Sul futuro del corpo: la figurazione contemporanea interroga l’umano a Padova

Alla Galleria Civica Cavour oltre cinquanta opere di diciassette artisti internazionali esplorano il corpo come luogo di identità, memoria e trasformazione. Tra i prestatori anche la Fondazione Alberto Peruzzo con due importanti dipinti di Julio Larraz esposti per la prima volta dopo la recente acquisizione.

In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce continuamente il rapporto tra individuo e realtà, la nuova figurazione torna a interrogare il corpo come archivio della memoria e spazio politico. La mostra “Sul futuro del corpo” propone un percorso che riflette sulle tensioni del presente attraverso pittura e scultura contemporanee.


Il corpo è tornato al centro dell’arte contemporanea, non come semplice soggetto da rappresentare ma come luogo in cui si concentrano le domande più urgenti del nostro tempo. Identità, controllo, memoria, desiderio, appartenenza e tecnologia attraversano la nuova figurazione internazionale con un’intensità che supera la dimensione estetica per diventare riflessione culturale. È da questa consapevolezza che nasce “Sul futuro del corpo”, la mostra curata da Barbara Codogno, ospitata alla Galleria Civica Cavour di Padova dal 5 settembre al 4 ottobre 2026, con inaugurazione il 4 settembre alle ore 18.00.
L’esposizione riunisce oltre cinquanta dipinti e sculture, molte delle quali di grande formato, realizzate da diciassette protagonisti della nuova figurazione internazionale. Il percorso non propone una semplice rassegna di linguaggi contemporanei, ma costruisce un’indagine sul destino dell’essere umano in un’epoca segnata dalla progressiva smaterializzazione dell’esperienza. Il corpo diventa così il punto di incontro tra dimensione biologica, memoria individuale e trasformazioni sociali, assumendo un ruolo critico nella lettura del presente.

Negli ultimi decenni la figurazione ha conosciuto una significativa rinascita sulla scena internazionale. Dopo una lunga stagione dominata dall’arte concettuale, dalle pratiche installative e dalla ricerca digitale, numerosi artisti sono tornati a confrontarsi con la rappresentazione della figura umana. Non si tratta però di un ritorno nostalgico alla tradizione: il corpo viene interpretato come un territorio attraversato da questioni etiche, politiche e filosofiche, in dialogo con temi quali la biotecnologia, le migrazioni, la sorveglianza, la costruzione dell’identità e il rapporto fra individuo e società.

Tra i sostenitori dell’iniziativa figura la Fondazione Alberto Peruzzo, realtà culturale padovana che partecipa con il prestito di due opere dell’artista cubano Julio Larraz, A Video Show in the War Room e The Exiled, entrambe presentate al pubblico per la prima volta dopo la loro recente acquisizione. La presenza di Larraz rappresenta uno dei punti di maggiore interesse della mostra. Pittore nato all’Avana nel 1944 e trasferitosi negli Stati Uniti dopo la rivoluzione cubana, Larraz ha sviluppato una ricerca caratterizzata da un raffinato realismo simbolico nel quale la dimensione privata dei personaggi si intreccia costantemente con la storia, la geopolitica e le dinamiche economiche internazionali.

Come osserva la curatrice Barbara Codogno, nelle opere di Larraz gli ambienti silenziosi, gli arredi, le mappe e gli oggetti assumono un valore narrativo pari a quello delle figure umane, suggerendo come ogni identità individuale resti inevitabilmente legata ai sistemi economici e geopolitici che regolano appartenenza, mobilità e accesso alle risorse. È una riflessione che amplia il significato stesso del corpo, trasformandolo in un luogo attraversato dalle grandi questioni della contemporaneità.

Accanto a Larraz espongono Radu Belcin, Enrica Berselli, Luca Bidoli, Greta Bisandola, Angelo Brugnera, Chiara Calore, Fabbio Copercini, Chandra Fanti, Angelo Giordano, Alfio Giurato, Maurizio L’Altrella, Nunzio Paci, Flavia Pitiș, Stefano Reolon, Nicola Samorì e Markus Schinwald, artisti che, pur attraverso linguaggi differenti, condividono una comune attenzione verso la vulnerabilità della figura umana e la sua capacità di trasformarsi. Le loro opere mostrano come la pittura e la scultura possano ancora offrire uno spazio di riflessione critica, opponendo la concretezza della materia alla crescente virtualizzazione dell’esperienza quotidiana.

Barbara Codogno sottolinea come pittura e scultura diventino strumenti di resistenza: il gesto, la materia, il tempo dell’esecuzione e perfino l’errore restituiscono al corpo una presenza irriducibile, condividendone fragilità, impermanenza e continua trasformazione. In questa prospettiva il percorso espositivo evita tanto le retoriche dell’innovazione tecnologica quanto le semplificazioni del pensiero post-umano, assumendo il corpo come archivio vivente nel quale continuano a iscriversi memoria, desiderio, rapporti di potere e tensioni culturali.

La mostra nasce dalla collaborazione con il Comune di Padova – Assessorato alla Cultura, con la partecipazione della Fondazione Alberto Peruzzo e della Fondazione Coppola, confermando il ruolo della città veneta come luogo di confronto tra ricerca artistica contemporanea e riflessione culturale. L’organizzazione è affidata a Barbara Codogno, Monica Andreosi e Bruna Laura Filippini, mentre il catalogo è pubblicato da CLEUP – Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova. L’ingresso alla mostra è gratuito, scelta che favorisce un’ampia partecipazione del pubblico a un progetto espositivo dedicato a uno dei temi più centrali dell’arte contemporanea.

In un momento storico nel quale il concetto stesso di presenza fisica viene continuamente ridefinito dalle tecnologie digitali, “Sul futuro del corpo” propone un itinerario che restituisce centralità alla figura umana come spazio di esperienza, memoria e relazione. Attraverso il dialogo fra opere, artisti e sensibilità differenti, la mostra invita a interrogarsi sul futuro dell’umano senza offrire risposte precostituite, ma riaffermando il valore dell’arte come luogo privilegiato di pensiero critico.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Il restauro restituisce la Madonna “povera” di Jacopo Sansovino

Al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze torna visibile uno dei più singolari esperimenti tecnici attribuiti a Jacopo Sansovino. Dopo un complesso intervento conservativo, la Madonna delle Muneghette racconta una pagina poco nota del Rinascimento veneziano, dove l’invenzione artistica supera il valore stesso dei materiali.

Dal 30 luglio al 30 settembre 2026 il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure ospita la scultura restaurata della Madonna col Bambino e due putti, attribuita a Jacopo Sansovino. L’esposizione, inserita nella rassegna “Caring for Art. Restauri in mostra”, documenta il dialogo tra ricerca storico-artistica, diagnostica scientifica e tecnologie di restauro contemporanee.


Ci sono opere che sorprendono non soltanto per la loro bellezza, ma perché obbligano a ripensare l’idea stessa di capolavoro. La Madonna col Bambino e due putti, conosciuta come Madonna delle Muneghette e attribuita a Jacopo Sansovino, appartiene a questa categoria. Esposta al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dal 30 luglio al 30 settembre 2026, nell’ambito della rassegna “Caring for Art. Restauri in mostra”, la scultura emerge oggi come una testimonianza preziosa della straordinaria libertà inventiva di uno dei maggiori protagonisti del Rinascimento italiano, capace di trasformare materiali umili in un’opera di sorprendente intensità espressiva.

L’iniziativa rientra nel programma con cui l’Opificio delle Pietre Dure presenta al pubblico alcuni restauri appena conclusi prima della restituzione delle opere ai rispettivi proprietari, offrendo l’occasione di comprendere il lavoro degli undici settori specialistici dell’istituto fiorentino. La Madonna delle Muneghette, conservata presso l’I.R.E. – Istituzioni di Ricovero ed Educazione di Venezia, rappresenta uno dei casi più affascinanti affrontati negli ultimi anni dai laboratori dell’Opificio.

Jacopo Sansovino, nato a Firenze nel 1486 con il nome di Jacopo Tatti, è considerato una delle figure decisive della scultura e dell’architettura del Cinquecento. Allievo nell’ambiente di Andrea Sansovino, dal quale derivò il soprannome con cui è universalmente conosciuto, dopo il Sacco di Roma del 1527 trovò a Venezia il luogo ideale per sviluppare la propria carriera. Qui divenne Proto della Procuratoria di San Marco e contribuì in modo determinante a definire l’immagine monumentale della città con opere come la Biblioteca Marciana e la Loggetta del Campanile. Accanto alla produzione in marmo e bronzo, tuttavia, la sua attività comprendeva anche apparati temporanei, scenografie e decorazioni effimere, ambiti nei quali sperimentò tecniche e materiali alternativi rispetto alla tradizione monumentale.

È proprio questa esperienza a offrire oggi una nuova chiave di lettura della Madonna delle Muneghette. Ritrovata negli anni Settanta all’interno del Pensionato delle Muneghette di Venezia, la scultura è realizzata con una tecnica inconsueta, composta da strati di tela e gesso, ai quali si aggiungono elementi in cartapesta ottenuti separatamente a calco e successivamente assemblati mediante modellazione diretta. Per lungo tempo si è ritenuto che l’opera fosse un semplice modello preparatorio destinato alla realizzazione di una versione in materiali più nobili. Gli studi più recenti, invece, suggeriscono un’interpretazione diversa: quella di un’opera pienamente compiuta, concepita fin dall’origine con materiali poveri, probabilmente destinata a committenze economicamente più modeste ma non per questo meno attente alla qualità artistica.

Questa prospettiva modifica profondamente il significato dell’opera. Nel Rinascimento il valore di una scultura non dipendeva esclusivamente dal pregio della materia impiegata. La capacità inventiva dell’artista, il cosiddetto ingegno, costituiva un principio fondamentale della cultura umanistica. Il titolo scelto per l’esposizione – «…volava con le mani e con l’ingegno» – richiama proprio questa dimensione creativa, nella quale abilità tecnica e immaginazione diventano elementi inseparabili.

Quando la Madonna giunse nei laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure presentava condizioni conservative estremamente compromesse. Gravi problemi strutturali, deformazioni e numerose lacune avevano alterato la stabilità e la leggibilità del gruppo scultoreo. Il restauro, finanziato dalla Fondazione Venetian Heritage, ha coinvolto in stretta collaborazione i settori dedicati alle sculture lignee policrome e ai materiali ceramici, plastici e vitrei, con il supporto delle indagini diagnostiche del laboratorio scientifico dell’Istituto.

L’intervento rappresenta un esempio significativo di come le nuove tecnologie possano dialogare con la conservazione del patrimonio storico. Dopo un’accurata pulitura, le parti mancanti sono state ricostruite mediante scansione tridimensionale e stampa 3D, consentendo di recuperare la corretta inclinazione dell’opera attraverso un innovativo sistema di sostegno interno. Al tempo stesso, i restauratori hanno scelto di non eliminare tutte le tracce della storia conservativa della scultura: alcune lacune sono state volutamente mantenute visibili perché testimoniano la particolare tecnica esecutiva adottata da Sansovino.

Come osserva la soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure Emanuela Daffra, la Madonna di Sansovino rielabora il celebre modello della Vergine scolpita da Donatello per l’altare della Basilica del Santo di Padova. Se il riferimento al grande maestro quattrocentesco appare evidente, altrettanto evidente è la personale interpretazione dello scultore fiorentino: la giovane madre si piega verso il Bambino con un gesto di intensa protezione, instaurando nello stesso tempo un rapporto diretto con i fedeli. Restituire questo delicato equilibrio plastico è stato uno degli obiettivi principali del restauro.

L’esposizione offre così molto più della semplice presentazione di un’opera restaurata. Permette di osservare da vicino il metodo di lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure, istituzione fondata nel 1975 ma erede della storica manifattura medicea nata nel 1588, oggi riconosciuta a livello internazionale come uno dei più autorevoli centri per la conservazione del patrimonio artistico. In questo contesto la ricerca scientifica, la conoscenza storica e la pratica del restauro convergono in un unico processo di tutela.

La Madonna delle Muneghette torna quindi a raccontare la propria storia non soltanto come capolavoro del Rinascimento veneziano, ma anche come esempio di una creatività che sapeva trasformare materiali semplici in opere destinate a durare nei secoli. Un risultato che il restauro non ha voluto nascondere dietro una ricostruzione perfetta, ma restituire nella sua autenticità, lasciando che siano proprio le fragilità della materia a testimoniare l’intelligenza delle mani che la plasmarono.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Flying Racquets: fotografa il tennis come un laboratorio di innovazione sociale

A Trieste la mostra di Ray Giubilo amplia il proprio percorso espositivo con l’integrazione di “Amica”, un sistema intelligente per l’assistenza domiciliare. Arte fotografica e tecnologia si incontrano per raccontare come l’innovazione possa migliorare concretamente la qualità della vita, senza rinunciare al valore dell’esperienza umana.

Fino al 20 settembre 2026 il Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste ospita un nuovo capitolo della mostra “Flying Racquets”. Accanto alle immagini del fotografo Ray Giubilo, un’installazione interattiva dimostra come i sensori intelligenti possano diventare strumenti di cura, prevenzione e autonomia per le persone fragili.


Una fotografia può fermare un istante irripetibile, ma può anche diventare il punto di partenza per immaginare il futuro. Accade a Trieste, dove la mostra Flying Racquets, dedicata all’opera del fotografo Ray Giubilo, si arricchisce di un’installazione che mette in dialogo linguaggi apparentemente lontani: quello dell’arte fotografica e quello delle tecnologie assistive. Il risultato è un percorso nel quale l’immagine non si limita più a essere osservata, ma diventa un’esperienza interattiva capace di raccontare il valore dell’innovazione applicata alla vita quotidiana.
Allestita fino al 20 settembre 2026 al Magazzino 26 – Sala Leonor Fini del Porto Vecchio di Trieste, l’esposizione introduce infatti “Amica”, l’Assistente al Monitoraggio Intelligente per la Cura dell’Anziano, un sistema di domotica assistenziale progettato per monitorare le attività quotidiane delle persone fragili, individuare situazioni di rischio e attivare caregiver e centrali operative soltanto quando necessario. La presenza di questa tecnologia trasforma la visita in un’occasione per riflettere sul rapporto tra cultura, ricerca scientifica e benessere sociale.

L’interazione prende forma davanti a una delle immagini simbolo della mostra, It’s not Halloween, fotografia premiata con il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e insignita anche dell’AIPS Award quale migliore fotografia sportiva del 2025. Avvicinandosi allo scatto, un sensore installato sulla parete rileva la presenza del visitatore e attiva automaticamente un video con l’intervista a Ray Giubilo realizzata dall’inviato Rai Sebastiano Franco, mostrando concretamente il funzionamento della tecnologia. Come spiega il curatore Aldo Poduie, il dispositivo consente di comprendere in modo immediato come un sistema intelligente possa trasformarsi, appunto, in una vera “Amica”.

L’installazione costituisce una dimostrazione pratica di una tecnologia sviluppata per l’assistenza domiciliare. Attraverso una rete di sensori discreti distribuiti nell’abitazione, il sistema apprende progressivamente le abitudini della persona assistita, costruendo una routine personalizzata. Eventuali variazioni significative o comportamenti anomali vengono interpretati come possibili indicatori di fragilità o decadimento funzionale, consentendo un intervento tempestivo senza compromettere l’autonomia dell’individuo. Si tratta di un approccio ormai sempre più diffuso nell’ambito dell’Ambient Assisted Living, il settore della ricerca che integra informatica, sensoristica e intelligenza artificiale per favorire l’invecchiamento attivo e la permanenza delle persone anziane nel proprio ambiente domestico.

Secondo Cristiano Gomiselli di PrivatAssistenza, Amica propone un nuovo modello organizzativo dell’assistenza: non sostituisce il lavoro umano, ma lo rende più efficace, monitorando continuamente la situazione e attivando il supporto soltanto quando realmente necessario. Il sistema nasce dalla collaborazione tra ItaliAssistenza, titolare del marchio PrivatAssistenza, la start-up triestina Go2Digital Srl e l’Università degli Studi di Trieste. Il progetto è stato sviluppato nell’ambito del Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari al PNRR, attraverso il progetto Anthem Spoke 2 – Techcare, dedicato alla ricerca sulle tecnologie per la salute e l’assistenza.

L’inserimento di questa esperienza tecnologica all’interno di una mostra fotografica non appare casuale. La fotografia sportiva, soprattutto quella dedicata al tennis, è da sempre una disciplina che dialoga strettamente con l’innovazione. Dall’evoluzione delle fotocamere ad alta velocità ai sofisticati sistemi di autofocus e analisi digitale delle immagini, il racconto dello sport è cresciuto parallelamente allo sviluppo delle tecnologie. Ray Giubilo appartiene a quella generazione di fotografi che ha attraversato quasi quarant’anni di trasformazioni tecniche, mantenendo però invariata la centralità dello sguardo umano, capace di cogliere l’istante decisivo oltre la perfezione degli strumenti.

La mostra presenta infatti oltre sessanta fotografie di grande formato, affiancate da centinaia di immagini digitali, realizzate durante quasi quattro decenni di presenza di Giubilo nei più importanti tornei internazionali di tennis. Il percorso espositivo rinuncia a una scansione rigidamente cronologica per privilegiare una costruzione narrativa fondata sulle emozioni, sui gesti atletici e sulle storie che attraversano il grande tennis mondiale. Ne emerge un archivio visivo che documenta non soltanto l’evoluzione dello sport, ma anche quella della fotografia contemporanea.

Realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, con il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di APS Comunicazione, Flying Racquets conferma come le esposizioni fotografiche possano oggi diventare luoghi di incontro tra discipline differenti. La cultura non si limita a raccontare il presente, ma offre occasioni concrete per comprendere come arte, ricerca scientifica e innovazione possano contribuire insieme alla costruzione di una società più inclusiva.

La visita, a ingresso libero, assume così un duplice significato. Da una parte restituisce al pubblico il lungo percorso professionale di un fotografo che ha trasformato il tennis in racconto visivo; dall’altra dimostra come le tecnologie intelligenti possano essere presentate non come semplici strumenti, ma come esperienze capaci di dialogare con la sensibilità delle persone. È proprio in questo equilibrio tra creatività e ricerca applicata che Flying Racquets trova oggi una nuova dimensione culturale, nella quale l’immagine continua a emozionare mentre la tecnologia suggerisce nuove forme di cura e di attenzione verso l’altro.


Da Federica Zar <zar@apscom.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

L’azzurro paesaggio dell’anima: al Mandralisca la pittura di Pupi Fuschi

Dal 3 al 31 agosto il museo cefaludese ospita L’azzurro dentro, atlante della leggerezza, una mostra personale che raccoglie diciassette dipinti e sei acquerelli dedicati al tempo dell’attesa, alla fragilità e alla forza evocativa del colore. Un progetto espositivo che intreccia ricerca artistica, riflessione interiore e approfondimento critico.

Tra mare e cielo, corpo e silenzio, la pittura di Pupi Fuschi costruisce un percorso nel quale ogni immagine sembra fermarsi un istante prima dell’azione. La mostra del Museo Mandralisca invita il visitatore a sostare in questo spazio sospeso, dove la leggerezza diventa una forma di conoscenza e di resistenza poetica.


Ci sono colori che descrivono un paesaggio e altri che finiscono per raccontare una condizione dell’essere. L’azzurro appartiene a questa seconda categoria: non è soltanto il riflesso del mare o la trasparenza del cielo, ma uno spazio mentale, una dimensione interiore nella quale il tempo sembra rallentare e ogni gesto acquista un significato inatteso. È da questa intuizione che prende forma L’azzurro dentro, atlante della leggerezza, la mostra personale di Pupi Fuschi allestita dal 3 al 31 agosto 2026 negli spazi del Museo Mandralisca di Cefalù, dove saranno esposti 17 dipinti e 6 acquerelli che compongono un itinerario dedicato alla contemplazione, alla sospensione e alla fragilità dell’esperienza umana.

La sede scelta per questa nuova tappa del progetto possiede un valore tutt’altro che marginale. Il Museo Mandralisca, nato dalla raccolta del barone Enrico Pirajno di Mandralisca e aperto al pubblico nel Novecento, rappresenta uno dei principali poli culturali della Sicilia occidentale. Le sue collezioni, che spaziano dall’archeologia alla numismatica, dalla storia naturale alla pittura, custodiscono capolavori come il celebre Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, facendo dialogare da sempre il patrimonio storico con la ricerca artistica. L’inserimento dell’opera di Pupi Fuschi in questo contesto amplia il confronto fra memoria e contemporaneità, dimostrando come il museo possa continuare a essere un luogo vivo di produzione culturale.

L’esposizione conduce il visitatore in un universo pittorico nel quale il colore diventa il principale strumento narrativo. L’azzurro attraversa le opere non come semplice elemento cromatico, ma come metafora dell’interiorità, filo invisibile che unisce mare, cielo e dimensione spirituale. Figure leggere, corpi sospesi, tuffatori in attesa, coppie vicine ma separate da un silenzio quasi tangibile abitano superfici essenziali, dove la pittura sembra fermare il momento che precede l’azione. È proprio questa soglia temporale, quell’attimo in cui tutto è ancora possibile, a costituire il centro della ricerca dell’artista.

La sospensione è uno dei temi più ricorrenti nell’arte contemporanea internazionale. Molti artisti hanno cercato di rappresentare il tempo non attraverso il movimento, ma attraverso la sua interruzione, trasformando l’attesa in materia visiva. Nella pittura di Pupi Fuschi questa ricerca assume un carattere profondamente mediterraneo. La luce, la presenza costante del mare, la rarefazione dello spazio e la misura dei gesti richiamano una sensibilità che nasce in Sicilia, dove il paesaggio naturale diventa spesso esperienza emotiva e luogo della memoria.

Il progetto espositivo ha origine da una prima presentazione realizzata nel 2025 a Palermo, presso Interno 65 – Spazio per il Contemporaneo, con la curatela di Laura Francesca Di Trapani. L’approdo al Museo Mandralisca non rappresenta una semplice riproposizione di quell’esperienza, ma un’evoluzione significativa del percorso. L’allestimento si amplia, il corpus delle opere cresce, il dialogo tra i dipinti viene ridefinito e il progetto si arricchisce della pubblicazione di un catalogo che accompagna e approfondisce la lettura dell’intera ricerca artistica.

Il catalogo costituisce infatti parte integrante della mostra e raccoglie contributi affidati a studiosi provenienti da ambiti differenti. Il giornalista e scrittore Alberto Samonà firma il saggio L’Anatomia dell’Attimo: il silenzio azzurro di Pupi Fuschi, dedicato al valore poetico dell’istante sospeso. Luisa Scalabroni, storica dell’arte e docente universitaria, affronta il rapporto tra soglia, colore e fragilità nel testo L’istante che precede il tempo, mentre Mariateresa Zagone, critica d’arte e curatrice, propone con L’immagine sulla soglia una riflessione sul corpo, sull’attesa e sulla pittura come spazio della presenza. Il volume non svolge soltanto una funzione documentaria, ma diventa esso stesso un luogo di confronto critico e interpretativo, ampliando la portata culturale dell’intero progetto.

La biografia dell’artista restituisce il profilo di una ricerca autonoma, sviluppata lungo il confine tra figurazione e immaginario. Pupi Fuschi costruisce immagini nelle quali il quotidiano si apre costantemente al simbolo, mentre il chiaroscuro, le stratificazioni cromatiche e la cura del dettaglio concorrono a creare atmosfere che invitano lo spettatore a un’osservazione lenta. Le sue figure sembrano provenire da una dimensione sospesa tra realtà e sogno, senza mai rinunciare a una concreta presenza fisica. L’ironia, sottile ma persistente, introduce ulteriori livelli di lettura, lasciando che ogni opera mantenga una parte del proprio mistero.

La mostra è promossa con il sostegno della Fondazione Culturale Mandralisca E.T.S. e con il patrocinio gratuito dell’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana e del Comune di Cefalù, confermando il ruolo del museo come centro propulsore della vita culturale del territorio.

In un tempo dominato dalla velocità e dalla continua produzione di immagini, L’azzurro dentro, atlante della leggerezza propone un’esperienza opposta: rallentare lo sguardo, sostare davanti alla fragilità, riconoscere nella sospensione non un vuoto, ma uno spazio fertile di possibilità. È proprio in quell’attimo che precede il gesto, nella silenziosa attesa evocata dalla pittura di Pupi Fuschi, che il colore si trasforma in linguaggio dell’interiorità e la leggerezza rivela tutta la sua profonda intensità.


Da Mariateresa Zagone <mtzagone@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

2050 – L’arte osserva il futuro partendo dalle mutazioni del presente

Alla Portopiccolo Art Gallery di Sistiana tre artisti affrontano il rapporto tra paesaggio, clima e comunità attraverso un progetto che intreccia fotografia, installazione e ricerca partecipata. Una mostra che invita a leggere il presente come la memoria di un tempo che deve ancora arrivare.

Le grandi trasformazioni ambientali non appartengono più soltanto agli scenari del futuro. “2050 – Orizzonti sommersi” sceglie di osservarle mentre stanno già modificando coste, territori e paesaggi, trasformando l’arte in uno strumento di riflessione condivisa sul nostro modo di abitare il mondo.


Esiste un momento in cui il paesaggio smette di essere soltanto uno sfondo e diventa un documento del tempo che stiamo vivendo. È da questa consapevolezza che prende forma 2050 – Orizzonti sommersi, la mostra inaugurata il 1° agosto alla Portopiccolo Art Gallery di Sistiana, nel comune di Duino Aurisina, nell’ambito della rassegna L’Energia dei Luoghi. Festival del Vento e della Pietra. Il progetto propone una riflessione sul rapporto tra cambiamento climatico, territorio e comunità, evitando le facili suggestioni della fantascienza per concentrarsi sui segnali già visibili delle trasformazioni in atto.
Curata da Sergio Pancaldi per DayDreaming Project, l’esposizione riunisce le ricerche di Gabriele Bonato, Enrico Tuzzi e Alessandro Vascotto, tre artisti che affrontano il tema della trasformazione attraverso linguaggi differenti ma complementari. Il titolo della mostra richiama un orizzonte temporale prossimo, il 2050, frequentemente utilizzato anche dagli studi scientifici internazionali come riferimento per valutare gli effetti dei cambiamenti climatici. Tuttavia, l’intento del progetto non è quello di immaginare scenari distopici, bensì di osservare il presente come se fosse già una memoria del futuro, invitando il pubblico a interrogarsi sulle responsabilità collettive e sulle possibilità di cambiamento.

Negli ultimi decenni il tema dell’ambiente è diventato uno degli ambiti più vitali della ricerca artistica contemporanea. Dalla Land Art nata tra gli anni Sessanta e Settanta, che interveniva direttamente sul paesaggio naturale, fino alle più recenti pratiche ecologiche e partecipative, molti artisti hanno scelto di confrontarsi con le trasformazioni del territorio, con la crisi climatica e con il delicato equilibrio tra attività umana ed ecosistemi. In questo contesto si inserisce anche 2050 – Orizzonti sommersi, che utilizza l’arte come strumento di osservazione critica piuttosto che come semplice rappresentazione.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso tre nuclei distinti. Abissi, di Gabriele Bonato, sposta lo sguardo verso un paesaggio invisibile, quello dell’interiorità. Le immagini evocano archetipi, memorie e simboli che emergono dalle profondità dell’inconscio, stabilendo un dialogo continuo tra la psiche umana e il mondo naturale. Gli abissi non coincidono soltanto con gli spazi sommersi del mare, ma diventano metafora dei processi nascosti che modellano l’esperienza individuale e collettiva.

Con Marea, Alessandro Vascotto concentra invece l’attenzione sul margine costiero, quella sottile fascia dove terra e mare si incontrano senza mai rimanere identici a sé stessi. Il confine viene interpretato come un organismo in costante trasformazione, capace di mettere in discussione categorie geografiche consolidate e di suggerire una nuova idea di identità territoriale. L’acqua, elemento dinamico per eccellenza, diventa così il simbolo di una realtà in continua ridefinizione, nella quale stabilità e mutamento convivono.

L’installazione Zona Rossa, realizzata da Enrico Tuzzi, nasce invece dall’osservazione diretta dei territori segnati dagli eventi alluvionali. L’interruzione dei percorsi, la perdita della continuità dello spazio e la difficoltà degli spostamenti diventano esperienza concreta per il visitatore, che viene coinvolto in una riflessione sulla vulnerabilità delle infrastrutture e delle relazioni che tengono unite le comunità. L’opera restituisce una dimensione fisica della fragilità, ricordando come le emergenze ambientali incidano non soltanto sul paesaggio, ma anche sul tessuto sociale.

Accanto alle opere, il progetto introduce una significativa componente partecipativa. Una sezione della mostra è concepita come un laboratorio aperto nel quale cittadini, visitatori e appassionati possono contribuire alla costruzione dell’Atlante dell’Acqua, inviando fotografie, video, registrazioni sonore, testimonianze e documenti dedicati alle coste contemporanee. Il materiale raccolto costituirà un archivio in continua evoluzione, destinato a diventare base per future iniziative artistiche, culturali e sociali. In questo modo la mostra supera la dimensione tradizionale dell’esposizione per trasformarsi in un processo condiviso di documentazione e ricerca.

Acqua, paesaggi costieri, infrastrutture e comunità diventano così i punti cardinali di un percorso che invita a ripensare il rapporto tra uomo e ambiente. 2050 – Orizzonti sommersi non offre risposte definitive né costruisce scenari catastrofici, ma propone uno spazio di osservazione nel quale il cambiamento viene affrontato attraverso la sensibilità dell’arte contemporanea. È proprio questa capacità di leggere il presente con lo sguardo rivolto al futuro a rendere il progetto particolarmente significativo, ricordando come ogni trasformazione del territorio sia anche una trasformazione culturale.

La mostra rimarrà aperta fino al 6 settembre 2026 presso la Portopiccolo Art Gallery di Sistiana, con apertura il sabato dalle 17 alle 20 e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, oltre alla possibilità di visite su prenotazione.


Da Federica Zar <zar@apscom.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

L’Aquila 2026, il segno come linguaggio universale di una mostra internazionale

Dal 2 al 16 agosto il Palazzo dell’Emiciclo ospita Anatomie del Segno, esposizione internazionale che riunisce artisti provenienti da diversi Paesi intorno al tema del gesto creativo. Il progetto, inserito nel programma di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, rende omaggio anche al maestro Gianni Testa e dedica una sezione personale a Pierpaolo Mancinelli.

Nel cuore della città abruzzese, il segno diventa materia di confronto tra pittura e scultura, linguaggio condiviso capace di attraversare culture e sensibilità differenti. Una collettiva internazionale che riflette sull’origine stessa dell’espressione artistica e sul valore del dialogo contemporaneo.


Ogni opera nasce da un gesto. Prima ancora del colore, della forma e della composizione, è il segno a custodire l’origine dell’atto creativo, quella traccia primaria che accompagna la storia dell’arte dalle incisioni preistoriche alle più avanzate sperimentazioni contemporanee. È attorno a questa idea che prende forma Anatomie del Segno, la mostra collettiva internazionale che sarà inaugurata il 2 agosto al Palazzo dell’Emiciclo dell’Aquila e resterà aperta fino al 16 agosto, nell’ambito del programma ufficiale di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026.
Ideata e curata da Nicoletta Rossotti, Coordinatrice Nazionale dell’Accademia Internazionale Medicea, l’esposizione riunisce artisti provenienti da diversi Paesi in un percorso dedicato al segno come linguaggio universale. Pittura e scultura dialogano attraverso opere che esplorano l’evoluzione del gesto creativo, dall’essenzialità del tratto fino alla ricchezza della materia e del colore, offrendo al visitatore una riflessione sul lessico visivo dell’arte contemporanea.

La scelta dell’Aquila assume un significato particolare. Designata Capitale Italiana della Cultura 2026, la città sta vivendo una stagione di intensa progettualità culturale che affianca alla ricostruzione materiale degli spazi urbani un altrettanto importante processo di rigenerazione civile e artistica. Istituito dal Ministero della Cultura nel 2014, il titolo di Capitale Italiana della Cultura nasce proprio per valorizzare il patrimonio culturale come motore di sviluppo, partecipazione e innovazione, coinvolgendo istituzioni, cittadini e operatori culturali in un programma condiviso.

Ad accogliere la mostra sarà il Palazzo dell’Emiciclo, edificio simbolo della città progettato nel XIX secolo dall’architetto Carlo Waldis e oggi sede del Consiglio regionale d’Abruzzo. Dopo il complesso intervento di restauro seguito al terremoto del 2009, il palazzo è tornato a svolgere un ruolo centrale nella vita istituzionale e culturale dell’Aquila, ospitando esposizioni, incontri e manifestazioni dedicate all’arte contemporanea.

L’impianto curatoriale di Anatomie del Segno si sviluppa intorno all’idea che il segno rappresenti il primo elemento costitutivo dell’immagine. Prima della rappresentazione figurativa esiste infatti il gesto, inteso come manifestazione diretta del pensiero creativo. È una riflessione che attraversa gran parte della storia dell’arte del Novecento, dalle sperimentazioni dell’Informale europeo fino alla pittura gestuale americana, senza dimenticare il ruolo fondamentale che il disegno continua ad avere nella ricerca contemporanea quale luogo di ideazione, memoria e sperimentazione.

La collettiva comprende una sezione personale dedicata a Pierpaolo Mancinelli, il cui lavoro dialoga con quello degli altri artisti invitati, creando un confronto tra differenti linguaggi espressivi. Accanto alla pittura trova spazio anche la scultura grazie alla presenza di Stefano Zaniboni, unico scultore selezionato per questa edizione, a sottolineare come il segno possa tradursi tanto nella superficie del dipinto quanto nella costruzione tridimensionale della materia.

La mostra rende inoltre omaggio al maestro Gianni Testa, figura significativa del panorama artistico italiano, attraverso la partecipazione della figlia Chiara Testa, impegnata nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio creativo lasciato dall’artista. L’iniziativa aggiunge così una dimensione di memoria al progetto espositivo, ponendo in dialogo la ricerca contemporanea con l’eredità di uno dei protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento.

Il percorso riunisce artisti provenienti da esperienze culturali differenti: Pierpaolo Mancinelli, Carlos Antonio Sablon, Lorena Reyes Clavijo, Françoise De Gail, Stephan Paduan, Miyuki Tahanashi, Stefan Beiu, Lineda Buffa, Michael Dankner, Piera Bachiocco, Riccardo Salusti, Stefano Zaniboni, Marilena Memmi, Alessio Mariani, Marco Guidi, Alessandra Meschini, Lidia Di Giorgio, Francesca Diana Martines, Ester Cimmino, Annamaria Campus e Mahdyya Laher. La pluralità delle provenienze e dei linguaggi conferisce alla mostra un carattere realmente internazionale, dimostrando come il segno costituisca un codice espressivo capace di oltrepassare appartenenze geografiche e tradizioni artistiche.

L’iniziativa è promossa con il patrocinio dell’Accademia Internazionale Medicea, del Consiglio Regionale d’Abruzzo, della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila e dell’Associazione Culturale Arte Nuova, inserendosi ufficialmente nel calendario degli eventi di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. All’inaugurazione prenderanno parte il sindaco Pierluigi Biondi, l’assessore regionale alla Cultura Roberto Santangelo e il presidente dell’Accademia Internazionale Medicea Michele F. Coppola. La mostra sarà visitabile ogni giorno, dalle 9 alle 19, con ingresso libero.

In un’epoca nella quale l’immagine viene spesso consumata con estrema rapidità, Anatomie del Segno invita a compiere il percorso inverso: tornare all’origine del linguaggio visivo, riscoprendo il valore del gesto, della materia e della ricerca artistica come strumenti di conoscenza. Un invito che trova nell’Aquila, città capace di trasformare la propria storia recente in un laboratorio di rinascita culturale, un contesto particolarmente significativo, dove l’arte continua a offrire occasioni di dialogo, riflessione e costruzione condivisa del futuro.


Da Daniela Gambino <danielagambino@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Quaranta opere inedite di Marco Tamburro dedicate e ispirate a Caravaggio

Dal 16 luglio al 23 agosto Palazzo Bonaparte ospita oltre quaranta opere inedite dell’artista umbro dedicate al dialogo con Michelangelo Merisi. Un percorso che mette a confronto due epoche diverse, unite dalla stessa esigenza: raccontare l’uomo senza idealizzarlo.

Non è una mostra dedicata a Caravaggio nel senso tradizionale del termine. È un confronto con il suo sguardo. Marco Tamburro sceglie di misurarsi con l’eredità del maestro lombardo non attraverso la citazione, ma interrogando il presente con la stessa radicale attenzione alla realtà.


Caravaggio non compare in nessuna delle tele di Marco Tamburro. Eppure la sua presenza attraversa l’intero percorso espositivo. Non nelle composizioni, nei soggetti o nelle iconografie che hanno reso celebre Michelangelo Merisi, ma nel modo di osservare il mondo. È da questa idea prende forma Caravaggio Forever, la mostra che Palazzo Bonaparte presenta a Roma dal 16 luglio al 23 agosto, riunendo oltre quaranta opere inedite dell’artista e proponendo un dialogo che supera la semplice celebrazione per trasformarsi in una riflessione sul ruolo della pittura contemporanea.
Curata da Giulia Silvia Ghia e prodotta da Arthemisia, l’esposizione nasce da un interrogativo preciso: che cosa significa, oggi, guardare la realtà con lo stesso coraggio che rese Caravaggio uno dei più grandi innovatori della storia dell’arte? La risposta di Tamburro non passa attraverso l’imitazione dei capolavori seicenteschi. Le sue opere scelgono un’altra strada, condividendo con il maestro lombardo un atteggiamento, prima ancora che un linguaggio: raccontare l’uomo nella sua autenticità, senza attenuare inquietudini, fragilità e contraddizioni.

È questa la vera eredità di Caravaggio. Tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento il pittore rivoluzionò la cultura figurativa europea non soltanto grazie all’uso spettacolare della luce, ma soprattutto perché sostituì gli ideali astratti con persone reali. I suoi modelli provenivano dalle strade di Roma, i volti erano quelli della gente comune, i corpi mostravano imperfezioni che fino ad allora la pittura tendeva a nascondere. Quel naturalismo, sostenuto da un uso drammatico del chiaroscuro, modificò profondamente il linguaggio artistico del tempo e influenzò generazioni di pittori in tutta Europa.

Tamburro raccoglie questa lezione trasportandola nel XXI secolo. Le sue tele parlano di città, periferie, relazioni, trasformazioni sociali e solitudini contemporanee. La luce continua a essere protagonista, ma diventa uno strumento espressivo capace di mettere in risalto tensioni psicologiche e dinamiche urbane. Non c’è alcun desiderio di reinterpretare le opere di Caravaggio, bensì di condividere con lui una medesima urgenza narrativa: rendere visibile ciò che spesso rimane ai margini dello sguardo collettivo.

Roma rappresenta il luogo naturale di questo confronto. È la città in cui Caravaggio realizzò alcune delle opere che cambiarono definitivamente la storia della pittura occidentale, dalle tele della Cappella Contarelli ai dipinti di Santa Maria del Popolo. Ed è la città nella quale Marco Tamburro vive e sviluppa oggi la propria ricerca. In questo spazio simbolico passato e presente finiscono così per sovrapporsi, dimostrando come il linguaggio dell’arte continui a rinnovarsi senza recidere il rapporto con la propria tradizione.

L’allestimento accompagna il visitatore in un percorso immersivo che affianca le opere a un documentario realizzato da Giovanni Storaro sul lavoro di Tamburro e a una selezione di documenti dedicati alla vita di Caravaggio e al sistema delle committenze che ne accompagnò l’attività. Ne emerge un racconto che non riguarda soltanto la biografia del Merisi, ma anche la rete di mecenati, collezionisti e istituzioni che rese possibile una delle più significative rivoluzioni artistiche dell’età moderna. La pittura dialoga così con la storia, offrendo gli strumenti per comprendere come ogni innovazione nasca sempre all’interno di un preciso contesto culturale.

L’iniziativa conferma inoltre il percorso intrapreso da Arthemisia, che negli ultimi anni ha affiancato alle grandi mostre dedicate ai maestri del passato un’attenzione crescente verso gli artisti contemporanei. L’obiettivo è costruire un dialogo continuo tra patrimonio storico e ricerca attuale, evitando di relegare l’arte classica a semplice memoria e riconoscendole invece la capacità di continuare a interrogare il presente. In questa prospettiva, Caravaggio Forever non propone un confronto tra due artisti lontani nel tempo, ma tra due modi di osservare la realtà accomunati dalla ricerca della verità umana.

Nato a Perugia nel 1974, Marco Tamburro si è formato tra l’Istituto d’Arte della sua città, l’Accademia di Belle Arti di Brera e quella di Roma. La sua ricerca pone al centro la condizione dell’uomo contemporaneo e il rapporto con l’ambiente urbano, sviluppando un linguaggio pittorico caratterizzato da forte intensità espressiva. Dal 2019 dirige nella capitale Factory Studio 8, laboratorio dedicato alla produzione artistica e agli scambi internazionali. Le sue opere sono state esposte in importanti istituzioni italiane e straniere, tra cui MAXXI e MACRO di Roma, Palazzo Medici Riccardi di Firenze, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, la Biennale di Venezia e sedi espositive negli Stati Uniti e in Germania.

L’ingresso alla mostra è gratuito. L’esposizione è prodotta e organizzata da Arthemisia con il patrocinio del Ministero per gli Affari esteri ed europei di Malta, dell’Ambasciata di Malta in Italia e dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con la partecipazione del Ministero della Cultura, dell’Archivio di Stato di Roma, della Fondazione Banco di Napoli e del GAMM Game Museum. La direzione artistica è affidata a Marco Tamburro, la cura a Giulia Silvia Ghia e il catalogo è pubblicato da Moebius.

Credo che questa apertura sia più in linea con il taglio di Experiences: entra subito nel cuore della notizia, evita formule generiche e costruisce un incipit che appartiene a questa mostra e non potrebbe essere riciclato per un altro articolo.


Da UFFICIO STAMPA ARTHEMISIA <press@arthemisia.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Agape Fraterna: Agorà civica nel cuore di Napoli: cultura, fiscalità ed energia

Nel centro storico partenopeo un incontro aperto alla cittadinanza ha riunito studiosi, professionisti e istituzioni per riflettere sul rapporto tra patrimonio culturale, giustizia fiscale e comunità energetiche rinnovabili. Un dialogo che rilancia il valore della partecipazione civica come motore dello sviluppo del Mezzogiorno.

La seconda edizione dell’Agape Fraterna ha trasformato il Seggio del Popolo in uno spazio di confronto sui temi più urgenti della società contemporanea. Tra patrimonio culturale, Costituzione economica e transizione energetica, l’iniziativa ha proposto una riflessione condivisa sul futuro dei territori e sul ruolo attivo delle comunità locali.


Nel cuore dell’antico centro di Napoli, dove la storia urbana continua a intrecciarsi con la vita quotidiana, il dialogo civile ha trovato una nuova occasione di confronto. Il 27 luglio, negli spazi del Seggio del Popolo – Locanda di Piazzetta Grande Archivio, si è svolta la seconda Agape Fraterna – Una stesa culturale popolare, appuntamento nato con l’obiettivo di creare un luogo aperto di discussione sui grandi temi economici, sociali e culturali del nostro tempo.
L’iniziativa, organizzata dal Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo (EU-MED) in collaborazione con la Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli, ha visto anche un momento musicale affidato all’Accademia Internazionale Enrico Caruso, presieduta dal maestro Giuseppe Schirone, con la partecipazione del soprano Raffaella Ambrosino. Alla serata hanno preso parte numerosi cittadini e rappresentanti delle istituzioni, tra cui l’assessore alle Attività culturali e ai Grandi Eventi della II Municipalità del Comune di Napoli, Salvatore Iodice.

Il programma ha proposto un percorso che ha unito economia, cultura e sostenibilità. Ad aprire gli interventi è stato Salvatore Capasso, direttore del Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche e vincitore del Premio Internazionale Guido Dorso 2024, con una relazione dedicata al ruolo del patrimonio culturale quale fondamento dello sviluppo socio-economico. Un tema che trova crescente spazio anche nella ricerca scientifica contemporanea, dove il patrimonio viene considerato non soltanto come bene da conservare, ma come fattore strategico per la crescita, l’innovazione e la competitività dei territori.

Il secondo intervento, affidato a Paolo Pantani, ha affrontato il tema delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), illustrate come strumenti capaci di coniugare innovazione tecnologica, solidarietà sociale e sviluppo locale. Le CER rappresentano infatti una delle principali novità introdotte negli ultimi anni nella politica energetica europea e italiana: consentono a cittadini, enti pubblici, imprese e realtà del Terzo settore di produrre, condividere e consumare energia proveniente da fonti rinnovabili all’interno di una stessa comunità, favorendo l’autoconsumo collettivo e contribuendo alla riduzione dei costi energetici e delle emissioni. In Campania, come in altre regioni italiane, il tema è oggi al centro di iniziative istituzionali volte a favorire la nascita di nuove comunità energetiche e a costruire reti territoriali di collaborazione.

L’ultima relazione è stata affidata a Pietro Spirito, docente dell’Università Mercatorum, che ha sviluppato una riflessione sul rapporto tra l’impianto originario della Costituzione economica italiana e le trasformazioni intervenute nel sistema fiscale ed economico nazionale. Al centro dell’incontro è stato richiamato anche il principio contenuto nell’articolo 53 della Costituzione, secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e il sistema tributario deve essere informato a criteri di progressività.

L’Agape Fraterna ha scelto un formato che richiama l’antico significato del convivio come luogo di confronto e di crescita collettiva. Non un semplice ciclo di conferenze, ma una “stesa culturale popolare”, nella quale studiosi, professionisti e cittadini possono condividere idee, esperienze e proposte senza barriere tra relatori e pubblico. Questa impostazione restituisce centralità alla partecipazione civica, elemento sempre più importante nelle pratiche di rigenerazione urbana e nelle politiche di sviluppo locale.

La scelta del Seggio del Popolo come sede dell’iniziativa assume inoltre un valore simbolico. Inserito nel tessuto storico della città, il luogo richiama la tradizione dei sedili napoletani, antiche istituzioni civiche che per secoli rappresentarono uno dei principali strumenti di governo urbano. Riportare in questo contesto un dibattito pubblico sui temi dell’economia, della cultura e della sostenibilità significa ristabilire un legame ideale tra la memoria storica della città e le sfide del presente.

L’incontro napoletano conferma come questioni estremamente importanti – tutela del patrimonio culturale, giustizia fiscale, transizione energetica e sviluppo del Mezzogiorno – possano essere affrontate all’interno di un’unica riflessione sul bene comune. Un approccio interdisciplinare che individua nella conoscenza, nella partecipazione e nella responsabilità condivisa gli strumenti attraverso cui costruire politiche più efficaci e comunità più consapevoli, valorizzando il patrimonio culturale e umano come risorsa strategica per il futuro.

Servizio su “Stesa Musicale e Culturale alla Seconda Agape Fraterna a Napoli”, il giorno 27 di Luglio ore 19,00 organizzato dal Centro Studi Regione Mezzogiorno Mediterraneo EU-MED, Paolo Pantani, in collaborazione con la Fondazione di Comunità Centro Storico di Napoli, al Seggio del Popolo in Piazzetta Grande Archivio realizzata grazie al contributo spontaneo e generoso della Accademia Internazionale Enrico Caruso presieduta dal Maestro e Presidente Giuseppe Schirone e dalla Soprano Raffaella Ambrosino e ringraziamenti a tutti i partecipanti e particolarmente, alla II MUNICIPALITÀ DEL COMUNE DI NAPOLI, rappresentata dall’Assessore alle Attività Culturali e ai a Grandi Eventi Dottore Salvatore Iodice

Da Paolo Pantani <paolopantani44@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

SI Fest 2026, trentacinque anni di fotografia e guardare il mondo di chi resiste

A Savignano sul Rubicone il festival fotografico più longevo d’Italia torna con “Still Standing”, un invito a restare in piedi e continuare a guardare il mondo attraverso le storie di chi resiste ogni giorno

La trentacinquesima edizione del SI Fest rinnova la propria vocazione di osservatorio sulla contemporaneità. Tra grandi autori internazionali e nuove progettualità dedicate ai più giovani, la fotografia si conferma un linguaggio capace di raccontare fragilità, trasformazioni e speranze.


Ci sono momenti in cui la fotografia sembra rallentare il tempo e consentire di osservare ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. È da questa consapevolezza che prende forma la trentacinquesima edizione del SI Fest di Savignano sul Rubicone, il festival di fotografia più longevo d’Italia, nato nel 1992 e diventato nel corso degli anni uno dei principali punti di riferimento per la cultura dell’immagine nel nostro Paese. L’appuntamento del 2026 si svolgerà dall’11 al 13 settembre, con le mostre visitabili anche nei due fine settimana successivi, il 19 e 20 e il 26 e 27 settembre. Organizzato da Savignano Immagini, il festival conferma la propria identità di luogo di ricerca e riflessione, dove la fotografia viene intesa non come semplice produzione di immagini, ma come strumento di conoscenza e di interpretazione della realtà.

Il titolo scelto per questa edizione è “Still Standing”, letteralmente “Ancora in piedi”. Più che uno slogan, è un manifesto programmatico. In un’epoca segnata da cambiamenti rapidi, instabilità geopolitiche, emergenze climatiche e trasformazioni sociali e identitarie, la fotografia viene proposta come un esercizio di resistenza e di condivisione, un punto di appoggio capace di restare saldo nel presente.

Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival prosegue il percorso avviato nell’edizione precedente, continuando la sua ricognizione geografica e umana del mondo contemporaneo. Lo sguardo, però, si avvicina ulteriormente alle persone, concentrandosi su uomini e donne che affrontano direttamente le criticità del nostro tempo e che, spesso lontano dai riflettori, continuano a resistere con dignità e tenacia.

“Still Standing” diventa così l’affermazione di chi sceglie di non arretrare, di chi rivendica la propria presenza nonostante le difficoltà. La fotografia, in questa prospettiva, assume il compito di rendere visibili esistenze e idee che rischierebbero di rimanere ai margini. I confini si spostano, gli equilibri si modificano e le visioni cambiano, ma il gesto fotografico continua a conservare la propria funzione essenziale: osservare, testimoniare e mettere in relazione.

Il programma riunisce autori che appartengono a generazioni e sensibilità differenti. Tra i protagonisti figurano Robin de Puy, Christopher Anderson, Mario Cresci, Andi Gáldi Vinkó, Olga Sokal, Alba Zari, Robbie Lawrence e il compianto Lars Tunbjörk. I loro lavori conducono il pubblico attraverso esperienze di comunità, forme silenziose di resistenza e vicende personali di sopravvivenza, intrecciando l’urgenza dell’attualità con la possibilità di uno sguardo aperto alla speranza.

La presenza di Mario Cresci e Alba Zari evidenzia inoltre la capacità del SI Fest di tenere insieme esperienze molto diverse della fotografia contemporanea. Cresci è tra i protagonisti della ricerca fotografica italiana dagli anni Sessanta, autore di un’opera che attraversa antropologia visiva, sperimentazione e indagine del paesaggio culturale. Zari, tra le voci più interessanti della generazione più giovane, lavora invece sul rapporto tra immagini, memoria e identità, esplorando il confine tra archivio personale e racconto collettivo.

Nell’ultimo fine settimana di apertura, dal 25 al 27 settembre, il festival si arricchisce inoltre di una nuova sezione dedicata alle giovani generazioni. Nasce infatti SI FEST KIDS, festival di fotografia e foto-illustrazione per bambini e ragazzi ideato da Sabir Editore e diretto artisticamente da Giorgio Arcari. A Palazzo Vendemini – Biblioteca comunale prenderà forma un programma di mostre, laboratori, incontri e conferenze raccolto sotto il titolo “Hic sunt Leones. Fuori dalle mappe, in cerca di bellezza”.

A trentacinque anni dalla sua nascita, il SI Fest continua dunque a interrogare il presente attraverso le immagini. Lo fa riaffermando una convinzione che accompagna la storia stessa della fotografia documentaria: rimanere in piedi significa, prima di tutto, continuare a guardare.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

SCENARI. Quando la fotografia restituisce alla montagna il suo stupore

A San Pietro di Cadore prende vita una rassegna che intreccia mostra fotografica, tradizioni, musica e memoria del territorio. Al centro dell’iniziativa, i vincitori del concorso “SCENARI. Volti e luoghi della Natura”, un progetto che invita a riscoprire il paesaggio attraverso lo sguardo dell’arte contemporanea.

La montagna non è soltanto un luogo da attraversare, ma un patrimonio di relazioni, memoria e identità. Da questa consapevolezza nasce “SCENARI”, una manifestazione che utilizza la fotografia come linguaggio capace di rinnovare il dialogo tra comunità, natura e cultura.


Ci sono territori la cui bellezza rischia di diventare invisibile proprio perché fa parte della quotidianità. È da questa riflessione che prende forma SCENARI. Luoghi e Volti della Natura, la rassegna promossa dal Comune di San Pietro di Cadore insieme all’associazione Clematis Cultura, in programma l’1 e il 2 agosto 2026. L’iniziativa trasforma il piccolo centro del Comelico in un laboratorio diffuso dedicato al paesaggio, alla fotografia e alle tradizioni locali, proponendo un percorso che unisce ricerca artistica, partecipazione e valorizzazione del patrimonio culturale.
Il momento centrale della manifestazione sarà l’inaugurazione, sabato 1° agosto alle ore 19, negli spazi di Villa Poli de Pol, della mostra collettiva dedicata ai vincitori della prima edizione del Concorso Fotografico e Residenza Artistica “SCENARI. Volti e luoghi della Natura”. Esporranno Francesco Capasso, primo classificato nella sezione Under 35, e Joet Gerardine e Patrizia Riviera, vincitrici della sezione Over 35. Accanto alle loro opere saranno presentati anche gli scatti degli artisti insigniti delle menzioni speciali: Vito Vecellio e Giovanni Pomarè per la categoria Over 35 ed Erika Pezzoli per quella Under 35.

Il progetto si inserisce in una tradizione sempre più consolidata che vede la fotografia diventare strumento di conoscenza del territorio. Fin dalle grandi campagne fotografiche dell’Ottocento dedicate alle Alpi e alle Dolomiti, l’immagine ha contribuito a costruire l’identità culturale della montagna italiana. Nel Novecento questa funzione si è progressivamente ampliata, passando dalla documentazione del paesaggio alla sua interpretazione artistica e sociale. Oggi numerosi concorsi e residenze creative promuovono uno sguardo capace di raccontare non soltanto la natura, ma anche il rapporto tra ambiente, comunità e memoria collettiva.

La manifestazione di San Pietro di Cadore si muove proprio in questa direzione. Come sottolinea il sindaco Manuel Casanova Consier, il progetto nasce dalla volontà di recuperare la capacità di stupirsi davanti a un patrimonio naturale tanto straordinario quanto spesso dato per scontato da chi lo vive ogni giorno. Il concorso fotografico, sostenuto dall’amministrazione comunale e sviluppato insieme a Clematis Cultura, invita residenti e visitatori a osservare il territorio con occhi nuovi, trasformando il paesaggio in occasione di conoscenza e consapevolezza. La significativa partecipazione registrata alla prima edizione testimonia il successo dell’iniziativa e l’interesse suscitato tra fotografi provenienti da esperienze differenti.

Anche nelle parole della curatrice Gloria Pradetto Bonvecchio emerge il significato più profondo del progetto. Vivere immersi nella bellezza delle montagne può generare l’abitudine dello sguardo, fino a rendere ordinario ciò che straordinario continua a essere. Da questa considerazione è nata l’idea di un concorso che restituisse centralità alla percezione del paesaggio, valorizzando la sensibilità individuale dei fotografi e il loro modo di interpretare il territorio. La collaborazione con Valeria Riselli, presidente dell’associazione Clematis Cultura, ha dato forma a un’iniziativa che pone al centro l’incontro tra esperienza personale, ricerca artistica e promozione culturale.

Riselli definisce efficacemente SCENARI come una raccolta di “sguardi che hanno rubato luce a queste montagne”. È un’immagine che richiama la natura stessa della fotografia, nata dall’incontro tra luce e tempo. Ogni scatto diventa così un frammento di memoria capace di conservare atmosfere, silenzi, volti e dettagli che rischierebbero altrimenti di disperdersi. In questa prospettiva la mostra assume il valore di un archivio emotivo del territorio, dove la rappresentazione del paesaggio coincide con la costruzione della sua identità culturale.

La rassegna coinvolgerà l’intero paese con un programma che intreccia cultura, spettacolo e tradizioni popolari. Sabato 1° agosto Piazza Roma ospiterà fin dal mattino stand dedicati ai prodotti tipici e all’artigianato locale; nel pomeriggio seguiranno dimostrazioni di balli tradizionali, racconti sulla cultura del territorio e la presentazione del volume “La Perla del Comelico” di Viviana Ferrario dedicato a Palazzo Poli. La giornata proseguirà con un concerto articolato in due momenti, intervallati dalla cerimonia di inaugurazione della mostra e dalla premiazione degli artisti, per concludersi con un apericena aperto al pubblico.

Anche il programma di domenica 2 agosto mantiene un forte legame con la memoria della comunità. L’inaugurazione del Museo della Latteria di Valle, accompagnata da un’esposizione fotografica dedicata alla vita rurale montana, dialogherà con un saggio di ballo tradizionale e con la lettura scenica di “Lolita a Teheran”, tratta dal celebre libro di Azar Nafisi, testimonianza del ruolo che la letteratura e la cultura possono svolgere nella difesa della libertà e dell’identità personale.

La mostra rimarrà visitabile a Villa Poli de Pol fino al 31 agosto 2026, prima di raggiungere il Museo DART – Casa Falconieri di Dolianova, in Sardegna, centro dedicato alla ricerca artistica contemporanea e al dialogo tra arti visive, nuove tecnologie e sperimentazione culturale. Questo secondo approdo amplia ulteriormente la portata del progetto, favorendo l’incontro tra territori geograficamente lontani ma accomunati dalla volontà di raccontare il paesaggio come patrimonio condiviso.

Attraverso la fotografia, SCENARI restituisce dunque alla montagna la sua dimensione più autentica: non soltanto luogo di straordinaria bellezza, ma spazio di relazione, memoria e futuro. Un invito a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nelle forme della natura e nei volti di chi la abita, un racconto che continua a rinnovarsi ogni volta che qualcuno sceglie di osservarlo davvero.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences