Geologia della memoria, Giulio Patrizi trasforma il frammento in linguaggio

Alle Scuderie di Palazzo Chigi-Albani di Soriano nel Cimino una mostra indaga il rapporto tra segno, materia e memoria, intrecciando archeologia, design e cultura visiva in un percorso che invita a leggere il passato come esperienza del presente.

Non tutta la memoria si conserva nei libri o negli archivi. Esiste una memoria che rimane impressa nelle superfici, nei rilievi, nelle tracce lasciate dal tempo e nelle forme che attraversano le epoche. È da questa consapevolezza che nasce “Geologia della memoria”, la nuova personale di Giulio Patrizi, dedicata al lento deposito dei simboli nella cultura.


Dal 18 luglio al 31 agosto 2026 le Scuderie di Palazzo Chigi-Albani di Soriano nel Cimino ospitano “Geologia della memoria”, mostra personale di Giulio Patrizi accompagnata da un testo critico di Roberta Melasecca e realizzata con il patrocinio del Comune di Soriano nel Cimino – Assessorato alla Cultura. L’esposizione riunisce una serie di opere che affrontano uno dei temi più affascinanti della ricerca contemporanea: la permanenza delle immagini e dei simboli attraverso il tempo, osservati come se fossero strati geologici capaci di conservare la storia dell’uomo.
Il titolo richiama volutamente il lessico della geologia. Così come le rocce custodiscono le tracce delle ere che si sono succedute, anche la memoria collettiva si costruisce attraverso continue sedimentazioni. Nella ricerca di Patrizi rilievi, steli, fregi, incisioni e sistemi di segni diventano gli strumenti di una stratigrafia culturale nella quale convivono frammenti della classicità, ricordi personali e simboli del presente. Non si tratta di ricostruire il passato in chiave archeologica, ma di attraversarne le sopravvivenze, facendo emergere quelle forme che continuano a parlare al nostro tempo.

L’idea della sopravvivenza delle immagini trova numerosi punti di contatto con la storia della cultura occidentale. Dallo storico dell’arte Aby Warburg, che individuava nella persistenza delle forme antiche uno degli elementi fondanti della memoria culturale europea, fino agli studi sulla memoria collettiva sviluppati da Maurice Halbwachs e alle riflessioni filosofiche di Paul Ricœur sul riconoscimento, il Novecento ha mostrato come il passato non sia mai definitivamente concluso, ma continui a riaffiorare attraverso simboli, gesti e immagini. È proprio questa continuità che l’opera di Patrizi rende tangibile attraverso una pratica artistica fondata sulla sintesi visiva.

Nel testo che accompagna la mostra, Roberta Melasecca definisce Geologia della memoria come un archivio di paesaggi culturali. Le opere invitano infatti a una doppia modalità di osservazione, riprendendo la distinzione elaborata dallo storico dell’arte Alois Riegl tra percezione ottica e percezione aptica. La prima consente di cogliere l’organizzazione complessiva dell’opera, riconoscendone il sistema di relazioni e il codice formale. La seconda richiede invece un avvicinamento fisico e mentale, invitando lo spettatore a soffermarsi sulle superfici, sulle porosità, sugli intagli e sulle variazioni della materia, fino a costruire un rapporto quasi tattile con il lavoro artistico.

Questa duplice esperienza rende il visitatore parte attiva del percorso. Da una parte emerge una memoria condivisa, fatta di archetipi, riferimenti storici e patrimoni culturali comuni; dall’altra prende forma una memoria individuale, costruita attraverso esperienze personali, emozioni e ricordi che ciascuno riconosce nelle opere. È quel “piccolo miracolo del riconoscimento”, per usare l’espressione di Paul Ricœur richiamata nel testo critico, che permette alla memoria di riemergere e di trasformarsi in esperienza consapevole.

L’origine progettuale di questo linguaggio è strettamente legata alla formazione dell’artista. Nato a Viterbo nel 1980, Giulio Patrizi è designer, artista visivo e docente di Design e Comunicazione Visiva presso lo IED di Roma, l’Accademia di Belle Arti di Viterbo e la Sichuan Normal University in Cina. Dopo gli studi in Design ha approfondito il tema della valorizzazione dei patrimoni culturali, sviluppando un approccio interdisciplinare che mette in relazione progetto, storia dell’arte, comunicazione e ricerca visiva. Parallelamente dirige la Giulio Patrizi Agency, studio creativo pluripremiato, affiancando all’attività professionale una ricerca artistica autonoma dedicata al rapporto tra segno, memoria e cultura materiale.

Questa doppia esperienza emerge chiaramente nelle opere esposte. Il rigore compositivo tipico del design non viene utilizzato per semplificare il significato delle immagini, ma per renderlo più essenziale. Ogni elemento appare ridotto a un alfabeto di segni primari che dialogano con la tradizione iconografica e con la storia delle forme. La materia non assume soltanto una funzione plastica, ma diventa un archivio capace di custodire informazioni, trasformando ogni superficie in una pagina da leggere.

Anche il luogo scelto per l’esposizione contribuisce al significato del progetto. Le Scuderie di Palazzo Chigi-Albani, inserite nel contesto storico di Soriano nel Cimino, rappresentano uno spazio nel quale il dialogo tra architettura, memoria e patrimonio culturale si manifesta naturalmente. Le opere di Patrizi sembrano così instaurare un confronto con la storia stessa dell’edificio, rafforzando il legame tra il tema della sedimentazione culturale e quello della permanenza dei luoghi.

Più che proporre una riflessione nostalgica sul passato, Geologia della memoria invita a interrogarsi sul modo in cui le immagini continuano a costruire il presente. Ogni simbolo, ogni rilievo e ogni frammento esposto raccontano infatti come la cultura non proceda per cancellazioni, ma per accumuli successivi. La memoria diventa così un organismo vivo, in continua trasformazione, capace di generare nuovi significati senza perdere il dialogo con le proprie origini.

La mostra sarà visitabile fino al 31 agosto 2026 con ingresso libero, dal venerdì alla domenica, ed è accompagnata dalla possibilità di visite con l’artista su prenotazione. Un’occasione per conoscere una ricerca che mette in relazione arte contemporanea, design e pensiero storico, restituendo al segno il ruolo di strumento privilegiato attraverso cui leggere la complessità della memoria culturale.

Se lo desideri, posso anche rendere l’articolo ancora più vicino allo stile editoriale di Experiences, con un andamento più narrativo e una maggiore attenzione ai riferimenti storico-artistici senza aumentarne la lunghezza.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Per uno dei maggiori scrittori sloveni, Marko Sosič, la frontiera è casa comune

Il Teatro Stabile Sloveno di Trieste rende omaggio a uno dei maggiori scrittori sloveni contemporanei. Un incontro ricorda l’autore che ha trasformato il confine in un luogo di dialogo, facendo della pluralità linguistica il cuore della propria ricerca letteraria e teatrale.

Non tutte le frontiere dividono. Alcune costringono a guardare il mondo da più prospettive, insegnano a convivere con lingue e culture differenti e trasformano la complessità in una forma di ricchezza. È questa l’eredità culturale lasciata da Marko Sosič, protagonista di un omaggio che Trieste gli dedica nel luogo dove più intensamente ha costruito il suo dialogo con la città.


Giovedì 9 luglio 2026 il Teatro Stabile Sloveno di Trieste ospita una serata dedicata a Marko Sosič, scrittore, regista e intellettuale tra le figure più autorevoli della cultura slovena contemporanea, scomparso nel febbraio 2021. L’iniziativa rientra nel programma della tredicesima edizione di Varcare la frontiera, il festival multidisciplinare promosso dall’associazione culturale Cizerouno, che quest’anno celebra anche il venticinquesimo anniversario della propria attività.
La scelta del luogo assume un significato particolare. Il Teatro Stabile Sloveno rappresenta infatti un’istituzione unica nel panorama italiano: è l’unico teatro stabile pubblico del Paese che opera in una lingua diversa dall’italiano ed è il principale punto di riferimento culturale della comunità slovena presente nelle province di Trieste, Gorizia e Udine. La sua storia riflette quella stessa complessità che caratterizza il territorio di confine. Fondato nel 1907, fu travolto dagli eventi del Novecento con l’incendio del Narodni dom nel 1920, uno degli episodi simbolo della violenza fascista contro le istituzioni slovene della città. Ricostituito nel secondo dopoguerra, dal 1964 ha sede nel Kulturni dom di via Petronio, edificio realizzato anche come gesto di riparazione verso quella perdita storica.

Nato a Trieste nel dicembre del 1958 e profondamente legato alle proprie radici opicinesi, Marko Sosič ha costruito un percorso artistico capace di attraversare letteratura, teatro e cinema mantenendo sempre al centro il tema dell’identità di confine. Per lui vivere tra culture differenti non significava abitare una periferia, ma occupare un punto privilegiato dal quale osservare l’Europa come spazio di incontro. La sua opera propone una visione nella quale il bilinguismo e la pluralità culturale non costituiscono un problema da superare, bensì una risorsa civile e umana.

Dopo gli studi in regia teatrale e cinematografica all’Accademia di Zagabria, Sosič sviluppò una carriera che lo portò a dirigere per due mandati il Teatro Stabile Sloveno, dal 1999 al 2003 e successivamente dal 2005 al 2009. Durante la sua direzione introdusse una scelta destinata a modificare profondamente il rapporto tra il teatro sloveno e la città: l’adozione sistematica dei sovratitoli in lingua italiana per gli spettacoli in abbonamento. Una decisione che aprì le porte del teatro anche al pubblico italiano, favorendo quel dialogo culturale che egli stesso definiva un “confronto autentico e reale” tra due comunità da sempre vicine e intrecciate. Parallelamente contribuì a inserire lo Stabile Sloveno in reti teatrali europee più ampie, superando la dimensione dei soli circuiti dedicati alle minoranze linguistiche.

La sua esperienza teatrale si estese anche oltre il confine italiano. Fu infatti direttore artistico del Teatro Nazionale Sloveno di Nova Gorica, esperienza raccontata nel diario Mille giorni, duecento notti, testimonianza di un periodo nel quale la riflessione sull’identità culturale si intrecciava con la pratica quotidiana della direzione artistica.

Accanto al teatro, la scrittura rappresenta il nucleo più conosciuto della sua produzione. I suoi romanzi sono stati tradotti in nove lingue, contribuendo a far conoscere la letteratura slovena ben oltre i confini nazionali. Tra le opere più significative figurano Ballerina, Ballerina, che ha ottenuto una menzione speciale al Premio Umberto Saba ed è stato inserito nel progetto europeo dei cento romanzi slavi più importanti pubblicati dopo il 1989, Tito, amor mijo e Che da lontano a me ti avvicini, selezionato tra i cinque migliori romanzi pubblicati in Slovenia nel 2012. Anche nel cinema affrontò temi legati alla memoria storica e alla convivenza, come dimostra il film La commedia delle lacrime del 2016, dedicato alle ferite lasciate dalle guerre balcaniche e alla riflessione sulla xenofobia.

L’omaggio organizzato da Cizerouno restituisce questa pluralità di esperienze attraverso il contributo di persone che hanno condiviso con Sosič diversi aspetti del suo percorso umano e professionale. Intervengono Darja Betocchi, traduttrice italiana di gran parte della sua narrativa, la giornalista del Primorski dnevnik Poljanka Dolhar, Valentina Repini, responsabile organizzativa del Teatro Stabile Sloveno, e l’attrice Nikla Petruška Panizon, che interpreterà una selezione di testi teatrali e narrativi dell’autore.

Tra le letture figura anche un intenso brano tratto da Tito, amor mijo. Un bambino osserva una carta geografica e cerca con il dito il punto in cui si incontrano Slovenia, Italia e Austria, mentre riaffiora il ricordo della voce della maestra. È una scena apparentemente semplice che sintetizza l’intera poetica di Sosič: il confine non come linea di separazione, ma come luogo della memoria, dell’apprendimento e della scoperta reciproca. Non a caso lo stesso passo era stato scelto nel 2016 dalla rivista Lo straniero per un numero dedicato alle regioni di confine del Nord Italia.

La serata si svolge nello stesso teatro che Sosič contribuì a trasformare in uno spazio aperto al dialogo tra culture e anticipa altri due appuntamenti del festival Varcare la frontiera, dedicati rispettivamente al poeta Carolus Cergoly e a Pier Paolo Pasolini attraverso le parole di David Maria Turoldo e Libero Mazzi. Il filo conduttore resta quello indicato dal tema dell’edizione 2026, Interferenze, un concetto che ben interpreta la storia di Trieste, città dove lingue, tradizioni e identità diverse continuano a incontrarsi senza rinunciare alla propria specificità.

L’incontro dedicato a Marko Sosič assume così un valore che va oltre il ricordo di uno scrittore. È un invito a rileggere il confine come spazio di relazione e di conoscenza reciproca, una prospettiva che attraversa tutta la sua opera e che conserva oggi una straordinaria attualità in un’Europa chiamata a confrontarsi ogni giorno con la ricchezza e la complessità delle proprie identità culturali.


Da info <info@cizerouno.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Le metropoli secondo Lucio Forte diventano geometria del pensiero

Alla iKonica Art Gallery di Milano una personale dedicata ai paesaggi urbani di Lucio Forte. Dipinti, acquerelli, disegni e incisioni raccontano le grandi capitali del mondo trasformando l’architettura in un’esperienza visiva che oscilla tra osservazione e astrazione.

Le città si attraversano ogni giorno senza accorgersi della trama invisibile che le sostiene. Lucio Forte parte proprio da quella struttura fatta di volumi, prospettive e incastri geometrici per costruire “Urban Landscapes”, la mostra personale ospitata alla iKonica Art Gallery di Milano dal 10 al 18 luglio 2026, dove il paesaggio urbano diventa occasione di riflessione sul rapporto tra spazio, percezione e immaginazione.


L’architettura è spesso considerata il fondale della vita quotidiana. Eppure basta cambiare punto di osservazione perché edifici, strade e grattacieli rivelino una struttura inattesa, fatta di equilibri geometrici, prospettive e relazioni spaziali. È questa dimensione, sospesa tra realtà e astrazione, che Lucio Forte esplora nella mostra Urban Landscapes, ospitata dalla iKonica Art Gallery di Milano, in via Porpora 16A, dal 10 al 18 luglio 2026. L’inaugurazione ufficiale è prevista per sabato 11 luglio alle ore 17.30 con un rinfresco aperto al pubblico.
L’esposizione riunisce una selezione di dipinti, acquerelli, opere a inchiostro di china e stampe numerate a tiratura limitata, proponendo una lettura personale delle grandi metropoli contemporanee. Milano, New York, Parigi, Tokyo, Londra e Boston diventano i riferimenti di una ricerca che alterna spettacolari vedute dall’alto a scorci osservati dal livello della strada, offrendo al visitatore punti di vista differenti sul paesaggio urbano.

La città rappresenta uno dei temi più fecondi dell’arte moderna e contemporanea. Dai boulevard parigini degli Impressionisti alle visioni dinamiche dei Futuristi, dalle architetture metafisiche di Giorgio de Chirico fino alle riflessioni urbane della Pop Art e della fotografia contemporanea, il tessuto metropolitano è diventato progressivamente un laboratorio privilegiato per interrogare il rapporto tra individuo e spazio costruito. Lucio Forte si inserisce in questa tradizione scegliendo però una prospettiva originale: non racconta la città come fenomeno sociale o narrativo, ma come organismo geometrico capace di stimolare una riflessione sulla percezione.

Le sue opere non si limitano infatti a descrivere skyline o scorci riconoscibili. I volumi architettonici si intrecciano, si sovrappongono e si compenetrano fino a trasformarsi in sistemi complessi, nei quali l’osservatore è chiamato a ricostruire mentalmente relazioni spaziali e profondità. È una pittura che invita a guardare oltre la semplice rappresentazione, suggerendo una lettura quasi mentale dell’architettura.

Il testo critico che accompagna la mostra sottolinea proprio questo aspetto, evidenziando come l’immersione nelle geometrie urbane rimandi alla tradizione del pensiero euclideo. La geometria diventa così non soltanto uno strumento per descrivere lo spazio, ma anche un mezzo attraverso cui l’immaginazione costruisce concetti astratti. Il visitatore riconosce razionalmente le città raffigurate, mentre a un livello più profondo viene coinvolto in un’esperienza percettiva che conduce verso forme di pensiero meno immediate e più interiori.

In questa prospettiva, le architetture delle grandi capitali internazionali assumono un valore che supera la loro identità geografica. I grattacieli di Manhattan, i tetti di Parigi, le fitte trame urbane di Tokyo o gli scorci londinesi diventano occasioni per riflettere sulla complessità dello spazio contemporaneo e sulla capacità dell’uomo di organizzarlo secondo principi di ordine, ritmo e relazione.

Dal punto di vista tecnico, la mostra testimonia anche la versatilità dell’artista. L’olio su tela consente di affrontare le grandi vedute urbane con una costruzione cromatica ricca e stratificata; l’acquerello restituisce invece atmosfere più leggere e luminose, mentre l’inchiostro di china concentra l’attenzione sulla forza del segno e sulla sintesi grafica delle architetture. Le stampe a tiratura limitata completano il percorso, offrendo un ulteriore livello di diffusione della ricerca artistica.

Tra le opere segnalate figurano Manhattan Aerial 6 e Manhattan Aerial 4, dedicate alla verticalità della città americana, Tokyo Roof, View from the Empire State Building, Les toits de Paris e Big Ben, lavori che mostrano come ciascuna metropoli possieda una propria identità visiva pur condividendo la stessa complessità geometrica.

La scelta della galleria milanese non è casuale. Milano è oggi uno dei principali centri italiani dedicati all’arte contemporanea e al dialogo tra linguaggi artistici, architettura e design. In questo contesto Urban Landscapes si inserisce come una riflessione sul paesaggio urbano in un’epoca nella quale le città cambiano rapidamente volto, ridefinendo continuamente il rapporto tra costruito, tecnologia e vita quotidiana.

La mostra invita infine a rallentare lo sguardo. Le architetture che normalmente attraversiamo senza soffermarci diventano materia di contemplazione, rivelando una rete di forme, prospettive e volumi che appartiene tanto alla realtà fisica quanto alla dimensione dell’immaginazione. È in questo equilibrio tra osservazione concreta e pensiero astratto che si colloca la ricerca di Lucio Forte: un invito a riscoprire la città non soltanto come luogo da abitare, ma come paesaggio mentale capace di generare nuove possibilità di lettura del mondo.


Da Arch Lucio Lars Forte <orygma@yahoo.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Scoprire il Friuli Venezia Giulia: un’estate che unisce giovani, territorio e identità

Duecentocinquanta studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume partecipano al soggiorno formativo promosso dall’Università Popolare di Trieste. Tra natura, sport e cultura, il progetto rafforza il legame con il Friuli Venezia Giulia e con la Comunità Nazionale Italiana.

Non tutte le esperienze educative si svolgono tra i banchi di scuola. Alcune prendono forma lungo i sentieri di montagna, davanti a un paesaggio sconosciuto o durante un incontro capace di lasciare un ricordo destinato a durare. È da questa convinzione che nasce “Scoprire il Friuli Venezia Giulia”, il soggiorno estivo che coinvolge 250 studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume in un percorso dove formazione, territorio e identità crescono insieme.


L’educazione non si costruisce soltanto attraverso lo studio, ma anche grazie alle esperienze condivise, alla scoperta dei luoghi e all’incontro con persone capaci di trasmettere valori. È questo il principio che ispira “Scoprire il Friuli Venezia Giulia”, il soggiorno montano estivo promosso dall’Università Popolare di Trieste nell’ambito del Piano permanente di collaborazione con l’Unione Italiana, realizzato in collaborazione con il Consorzio Sappada Dolomiti Turismo e Travel One e sostenuto dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
L’iniziativa coinvolge 250 alunni delle classi VI e VII delle Scuole Elementari Italiane dell’Istria e di Fiume, provenienti dalle comunità italiane di Croazia e Slovenia. I ragazzi soggiornano presso il Bella Italia EFA Village di Piani di Luzza, nel territorio di Forni Avoltri, nel cuore della Carnia, accompagnati da ventisette insegnanti, tre coordinatrici dell’Università Popolare di Trieste e da uno staff formato da otto istruttori e accompagnatori qualificati. Il programma alterna attività sportive, escursioni naturalistiche, laboratori culturali e momenti di formazione, trasformando il soggiorno in un’esperienza educativa a tutto tondo.

L’obiettivo va ben oltre quello di offrire una vacanza estiva. Il progetto intende rafforzare il senso di appartenenza alla Comunità Nazionale Italiana, favorire la conoscenza reciproca tra giovani provenienti da territori diversi e consolidare il rapporto con il Friuli Venezia Giulia, regione storicamente legata alle vicende dell’Adriatico orientale. È una prospettiva che trova solide radici nella storia di confine di questo territorio, da sempre crocevia di culture, lingue e tradizioni differenti.

Da decenni l’Università Popolare di Trieste svolge un ruolo centrale nella promozione della cultura italiana presso le comunità storiche presenti in Slovenia e Croazia. Attraverso iniziative formative, scambi culturali e progetti dedicati alle nuove generazioni, l’istituzione contribuisce a mantenere vivo un patrimonio linguistico e culturale riconosciuto e tutelato anche dagli accordi internazionali che regolano la protezione delle minoranze nazionali.

Come ha sottolineato il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian, il progetto vuole offrire ai ragazzi un’occasione capace di unire scoperta del territorio, crescita personale e condivisione dei valori della Comunità Italiana. In questa prospettiva il Friuli Venezia Giulia diventa uno spazio di incontro e di cooperazione, nel quale costruire relazioni durature tra giovani appartenenti alla stessa tradizione culturale pur vivendo in Paesi diversi.

Particolarmente significativa è stata la giornata istituzionale inaugurale, che ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni italiane e croate, confermando il valore del progetto anche sul piano della cooperazione transfrontaliera. Erano presenti l’assessore regionale Pierpaolo Roberti, il deputato al Parlamento croato Marin Corva, il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana Paolo De Marin, il vicesindaco di Sappada Silvio Fauner, il sindaco di Forni Avoltri Fulvio Sluga, oltre al presidente e al segretario generale dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian e Fabrizio Somma.

Nel suo intervento Pierpaolo Roberti ha evidenziato come la presenza di 250 ragazze e ragazzi delle scuole italiane di Slovenia e Croazia rappresenti un modo concreto per rinsaldare il legame con il Friuli Venezia Giulia e con l’Italia. L’assessore ha inoltre ricordato il valore didattico delle attività previste, che consentono ai partecipanti di conoscere direttamente la montagna, le sue tradizioni e le attività economiche che caratterizzano questo ambiente, coniugando formazione, turismo e identità culturale.

Tra i momenti più attesi figura l’incontro con due protagonisti dello sport italiano, Silvio Fauner e Pietro Piller Cottrer. I due campioni olimpici condividono con gli studenti il proprio percorso umano e agonistico, raccontando le esperienze che li hanno portati a conquistare complessivamente nove medaglie olimpiche. Attraverso immagini, filmati e testimonianze dirette, i ragazzi possono rivivere alcune delle pagine più significative dello sci nordico italiano, osservando da vicino anche la medaglia d’oro conquistata da Fauner ai Giochi Olimpici Invernali di Lillehammer del 1994, simbolo di una carriera costruita con disciplina, spirito di squadra e determinazione.

Il percorso educativo si arricchisce anche grazie alla collaborazione con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, che propone lo spettacolo “I Piccoli di Podrecca on the road”. L’iniziativa richiama la straordinaria tradizione dei celebri burattini ideati da Vittorio Podrecca all’inizio del Novecento, ambasciatori della creatività italiana nei principali teatri del mondo, offrendo ai partecipanti un’occasione di incontro con una pagina significativa della storia dello spettacolo nazionale.

In un’epoca in cui il concetto di confine assume significati sempre più complessi, iniziative come questa dimostrano come la cultura possa trasformarsi in uno strumento concreto di dialogo. La conoscenza del territorio, il contatto con la natura, l’incontro con figure esemplari dello sport e della cultura e la condivisione della lingua italiana diventano elementi di un’unica esperienza formativa, capace di rafforzare il senso di appartenenza senza rinunciare all’apertura europea.

Il soggiorno “Scoprire il Friuli Venezia Giulia” conferma così il ruolo dell’Università Popolare di Trieste come ponte stabile tra il Friuli Venezia Giulia e le Comunità Italiane dell’Adriatico orientale. Investire sulle nuove generazioni significa infatti costruire relazioni destinate a durare nel tempo, valorizzando una comune identità culturale e linguistica che continua a rappresentare uno degli elementi più significativi della cooperazione tra le due sponde dell’Adriatico.


Da Federica Zar <zar@apscom.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Casa degli Artisti, tre giorni per entrare nel laboratorio dell’arte contemporanea

Con “Summertime”, dal 7 al 9 luglio, gli spazi di Casa degli Artisti a Milano si aprono al pubblico tra atelier visitabili, residenze, workshop, incontri e il debutto del progetto internazionale “Kaleidoskop”, ponte culturale tra Milano e Friburgo.

Ci sono luoghi che si visitano per vedere opere concluse e altri che invitano a osservare ciò che accade prima. Casa degli Artisti appartiene alla seconda categoria: uno spazio dove l’arte prende forma attraverso il confronto, la sperimentazione e la condivisione. Dal 7 al 9 luglio 2026 questo processo diventa accessibile al pubblico con “Summertime”, un programma che trasforma gli atelier in luoghi d’incontro e di partecipazione.


L’arte contemporanea non vive soltanto nelle sale espositive. Sempre più spesso nasce all’interno di residenze, laboratori e studi condivisi, dove artisti, curatori, ricercatori e progettisti sviluppano idee destinate a evolvere nel tempo. È proprio questa dimensione, normalmente riservata ai lavori in corso, a diventare protagonista di Summertime, il palinsesto estivo organizzato da Casa degli Artisti di Milano, in programma il 7, 8 e 9 luglio 2026. Tre giornate durante le quali il pubblico potrà entrare negli atelier, conoscere gli artisti residenti e partecipare direttamente ai processi della ricerca contemporanea.
Casa degli Artisti, in corso Garibaldi, rappresenta oggi uno dei più significativi centri italiani dedicati alle residenze artistiche. La sua storia affonda le radici nel primo Novecento, quando l’edificio nacque come luogo destinato ad accogliere creativi e intellettuali. Dopo un lungo periodo di chiusura e un importante intervento di recupero, è tornato a vivere come laboratorio multidisciplinare aperto alla città, mantenendo intatta la vocazione originaria: sostenere la produzione culturale e favorire l’incontro tra discipline diverse.

Questa filosofia emerge con chiarezza nel programma di Summertime, che alterna open studio, workshop partecipativi, incontri pubblici, presentazioni editoriali e momenti conviviali. Più che una semplice rassegna, si tratta di un invito a comprendere come nasce un’opera, osservando da vicino il lavoro quotidiano di artisti impegnati in residenze dedicate alla sperimentazione e alla ricerca.

Il cuore dell’iniziativa è costituito dagli atelier aperti al pubblico, visitabili ogni giorno dalle 18 alle 21. Gli spazi ospitano i protagonisti della residenza multidisciplinare Omnirica – Spazi Desideranti, dedicata al potere trasformativo dell’immaginazione, con Alessia Bernardini, Max Botticelli, Francesco Ciavaglioli, Tolja Djokovic e Claudia Müller Montes. A questi si affiancano Giulia Pompilj, impegnata nella residenza Italia Pazza, e l’artista paraguaiano Ángel Uriel Barreto, vincitore del Premio Open Borders 2025, che sviluppa una ricerca sul rapporto tra spazio urbano, memoria e pratiche di resistenza attraverso fotografia, video e materiali d’archivio.

La residenza Omnirica – Spazi Desideranti, attiva per l’intero 2026, propone un confronto tra arti visive, performance, suono e linguaggi ibridi, riflettendo sulla percezione multisensoriale, sulle narrazioni urbane e sulle relazioni tra esseri umani e ambiente. È un esempio di come le residenze contemporanee non siano più semplicemente spazi di lavoro individuale, ma dispositivi culturali nei quali ricerca artistica e partecipazione pubblica si alimentano reciprocamente.

Martedì 7 luglio il programma prevede anche l’incontro Narrazioni urbane nello spazio desiderante, durante il quale l’architetto Andrea Milani presenterà il volume Andrea Milani. Architetture, pubblicato da Electa nel 2026 e scritto da Marco Mulazzani. L’appuntamento mette in relazione il progetto architettonico con le riflessioni sviluppate dagli artisti in residenza, offrendo un’occasione di confronto sul rapporto tra memoria, paesaggio e trasformazione dello spazio contemporaneo.

L’acqua costituisce invece il filo conduttore dei workshop aperti al pubblico in programma l’8 e il 9 luglio. Claudia Müller Montes e Alessia Bernardini affrontano questo tema da prospettive differenti, proponendo attività partecipative dedicate ai fiumi, ai corsi d’acqua sotterranei e alla costruzione di archivi condivisi. Ceramica, cartografie collettive, testimonianze e pratiche artistiche diventano strumenti per riflettere sul rapporto tra città, ecosistemi e memoria dei luoghi. Il successivo talk Ontologia liquida amplia ulteriormente il confronto coinvolgendo curatori, geografi, architetti paesaggisti, artisti ed esperti della gestione delle acque.

Il momento culminante della manifestazione coincide con l’inaugurazione di Kaleidoskop, prevista per la serata del 9 luglio. Più che una mostra tradizionale, il progetto inaugura uno scambio internazionale tra Casa degli Artisti e Kulturwerk T66 di Friburgo, destinato a proseguire fino all’autunno con una doppia esposizione tra Italia e Germania. L’iniziativa nasce dalla convinzione che le residenze artistiche siano luoghi privilegiati per costruire relazioni culturali, favorire la mobilità degli artisti e creare nuove reti europee di collaborazione.

Curato da Andrea B. Del Guercio insieme a Casa degli Artisti, Kaleidoskop riunisce a Milano le opere di Ute Beyer, Elisabeth Bereznicki, Tanja Bürgelin-Arslan, Matthias Dämpfle, Jürgen Giersch, Thomas Hammelmann, Claudia Michel ed Eva Rosentiel, esponenti della scena artistica di Friburgo. Pittura, fotografia, installazione, scultura, luce e sperimentazione tecnologica convivono in un percorso che riflette la pluralità delle pratiche contemporanee. A partire dal 5 agosto sarà invece Friburgo a ospitare una selezione di artisti legati a Casa degli Artisti, tra cui Arianna Giorgi, Eleonora Roaro, Claudia Müller Montes, Daniele Nicolosi, Alessia Bernardini, Simona Da Pozzo, Francesco Ciavaglioli, Roxy Ceron, Matteo Bicego, Visualcontainer, Concetta Modica e Julija Kasteluči.

Il titolo Kaleidoskop richiama il funzionamento dello strumento ottico che, a partire dagli stessi elementi, genera immagini sempre nuove. È una metafora efficace per descrivere un progetto che mette in dialogo linguaggi differenti, generazioni diverse e pratiche autonome, costruendo nuove possibilità di confronto tra due realtà artistiche europee. La scelta del formato Open House conferma inoltre la volontà di superare il modello tradizionale della mostra, trasformando gli atelier e gli spazi di lavoro in parte integrante dell’esperienza di visita.

Nel panorama culturale contemporaneo le residenze artistiche assumono un ruolo sempre più strategico. Non sono semplicemente luoghi di ospitalità, ma laboratori nei quali ricerca, formazione e produzione dialogano con il territorio, favorendo la nascita di progetti interdisciplinari e collaborazioni internazionali. Iniziative come Summertime permettono al pubblico di entrare in questo processo, osservando non soltanto il risultato finale, ma anche il percorso che conduce alla realizzazione di un’opera.

Per tre giorni Casa degli Artisti apre dunque le proprie porte non tanto per mostrare ciò che è già compiuto, quanto per condividere il valore della ricerca. Un invito a vivere l’arte contemporanea come esperienza in divenire, fatta di incontri, sperimentazioni e relazioni che, proprio come le immagini di un caleidoscopio, continuano a trasformarsi senza mai perdere la propria capacità di sorprendere.


Da Ufficio Stampa Casa degli Artisti | Emanuela Filippi Eventi e Comunicazione <emanuela.filippi@casadegliartisti.org> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Incontri Provinciali d’Arte, a Leonessa l’arte sceglie il dialogo con il territorio

La prima edizione della rassegna ideata da Silvia Martoni trasforma il borgo reatino in una mostra diffusa, dove artisti, spazi storici e paesaggio diventano protagonisti di un unico percorso culturale.

Lontano dai grandi circuiti espositivi, esistono luoghi nei quali l’arte riesce ancora a costruire un rapporto diretto con il territorio e con chi lo abita. È da questa idea di prossimità che nasce “Incontri Provinciali d’Arte”, una rassegna che dall’11 luglio al 1° agosto 2026 porterà a Leonessa artisti provenienti da tutta Italia, dando vita a un percorso espositivo diffuso tra architetture storiche, laboratori e spazi della quotidianità.


Negli ultimi anni il concetto di mostra diffusa si è affermato come una delle modalità più interessanti per valorizzare il patrimonio culturale dei piccoli centri. L’opera d’arte esce dalle sale tradizionali e dialoga con il contesto urbano, invitando il visitatore a scoprire il paesaggio, la storia e le comunità che lo abitano. È questa la filosofia che anima Incontri Provinciali d’Arte, la nuova rassegna promossa dalla Pro Loco Città di Leonessa e accolta con il patrocinio del Comune, in programma dall’11 luglio al 1° agosto 2026 nel suggestivo borgo dei Monti Reatini.
Il progetto è ideato e curato dall’architetto e artista visiva Silvia Martoni, che trasferisce in questa iniziativa l’esperienza maturata attraverso il proprio blog dedicato all’arte contemporanea. Da anni quello spazio virtuale rappresenta un luogo di incontro tra autori, opere e pubblico; oggi quella rete di relazioni prende forma concreta in una manifestazione che invita artisti provenienti da diverse regioni italiane a confrontarsi con Leonessa, città d’arte situata a circa mille metri di altitudine nel cuore dell’Appennino laziale.

L’iniziativa nasce anche grazie all’impegno della Pro Loco Città di Leonessa e della vicepresidente Valentina Milano, che ha sostenuto attivamente la realizzazione della rassegna. Il risultato è un progetto che distribuisce eventi e installazioni nello spazio e nel tempo, superando il modello della mostra concentrata in un’unica sede e proponendo invece un’esperienza di visita costruita sul movimento, sull’incontro e sulla scoperta.

Alla prima edizione partecipano Fabio Imperiale, Fabio Maria Alecci e Gianluca Esposito de La Prima Stanza Home Gallery di Vitorchiano, Fabrizio Di Nardo, Gian Domenico Negroni, il gruppo Le Fonticelle di Frosolone che presenta Riccardo Sala, in arte Riky Boy, Massimo Centaro, Pier Paola Canè, Renata Spuria, conosciuta come Renée, Sabrina Sensoli, Simona Ballesio e Vanessa Nicoli. Si tratta di un insieme eterogeneo di esperienze artistiche che testimonia la varietà della ricerca contemporanea italiana, capace di attraversare linguaggi, tecniche e sensibilità differenti.

L’inaugurazione è fissata per sabato 11 luglio alle ore 11.30 presso il Loggiato della Chiesa di San Pietro, nel centro storico di Leonessa. Da quel momento il pubblico potrà seguire un itinerario che si svilupperà tra alcuni dei luoghi più rappresentativi del borgo, comprendendo chiostri, chiese, gallerie d’arte, atelier di artisti locali, laboratori artigiani e altri spazi normalmente estranei ai percorsi espositivi tradizionali. L’arte diventa così occasione per leggere il tessuto urbano da una prospettiva diversa, valorizzando il patrimonio storico e architettonico della cittadina.

Il calendario prevede inoltre alcuni appuntamenti speciali. Il 18 luglio Leonessa ospiterà un gruppo di partecipanti di Sketchcrawl Roma, movimento internazionale che promuove il disegno dal vero come strumento di osservazione e condivisione. I disegnatori lavoreranno tra vicoli, piazze e scorci del centro storico, restituendo attraverso il segno una lettura personale del paesaggio urbano.

Particolarmente significativa sarà anche l’esperienza proposta da Fabio Imperiale, che dal 17 al 19 luglio esporrà le proprie opere al Rifugio Vallonina. In questo caso il dialogo tra arte e ambiente naturale diventa parte integrante del progetto espositivo: il pubblico potrà raggiungere l’artista in quota e condividere con lui un’esperienza immersa nel paesaggio montano, dove la contemplazione delle opere si intreccia con quella della natura.

L’idea di fondo della rassegna è quella dell’incontro. Non soltanto tra artisti e visitatori, ma anche tra linguaggi creativi, luoghi e comunità. Per facilitare questo percorso sarà disponibile una mappa che guiderà il pubblico tra le diverse sedi espositive, trasformando la visita in un itinerario culturale attraverso Leonessa e le sue architetture.

Questa modalità di fruizione riflette una tendenza sempre più diffusa nel panorama europeo. Le mostre diffuse rappresentano infatti uno strumento efficace di rigenerazione culturale, capace di creare nuove connessioni tra patrimonio storico, turismo sostenibile e produzione artistica contemporanea. Inserire opere nei luoghi della vita quotidiana significa stimolare uno sguardo diverso sul territorio e favorire una partecipazione più spontanea, coinvolgendo residenti e visitatori in un’esperienza condivisa.

In questo senso Incontri Provinciali d’Arte non si limita a presentare una collettiva di artisti contemporanei, ma propone un modo differente di vivere l’arte: meno concentrato sull’evento e più attento alle relazioni che le opere sono in grado di creare con i luoghi che le ospitano. Leonessa diventa così il teatro di un dialogo continuo tra memoria, creatività e paesaggio, dimostrando come anche un piccolo centro possa proporsi come laboratorio culturale aperto, capace di mettere in comunicazione esperienze provenienti da tutta Italia senza rinunciare alla propria identità.


Da info <info@curart.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Per grazia, quando arte e musica si incontrano nel segno del dono

A Roma, negli spazi di Bibliothé, una serata intreccia concerti, arti visive, poesia e riflessione filosofica attorno al significato della grazia

Domenica 5 luglio Bibliothé propone “Per grazia – L’albero dei desideri”, un appuntamento a ingresso libero che mette in dialogo musica da camera, performance artistiche, pensiero spirituale e convivialità. Un percorso culturale che riflette sul valore del dono e della gratuità attraverso linguaggi diversi.


Nel cuore del centro storico di Roma, tra piazza Venezia e largo Argentina, Bibliothé è un ambiente nel quale libri, cucina, musica e riflessione convivono da anni in una proposta culturale originale. Domenica 5 luglio 2026, dalle 17.30, questo spazio ospita “Per grazia – L’albero dei desideri”, una serata a ingresso libero costruita come un dialogo tra discipline differenti, unite dal filo conduttore della grazia intesa come dono, apertura e possibilità di relazione. Il titolo dell’iniziativa richiama un concetto profondamente radicato nella tradizione cristiana e nella riflessione mistica. La grazia non è il risultato di una conquista personale, né la ricompensa di un merito acquisito. È, al contrario, ciò che viene accolto gratuitamente, un dono che precede ogni azione dell’uomo. Una prospettiva che trova uno dei suoi interpreti più significativi in San Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo del XVI secolo, autore di opere fondamentali come La salita del Monte Carmelo e La notte oscura, nelle quali il cammino spirituale passa attraverso l’abbandono dell’ego e l’apertura a una dimensione di gratuità. Il richiamo alla sua figura costituisce uno dei riferimenti centrali dell’intero programma.

L’immagine dell’albero dei desideri, scelta come simbolo della manifestazione, rafforza questa visione. Più che rappresentare un obiettivo da raggiungere, l’albero richiama la crescita spontanea della vita, il dono che germoglia e si offre senza essere il frutto di una logica di possesso. Da questa suggestione nasce anche uno dei temi filosofici della serata: il confronto tra la gratuità della grazia e il valore del lavoro umano, non come concetti inconciliabili, ma come prospettive capaci di dialogare.

Il programma riflette questa impostazione multidisciplinare. L’apertura è affidata al Sestetto di musica da camera del Conservatorio San Pietro a Majella, protagonista di un omaggio a Francis Poulenc, compositore francese che seppe fondere eleganza melodica, sensibilità religiosa e modernità espressiva. Figura di primo piano del gruppo parigino dei Les Six, Poulenc dedicò una parte significativa della propria produzione alla musica sacra, componendo opere come il celebre Gloria e lo Stabat Mater, nelle quali la spiritualità assume una dimensione profondamente umana.

Alla musica seguirà l’intervento di Ismaele Calaciura Errante, intitolato Riconoscenza o riconoscimento? Apologia del lavoro umano contro la gratuità della grazia. Il tema propone una riflessione su uno dei nodi più attuali della cultura contemporanea: il rapporto tra il valore dell’impegno personale e ciò che, invece, sfugge alla logica della prestazione e del risultato. Più che una contrapposizione ideologica, il confronto si presenta come un’occasione per interrogarsi sul significato del dono nella società contemporanea.

La serata prosegue alternando registri differenti. Tommaso Valerio Gentile e Havyangel, conosciuto dagli amici come Heavy, daranno vita a momenti performativi che preparano il cuore dell’iniziativa: la presentazione delle opere artistiche ispirate proprio al tema della grazia. L’esposizione sarà accompagnata da un aperitivo ayurvedico, elemento coerente con l’identità stessa di Bibliothé, da sempre attento al dialogo tra cultura occidentale e tradizioni orientali.

La seconda parte dell’incontro approfondisce ulteriormente il rapporto tra parola e spiritualità. Clara Marcelli propone La parola oltre il linguaggio, riflessione ispirata ancora una volta a San Giovanni della Croce, mentre Tommaso Valerio Gentile presenta Ode e canti, portando la poesia al centro del percorso artistico della serata. A chiudere saranno il Trio di legni del Conservatorio San Pietro a Majella, con un programma dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart, seguito dal Sacrificio sonoro e dalla jam session conclusiva, momento aperto all’incontro tra i diversi linguaggi musicali. Tra i protagonisti figurano anche i giovani Yudhisthir Barchi e Ulisse Seni, insieme ai musicisti del Conservatorio partenopeo.

L’identità di Bibliothé contribuisce in modo determinante al significato dell’iniziativa. Nato come luogo di incontro tra studio e convivialità, ospita una biblioteca specializzata sull’India e sull’indologia, con volumi dedicati alla storia, alla filosofia, allo yoga, all’ayurveda e alle grandi tradizioni spirituali del subcontinente. Alla ricerca bibliografica affianca una proposta gastronomica vegetariana ispirata alla cucina ayurvedica, dando vita a uno spazio nel quale alimentazione, conoscenza e benessere vengono interpretati come aspetti complementari di una stessa esperienza culturale.

Negli ultimi anni Roma ha visto crescere una rete di luoghi indipendenti capaci di affiancare ai grandi musei e ai teatri istituzionali una programmazione più sperimentale, costruita sull’incontro tra arti diverse. Bibliothé si inserisce pienamente in questa tendenza, privilegiando percorsi che superano la distinzione tradizionale tra concerto, conferenza, esposizione e performance.

“Per grazia – L’albero dei desideri” rappresenta così molto più di una semplice successione di appuntamenti artistici. È un invito a rallentare, ad ascoltare linguaggi differenti e a riflettere sul significato del dono in un tempo dominato dalla velocità e dalla competizione. Musica, arti visive, filosofia, poesia e convivialità convergono in un’unica esperienza culturale che prova a restituire centralità alla relazione, dimostrando come il dialogo tra discipline diverse possa ancora generare occasioni autentiche di conoscenza e condivisione.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Il Premio Laura Conti, ventisette anni di ricerca per un futuro sostenibile

L’edizione 2026 rinnova l’invito a laureati e ricercatori: al centro ambiente, innovazione, diritti e cultura della sostenibilità

Da quasi tre decenni il Premio ICU – Laura Conti valorizza le migliori tesi universitarie dedicate alle grandi sfide ambientali e sociali. Un’iniziativa che premia la ricerca, favorisce la divulgazione scientifica e costruisce una memoria condivisa delle idee più innovative sullo sviluppo sostenibile.


Non tutte le tesi di laurea esauriscono il proprio percorso con la discussione davanti alla commissione. Alcune continuano a vivere, diventano libri, strumenti di lavoro, occasioni di confronto pubblico. È questa la filosofia che anima il Premio ICU – Laura Conti, giunto nel 2026 alla ventisettesima edizione, un riconoscimento che da anni rappresenta uno dei principali punti di riferimento italiani per la valorizzazione della ricerca universitaria dedicata all’ambiente, alla sostenibilità e all’innovazione sociale. Il premio nasce per ricordare Laura Conti, figura centrale dell’ambientalismo italiano. Medico, partigiana, parlamentare, scrittrice e divulgatrice, Conti fu tra le prime personalità del nostro Paese a comprendere come le questioni ambientali non potessero essere separate da quelle sanitarie, educative e sociali. Tra i fondatori della Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, contribuì in maniera decisiva a diffondere una moderna cultura ecologica, affrontando temi allora poco considerati come l’inquinamento industriale, la prevenzione del rischio ambientale e la responsabilità collettiva nella tutela del territorio. Il suo lavoro sul disastro di Seveso del 1976, raccolto anche nel volume Visto da Seveso, rimane uno dei contributi più importanti alla riflessione italiana sul rapporto tra sviluppo industriale e salute pubblica.

Proprio a questa eredità culturale si ispira il premio promosso dalla Fondazione ICU, in collaborazione con l’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, che da ventisette anni raccoglie, seleziona e diffonde tesi di laurea dedicate alle molteplici dimensioni della sostenibilità. Nel corso della sua storia il concorso ha già esaminato oltre quattromila elaborati universitari, contribuendo a far emergere studi che, in molti casi, sono diventati strumenti di approfondimento per amministrazioni, associazioni, enti e comitati impegnati nelle politiche ambientali.

L’edizione 2026 conferma un’impostazione volutamente interdisciplinare. Possono partecipare tesi di laurea triennale, magistrale, master e dottorato discusse nelle università italiane a partire dall’anno accademico 2010-2011. La scadenza per l’invio degli elaborati è fissata al 30 novembre 2026, facendo fede il timbro postale.

L’ampiezza delle tematiche ammesse testimonia l’evoluzione stessa del concetto di sostenibilità. Accanto ai temi ormai classici, come energie rinnovabili, risparmio energetico, bioedilizia, riciclo e gestione dei rifiuti, trovano spazio argomenti oggi centrali nel dibattito pubblico: mobilità intelligente, economia circolare, consumo responsabile, commercio equo e solidale, tutela della biodiversità, prevenzione ambientale, legislazione a favore dei consumatori, salute pubblica, qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, sicurezza degli utenti, lotta agli sprechi, trasparenza del mercato, ecopacifismo e rapporto tra uomo e altre specie animali. Un panorama che riflette l’evoluzione delle politiche europee sul Green Deal e gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sempre più orientati a integrare ambiente, innovazione tecnologica, inclusione sociale e sviluppo economico.

L’obiettivo del premio non si limita alla selezione dei lavori migliori. La Fondazione ICU considera infatti ogni tesi un patrimonio di conoscenze che merita di essere conservato e reso accessibile. Per questo motivo gli elaborati vengono progressivamente archiviati in un database consultabile attraverso parole chiave, favorendo l’incontro tra autori, ricercatori e soggetti interessati ad approfondire specifici temi. Si tratta di un archivio destinato a crescere nel tempo, trasformando migliaia di ricerche universitarie in una risorsa condivisa per il mondo scientifico e civile.

Particolare attenzione viene riservata anche alla divulgazione. Le tesi considerate più significative possono essere pubblicate dall’Ecoistituto del Veneto o dalla stessa Fondazione ICU, mentre altri lavori trovano spazio sulle pagine della rivista Gaia, contribuendo a far uscire la ricerca accademica dagli archivi universitari per raggiungere un pubblico più ampio. È una scelta che interpreta la divulgazione come parte integrante del lavoro scientifico, nella convinzione che la conoscenza produca effetti concreti solo quando diventa patrimonio collettivo.

Anche il sistema dei riconoscimenti riflette questa impostazione. Oltre ai tre premi principali, pari a 1.000 euro per il primo classificato, 500 euro per il secondo e 250 euro per il terzo, la giuria assegna ogni anno numerosi premi speciali e attestati di merito destinati a valorizzare ricerche particolarmente originali o innovative. La commissione dell’edizione 2026 è composta da Michele Boato, Anna Ciaperoni, Franco Rigosi e Paolo Stevanato.

In un periodo storico segnato dalla crisi climatica, dalla transizione energetica e dalla necessità di ripensare modelli economici e produttivi, iniziative come il Premio Laura Conti assumono un significato che va oltre il semplice riconoscimento accademico. Offrono infatti visibilità a una generazione di giovani ricercatori chiamati a confrontarsi con problemi complessi, spesso anticipando temi che entreranno solo successivamente nell’agenda politica e istituzionale.

La storia stessa del premio dimostra come il patrimonio di conoscenze prodotto nelle università possa diventare uno strumento concreto di innovazione culturale e sociale. Ventisette anni di attività hanno costruito una rete di studi, esperienze e competenze che continua ad alimentare il dibattito sulla sostenibilità, mantenendo vivo l’insegnamento di Laura Conti: affrontare le questioni ambientali significa, prima di tutto, comprendere il legame profondo tra natura, società, cultura e responsabilità collettiva.


Da Fondazione ICU <fondazioneicu@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Vincenzo Cardile, il poeta che diede voce alla Sicilia dimenticata

A 189 anni dalla morte torna l’attenzione su uno dei maggiori autori in lingua siciliana tra Sette e Ottocento, sacerdote, letterato e acuto osservatore della società del suo tempo

Morì il 3 luglio 1837, nel pieno dell’epidemia di colera che devastò Palermo. La sua opera, in gran parte dispersa, continua però a testimoniare il valore della letteratura siciliana e il talento di uno scrittore capace di unire cultura classica, ironia e profonda umanità.


Ci sono autori che finiscono lentamente ai margini della memoria collettiva. Vincenzo Cardile è uno di questi autori. Eppure, nel panorama della letteratura siciliana tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, il sacerdote nato a Savoca occupò un posto di assoluto rilievo, tanto da essere ricordato dai contemporanei come il “Marziale Siciliano”, un appellativo che ne sintetizzava la brillante vena satirica e la straordinaria capacità di cogliere vizi e contraddizioni della società.
Il 3 luglio 1837, mentre Palermo era travolta dalla drammatica epidemia di colera che colpì gran parte del Regno delle Due Sicilie, Cardile morì in condizioni di estrema povertà e quasi totale solitudine. Aveva settantasei anni. La sua scomparsa passò quasi inosservata in una città sconvolta dall’emergenza sanitaria, ma privò la cultura siciliana di una delle sue voci più originali. A distanza di 189 anni, la ricorrenza della sua morte rappresenta un’occasione per riscoprire un autore che meriterebbe una presenza ben più stabile nella storia della letteratura isolana.

Vincenzo Cardile era nato a Savoca il 16 aprile 1761. Fin da giovane ricevette una formazione di alto livello, approfondendo la cultura classica sotto la guida dell’abate Antonino Puliatti. Lo studio del greco e del latino costituì il fondamento della sua educazione umanistica, alla quale affiancò competenze in economia e diritto dopo il trasferimento a Palermo, avvenuto quando aveva appena quindici anni. Solo successivamente intraprese gli studi teologici che lo portarono al sacerdozio.

Pur possedendo qualità che avrebbero potuto favorirne una brillante carriera ecclesiastica, Cardile scelse una strada diversa. Nel 1792 decise infatti di dedicarsi con particolare impegno all’assistenza dei malati e delle persone più povere, interpretando il ministero sacerdotale come servizio quotidiano piuttosto che come occasione di prestigio personale. Con ironica modestia amava definirsi un semplice “preticciuolo”, espressione che rivela il tratto umano di un uomo lontano da ogni forma di protagonismo.

La sua vera grandezza si manifestò soprattutto nella scelta linguistica. In un’epoca in cui la produzione letteraria colta privilegiava quasi esclusivamente l’italiano, Cardile decise di scrivere in lingua siciliana. Non si trattava di una scelta folkloristica né di una limitazione culturale. Al contrario, egli considerava il siciliano uno strumento espressivo ricco, efficace e capace di restituire con immediatezza ironia, sfumature psicologiche e osservazione sociale. La sua attività si inserisce in quella lunga tradizione della poesia siciliana che, dalle origini della Scuola Poetica Siciliana del XIII secolo fino agli autori dell’età moderna, ha contribuito in maniera determinante alla formazione della cultura letteraria italiana.

La produzione di Cardile presenta due volti distinti. Da un lato vi sono le opere destinate alla pubblicazione, prevalentemente di carattere celebrativo ed encomiastico, come Lu triunfu di la Paci, pubblicato nel 1814, o i componimenti dedicati al ritorno dei Borbone nel 1830. Si tratta di testi che riflettono il gusto neoclassico e l’impostazione accademica tipica della cultura ufficiale dell’epoca.

Ben diverso è il tono della produzione privata, quella che gli procurò la fama presso i contemporanei. Dal 1816, aggravandosi le sofferenze provocate dalla gotta, Cardile ridusse progressivamente la propria attività pubblica e iniziò a ricevere nella sua abitazione un ristretto gruppo di amici e appassionati di poesia. In quelle riunioni prendevano forma componimenti manoscritti oppure recitati oralmente, caratterizzati da uno stile brillante, ironico e spesso impietoso nei confronti delle debolezze umane. Era una poesia costruita sull’osservazione diretta, ricca di umorismo e allusioni, che richiamava per molti aspetti l’opera del poeta latino Marco Valerio Marziale, celebre autore degli Epigrammi. Da qui nacque il soprannome di “Marziale Siciliano”, forse enfatico, ma indicativo della considerazione di cui godeva.

Purtroppo proprio questa parte della sua produzione è quella che ha subito le perdite più gravi. Di numerosi lavori oggi conosciamo soltanto i titoli, tra cui Lu spitali di li pazzi e Lu viaggiu a li Campi Elisi, mentre i testi sono andati dispersi. Rimane invece testimonianza di un piccolo manoscritto, Uttavi di don Vincenzu Cardili, conservato presso la Biblioteca comunale di Palermo, documento prezioso per ricostruire almeno in parte la sua attività poetica.

Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia. La gotta lo costrinse a una vita sempre più ritirata nella modesta abitazione che lui stesso chiamava con amara ironia “la grutta”. Alla sofferenza fisica si aggiungevano ristrettezze economiche che egli sintetizzava in un’espressione rimasta celebre: «lu nenti l’aiu, mi manca la cosa». In poche parole riusciva a condensare il senso della propria condizione, affrontata con lucidità e senza rinunciare alla sottile vena umoristica che aveva accompagnato tutta la sua esistenza.

La sua morte coincise con uno dei momenti più drammatici della storia siciliana dell’Ottocento. L’epidemia di colera del 1837 provocò migliaia di vittime e alimentò un clima di tensione sociale che sfociò anche in rivolte popolari, nate dalla diffusione di false accuse di avvelenamento delle acque. In quel contesto di paura e disordine la scomparsa di Cardile passò quasi inosservata, contribuendo a un progressivo oblio della sua figura.

Riscoprirne oggi l’opera significa restituire visibilità a una stagione della letteratura siciliana ancora poco conosciuta. I suoi versi attendono una nuova edizione critica che renda nuovamente accessibile un patrimonio rimasto per troppo tempo confinato nelle biblioteche e negli archivi. Recuperare Vincenzo Cardile non significa soltanto rendere omaggio a un autore dimenticato, ma riportare alla luce una tradizione culturale che ha saputo fare della lingua siciliana uno straordinario strumento di poesia, riflessione e satira sociale. A quasi due secoli dalla sua scomparsa, quella voce continua a ricordare quanto la ricchezza della letteratura italiana sia fatta anche delle sue grandi espressioni regionali, troppo spesso trascurate e ancora in attesa di essere pienamente riscoperte.


Da Accademia della Lingua Siciliana <accademialinguasiciliana@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

La percezione diventa esperienza con Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard


Al MUNAV di Venezia le ricerche di Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard si incontrano in una mostra che esplora il rapporto tra visione, movimento e ambiente

Dal 10 luglio al 19 settembre 2026 il Museo Storico Navale di Venezia ospita “PERCEZIONE / NATURA. Visioni tra iride e cinetica”. Il dialogo tra Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard trasforma il museo in uno spazio dove arte contemporanea, natura e percezione ridefiniscono il modo di osservare il mondo.


C’è un momento, durante ogni viaggio, in cui lo sguardo smette di limitarsi a registrare ciò che vede e comincia a interpretarlo. È da questa esperienza, familiare a chiunque abbia osservato l’orizzonte dal mare, che prende forma PERCEZIONE / NATURA. Visioni tra iride e cinetica, la mostra ospitata dal MUNAV – Museo Storico Navale di Venezia dal 10 luglio al 19 settembre 2026 e curata da Marcello Palminteri. Più che una semplice esposizione, il progetto propone una riflessione sul vedere come processo dinamico, mutevole e profondamente legato al rapporto tra individuo e ambiente. L’iniziativa si inserisce nel programma di valorizzazione culturale del museo promosso da D’Uva S.r.l., concessionaria della gestione del MUNAV per conto di Difesa Servizi. Attraverso mostre temporanee, eventi e nuove modalità di fruizione, il progetto mira ad ampliare la funzione del museo, trasformandolo da luogo della conservazione storica a laboratorio di produzione culturale capace di mettere in dialogo il patrimonio con la ricerca artistica contemporanea.

La sede espositiva contribuisce in modo determinante al significato della mostra. Il Museo Storico Navale, istituito nel 1923 con Regio Decreto, occupa un antico edificio quattrocentesco che in epoca veneziana era destinato a granaio della Serenissima. Oggi custodisce uno dei più importanti patrimoni navali italiani: quarantadue sale distribuite su cinque livelli, circa seimila metri quadrati dedicati alla storia della Repubblica di Venezia, della marineria nazionale e della Marina Militare. Il complesso comprende inoltre il Padiglione delle Navi e il sommergibile Enrico Dandolo, testimonianza della tecnologia subacquea sviluppata durante la Guerra Fredda. Un luogo nel quale il viaggio rappresenta da sempre una metafora della conoscenza e dell’esplorazione.

È proprio il tema del viaggio a suggerire la chiave di lettura dell’intero percorso espositivo. Navigare significa modificare continuamente il proprio punto di osservazione, confrontarsi con la distanza, con la luce, con il mutare del paesaggio. La percezione non è mai immobile, ma nasce dall’interazione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Su questa idea convergono, pur attraverso linguaggi profondamente diversi, le opere di Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard.

La ricerca di Annalaura di Luggo ruota attorno all’occhio come luogo simbolico dell’identità. Da anni l’artista napoletana sviluppa un’indagine fotografica e installativa sulle iridi umane, trasformandole in immagini di grande formato dove il dato biologico diventa racconto personale. In questa mostra lo sguardo si apre ulteriormente al dialogo con il mondo naturale: iridi di persone e animali si intrecciano con paesaggi, elementi vegetali e dettagli organici, suggerendo una continuità tra individuo e ambiente. L’occhio non rappresenta soltanto uno strumento della visione, ma una soglia attraverso cui memoria, sensibilità ed esperienza si riflettono nel paesaggio circostante.

Accanto a questa ricerca si sviluppa il percorso di Ferruccio Gard, tra i protagonisti dell’arte programmata e cinetica italiana. Nato a Venezia nel 1940, Gard ha elaborato fin dagli anni Sessanta un linguaggio fondato sulle interazioni tra geometria, colore e movimento percettivo. Le sue opere cambiano aspetto in relazione allo spostamento dello spettatore, dimostrando come la visione non sia mai un fenomeno oggettivo, ma il risultato di un’interazione continua tra luce, superficie e osservatore. La sua ricerca si inserisce nella stagione dell’arte programmata sviluppatasi in Italia negli stessi anni grazie ai gruppi T e N e al sostegno teorico di figure come Bruno Munari e Umberto Eco, che individuarono nell’opera aperta e partecipativa una delle direzioni più innovative dell’arte contemporanea.

L’allestimento costruisce un dialogo costante tra queste due esperienze artistiche. Non si limita ad affiancare le opere, ma organizza il percorso attraverso corrispondenze cromatiche, rimandi visivi e relazioni percettive. Le tonalità presenti nelle iridi e negli elementi naturali fotografati da Annalaura di Luggo trovano un contrappunto nelle vibrazioni ottiche e nelle sequenze geometriche elaborate da Ferruccio Gard. Il visitatore è così guidato lungo una narrazione nella quale natura e astrazione, interiorità e movimento, figurazione e percezione si richiamano reciprocamente, generando nuove possibilità di lettura.

Il progetto curatoriale evita quindi il confronto tra due poetiche autonome per privilegiare una costruzione condivisa del significato. Ogni opera modifica la percezione di quella successiva e l’intero percorso assume la forma di un’esperienza immersiva nella quale il pubblico diventa parte integrante dell’esposizione. È una concezione della mostra coerente con le più recenti riflessioni museologiche, orientate a favorire un rapporto attivo tra visitatore e opera, superando la tradizionale osservazione passiva.

La scelta del MUNAV come sede dell’iniziativa rafforza ulteriormente questa impostazione. La storia della navigazione è infatti anche la storia dello sguardo: cartografi, esploratori e marinai hanno costruito nei secoli nuove immagini del mondo modificando continuamente il proprio punto di vista. In questo senso il museo non costituisce un semplice contenitore, ma diventa parte integrante del racconto, offrendo un contesto nel quale la riflessione sulla percezione acquista una dimensione storica oltre che artistica.

PERCEZIONE / NATURA dimostra così come due linguaggi apparentemente lontani possano convergere in una medesima domanda: quanto di ciò che vediamo appartiene realmente al mondo e quanto nasce invece dalla nostra esperienza? Nel dialogo tra le fotografie di Annalaura di Luggo e le opere cinetiche di Ferruccio Gard, il visitatore scopre che osservare non significa soltanto guardare, ma partecipare attivamente alla costruzione della realtà. È questo il filo conduttore di una mostra che, nel cuore del Museo Storico Navale di Venezia, trasforma il viaggio nello spazio in un viaggio dentro i meccanismi stessi della visione.


Da Cristina Gatti – Press & P.R. <press@cristinagatti.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences