Mese: Giugno 2026

  • Lucio Forte con “Anacronismi emotivi”, atlante visivo di immagini e paesaggi interiori

    Lucio Forte con “Anacronismi emotivi”, atlante visivo di immagini e paesaggi interiori

    Dalle battaglie medievali alla cronaca nera degli anni Settanta, dagli aeroplani storici alle architetture del presente, la nuova mostra personale di Lucio Forte trasforma il frammento in racconto e l’immagine in esperienza emotiva. Un percorso che attraversa tempi e linguaggi diversi senza cercare una sintesi, ma lasciando emergere la complessità dello sguardo contemporaneo.


    Dal 5 al 16 giugno 2026 lo spazio espositivo Orygma di via Corelli 34 a Milano ospita Anacronismi emotivi: dalla battaglia al cemento urbano, mostra personale di Lucio Forte che propone una riflessione sul rapporto tra memoria, immaginario e percezione attraverso una serie di opere realizzate nel corso dell’ultimo anno. L’inaugurazione, aperta al pubblico e ai collezionisti, è prevista venerdì 5 giugno dalle 19 alle 22 con un rinfresco di benvenuto. L’esposizione sarà successivamente visitabile su appuntamento. Il titolo della mostra suggerisce immediatamente una tensione narrativa. L’anacronismo, normalmente considerato un errore temporale, diventa qui una scelta poetica. Le opere non seguono infatti una successione cronologica né una classificazione per generi. Al contrario, costruiscono un mosaico di immagini che appartengono a epoche differenti e che convivono nello stesso spazio espositivo come frammenti di una memoria collettiva e individuale.

    L’osservatore si trova così a passare dalle scorribande di cavalieri medievali alle atmosfere della cronaca nera italiana degli anni Settanta, dai velivoli che hanno segnato la storia dell’aviazione nazionale ai paesaggi urbani dominati dal cemento e dalle geometrie della città contemporanea. A questi soggetti si affiancano riferimenti cinematografici, figure animali e visioni che sembrano emergere da archivi personali, fotografie dimenticate o ricordi trasformati dall’immaginazione.

    Ciò che rende coerente questo insieme eterogeneo non è il soggetto rappresentato, ma il metodo adottato dall’artista. Forte costruisce infatti un percorso nel quale la tecnica viene scelta in funzione della dimensione emotiva dell’immagine. Acquerello, olio, inchiostro di china e tecniche miste non sono semplici strumenti espressivi, ma linguaggi differenti che modificano il modo stesso in cui il soggetto viene percepito.

    Questa impostazione richiama una tradizione consolidata dell’arte contemporanea, nella quale il medium non è mai neutrale. Dalle sperimentazioni della seconda metà del Novecento fino alle pratiche più recenti, molti artisti hanno utilizzato la varietà tecnica come strumento narrativo, attribuendo a materiali e procedimenti un ruolo fondamentale nella costruzione del significato. Nelle opere di Forte la scelta del supporto e della tecnica sembra rispondere alla necessità di restituire una specifica atmosfera emotiva, quasi che ogni immagine richieda una propria voce.

    Tra i lavori esposti figurano Hell Knights (2026), realizzato con tecnica mista su carta di bamboo, Caproni Ca.310 Libeccio (2026), dedicato a uno dei velivoli più noti dell’industria aeronautica italiana del Novecento, Crime Scene: Italy June 1975 (2026), che richiama le tensioni e le inquietudini della cronaca nazionale degli anni di piombo, India Ink Big Ben, eseguito con inchiostro di china, acquerello e acrilico, oltre alle opere Untitled 73 e Sin City, entrambe caratterizzate da una ricerca tecnica mista su carta di bamboo.

    Particolarmente interessante appare il dialogo che l’artista instaura tra storia e contemporaneità. I cavalieri medievali non vengono presentati come ricostruzioni storiche, così come gli aeroplani o gli episodi di cronaca non assumono la funzione di documenti. Ogni soggetto viene sottratto al proprio contesto originario per diventare parte di una narrazione più ampia, nella quale il passato continua a dialogare con il presente e l’immagine conserva la capacità di evocare emozioni, paure, ricordi e suggestioni.

    Il riferimento al “cemento urbano” contenuto nel titolo introduce inoltre una riflessione sulla città contemporanea. Le architetture, gli spazi costruiti e le superfici artificiali non appaiono soltanto come sfondi, ma come protagonisti di un paesaggio emotivo che caratterizza l’esperienza quotidiana di milioni di persone. In questo senso la mostra si inserisce in una lunga tradizione iconografica che, dal Realismo urbano fino a molte espressioni della pittura contemporanea, ha indagato il rapporto tra individuo e ambiente costruito.

    La forza del progetto espositivo risiede proprio nella sua natura volutamente irregolare. Forte non propone una narrazione lineare né un percorso guidato. Ogni opera si presenta come un episodio autonomo, un frammento di racconto sospeso che chiede allo spettatore di stabilire connessioni personali e inattese. Il risultato è un’esperienza visiva in continuo movimento, nella quale il cambio di prospettiva diventa parte integrante della visita.

    In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini digitali e dalla loro incessante circolazione, Anacronismi emotivi invita a rallentare lo sguardo e a riconoscere la complessità delle relazioni che uniscono memoria, storia e percezione. La mostra milanese non offre risposte definitive, ma costruisce uno spazio aperto nel quale tempi diversi, tecniche differenti e stati d’animo molteplici convivono e dialogano, trasformando l’eterogeneità in una forma di racconto.


    Da Orygma Orygma <orygma@yahoo.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Processi e fenomeni dell’arte del presente per il “Carcere” di Genzano di Lucania

    Processi e fenomeni dell’arte del presente per il “Carcere” di Genzano di Lucania

    Genzano di Lucania avvia la trasformazione dell’ex Casa Mandamentale in un centro dedicato alla cultura contemporanea, alla formazione e alla ricerca

    Per oltre quarant’anni è rimasto inutilizzato dietro le sue mura. Oggi l’ex carcere mandamentale di Genzano di Lucania si prepara a una nuova vita come spazio per l’arte contemporanea, le residenze creative e gli scambi culturali internazionali. Un progetto di rigenerazione che unisce architettura, sostenibilità e sviluppo territoriale.


    Nella storia delle città esistono edifici che sembrano attendere per decenni una destinazione capace di restituire senso alla loro presenza. È il caso dell’ex Casa Mandamentale di Genzano di Lucania, struttura completata nel 1981 ma mai realmente entrata in funzione, che oggi si appresta a diventare uno dei più ambiziosi progetti culturali della Basilicata. Il 4 giugno 2026, presso l’Aula Formazione della Porta Coeli Foundation, verrà presentato ufficialmente il programma “Processi e fenomeni dell’arte del presente per il Carcere di Genzano di Lucania”, iniziativa promossa dalla Porta Coeli Foundation, dal Comune di Genzano di Lucania e da 2D Group Società Benefit.

    L’obiettivo è trasformare un luogo nato per la custodia e la limitazione della libertà in uno spazio dedicato alla creatività, alla ricerca, alla formazione e al confronto internazionale. Un cambio di paradigma che riflette una tendenza sempre più diffusa in Europa: il recupero di edifici dismessi o incompiuti attraverso progetti culturali capaci di generare nuove economie, attrarre competenze e rafforzare l’identità dei territori.

    Negli ultimi decenni numerose ex strutture industriali, caserme, opifici e complessi penitenziari sono stati riconvertiti in centri per l’arte contemporanea. Da Torino a Lisbona, da Berlino a Manchester, il patrimonio architettonico del Novecento ha spesso trovato una seconda vita grazie alla cultura. In questo contesto si inserisce anche l’esperienza lucana, che punta a trasformare un’incompiuta della storia amministrativa italiana in un polo aperto alla produzione artistica e alla sperimentazione.

    Il progetto prevede la rifunzionalizzazione dell’intero complesso, destinato a ospitare attività formative, residenze per artisti, programmi di ricerca, mostre, incontri e collaborazioni internazionali. L’idea non è quella di realizzare soltanto uno spazio espositivo, ma di creare un organismo culturale permanente in grado di favorire l’incontro tra discipline, generazioni e provenienze geografiche differenti.

    Durante la conferenza stampa interverranno il sindaco di Genzano di Lucania Viviana Cervellino, il presidente della Porta Coeli Foundation Aniello Ertico, il direttore artistico Donato Faruolo e Rocco Iacovera, referente di 2D Group per la progettazione e l’esecuzione degli interventi. Sarà inoltre presente Gennaro Damato, presidente della Mediterraneum Foundation.

    Particolare rilievo assume la dimensione internazionale del progetto. Nel corso dell’incontro saranno infatti presentati contributi e attestazioni di sostegno provenienti da istituzioni culturali estere. Tra questi figurano quelli di Yelizaveta Shirinyan, direttrice del dipartimento Education del Cafesjian Center for the Arts di Yerevan, una delle principali istituzioni artistiche dell’Armenia contemporanea, e di Halla Shafey, componente del Consiglio Supremo del Ministero della Cultura della Repubblica Araba d’Egitto.

    L’intervento si distingue anche per la sua impostazione ambientale. L’investimento previsto ammonta a circa 2,7 milioni di euro e comprende l’adeguamento dell’intero complesso agli standard nZEB, acronimo di Nearly Zero Energy Building. Si tratta di edifici caratterizzati da consumi energetici estremamente ridotti e da una significativa diminuzione delle emissioni climalteranti. L’applicazione di questi criteri colloca il progetto all’interno delle più avanzate politiche europee per la sostenibilità del patrimonio costruito.

    I lavori avranno una durata stimata tra sei e otto mesi e saranno organizzati per fasi successive. Questa scelta consentirà l’attivazione progressiva di alcune aree già durante il cantiere, favorendo una graduale apertura alla cittadinanza e alle attività culturali.

    Un elemento particolarmente significativo riguarda il rapporto con la memoria del luogo. L’ex carcere non verrà cancellato né privato della propria storia. Al contrario, il progetto sembra voler trasformare la memoria stessa dell’edificio in uno strumento di riflessione contemporanea. Le architetture della reclusione diventeranno spazi dedicati alla libera espressione, alla produzione culturale e alla circolazione delle idee. Un passaggio simbolico che conferisce all’intervento una forte valenza civile oltre che architettonica.

    In occasione della conferenza stampa sarà inoltre consentito, in via eccezionale, l’accesso all’interno del perimetro murario della struttura. Giornalisti e operatori dell’informazione potranno visitare ambienti rimasti sostanzialmente chiusi e inaccessibili per oltre quarant’anni. Un’occasione rara per osservare da vicino un luogo che si prepara a vivere una delle trasformazioni più significative della sua storia.

    L’iniziativa rappresenta il primo momento pubblico di un percorso destinato a svilupparsi nei prossimi anni. La sfida consiste nel fare dell’ex Casa Mandamentale non soltanto un edificio recuperato, ma un centro capace di dialogare con i circuiti nazionali e internazionali dell’arte contemporanea, mantenendo al tempo stesso un forte radicamento nel territorio lucano. Se l’obiettivo verrà raggiunto, Genzano di Lucania potrà offrire un esempio significativo di come la cultura possa trasformare un’incompiuta del passato in una risorsa per il futuro.


    Da sissi ruggi <ufficiostampa@sissiruggi.com>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • A Venezia un viaggio immersivo tra icone femminili e materia contemporanea

    A Venezia un viaggio immersivo tra icone femminili e materia contemporanea

    Tra arte, suono e percezione, la nuova personale veneziana dell’artista esplora il mito delle grandi protagoniste del Novecento trasformando la mostra in un’esperienza sensoriale totale

    In concomitanza con la Biennale di Venezia, Alex Belli presenta “The Materials Collection – Le Dive”, un progetto espositivo che intreccia arti visive, paesaggio sonoro e suggestioni olfattive. Al centro della riflessione, il ruolo delle donne che hanno segnato l’immaginario collettivo e contribuito a trasformare la società contemporanea.


    Dal 5 al 30 giugno 2026 gli spazi del M.A.C. Lab. di Cannaregio ospitano “The Materials Collection – Le Dive”, mostra personale di Alex Belli curata da Fabio Facchinetti e inserita nel vivace ecosistema culturale che accompagna la stagione della Biennale di Venezia. L’esposizione si propone come un percorso immersivo capace di superare la tradizionale fruizione dell’opera d’arte per coinvolgere il visitatore in un’esperienza multisensoriale costruita attraverso immagini, materiali, suoni e suggestioni olfattive.

    Promossa da B4H SA, realtà impegnata nello sviluppo e nella valorizzazione di progetti culturali contemporanei, l’iniziativa si inserisce in una tendenza sempre più diffusa nel panorama internazionale: quella delle mostre esperienziali, nelle quali l’opera non è soltanto un oggetto da osservare ma diventa parte di un ambiente narrativo più ampio. Negli ultimi due decenni, musei e istituzioni culturali hanno progressivamente sperimentato forme di coinvolgimento sensoriale che mettono in dialogo arti visive, design, tecnologie immersive e dimensioni partecipative. “The Materials Collection – Le Dive” si colloca in questo contesto, scegliendo però come fulcro della narrazione il tema dell’identità femminile.

    La mostra prende forma attorno a un’idea precisa: rileggere alcune delle figure femminili che hanno influenzato la cultura del Novecento e trasformarle in simboli capaci di parlare ancora al presente. Attrici, modelle e cantanti diventano così i tre grandi universi narrativi del percorso espositivo. Non semplici celebrità, ma protagoniste di trasformazioni culturali, sociali e di costume che hanno contribuito a ridefinire il ruolo della donna nella società contemporanea.

    Il termine “diva”, spesso associato alla dimensione dello spettacolo, assume qui un significato più ampio. Nella storia della cultura occidentale, dalla nascita del cinema hollywoodiano fino all’industria globale della moda e della musica, le grandi figure femminili hanno rappresentato modelli di emancipazione, indipendenza e cambiamento. Attraverso il loro linguaggio artistico e la loro presenza pubblica, molte di esse hanno influenzato comportamenti, estetiche e persino battaglie civili. La mostra sembra voler raccogliere questa eredità, traducendola in una serie di opere che dialogano con il presente attraverso materiali e tecniche contemporanee.

    Elemento centrale del progetto è infatti la materia. Alex Belli costruisce le proprie opere utilizzando superfici stratificate, interventi pittorici, serigrafie e lavorazioni che puntano a creare una forte presenza fisica dell’immagine. La materia diventa linguaggio, veicolo di memoria e strumento per stabilire una relazione emotiva con il pubblico. In questo senso il titolo stesso della serie, “The Materials Collection”, sottolinea come il materiale non sia soltanto supporto tecnico ma parte integrante della narrazione artistica.

    A questa dimensione visiva si affianca un articolato lavoro sullo spazio. Il percorso è accompagnato da un paesaggio sonoro pensato per amplificare il coinvolgimento emotivo del visitatore e da una componente olfattiva che contribuisce a costruire un ambiente immersivo. L’obiettivo dichiarato è quello di attivare simultaneamente diversi livelli percettivi, trasformando la visita in un’esperienza che coinvolge non solo lo sguardo ma anche l’ascolto e la memoria sensoriale.

    In questo approccio si possono leggere influenze provenienti da differenti tradizioni artistiche. Dalle sperimentazioni dell’arte ambientale degli anni Sessanta alle pratiche dell’installazione contemporanea, molti artisti hanno cercato di superare la centralità dell’oggetto per costruire spazi esperienziali nei quali il pubblico diventa parte attiva dell’opera. Negli ultimi anni, inoltre, l’attenzione verso la dimensione multisensoriale è cresciuta notevolmente, coinvolgendo musei, fondazioni e grandi eventi internazionali.

    La scelta di presentare il progetto durante il periodo della Biennale non appare casuale. Venezia rappresenta da oltre un secolo uno dei principali laboratori internazionali dell’arte contemporanea. Dal 1895 la Biennale costituisce un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni del linguaggio artistico e sulle nuove modalità di relazione tra arte e società. Inserire una mostra personale in questo contesto significa inevitabilmente confrontarsi con un pubblico internazionale e con una città che ha costruito parte della propria identità culturale sulla capacità di accogliere e mettere in dialogo linguaggi differenti.

    Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla figura stessa di Alex Belli. Conosciuto dal grande pubblico per il suo percorso televisivo e mediatico, l’artista utilizza la propria notorietà come strumento di comunicazione, collocandosi in quella zona di confine sempre più frequentata tra cultura visuale, spettacolo e arte contemporanea. La sua presenza veneziana si inserisce infatti in una riflessione più ampia sul rapporto tra produzione artistica e visibilità pubblica, tema che attraversa buona parte del dibattito culturale contemporaneo.

    Ma al di là della dimensione mediatica, il cuore della mostra rimane il racconto delle donne che hanno saputo modificare l’immaginario collettivo. Attraverso il linguaggio delle immagini e della materia, “Le Dive” propone una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla permanenza dei simboli culturali. Le protagoniste evocate nel percorso non appartengono soltanto al passato: continuano a influenzare il presente e a dialogare con le nuove generazioni attraverso il patrimonio di idee, gesti e trasformazioni che hanno lasciato in eredità.

    È proprio questa volontà di coniugare esperienza estetica e riflessione culturale a definire il carattere della mostra. Più che una semplice esposizione di opere, “The Materials Collection – Le Dive” si presenta come un percorso che intreccia arte contemporanea, memoria collettiva e cultura visuale, invitando il pubblico a interrogarsi sul significato delle icone e sulla loro capacità di attraversare le epoche. In una Venezia che continua a essere crocevia internazionale di linguaggi e visioni, il progetto di Alex Belli sceglie di porre al centro la forza trasformativa delle immagini e delle donne che quelle immagini hanno contribuito a rendere immortali.


    Da Davide Federici – Ufficio stampa <info@davidefederici.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • L’orizzonte del tuo divano, luogo mentale tra pittura, scultura e installazione

    L’orizzonte del tuo divano, luogo mentale tra pittura, scultura e installazione

    Valeria Sanguini inaugura alla Massimo Lupoli Gallery un’indagine sullo spazio domestico

    Dal 4 giugno al 3 luglio 2026 la Massimo Lupoli Gallery di Nepi ospita la personale di Valeria Sanguini, curata da Domiziana Febbi. Attraverso opere che intrecciano corpo, materia e percezione, l’artista trasforma l’ambiente domestico in un territorio di riflessione sull’identità, sul confine e sul modo in cui abitiamo il presente.


    Nella storia dell’arte contemporanea il concetto di orizzonte ha spesso rappresentato un simbolo di apertura, viaggio e possibilità. Da linea geografica capace di suggerire l’infinito, l’orizzonte è diventato nel tempo una metafora culturale legata all’idea di scoperta e di superamento dei limiti. La nuova mostra personale di Valeria Sanguini, ospitata dalla Massimo Lupoli Gallery di Nepi, compie invece un’operazione inversa: contrae quell’orizzonte, lo piega e lo trasferisce all’interno di uno spazio domestico, trasformandolo in una dimensione mentale da esplorare.

    “L’orizzonte del tuo divano”, a cura di Domiziana Febbi, inaugura il 4 giugno 2026 e apre il nuovo ciclo di progetti monografici della galleria fondata da Massimo Lupoli. L’esposizione riunisce una serie di lavori che sviluppano una riflessione sul rapporto tra immobilità e movimento, interno ed esterno, apertura e confinamento, interrogando il visitatore sul modo in cui percepisce e attraversa lo spazio contemporaneo.

    La sede che accoglie il progetto contribuisce in maniera significativa alla lettura della mostra. Situata nella Tuscia, all’interno di un ex capannone industriale riconvertito in spazio espositivo, la galleria rappresenta un esempio di riuso culturale di architetture produttive, fenomeno che negli ultimi decenni ha interessato numerosi centri artistici europei. Luoghi nati per il lavoro e la produzione materiale diventano così contenitori di ricerca, sperimentazione e incontro, riaffermando il valore dell’esperienza fisica dell’arte in un’epoca dominata dalla fruizione digitale.

    Al centro della mostra si trova l’opera omonima “L’orizzonte del tuo divano” (2024), una tela piegata a metà nella quale l’idea stessa di orizzonte appare compressa e trattenuta all’interno di una condizione domestica. L’immagine non suggerisce più una direzione da raggiungere, ma una dimensione interiore da attraversare. È un ribaltamento concettuale che caratterizza l’intero percorso espositivo e che segna una nuova tappa della ricerca sviluppata dall’artista negli ultimi quindici anni.

    Per comprendere questa evoluzione è necessario guardare ai progetti precedenti di Sanguini. Il tema della tenda, presente in opere e installazioni che hanno attraversato gran parte del suo lavoro, rappresentava già una riflessione sul concetto di abitare, di protezione e di appartenenza. La tenda è allo stesso tempo rifugio e dispositivo mobile, luogo temporaneo e punto di partenza. Nella nuova mostra quel motivo si trasforma ulteriormente: la dimensione del viaggio lascia spazio a una condizione di maggiore introspezione, in cui lo spazio si restringe e diventa occasione di analisi della percezione e del rapporto tra individuo e ambiente.

    La ricerca di Valeria Sanguini si sviluppa attraverso linguaggi differenti. Pittura, scultura e installazione convivono in un sistema visivo nel quale la materia assume un ruolo centrale. Le opere presentano elementi organici e tecnologici che si intrecciano in una narrazione aperta: ossa, radici, spore, onde magnetiche e congegni affiorano sulla superficie creando connessioni inattese. La pittura si comporta come uno strumento di rilevazione, una sorta di sonar capace di individuare relazioni invisibili tra forme, corpi e paesaggi interiori.

    In questo universo iconografico il corpo non appare come una presenza stabile e definita. Al contrario, viene continuamente attraversato, frammentato e ricomposto. Le figure si aprono, lasciano emergere strutture interne, diventano territori da esplorare. Le opere agiscono come brecce che interrompono la compattezza dell’immagine e invitano a ripensare i confini tra interno ed esterno, tra individuo e ambiente circostante.

    La riflessione sul confine rappresenta uno degli aspetti più interessanti della poetica dell’artista. Nata ad Addis Abeba nel 1973 e attiva da molti anni a Roma, Sanguini ha costruito un percorso nel quale i temi dell’appartenenza, dello spazio vissuto e dell’identità si intrecciano costantemente. La sua biografia e la sua formazione internazionale hanno contribuito a sviluppare uno sguardo particolarmente sensibile alle dinamiche di attraversamento e di relazione tra luoghi, culture e memorie.

    Nel corso della sua carriera l’artista ha presentato progetti in Italia e all’estero, partecipando a mostre personali e collettive che ne hanno consolidato il profilo nel panorama contemporaneo. Tra le tappe più significative figurano “La Tenda” al MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e “Iper_Tenda” al MACRO Mattatoio, entrambe curate da Giorgio de Finis, oltre all’esperienza berlinese di “Exiit qui Seminat”. A queste si aggiungono importanti riconoscimenti internazionali, tra cui la partecipazione al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Antonio Ratti con Marina Abramović come visiting professor e la residenza presso la Künstlerhaus Schloss Wiepersdorf in Germania.

    La mostra inaugura inoltre una nuova fase per la Massimo Lupoli Gallery, che con questo progetto sceglie di puntare su percorsi monografici capaci di approfondire in maniera organica il lavoro degli artisti. Una scelta che privilegia il tempo della ricerca rispetto alla velocità della comunicazione contemporanea e che restituisce centralità all’incontro diretto con l’opera. È una posizione che riflette una tendenza crescente nel sistema dell’arte, dove l’esperienza fisica e la relazione con lo spazio espositivo tornano ad assumere un valore fondamentale.

    Il vernissage del 4 giugno sarà accompagnato da un live set di Dave Morecroft, che unirà DJ set e tastiera in una performance pensata per dialogare con l’atmosfera della serata. La mostra resterà aperta fino al 3 luglio 2026 e sarà accompagnata da un catalogo disponibile sia in formato cartaceo sia digitale.

    Più che proporre una semplice sequenza di opere, “L’orizzonte del tuo divano” costruisce un’esperienza di osservazione lenta e riflessiva. L’orizzonte evocato dal titolo non coincide con una linea distante da raggiungere, ma con una soglia da attraversare dentro la quotidianità. È un invito a guardare diversamente gli spazi che abitiamo e a riconoscere, anche nei luoghi più familiari, la possibilità di immaginare nuove forme di relazione con il mondo.


    Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Il dialogo di Kossuth con Kokocinski è un percorso in Umbria e Lazio

    Il dialogo di Kossuth con Kokocinski è un percorso in Umbria e Lazio

    Un progetto espositivo diffuso mette a confronto due protagonisti dell’arte contemporanea attraverso un percorso che riflette sul rapporto tra regola e autonomia, forma e responsabilità, memoria e visione

    Tra Città della Pieve e Tuscania prende forma “Libertà e Disciplina”, un articolato progetto curatoriale ideato da Matteo Pacini che mette in relazione le opere di Wolfgang Alexander Kossuth e Alessandro Kokocinski. Due sedi, due percorsi espositivi e un’unica riflessione sul significato della libertà nel mondo contemporaneo.


    Nel dibattito culturale contemporaneo la parola libertà è tra le più utilizzate e, allo stesso tempo, tra le più difficili da definire. Evocata nei contesti politici, sociali e artistici, viene spesso percepita come un valore assoluto, svincolato da qualsiasi limite. Il progetto espositivo “Libertà e Disciplina: un dialogo necessario”, curato da Matteo Pacini, sceglie invece di affrontare il tema da una prospettiva diversa, proponendo una riflessione sul rapporto inscindibile tra autonomia individuale e responsabilità. Il risultato è una mostra diffusa che coinvolge due territori e due luoghi simbolici della produzione artistica contemporanea: lo Spazio Kossuth a Città della Pieve e lo Studio Kokocinski a Tuscania.

    Promosso con il patrocinio dei Comuni di Città della Pieve e Tuscania, il progetto nasce come un organismo unitario articolato in due sedi espositive. Non si tratta di due mostre parallele ma di un vero e proprio dittico concettuale costruito attraverso uno scambio di opere tra gli studi dei due artisti. L’iniziativa è stata sostenuta da Giovanna Velluti Kokocinski e Giuliana Alzati Kossuth, che hanno condiviso la volontà di trasformare il dialogo tra i due autori in un’occasione di confronto artistico, umano e memoriale.

    L’idea curatoriale si fonda su una domanda che attraversa da secoli la filosofia occidentale: può esistere una libertà autentica senza disciplina? Da Platone ad Aristotele, fino alle riflessioni moderne di Kant e Hannah Arendt, il concetto di libertà è stato spesso interpretato non come assenza di regole, ma come capacità di orientare consapevolmente le proprie azioni. Matteo Pacini trasferisce questa riflessione nel linguaggio delle arti visive, individuando nelle opere di Wolfgang Alexander Kossuth e Alessandro Kokocinski due modalità differenti e complementari di affrontare lo stesso tema.

    I due artisti appartengono a universi espressivi profondamente diversi. Wolfgang Alexander Kossuth ha costruito la propria ricerca attorno alla scultura e all’installazione, sviluppando una poetica nella quale il rigore della forma dialoga con temi di forte intensità simbolica. Alessandro Kokocinski, artista nato nel 1948 e scomparso nel 2018, è invece ricordato per una produzione caratterizzata da una potente dimensione narrativa, alimentata dalle esperienze biografiche vissute tra Europa e America Latina e da un immaginario popolato da figure circensi, teatrali e visionarie.

    A Città della Pieve, nello Spazio Kossuth, il percorso espositivo è dedicato all’universo poetico di Kokocinski. Le opere selezionate appartengono a quella fase della sua ricerca nella quale pittura e scultura si fondono in una superficie stratificata e complessa. Resina, tecnica mista e interventi materici costruiscono immagini attraversate da una tensione costante tra presenza e dissoluzione. Le figure sembrano emergere dalla materia per poi scomparire nuovamente, come ricordi che affiorano dalla memoria.

    Tra i protagonisti più significativi compare Petruska, il celebre burattino della tradizione russa reso immortale dal balletto di Igor Stravinskij nei primi anni del Novecento. Figura sospesa tra ironia e tragedia, Petruska rappresenta perfettamente la contraddizione al centro della mostra: è un personaggio legato a fili e costrizioni, ma proprio attraverso quei limiti riesce a esprimere una profonda libertà interiore. Nelle opere di Kokocinski il burattino diventa simbolo della condizione umana, costantemente in bilico tra destino e autodeterminazione.

    Accanto a Petruska compaiono clown, giullari e acrobati, figure che attraversano tutta la produzione dell’artista. Il mondo del circo ha rappresentato per Kokocinski una metafora privilegiata della fragilità umana. Dietro la leggerezza dello spettacolo emergono disciplina, allenamento, sacrificio e rischio. L’acrobata che sfida il vuoto e il clown che nasconde il dolore dietro il sorriso incarnano una tensione che si ritrova anche nel tema centrale della mostra: la libertà non come spontaneità assoluta, ma come conquista ottenuta attraverso una pratica costante.

    Il secondo capitolo del progetto si sviluppa a Tuscania, all’interno dello Studio Kokocinski, dove trova spazio una delle opere più significative di Wolfgang Alexander Kossuth. Qui il visitatore incontra una grande installazione in resina dedicata alla figura di Salomè, personaggio biblico che nel corso dei secoli ha affascinato artisti, scrittori e musicisti. Da Gustave Moreau a Oscar Wilde, fino all’opera lirica di Richard Strauss, Salomè è diventata una delle immagini più potenti della modernità simbolista.

    Nella lettura proposta da Kossuth, Salomè assume il valore di un monito morale. La scultura presenta una costruzione formale rigorosa, caratterizzata da una forte attenzione anatomica e da una complessa articolazione spaziale. Il corpo appare sospeso tra eleganza e tensione drammatica, mentre la superficie chiara della resina accentua il contrasto tra armonia estetica e inquietudine narrativa. La figura diventa così emblema di una libertà esercitata senza consapevolezza, capace di smarrire il proprio equilibrio etico e trasformarsi in arbitrio.

    Il confronto tra le opere dei due artisti genera un dialogo che attraversa entrambe le sedi espositive. Da una parte la materia inquieta, stratificata e quasi ferita di Kokocinski; dall’altra la costruzione luminosa e controllata di Kossuth. Due approcci apparentemente opposti che finiscono per convergere su una stessa domanda: come si può essere veramente liberi? La risposta suggerita dal percorso curatoriale non è ideologica ma profondamente umana. La libertà emerge come un equilibrio fragile, possibile soltanto quando viene accompagnata dalla consapevolezza del limite e dal rispetto dell’altro.

    La scelta di utilizzare gli studi d’artista come luoghi espositivi aggiunge un ulteriore livello di lettura al progetto. Non si entra semplicemente in una galleria, ma negli spazi in cui le opere sono state concepite, immaginate e realizzate. Questo aspetto restituisce al visitatore una dimensione più intima e autentica del processo creativo, trasformando la visita in un’esperienza che unisce ricerca artistica e memoria dei luoghi.

    “Libertà e Disciplina” si configura così come molto più di una mostra. È una riflessione sul presente affidata al linguaggio dell’arte, un invito a interrogarsi sul significato delle regole, sul valore della responsabilità e sulla necessità di costruire un equilibrio tra autonomia e convivenza. In un’epoca segnata da polarizzazioni e conflitti, il dialogo tra Kossuth e Kokocinski suggerisce che la libertà non coincide con l’assenza di limiti, ma con la capacità di riconoscerne il senso e trasformarli in occasione di crescita individuale e collettiva.


    Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Le immagini di Micheli sono una tipologia inedita di documentario personale

    Le immagini di Micheli sono una tipologia inedita di documentario personale

    Annarita Micheli
    The Colors 
    A cura di Jelmoni Gallery

    L’esposizione si apre con alcuni progetti che pongono le fondamenta del “diario pittorico” di Annarita  Micheli. Le immagini di Micheli combinano naturalezza e messa in scena, originando una tipologia inedita di documentario personale.

    Micheli presenta lavori in cui l’aspetto progettuale è interiore, affermandosi come una delle caratteristiche chiave di questo indirizzo di ricerca, che sovrappone alla spontaneità della cronaca di ogni giorno una ponderata griglia strutturale e concettuale. A questa evidenza si affiancano l’applicazione di un metodo modulare, un processo di rilettura e attualizzazione la combinazione tra realtà e interiorità , elemento fondante dell’immaginario.

    Video art Nicola Bertoglio
    “Una leggera increspatura in 7 atti”


    Da Elena Jelmoni <jelmonistudio@gmail.com> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Lignum. Giorgio Rastelli e la memoria vivente e colorata del suo legno

    Lignum. Giorgio Rastelli e la memoria vivente e colorata del suo legno

    A Lodi una grande mostra ripercorre il lungo dialogo tra lo scultore milanese e il materiale che ha accompagnato tutta la sua ricerca. Figure umane, animali e forme naturali raccontano una visione poetica in cui il legno diventa racconto, movimento e presenza.

    Dall’11 al 28 giugno 2026 Bipielle Arte ospita “Lignum”, mostra personale di Giorgio Rastelli curata da Silvia Rastelli. Un percorso attraverso decenni di ricerca artistica che restituisce al pubblico la centralità del legno come materia viva, capace di custodire memoria, emozioni e relazioni umane.


    Tra tutti i materiali che hanno accompagnato la storia dell’arte, il legno conserva un rapporto particolare con la vita. Prima ancora di diventare materia per sculture, architetture o strumenti, è stato albero, crescita, trasformazione naturale. È proprio questa dimensione originaria che attraversa “Lignum”, la mostra personale dedicata a Giorgio Rastelli che la Fondazione Banca Popolare di Lodi presenta negli spazi di Bipielle Arte dall’11 al 28 giugno 2026, con la cura di Silvia Rastelli e la collaborazione della galleria L2Arte di Pavia.
    Il titolo della mostra richiama il termine latino lignum, parola che identifica il legno nella sua essenza più antica. Una scelta che sintetizza efficacemente l’intera ricerca dell’artista milanese, nato nel 1940, che da decenni esplora le possibilità espressive di una materia strettamente legata alla storia dell’uomo e della natura. Fin dalle prime civiltà il legno è stato utilizzato per costruire utensili, abitazioni, imbarcazioni e strumenti di lavoro. La sua presenza accompagna l’evoluzione umana e costituisce uno dei fondamenti della cultura materiale di ogni continente.

    Entrando nello spazio espositivo il visitatore incontra un universo popolato da figure sospese in una dimensione di quiete e armonia. Un puma osserva il mondo in agguato, una donna riposa su un’amaca, un’altra si abbandona al gesto del tuffo, gruppi di ballerine sembrano catturati nel momento esatto del movimento e pappagalli colorati attraversano idealmente l’aria della sala. Non si tratta di semplici rappresentazioni naturalistiche. Ogni figura sembra appartenere a una dimensione interiore, come se il legno conservasse al proprio interno il ricordo di una forma che attende soltanto di emergere.

    La storia artistica di Giorgio Rastelli affonda le radici negli anni delle prime sperimentazioni. Come ricorda Silvia Rastelli nel testo che accompagna la mostra, le sue ricerche iniziali prendevano forma attraverso impasti di colla e segatura che davano vita alle opere del periodo definito “Cosmocromico”. In quelle composizioni la materia suggeriva già una tensione verso lo spazio, il movimento e la costruzione di universi simbolici. Successivamente, con la fase dell’“Arcaismo Geometrico”, iniziarono a comparire figure umane e animali poste sul confine tra figurazione e astrazione.

    L’evoluzione del suo linguaggio appare oggi come una metamorfosi coerente e continua. Dalla polvere al corpo, dall’impasto alla scultura, la materia acquista progressivamente consistenza e presenza. Il legno non viene trattato come semplice supporto, ma come una sostanza capace di raccontare storie. Ogni venatura, ogni anello di crescita, ogni imperfezione naturale diventa parte integrante dell’opera e della sua narrazione.

    Questa attenzione verso la vita racchiusa nella materia avvicina il lavoro di Rastelli a una lunga tradizione della scultura lignea italiana. Dalle statue medievali ai grandi maestri dell’intaglio rinascimentale, il legno è stato spesso scelto per la sua capacità di trasmettere una particolare intensità emotiva. A differenza del marmo, che tende all’idea di permanenza, il legno conserva la memoria della propria origine biologica. Continua idealmente a respirare, a mutare, a dialogare con il tempo.

    Nel caso di Rastelli, questa dimensione si intreccia profondamente con la sfera personale e familiare. Molte delle sue opere sono infatti attraversate da una presenza femminile costante. Padre di Paola e Silvia e compagno di vita di Elena, che da sempre collabora alla sua attività artistica, lo scultore ha costruito negli anni un immaginario popolato da figure che nascono dall’esperienza quotidiana, dagli affetti e dall’osservazione della realtà più vicina. Le donne che abitano le sue sculture non sono ritratti individuali ma presenze universali, simboli di una relazione continua tra vita e creazione.

    Un ruolo fondamentale nella sua vicenda artistica è svolto anche dal paesaggio. Dopo aver lasciato Milano, Rastelli ha scelto di vivere nella campagna piacentina, immerso in un ambiente naturale che è diventato parte integrante del suo processo creativo. Alberi, animali, erbe, nuvole e figure umane convivono nelle sue opere sullo stesso piano espressivo. Nessun elemento prevale sugli altri. Ogni presenza partecipa a un equilibrio complessivo che riflette una visione profondamente inclusiva del mondo naturale.

    Osservando le sue sculture emerge un tratto distintivo: l’interesse per il movimento sospeso. Le figure sembrano colte in un preciso istante di trasformazione. Non vi è dramma né tensione narrativa. L’artista blocca il gesto nel momento in cui qualcosa sta accadendo, lasciando allo spettatore la possibilità di immaginare ciò che è avvenuto prima e ciò che accadrà dopo. È una sospensione che richiama il ritmo delle stagioni e i cicli della natura, elementi che da sempre costituiscono uno dei riferimenti più profondi della sua poetica.

    Particolarmente significativa è anche la scelta di eliminare quasi sempre i lineamenti individuali. Le figure di Rastelli non cercano l’identificazione psicologica. Diventano presenze aperte, capaci di accogliere chi osserva. In questa assenza di dettagli riconoscibili si manifesta una ricerca di universalità che rende le opere accessibili a sensibilità differenti.

    “Lignum” non rappresenta soltanto una mostra antologica o celebrativa. È piuttosto un’occasione per riflettere sul rapporto tra arte e materia in un’epoca dominata dall’immaterialità digitale. Le sculture di Giorgio Rastelli ricordano che esiste ancora un valore profondo nel contatto con i materiali naturali, nella lentezza del fare, nella trasformazione paziente di una sostanza viva in forma artistica.

    Le opere esposte a Lodi invitano il visitatore a rallentare lo sguardo e a ritrovare un dialogo con la natura che le ha generate. In un tempo caratterizzato dalla velocità e dalla continua produzione di immagini, il legno scolpito da Rastelli continua a raccontare una storia diversa: quella della crescita lenta, della memoria sedimentata e della bellezza che nasce dal rapporto rispettoso tra l’uomo e la materia.


    Da Press Galleria L2ARTE <press@l2arte.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Liquid Sky, il mare dell’inconscio. A Genova tra acqua, cielo e immaginazione

    Liquid Sky, il mare dell’inconscio. A Genova tra acqua, cielo e immaginazione

    Al Galata Museo del Mare torna la rassegna curata da Benedetta Spagnuolo. Quasi settanta opere di artisti italiani e internazionali trasformano l’acqua in una metafora della memoria, dell’identità e del viaggio interiore.

    Dal 14 al 20 giugno 2026 il Galata Museo del Mare ospita la quarta edizione di Liquid Sky, progetto espositivo dedicato all’arte contemporanea e al simbolismo dell’acqua. Pittura, fotografia, scultura, installazione, videoarte e grafica dialogano con la storia marittima di Genova e con una riflessione che attraversa mito, psicologia e immaginario collettivo.


    Genova è una città che vive da sempre sul confine tra mare e cielo. Un orizzonte mobile che nei secoli ha alimentato commerci, esplorazioni, racconti e visioni artistiche. È proprio da questa relazione profonda che prende forma la quarta edizione di Liquid Sky, la rassegna d’arte contemporanea curata da Benedetta Spagnuolo e organizzata da ARTISTI ITALIANI – arti visive e promozione, in programma al Galata Museo del Mare dal 14 al 20 giugno 2026, con inaugurazione il 13 giugno alle ore 17.00. Ospitata nella Galleria delle Esposizioni del museo genovese, la manifestazione riunisce circa settanta opere tra pittura, fotografia, scultura, installazione, collage, grafica, illustrazione e videoarte, realizzate da artisti provenienti da differenti esperienze culturali e geografiche. Il progetto nasce specificamente per gli spazi del Galata, luogo simbolico della storia marittima italiana, dove il dialogo tra architettura contemporanea e memoria del mare offre un contesto particolarmente significativo per una riflessione sull’acqua come elemento fisico e simbolico.

    Fin dalla sua nascita, Liquid Sky si è caratterizzata come una piattaforma curatoriale dedicata all’incontro tra linguaggi artistici contemporanei e temi universali. In questa edizione il punto di partenza è l’acqua, osservata non soltanto come risorsa naturale o soggetto paesaggistico, ma come archetipo culturale e psicologico. Il titolo della rassegna suggerisce infatti una fusione ideale tra mare e cielo, due elementi apparentemente distinti che nell’orizzonte si incontrano fino quasi a confondersi.

    L’espressione Liquid Sky richiama liberamente l’omonimo film diretto nel 1982 da Slava Tsukerman, opera diventata negli anni un piccolo cult della cinematografia indipendente internazionale. Nel contesto della mostra, tuttavia, il riferimento cinematografico viene reinterpretato come occasione per esplorare un paesaggio interiore, un territorio mentale in cui immagini, ricordi ed emozioni emergono attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea.

    Al centro della riflessione proposta da Benedetta Spagnuolo vi è il valore simbolico dell’acqua. La curatrice richiama esplicitamente il pensiero di Carl Gustav Jung, per il quale il mare rappresenta una delle immagini più potenti dell’inconscio umano. Nella psicologia analitica l’acqua è associata alla dimensione originaria dell’esistenza, alla memoria profonda e a quella parte della psiche che precede la coscienza razionale. Il mare, i fiumi, le sorgenti e gli abissi ricorrono infatti nei sogni e nelle mitologie di culture lontanissime tra loro, suggerendo una presenza universale che attraversa l’esperienza umana.

    Questa lettura trova conferme anche nella storia delle religioni e nelle tradizioni mitologiche. Dalle cosmogonie dell’antico Mediterraneo alle narrazioni orientali, l’acqua è spesso all’origine della vita e dell’universo. Nel mondo greco Oceano e Teti rappresentano le forze primordiali da cui derivano dèi e creature. Analogamente, numerose culture hanno identificato nelle acque profonde il luogo della nascita, della trasformazione e della rigenerazione. La mostra utilizza questi riferimenti non come citazioni erudite, ma come strumenti per comprendere quanto tali simboli continuino ancora oggi ad abitare l’immaginario contemporaneo.

    Accanto all’acqua emergono altri simboli strettamente collegati alla navigazione e all’esperienza umana: la barca, la vela, il vento, il viaggio. Elementi che la tradizione letteraria e filosofica ha spesso utilizzato per rappresentare il percorso dell’individuo attraverso le incertezze dell’esistenza. In questa prospettiva il mare non è soltanto uno spazio geografico, ma una metafora della condizione umana, con le sue tempeste, le sue attese e le sue possibilità di approdo.

    Le opere selezionate per Liquid Sky affrontano questi temi attraverso approcci molto diversi. Alcuni artisti lavorano sulla dimensione paesaggistica e contemplativa dell’acqua; altri ne esplorano gli aspetti emotivi, simbolici o astratti; altri ancora utilizzano il mare come chiave di lettura per affrontare questioni identitarie, ambientali o sociali. Il risultato è un percorso espositivo articolato che riflette la pluralità delle ricerche contemporanee e la capacità dell’arte di trasformare immagini universali in esperienze personali.

    La scelta del Galata Museo del Mare come sede della manifestazione assume un significato particolare. Inaugurato nel 2004 e progettato dall’architetto Guillermo Vázquez Consuegra attraverso il recupero dell’antico Arsenale della Repubblica di Genova, il museo rappresenta oggi uno dei più importanti poli europei dedicati alla cultura marittima. Qui la storia della navigazione dialoga con il presente, offrendo un contesto ideale per una mostra che riflette sul rapporto tra uomo, acqua e orizzonte.

    Partecipano alla rassegna quasi quaranta artisti provenienti dall’Italia e dall’estero, tra cui Elena Achilli, Fabiana Ambrogi, Edoardo Botta, Angelo Funari, William Lapisa, Barbara Mugnai, Gavino Pedoni, Caroline Raby, Sylvie Riant, Maura Savini, Maria Felice Vadalà e il collettivo We Are Waves. La varietà delle provenienze e dei linguaggi conferma la vocazione internazionale di un progetto che punta a creare connessioni tra differenti sensibilità artistiche.

    Alla base dell’intera iniziativa vi è il lavoro di Benedetta Spagnuolo, curatrice e critica d’arte formata all’Accademia di Belle Arti di Catania, impegnata da anni nella promozione dell’arte contemporanea attraverso attività espositive, critica militante e collaborazioni editoriali. La sua idea di curatela come spazio di dialogo tra artista e pubblico trova in Liquid Sky una delle espressioni più compiute.

    Fondata nel 2016, l’associazione ARTISTI ITALIANI – arti visive e promozione continua invece il proprio lavoro di sostegno alle nuove ricerche contemporanee, offrendo occasioni di visibilità e confronto a una rete sempre più ampia di autori e professionisti del settore.

    In un’epoca caratterizzata da una crescente attenzione verso i temi ambientali e verso il rapporto tra individuo e natura, Liquid Sky propone una riflessione che supera la semplice rappresentazione del paesaggio. L’acqua diventa memoria, origine, trasformazione e possibilità. Il cielo, riflesso sulla sua superficie, diventa a sua volta una promessa di apertura e di infinito. Tra questi due poli si colloca l’esperienza umana, raccontata attraverso immagini che invitano alla contemplazione e all’ascolto di ciò che spesso rimane nascosto sotto la superficie delle cose.


    Da Benedetta Spagnuolo | Critic – Art Curator <benedettaspagnuolo.official@gmail.com>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • “Pari opportunità – magari”: i manifesti raccontano il costo invisibile della maternità

    “Pari opportunità – magari”: i manifesti raccontano il costo invisibile della maternità

    CHEAP Pari Opportunitā – Magari – ph Margherita Caprilli

    A Bologna il collettivo CHEAP porta nello spazio pubblico una campagna che affronta uno dei nodi più irrisolti del lavoro contemporaneo: le disuguaglianze che colpiscono le donne dopo la gravidanza. Un progetto che intreccia arte, diritti e partecipazione civile.

    Manifesti affissi in oltre 250 spazi del territorio metropolitano, fotografie di donne reali e messaggi diretti che interrogano il rapporto tra maternità, occupazione e autonomia economica. Con “Pari opportunità – magari”, CHEAP e la Città metropolitana di Bologna trasformano l’arte pubblica in uno strumento di consapevolezza e confronto sociale.


    Nella comunicazione pubblica contemporanea le immagini tendono spesso ad addolcire i conflitti, a smussare le contraddizioni, a sostituire la complessità con slogan rassicuranti. Il nuovo intervento di arte pubblica realizzato da CHEAP per il Piano per l’Uguaglianza della Città metropolitana di Bologna sceglie invece una strada diversa. “Pari opportunità – magari” affronta senza mediazioni una questione strutturale della società italiana: la fragilità dell’occupazione femminile dopo la maternità. La campagna è comparsa in questi giorni negli spazi pubblici dell’area metropolitana bolognese attraverso una vasta rete di affissioni. I manifesti nascono da uno shooting fotografico partecipato che ha coinvolto donne incinte e future madri ritratte senza filtri estetici o idealizzazioni. I corpi mostrati non rispondono ai tradizionali modelli della rappresentazione pubblicitaria della maternità. Sono corpi reali, attraversati dall’esperienza della gravidanza, consapevoli e autodeterminati, utilizzati come strumenti di presa di parola politica e sociale.

    Da oltre un decennio CHEAP utilizza il linguaggio dell’affissione urbana per affrontare temi legati ai diritti civili, alle questioni di genere e alle trasformazioni sociali. Nato a Bologna nel 2013 come progetto dedicato alla poster art e all’arte pubblica, il collettivo ha progressivamente trasformato il manifesto in uno spazio di riflessione critica capace di dialogare direttamente con la città. In questo nuovo intervento il supporto urbano diventa il luogo in cui emergono problemi che raramente trovano adeguata rappresentazione nello spazio pubblico.

    I testi che accompagnano le immagini richiamano questioni molto concrete: il fenomeno delle cosiddette dimissioni volontarie dopo la nascita di un figlio, la limitata durata del congedo di paternità, le difficoltà di accesso ai servizi per l’infanzia, il persistente squilibrio nella distribuzione del lavoro di cura e l’idea ancora radicata che l’assistenza familiare rappresenti una responsabilità prevalentemente femminile. La campagna mette in discussione proprio questa normalizzazione culturale, evidenziando come molte scelte apparentemente individuali siano in realtà il risultato di condizioni strutturali.

    Il tema emerge con particolare forza osservando i dati sul mercato del lavoro italiano. Secondo le informazioni richiamate dal progetto, nella fascia d’età compresa tra i venti e i quarantanove anni lavora l’83,5 per cento degli uomini con figli, mentre l’occupazione femminile si ferma al 55,2 per cento. Una distanza che riflette fattori molteplici: costi elevati dei servizi educativi, insufficienza delle reti di supporto, rigidità organizzative e salari che spesso rendono economicamente insostenibile la permanenza nel lavoro dopo la maternità.

    La questione si inserisce in un quadro più ampio che da anni caratterizza il mercato del lavoro italiano. L’Italia continua infatti a registrare uno dei più bassi tassi di occupazione femminile dell’Europa occidentale, mentre il divario retributivo e la disparità nella distribuzione delle responsabilità familiari incidono ancora significativamente sull’autonomia economica delle donne. In questo contesto, il linguaggio utilizzato per descrivere il fenomeno assume un valore politico: definire “volontarie” molte dimissioni successive alla maternità rischia infatti di trasformare un problema collettivo in una responsabilità individuale.

    La campagna nasce all’interno di un percorso di ricerca sviluppato dalla Città metropolitana di Bologna insieme all’Università di Bologna, al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali e all’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Gli studi condotti negli ultimi anni hanno evidenziato come anche nel territorio bolognese persistano significative asimmetrie nel rapporto tra maternità, occupazione e carichi di cura. Il progetto artistico si inserisce quindi in una più ampia strategia di sensibilizzazione e approfondimento fondata su dati, analisi e confronto pubblico.

    Particolarmente significativa è stata la modalità di costruzione dell’intervento. CHEAP ha lanciato una call pubblica invitando donne incinte a partecipare allo shooting fotografico. La risposta è stata molto più ampia del previsto, segno di un bisogno diffuso di raccontare esperienze spesso vissute in solitudine. Anche coloro che non sono state ritratte sono state coinvolte attraverso un questionario anonimo dedicato al rapporto tra maternità, lavoro, autonomia economica e cura. Le testimonianze raccolte costituiranno la base per ulteriori momenti di confronto pubblico.

    Il percorso proseguirà infatti nelle giornate del 10 e 11 giugno 2026 promosse dal Piano per l’Uguaglianza della Città metropolitana di Bologna. Durante gli incontri verranno presentati la campagna e il rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children, insieme a una serie di confronti dedicati alle politiche di conciliazione e al contrasto dell’abbandono del lavoro nei primi anni di vita dei figli. In questa occasione prenderà forma anche un manifesto partecipato contro la crisi occupazionale femminile dopo la gravidanza, pensato come uno strumento di proposta e di rivendicazione concreta.

    L’aspetto più interessante dell’iniziativa risiede forse proprio nella sua capacità di unire linguaggi differenti. Arte pubblica, ricerca sociale, attivismo civico e politiche territoriali convergono in un progetto che non si limita a denunciare un problema ma prova a renderlo visibile nel luogo in cui la cittadinanza vive quotidianamente: lo spazio urbano.

    I manifesti di “Pari opportunità – magari” non offrono soluzioni immediate né slogan consolatori. Chiedono piuttosto di guardare una realtà spesso nascosta dietro le statistiche e le formule burocratiche. Dietro ogni numero ci sono infatti biografie, percorsi professionali interrotti, aspettative ridimensionate e scelte rese obbligate da condizioni che continuano a limitare l’effettiva uguaglianza tra uomini e donne. Portare queste storie sui muri della città significa restituire loro visibilità e riconoscimento. Ed è proprio in questo gesto che l’arte pubblica ritrova una delle sue funzioni più profonde: rendere visibile ciò che troppo spesso resta fuori dallo sguardo collettivo.


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    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • COME – Coming Out Museum: gli oggetti diventano memoria, identità e racconto collettivo

    COME – Coming Out Museum: gli oggetti diventano memoria, identità e racconto collettivo

    Un guantone da boxe, una cassetta degli ABBA, un peluche nascosto. Al Cavò di Trieste approda il museo itinerante che raccoglie le storie di coming out della comunità LGBTIQ+, inaugurando la nuova edizione del festival Varcare la frontiera.

    Dal 5 al 13 giugno 2026 il Cavò di Trieste ospita COME – Coming Out Museum, progetto transfrontaliero nato in Istria e dedicato alle esperienze di affermazione dell’identità personale. Un archivio partecipativo in cui gli oggetti quotidiani diventano testimonianze di memoria, appartenenza e resilienza.


    Esistono oggetti che accompagnano una vita intera senza apparire particolarmente importanti. Restano su uno scaffale, in un cassetto, dentro una scatola dimenticata. Eppure, per chi li conserva, rappresentano momenti decisivi, passaggi esistenziali, scelte che hanno cambiato il modo di guardare se stessi e il mondo. È da questa intuizione che nasce COME – Coming Out Museum, il progetto espositivo che dal 5 al 13 giugno 2026 arriva al Cavò di Trieste inaugurando la tredicesima edizione di Varcare la frontiera, il festival multidisciplinare organizzato da Cizerouno.

    L’idea alla base del museo è semplice ma profondamente efficace: raccontare le storie di coming out della comunità LGBTIQ+ attraverso gli oggetti che ne hanno accompagnato i momenti più significativi. Non documenti ufficiali né testimonianze istituzionali, ma tracce materiali della vita quotidiana. Un guantone da boxe con la scritta PRIDE, un orsetto nascosto nell’armadio, una cassetta degli ABBA consumata dagli ascolti. Oggetti comuni che diventano chiavi di accesso a vicende personali spesso segnate da percorsi complessi di riconoscimento, accettazione e appartenenza.

    L’installazione triestina raccoglie immagini, racconti e testimonianze provenienti da persone di età, provenienze e orientamenti differenti. Il risultato è una narrazione corale che attraversa confini geografici, culturali e generazionali. Lo spazio espositivo si trasforma così in un luogo di ascolto e di riconoscimento reciproco, dove le esperienze individuali compongono una memoria collettiva in continua evoluzione.

    Il progetto nasce nel 2023 dalla collaborazione tra Proces – Associazione per la Promozione della Cultura Queer e dei Diritti LGBTIQ+ di Pola e il Museo Etnografico dell’Istria di Pisino, all’interno del programma museale Kontakt zona, dedicato allo sviluppo di pratiche culturali inclusive e partecipative. Fin dall’inizio, COME si è proposto di superare la tradizionale distinzione tra museo e comunità, trasformando l’istituzione culturale in uno spazio aperto alla costruzione condivisa della memoria.

    Negli ultimi decenni la museologia internazionale ha infatti dedicato crescente attenzione alle cosiddette “heritage communities”, le comunità che partecipano direttamente alla costruzione e alla trasmissione del patrimonio culturale. In questa prospettiva il museo non è più soltanto un luogo di conservazione, ma un dispositivo sociale capace di raccogliere esperienze, identità e narrazioni spesso escluse dai racconti ufficiali. COME si inserisce pienamente in questo orientamento, proponendo una forma di patrimonio costruita a partire dalle vite delle persone.

    La rilevanza culturale dell’iniziativa è stata riconosciuta anche a livello istituzionale. Nel 2024 il progetto ha ricevuto il Premio Speciale ICOM Croatia per la collaborazione intersettoriale, riconoscimento assegnato ai programmi che promuovono nuove forme di dialogo tra musei, associazioni e società civile.

    La tappa triestina assume un significato particolare anche per il contesto in cui si inserisce. Trieste è storicamente una città di frontiera, luogo di incontro tra culture latine, slave e mitteleuropee. Una città che ha costruito la propria identità proprio sul dialogo tra differenze linguistiche, religiose e nazionali. Non sorprende quindi che un progetto dedicato ai temi dell’identità e dell’appartenenza trovi qui una collocazione particolarmente significativa.

    L’esposizione inaugura infatti Varcare la frontiera / Interferenze, la tredicesima edizione del festival promosso da Cizerouno, che nel 2026 celebra anche il venticinquesimo anniversario della propria fondazione. Il tema scelto per questa edizione, “Interferenze”, esplora le culture di confine che hanno contribuito a formare il Friuli Venezia Giulia e l’intera area adriatica. Attraverso spettacoli, performance, musica e installazioni, il festival rende omaggio a figure centrali della cultura europea del Novecento come Franco Basaglia, Pier Paolo Pasolini, Ivo Andrić, Fulvio Tomizza e Pedro Lemebel, autori che hanno saputo interrogare i concetti di margine, identità e trasformazione.

    Particolarmente interessante è la natura aperta del progetto. COME non si limita a esporre materiali già raccolti, ma continua ad ampliarsi attraverso il contributo diretto delle persone. Chiunque può condividere un oggetto, una memoria o una testimonianza personale attraverso i canali del museo, contribuendo alla costruzione di un archivio vivo e partecipato. In questo senso il progetto si avvicina alle più recenti esperienze internazionali di public history e di archiviazione comunitaria, nelle quali la memoria collettiva nasce dalla somma di molte narrazioni individuali.

    Accanto all’esposizione sono previsti momenti di confronto pubblico. Il 5 giugno, in occasione dell’inaugurazione, si terrà un incontro con i curatori e con gli ospiti del festival, mentre il giorno successivo è in programma una conversazione aperta dedicata al progetto e ai suoi sviluppi futuri. L’installazione resterà visitabile ogni giorno fino al 13 giugno.

    In un tempo in cui le questioni identitarie sono spesso al centro del dibattito pubblico, COME sceglie una strada diversa da quella della contrapposizione. Non costruisce categorie, non impone definizioni. Invita piuttosto ad ascoltare storie. E lo fa attraverso oggetti apparentemente ordinari che, una volta raccontati, rivelano tutta la loro forza simbolica. Un museo fatto di cose semplici che parlano di coraggio, desiderio, libertà e appartenenza. Un archivio in continua crescita che dimostra come la memoria più autentica non sia custodita soltanto nei documenti ufficiali, ma anche negli oggetti che accompagnano la vita delle persone.


    Da info <info@cizerouno.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
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