culturale. In una città che da quasi duemila anni racconta la fragilità e la permanenza della memoria, la musica diventa uno strumento per costruire nuove narrazioni e per riportare vita, anche dopo il tramonto, tra le strade e gli edifici di una delle più straordinarie testimonianze del mondo antico.


Da giulio di donna <feedback@hungrypromotion.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Amiata Music, in Toscana nasce un nuovo festival internazionale

L’eredità dell’Amiata Piano Festival si trasforma in un progetto più ampio che unisce concerti, attività educative e sostegno ai giovani talenti. Al centro della nuova iniziativa della Fondazione Bertarelli, il Forum progettato da Eduardo Milesi e una programmazione che guarda al futuro della musica.

Dal 25 luglio 2026 prende il via Amiata Music, nuovo festival internazionale ospitato nel Forum Fondazione Bertarelli a Cinigiano, nel cuore della Toscana meridionale. Accanto a grandi interpreti della scena musicale internazionale, il progetto punta sulla formazione, sull’educazione musicale e sul coinvolgimento delle comunità locali.


La Toscana aggiunge un nuovo tassello alla propria geografia culturale con la nascita di Amiata Music, festival internazionale che dal 25 luglio 2026 raccoglie e sviluppa l’eredità dell’Amiata Piano Festival, ampliandone l’orizzonte artistico e progettuale. Promossa dalla Fondazione Bertarelli, la nuova manifestazione nasce con l’ambizione di costruire un punto d’incontro tra grandi interpreti della musica internazionale, giovani talenti e attività educative rivolte al territorio.

La trasformazione non riguarda soltanto il nome. Se l’Amiata Piano Festival aveva costruito negli anni una solida reputazione attorno al repertorio pianistico, Amiata Music allarga il proprio raggio d’azione a nuove forme espressive, ensemble e repertori, con l’obiettivo di creare una proposta culturale più articolata e inclusiva. Il progetto si fonda su tre direttrici principali: il sostegno all’educazione musicale nelle scuole della zona, la valorizzazione dei giovani artisti e la programmazione di concerti con interpreti di fama internazionale. A questi si affiancano masterclass, laboratori e iniziative dedicate alla comunità, concepite per generare opportunità durature per le nuove generazioni.

La sede del festival è il Forum Fondazione Bertarelli, immerso tra gli uliveti e i vigneti della tenuta ColleMassari, nel territorio di Cinigiano. L’edificio, progettato dall’architetto Eduardo Milesi, rappresenta uno degli esempi più significativi di integrazione tra architettura contemporanea e paesaggio rurale toscano. La struttura, caratterizzata da una pianta circolare, dall’impiego di materiali naturali e da un’attenta ricerca acustica, è stata concepita per dialogare con il territorio circostante, trasformando il paesaggio in parte integrante dell’esperienza musicale.

L’iniziativa riflette la filosofia della Fondazione Bertarelli, istituzione nata nel 2009 per volontà di Maria Iris Bertarelli e Claudio Tipa. Nel corso degli anni la fondazione ha sviluppato numerosi progetti legati alla valorizzazione culturale, ambientale e sociale del territorio, sostenendo restauri architettonici, attività archeologiche, programmi universitari e iniziative artistiche. La costruzione del Forum rappresenta uno degli interventi più significativi di questa strategia, trasformando una porzione della campagna maremmana in un centro dedicato alla produzione culturale e musicale.

A guidare il nuovo corso di Amiata Music è Nicholas Chalmers, direttore artistico britannico formatosi tra l’Università di Oxford e il Conservatorio Nicolini di Piacenza. Figura di primo piano nel panorama musicale internazionale, Chalmers ha costruito la propria carriera coniugando attività artistica e impegno educativo. Fondatore della Nevill Holt Opera nel Regno Unito e oggi associato a istituzioni come la Royal Opera House e la Royal Academy of Music, considera il sostegno ai giovani musicisti e la formazione di nuovi pubblici una componente essenziale del proprio lavoro. La sua esperienza si affianca a quella della direttrice esecutiva Rosenna East, manager culturale e già protagonista dello sviluppo della Nevill Holt Opera e della Sinfonia of London.

Il cartellone 2026 riflette questa visione. L’inaugurazione del 25 luglio è affidata al Gala Lirico Amiata, diretto da Chalmers alla guida della Sinfonia Smith Square Orchestra e realizzato in collaborazione con la compagnia fiorentina Mascarade Opera. Sul palco si alterneranno giovani interpreti impegnati in un programma che attraversa il grande repertorio operistico italiano, da Rossini a Donizetti, da Bellini a Puccini.

Nei mesi successivi il festival propone una sequenza di appuntamenti che spaziano dal barocco alla contemporaneità. Il tenore Laurence Kilsby sarà protagonista di Care Gemme, percorso dedicato alle origini dell’opera italiana attraverso musiche di Monteverdi, Scarlatti e Sarro, accompagnato dall’ensemble Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta. La presenza di Joyce DiDonato, una delle voci più autorevoli della scena lirica internazionale, rappresenta uno dei momenti centrali della stagione. Il suo progetto Emily – No Prisoner Be, sviluppato insieme al trio Time for Three e basato sulle musiche del compositore statunitense Kevin Puts ispirate ai testi di Emily Dickinson, unisce repertorio classico e linguaggi contemporanei, confermando la volontà del festival di superare le tradizionali barriere tra generi musicali.

Accanto ai concerti, la cantante americana guiderà masterclass e laboratori destinati ai giovani interpreti, tra cui il progetto Arie da Camera, realizzato con i cantanti della Mascarade Opera Academy e con ensemble del territorio. La dimensione formativa rappresenta infatti uno degli aspetti distintivi di Amiata Music e si inserisce in una tradizione che caratterizza i più importanti festival europei contemporanei.

Il programma comprende inoltre il jazz del contrabbassista Misha Mullov-Abbado, capace di fondere influenze classiche e improvvisative, il concerto ferragostano di Fabio Biondi con Europa Galante dedicato alle Quattro stagioni di Antonio Vivaldi, il recital di Luca Micheletti accompagnato dal pianista Malcolm Martineau e l’esibizione della pianista Alice Sara Ott, interprete nota per la capacità di coniugare repertorio classico e sensibilità contemporanea, che presenterà un programma dedicato a John Field e Ludwig van Beethoven.

Particolare attenzione è riservata alle nuove generazioni attraverso il progetto Trio Concept, una residenza artistica che offrirà a un giovane ensemble italiano la possibilità di lavorare per una settimana in un contesto professionale, culminando in un concerto pubblico. È un’iniziativa che richiama modelli ormai consolidati nei principali festival europei e che conferma la volontà di trasformare Amiata Music in un luogo di crescita artistica oltre che di programmazione concertistica.

Nel panorama culturale contemporaneo, dove la sostenibilità delle istituzioni musicali dipende sempre più dalla capacità di creare relazioni con il territorio e con le nuove generazioni, Amiata Music si presenta come un progetto che unisce qualità artistica e responsabilità culturale. Nel cuore della Maremma, tra paesaggio, architettura e musica, il festival punta a costruire un modello in cui l’eccellenza internazionale convive con la formazione e con il coinvolgimento delle comunità locali, riaffermando il ruolo della cultura come investimento sul futuro.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Petrit Halilaj a Cigognola, un’opera permanente dell’artista kosovaro

Con “Two and a Half Hearts”, il borgo pavese accoglie una nuova installazione permanente dell’artista kosovaro. Il progetto, promosso da Associazione Genesi e Ifis art, trasforma il Belvedere di Cigognola in uno spazio di riflessione sui legami affettivi, sulle radici e sulle ferite lasciate dai conflitti.

Dal 6 giugno 2026 il panorama delle colline dell’Oltrepò Pavese si arricchisce di una nuova presenza artistica. L’opera di Petrit Halilaj entra stabilmente nel paesaggio di Cigognola, portando con sé una riflessione sul valore della memoria e sulla capacità dell’arte di dare forma alle esperienze individuali e collettive.


Le colline dell’Oltrepò Pavese diventano il teatro di una nuova iniziativa dedicata all’arte contemporanea internazionale. Dal 6 giugno 2026 il Belvedere di Cigognola ospita in modo permanente “Two and a Half Hearts”, installazione dell’artista kosovaro Petrit Halilaj, presentata da Associazione Genesi e Ifis art, la divisione culturale di Banca Ifis impegnata nella valorizzazione dell’arte contemporanea. L’opera, curata da Ilaria Bernardi, trova collocazione in uno dei punti panoramici più suggestivi del borgo lombardo, accessibile liberamente al pubblico in ogni momento della giornata.

L’intervento rappresenta la seconda collaborazione dell’anno tra Associazione Genesi e Ifis art, dopo la mostra dedicata all’artista iraniana Shirin Neshat inaugurata a Venezia nella primavera del 2026. In questo caso, però, il progetto assume una dimensione diversa: non una mostra temporanea, ma un’opera destinata a entrare stabilmente nel paesaggio e nell’identità culturale del territorio.

“Two and a Half Hearts” appartiene alla serie Abetare, ciclo di sculture che Halilaj sviluppa da circa quindici anni partendo da una fonte tanto semplice quanto carica di significato: i disegni ritrovati sui banchi della scuola frequentata durante l’infanzia a Runik, in Kosovo. Un edificio profondamente segnato dalla guerra che ha devastato l’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Da quei segni spontanei, tracciati da bambini e adolescenti, l’artista ha costruito un vocabolario visivo capace di trasformare memorie personali in simboli universali.

La nuova installazione affronta temi che attraversano l’intera ricerca di Halilaj: la fragilità degli affetti, il senso di appartenenza, la perdita delle radici e le conseguenze della migrazione forzata. Questioni che assumono una particolare rilevanza in un’epoca segnata da guerre, spostamenti di popolazioni e ridefinizioni delle identità culturali. Non a caso l’opera dialoga con due delle sezioni fondamentali della Collezione Genesi, dedicate alla memoria dei popoli e alle vittime del potere.

Nato nel 1986 a Kostërrc, in Kosovo, Petrit Halilaj appartiene a una generazione cresciuta all’ombra del conflitto balcanico. La sua produzione artistica si è sviluppata attorno alla ricostruzione della memoria individuale e collettiva, trasformando ricordi, disegni infantili, racconti familiari e frammenti di esperienza in opere che uniscono scultura, installazione, performance e intervento ambientale. La sua vicenda personale è inseparabile dalla sua poetica: l’esperienza dello sradicamento diventa infatti uno strumento per interrogare il significato stesso di casa, comunità e identità.

Negli ultimi anni Halilaj si è affermato come una delle figure più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale. Nel 2013 ha rappresentato il Kosovo alla Biennale di Venezia con il primo padiglione nazionale del Paese. Successivamente il suo lavoro è stato presentato in alcune delle più importanti istituzioni del mondo, dalla Tate St Ives al Metropolitan Museum of Art di New York, dal Museo Reina Sofía di Madrid all’Hammer Museum di Los Angeles, fino al Pirelli HangarBicocca di Milano e alla Hamburger Bahnhof di Berlino. Una traiettoria che testimonia il crescente interesse della scena artistica internazionale per una ricerca capace di affrontare questioni politiche e sociali attraverso una dimensione profondamente poetica.

La scelta del Belvedere di Cigognola non appare casuale. Lo spazio ospita già una versione permanente del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, realizzata grazie alla collaborazione tra Associazione Genesi e Fondazione Pistoletto Cittadellarte. L’arrivo dell’opera di Halilaj contribuisce così a trasformare il luogo in un percorso di arte pubblica che mette in dialogo differenti generazioni e sensibilità artistiche. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare il patrimonio culturale del borgo, arricchendone l’identità civica e favorendo nuove occasioni di incontro tra arte contemporanea e comunità locale.

L’inaugurazione coincide con il Cigognola Live Performance, manifestazione multidisciplinare che intreccia arti visive, musica e danza. Ideata da Gabriele Moratti e diretta da Émilie Fouilloux, la rassegna conferma la volontà di costruire una proposta culturale articolata, nella quale le arti contemporanee dialogano con il patrimonio storico e paesaggistico del territorio. L’edizione 2026 ospita, tra gli altri, le performance della Yoann Bourgeois Art Company e il concerto del quintetto barocco Capriccio Armonico, composto da musicisti del Teatro alla Scala.

Alla base dell’iniziativa si colloca il lavoro di Associazione Genesi, fondata nel 2020 da Letizia Moratti con l’obiettivo di promuovere i diritti umani attraverso l’arte contemporanea. Negli ultimi anni l’associazione ha sviluppato un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero, trasformando la propria collezione in uno strumento di riflessione sulle grandi questioni sociali, ambientali e politiche del presente. Accanto a questa esperienza opera Ifis art, progetto culturale di Banca Ifis che ha trovato una delle sue espressioni più significative nel Parco Internazionale di Scultura di Villa Fürstenberg a Mestre, oggi uno dei più interessanti esempi italiani di integrazione tra impresa, collezionismo e valorizzazione culturale.

Con “Two and a Half Hearts”, Cigognola non aggiunge soltanto una nuova opera al proprio patrimonio artistico. Accoglie un lavoro che parla di fragilità e resistenza, di memoria e appartenenza, dimostrando come l’arte pubblica possa trasformare uno spazio aperto in un luogo di incontro tra storie individuali e coscienza collettiva. In un tempo segnato da nuove migrazioni e da conflitti che continuano a ridefinire i confini del mondo, l’opera di Petrit Halilaj ricorda che le radici non sono soltanto un luogo da cui proveniamo, ma anche una narrazione che continuiamo a costruire.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Fernando Garbellotto e la rete delle relazioni: a Milano torna “Fractal Net Singing”

Casa degli Artisti propone la proiezione dell’opera video che nel 2011 approdò alla Biennale di Venezia. Un’occasione per rileggere il percorso di Fernando Garbellotto, artista che da oltre quarant’anni indaga i rapporti tra arte, matematica, filosofia e scienze della complessità.

L’11 giugno 2026 Casa degli Artisti ospita la proiezione di “Fractal Net Singing”, video ideato e prodotto da Fernando Garbellotto e presentato per la prima volta nel 2011 alla Biennale di Venezia. L’incontro, introdotto dal critico e storico dell’arte Alberto Mugnaini, offre l’opportunità di riscoprire un’opera che anticipa molti dei temi oggi al centro del dibattito tra arte e scienza.


Che cosa accade quando il linguaggio dell’arte incontra le teorie della complessità, il mito classico e una riflessione sulla natura relazionale della realtà? È la domanda da cui prende avvio “Fractal Net Singing”, opera video ideata e prodotta da Fernando Garbellotto che sarà presentata l’11 giugno 2026 negli spazi di Casa degli Artisti a Milano. La proiezione sarà introdotta e commentata da Alberto Mugnaini, storico e critico d’arte, in dialogo con l’artista. L’opera, realizzata nel 2010 con la regia di Giancarlo Marinelli, fu presentata l’anno successivo alla 54ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia e successivamente alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della stessa città. La colonna sonora e la direzione musicale sono firmate da Renato Miani, autore di una composizione per sei voci che include anche l’intervento della cantante Elisa, elemento che contribuisce a rafforzare la dimensione immersiva e corale del progetto.

Ambientato nel parco di Villa Freschi-Piccolomini a Cordovado, in Friuli Venezia Giulia, il video costruisce una dimensione sospesa tra racconto simbolico e riflessione contemporanea. Al centro della scena compaiono le Reti Frattali, grandi strutture realizzate da Garbellotto che si sviluppano nello spazio come organismi leggeri e complessi. Non semplici installazioni, ma ambienti attraversabili che entrano in relazione con il paesaggio naturale e con i corpi dei protagonisti. Dieci giovani attori e danzatori animano questo universo evocando figure che ricordano i satiri delle origini del teatro greco, in una narrazione fuori dal tempo nella quale natura, gesto e simbolo si fondono in un’unica esperienza visiva.

Per comprendere il significato dell’opera è necessario guardare all’intero percorso di Garbellotto. Nato a Portogruaro nel 1955, l’artista avvia la propria ricerca all’inizio degli anni Ottanta interrogandosi sul senso della pittura e sulle possibilità di una rappresentazione capace di superare la semplice figurazione. La svolta arriva alla fine del decennio grazie all’incontro con le teorie di Benoît Mandelbrot, il matematico che ha elaborato il concetto moderno di frattale. Da quel momento Garbellotto sviluppa una ricerca che mette al centro le geometrie della complessità e i modelli di crescita presenti in natura, aprendo un dialogo originale tra arte e scienza.

Il concetto di frattale, introdotto da Mandelbrot negli anni Settanta, ha modificato profondamente il modo di osservare i fenomeni naturali. Coste marine, nuvole, sistemi vegetali, reti neuronali e persino alcune strutture sociali mostrano infatti forme caratterizzate da ripetizioni e auto-somiglianze a diverse scale. Garbellotto traduce questi principi in una pratica artistica che non si limita alla rappresentazione della complessità, ma tenta di renderla visibile e percorribile attraverso strutture che funzionano come metafore delle connessioni che legano individui, eventi e sistemi.

Nel 2006 questa ricerca approda a una sintesi con la nascita delle Reti Frattali, che l’artista considera il punto di arrivo di oltre vent’anni di lavoro. Da allora tali strutture diventano il nucleo centrale della sua produzione. La rete non è più soltanto una forma, ma un dispositivo concettuale che interpreta il mondo come un insieme di relazioni. Ogni elemento esiste in funzione degli altri, ogni nodo rinvia a una trama più ampia, ogni evento acquista significato all’interno di un sistema di connessioni.

Vista oggi, a distanza di quindici anni dalla sua presentazione veneziana, “Fractal Net Singing” appare sorprendentemente attuale. Le riflessioni che attraversano il lavoro sembrano infatti dialogare con alcune delle più recenti interpretazioni della fisica teorica e della filosofia della scienza. Non è un caso che il testo di presentazione richiami il pensiero di Carlo Rovelli, secondo cui la realtà può essere descritta come una rete di relazioni e di eventi più che come un insieme di entità separate. In questa prospettiva l’opera di Garbellotto assume il valore di una meditazione visiva sulla natura interconnessa dell’esistenza.

La carriera dell’artista conferma la coerenza di questo percorso. Dopo le partecipazioni alla Biennale di Venezia del 2011, comprese quelle al Padiglione Italia e al Padiglione Tibet, Garbellotto è stato coinvolto nella mostra internazionale TRA – Edge of Becoming a Palazzo Fortuny, progetto curato da Axel Vervoordt, Rosa Martinez, Daniela Ferretti e Francesco Poli. Negli anni successivi ha sviluppato nuovi lavori video, tra cui Fractal Net Dancing, realizzato a Londra con la collaborazione della MetFilm School, e ha esposto in istituzioni come la Fondazione Bevilacqua La Masa e la Fondazione Mudima. Più recentemente ha avviato con Luca Pozzi il progetto Shelter Island, dedicato ai rapporti tra arte e scienza, mentre nel 2026 una monografia curata da Arturo Carlo Quintavalle ripercorre oltre quattro decenni della sua attività. Nello stesso anno è stato invitato a realizzare un’installazione di reti frattali per il Padiglione della Sierra Leone alla Biennale di Venezia.

L’appuntamento milanese non rappresenta quindi soltanto la riproposizione di un’opera storica. È anche l’occasione per osservare come alcune intuizioni artistiche abbiano saputo anticipare questioni oggi centrali nel dibattito culturale contemporaneo: la complessità dei sistemi, la relazione tra uomo e ambiente, il dialogo tra discipline e la necessità di superare una visione frammentata della realtà. In questo senso “Fractal Net Singing” continua a parlare al presente, offrendo un’immagine poetica e insieme rigorosa di un mondo fatto di connessioni, relazioni e trasformazioni continue.


Da Ufficio Stampa Casa degli Artisti | Emanuela Filippi <emanuela.filippi@casadegliartisti.org>
Articolo a cura della Redazione Experiences