Frank Denota, dieci anni di memoria, identità e immaginario contemporaneo

A Venezia la Fondazione Marta Czok presenta Anthology 2015-2025, una mostra che ripercorre un decennio di ricerca dell’artista newyorkese attraverso opere provenienti dall’Archivio Frank Denota e da importanti collezioni private internazionali.

Sedici dipinti raccontano l’evoluzione di un linguaggio pittorico che intreccia riflessione sociale, tensione narrativa e cultura urbana. Al centro dell’iniziativa anche la presentazione del volume che documenta dieci anni di attività dell’artista.


C’è un momento, nel percorso di ogni artista, in cui il lavoro accumulato nel tempo diventa una narrazione coerente. È questo il punto di vista da cui prende forma Anthology 2015-2025, la mostra che la Fondazione Marta Czok di Venezia ospita dal 3 al 15 luglio 2026, offrendo al pubblico l’occasione di osservare l’evoluzione della ricerca di Frank Denota attraverso una selezione di sedici lavori provenienti dall’Archivio Frank Denota di New York e da importanti collezioni private europee e statunitensi.
L’esposizione è stata concepita come un progetto parallelo ai principali appuntamenti veneziani dedicati all’arte contemporanea e propone una sintesi significativa della produzione realizzata tra il 2015 e il 2025. Più che una tradizionale retrospettiva, il percorso mette in evidenza la continuità di una ricerca che, nel corso degli anni, ha consolidato un linguaggio personale, riconoscibile per la capacità di fondere racconto visivo, osservazione della società e forte impatto espressivo.

Fulcro dell’iniziativa è anche la presentazione del volume Anthology 2015-2025, pubblicazione che raccoglie un decennio di attività artistica e ne documenta gli sviluppi. A introdurre il libro sarà Jacek Ludwig Scarso, curatore della mostra, autore e studioso delle arti contemporanee, il cui contributo propone una lettura critica dell’opera di Denota nel quadro delle trasformazioni culturali che caratterizzano il nostro tempo.

Le opere selezionate affrontano questioni che attraversano gran parte dell’arte contemporanea: identità, memoria, alienazione, desiderio e vulnerabilità sociale. Nella pittura di Denota questi temi prendono forma attraverso immagini sospese tra realtà e simbolo, dove figure, oggetti e ambienti diventano elementi di una narrazione aperta, lasciando allo spettatore il compito di completarne il significato. È una modalità espressiva che privilegia l’ambiguità e il dialogo con chi osserva, trasformando il dipinto in uno spazio di riflessione più che di semplice rappresentazione.

Frank Denota nasce a New York nel 1967 e cresce in un ambiente fortemente permeato dalla cultura artistica della città. Fin da giovane entra in contatto con personalità come Andy Warhol, Keith Haring e il celebre gallerista Leo Castelli, figure che hanno profondamente influenzato la scena artistica internazionale della seconda metà del Novecento. Pur scegliendo un percorso da autodidatta, dal 1993 si dedica con continuità alla pittura, approfondendo lo studio di autori fondamentali come Mark Rothko e Jackson Pollock, due protagonisti dell’Espressionismo astratto americano che hanno ridefinito il rapporto tra gesto, colore e superficie.

Nel 2010 fonda insieme a LAII e Paul Kostabi il movimento GANT, esperienza che anticipa un successivo avvicinamento alla Street Art e alla Pop Art. Più che aderire rigidamente a una corrente, Denota sviluppa un linguaggio che mette in relazione suggestioni provenienti da questi ambiti, costruendo un lessico visivo personale nel quale convivono energia urbana, memoria della pittura americana e sensibilità narrativa.

Il contesto newyorkese rimane infatti uno degli elementi centrali della sua formazione. Dalla stagione della Pop Art, che negli anni Sessanta trasformò immagini e simboli della cultura di massa in materia artistica, fino alle esperienze della Street Art maturate tra gli anni Ottanta e Novanta, la città rappresenta un laboratorio permanente nel quale la contaminazione tra linguaggi ha favorito la nascita di nuove forme espressive. La ricerca di Denota sembra inserirsi in questa tradizione senza limitarsi a riproporne i codici, preferendo una riflessione sulla condizione umana che utilizza la forza dell’immagine come strumento di interrogazione del presente.

La mostra veneziana arriva inoltre in un momento di crescente attenzione da parte del mercato internazionale. Recentemente il dipinto Smoker, di dimensioni 40 × 50 centimetri, ha stabilito il nuovo record d’asta dell’artista raggiungendo i 10.000 euro, un risultato che conferma l’interesse crescente di collezionisti e investitori nei confronti della sua produzione e il consolidamento della sua presenza in collezioni private europee e americane.

La scelta di Venezia non appare casuale. Da oltre un secolo la città costituisce uno dei principali punti di riferimento internazionali per il confronto sull’arte contemporanea, grazie al ruolo esercitato dalla Biennale e alla presenza di fondazioni, musei e spazi espositivi che alimentano un dialogo costante tra artisti, studiosi e pubblico internazionale. Inserire Anthology 2015-2025 in questo contesto significa offrire una nuova occasione di lettura del percorso di Frank Denota, mettendo in relazione i risultati raggiunti con le prospettive future di una ricerca ancora in evoluzione.

L’esposizione della Fondazione Marta Czok restituisce così l’immagine di un artista che, nell’arco di dieci anni, ha costruito una poetica coerente e riconoscibile, capace di confrontarsi con i temi più complessi della contemporaneità senza rinunciare alla forza evocativa della pittura. Più che un bilancio conclusivo, Anthology 2015-2025 rappresenta una tappa significativa di un percorso ancora aperto, nel quale la riflessione sul presente continua a trovare nell’immagine uno dei suoi strumenti più efficaci.


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Articolo a cura della Redazione Experiences

L’arte contemporanea come leva economica e strategica per le aziende

Alla Fabbrica del Vapore di Milano una grande mostra celebra il decennale del Movimento Arte Etica. Opere, installazioni, fotografie, video e un innovativo percorso narrativo invitano il pubblico a riflettere sul rapporto tra estetica, coscienza civile e trasformazioni della società contemporanea.

Può l’arte limitarsi a essere bella? Oppure ogni gesto creativo porta con sé una responsabilità nei confronti del mondo? È attorno a questa domanda, tanto antica quanto attuale, che prende forma “La misura dell’UNO”, una mostra collettiva che trasforma il decennale del Movimento Arte Etica in un’occasione di confronto sulle sfide culturali del nostro tempo.


Dal 5 giugno al 13 settembre 2026 gli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano ospitano “La misura dell’UNO”, esposizione che celebra i dieci anni del Movimento Arte Etica e propone una riflessione sul ruolo dell’artista nella società contemporanea. Curata da Sandro Orlandi Stagl, coprodotta dal Comune di Milano e organizzata da ARTantide Gallery di Verona, la mostra riunisce autori appartenenti a generazioni e linguaggi differenti attorno a un interrogativo destinato ad attraversare l’intero percorso espositivo: è ancora possibile produrre arte senza interrogarsi sulle conseguenze etiche dell’atto creativo?

L’esposizione nasce da un presupposto preciso: tra etica ed estetica non esiste una contrapposizione, bensì una relazione dinamica. La libertà espressiva continua a rappresentare uno dei principi fondamentali dell’arte contemporanea, ma questa libertà non esclude una responsabilità nei confronti della realtà, della memoria collettiva e delle trasformazioni sociali. È proprio questa tensione a costituire il filo conduttore dell’intero progetto.

Il titolo della mostra sintetizza efficacemente tale impostazione. “La misura dell’UNO” richiama infatti la ricerca di un principio di unità all’interno della complessità del presente. In un’epoca caratterizzata da una molteplicità di linguaggi, informazioni e punti di vista, il percorso espositivo invita a ricomporre il frammento senza cancellarne la ricchezza, suggerendo che l’arte possa ancora offrire strumenti per comprendere il mondo anziché limitarsi a rappresentarlo.

La riflessione sviluppata da Sandro Orlandi Stagl prende avvio dalla condizione dell’artista contemporaneo, oggi spesso sospeso tra le logiche del mercato, la necessità della visibilità e il desiderio di autenticità. Da qui emerge una domanda destinata a coinvolgere anche il visitatore: di che cosa è responsabile un’opera d’arte? La risposta non assume mai il tono di una prescrizione morale. Al contrario, il progetto propone un percorso aperto, nel quale la bellezza viene interpretata come una forma di presa di posizione, capace di generare relazioni, interrogativi e consapevolezza.

Il percorso riunisce dipinti, fotografie, disegni, installazioni, sculture, opere sonore e video, costruendo un dialogo continuo tra differenti modalità espressive. Ogni autore conserva la propria autonomia linguistica, ma contribuisce a una riflessione collettiva che affronta alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: cambiamento climatico, tutela della biodiversità, crisi energetiche, migrazioni, memoria storica, identità, distruzione del patrimonio culturale nelle aree di conflitto, sovraesposizione mediatica, dipendenza dai social network e nuove forme di inquinamento ambientale e culturale.

Gli artisti coinvolti rappresentano esperienze molto diverse della scena contemporanea: Afran, Gino Alberti, Marco Bertìn, Angelo Bonello, Carlo Bonfà, Julia Bornefeld, Francesco Carofiglio, Luigi Dellatorre, Massimo Donà, Gianfranco Gentile, Marco Gradi, Franco Mazzucchelli, Matteo Mezzadri, Jorge R. Pombo, Antonio Riello, Alberto Salvetti e Alessandro Zannier. La pluralità delle poetiche diventa parte integrante del progetto curatoriale, che evita qualsiasi lettura univoca per favorire un confronto aperto tra sensibilità differenti.

Uno degli aspetti più innovativi dell’iniziativa riguarda il sistema di fruizione. Accanto alla visita tradizionale, accompagnata da didascalie e QR code di approfondimento, il pubblico può scegliere un percorso narrativo immersivo ideato da Alessandra Pacilli. L’esperienza sonora, interpretata da doppiatori professionisti, accompagna il visitatore attraverso cinque differenti voci narrative, costruite come figure retoriche che suggeriscono connessioni simboliche senza imporre un’unica interpretazione delle opere. La visita diventa così un’esperienza personale, nella quale il racconto si intreccia con lo spazio espositivo e con la sensibilità di ciascun visitatore.

Questa attenzione alla mediazione culturale riflette un orientamento ormai consolidato nella museologia contemporanea. Negli ultimi decenni musei e istituzioni culturali hanno progressivamente affiancato ai tradizionali apparati didattici strumenti narrativi, multimediali e partecipativi capaci di ampliare l’accessibilità senza semplificare i contenuti. L’obiettivo non è sostituire il rapporto diretto con l’opera, ma offrire differenti livelli di lettura, adatti sia al pubblico specializzato sia ai visitatori meno esperti.

Anche il Comune di Milano interpreta la mostra come un’occasione per riaffermare il valore pubblico della cultura. Nel testo istituzionale che accompagna il progetto, l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi sottolinea come l’arte possa costituire uno strumento di osservazione critica e partecipazione civile, capace di affrontare le complessità del presente attraverso linguaggi accessibili e coinvolgenti. La presenza di una componente narrativa appositamente sviluppata per l’esposizione rafforza questa volontà di rendere il dialogo con il pubblico sempre più inclusivo.

Il decennale del Movimento Arte Etica non si esaurisce nella mostra. Il programma comprende infatti numerosi eventi collaterali dedicati al rapporto tra creatività e società. Tra questi si inserisce “Bellezza sostenibile. L’arte contemporanea come leva economica e strategica per le aziende”, incontro in programma il 9 luglio nello Spazio Messina 2 della Fabbrica del Vapore. Rivolto a imprenditori, manager e professionisti, l’appuntamento approfondirà il contributo che l’arte può offrire ai processi di innovazione, sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa, all’interno del progetto Arte e Impresa promosso dalla manifestazione.

“La misura dell’UNO” dimostra come una mostra possa essere molto più di una semplice successione di opere. Diventa un laboratorio di idee nel quale arte, filosofia, società e partecipazione si incontrano senza rinunciare alla complessità. In un tempo segnato dalla frammentazione delle esperienze e dalla velocità della comunicazione, il progetto invita a rallentare lo sguardo e a interrogarsi sul significato stesso del fare artistico. Non offre risposte definitive, ma restituisce all’arte una delle sue funzioni più profonde: aprire spazi di riflessione, stimolare il dialogo e ricordare che ogni autentica esperienza estetica contiene sempre anche una responsabilità verso il mondo.


Da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

La città si racconta camminando. Un itinerario di memorie, arte e paesaggio

Il festival “Varcare la frontiera” propone un nuovo percorso esperienziale che attraversa il Porto Vecchio fino al Magazzino 26, dove l’installazione “Balena” di María Sánchez Puyade conclude il proprio dialogo con il Museo del Mare e con la storia della città.

Ci sono città che si comprendono osservandole dall’alto e altre che chiedono di essere percorse lentamente. Trieste appartiene a questa seconda categoria. Le sue piazze, il porto, le architetture e le lingue che vi si intrecciano raccontano una storia complessa che continua a rinnovarsi. È da questa idea di città vissuta nasce “Trieste Plurale”, un walking tour che unisce narrazione urbana e arte contemporanea.


Il prossimo 5 luglio 2026 Trieste diventa il teatro di un’esperienza che invita a leggere il paesaggio come un grande archivio di storie. Nell’ambito della tredicesima edizione del festival Varcare la frontiera, l’associazione Interferenze Cizerouno propone Trieste Plurale, un percorso guidato che parte da Piazza della Libertà, attraversa il Porto Vecchio e si conclude al Magazzino 26 con la visita all’installazione immersiva Balena dell’artista multimediale María Sánchez Puyade.
L’iniziativa si inserisce nella tradizione dei walking tour culturali che negli ultimi anni hanno trasformato il semplice atto del camminare in uno strumento di conoscenza. Non si tratta di visite guidate nel senso tradizionale del termine, ma di percorsi narrativi capaci di mettere in relazione urbanistica, storia, identità sociale e patrimonio culturale. Una modalità ormai consolidata in molte città europee, nella quale il visitatore diventa parte attiva dell’esplorazione e costruisce una relazione diretta con gli spazi attraversati.

A guidare il percorso sarà Francesca Pitacco, figura ormai riconosciuta nell’ambito dei progetti di narrazione urbana promossi da Cizerouno. Il suo itinerario accompagnerà i partecipanti attraverso alcuni dei luoghi più significativi della trasformazione contemporanea di Trieste, mettendo in luce il carattere cosmopolita della città, da sempre punto d’incontro tra culture, lingue e tradizioni differenti. La posizione geografica, al confine tra il mondo latino, quello germanico e quello slavo, ha infatti reso Trieste uno dei principali laboratori culturali dell’Europa centro-orientale fin dai tempi dell’Impero asburgico.

Il punto di partenza sarà Piazza della Libertà, storico accesso monumentale alla città per chi arrivava in treno o dal porto. Da qui il gruppo si muoverà verso il Porto Vecchio, oggi interessato da uno dei più importanti programmi italiani di rigenerazione urbana. Nato nel XIX secolo come infrastruttura strategica dell’Impero austro-ungarico, il Porto Vecchio – oggi Porto Vivo – rappresenta uno straordinario esempio di archeologia industriale affacciata sull’Adriatico. I suoi grandi magazzini in muratura, i moli e gli edifici tecnici raccontano una stagione in cui Trieste era il principale sbocco marittimo dell’Europa danubiana.

L’itinerario conduce fino al Magazzino 26, edificio simbolo di questo patrimonio recuperato, oggi sede di attività culturali e museali. Qui i partecipanti visiteranno Balena, installazione site-specific realizzata da María Sánchez Puyade, artista che sviluppa la propria ricerca attraverso linguaggi multimediali e pratiche partecipative. L’opera si presenta come una balena a grandezza naturale costruita in legno e rivestita da un intreccio di lana bianca, una presenza monumentale che occupa lo spazio espositivo trasformandolo in un ambiente immersivo.

L’installazione non si limita alla dimensione visiva. A completarne l’esperienza interviene una componente sonora costituita da una ballata composta dalla stessa artista. I testi, scritti in italiano, spagnolo e inglese, vengono interpretati dalla cantautrice triestina Irene Brigitte su musiche di Luca Ciut. La pluralità linguistica non rappresenta un semplice elemento formale, ma richiama la natura multiculturale di Trieste, città nella quale il dialogo tra idiomi diversi costituisce da secoli una componente essenziale dell’identità collettiva.

La scelta della balena possiede inoltre un forte valore simbolico. Nella storia dell’arte e della letteratura questo grande mammifero marino è stato spesso associato ai temi del viaggio, della memoria, dell’ignoto e del rapporto tra uomo e mare. In una città come Trieste, il cui sviluppo economico e culturale è indissolubilmente legato all’Adriatico, la sua presenza assume un significato ulteriore, evocando il mare non soltanto come spazio geografico ma come luogo di incontro, di attraversamento e di trasformazione.

La visita rappresenta anche l’atto conclusivo della prima edizione di FOCUS, manifestazione annuale promossa da Liberarti Associazione Culturale e dedicata agli artisti attivi in Friuli Venezia Giulia in dialogo con il patrimonio storico e territoriale della regione. Proprio il 5 luglio, alle ore 18, Balena terminerà infatti il proprio periodo espositivo al Museo del Mare, chiudendo un percorso che ha intrecciato arte contemporanea, spazio museale e riflessione sul paesaggio costiero.

L’iniziativa conferma una tendenza sempre più evidente nelle politiche culturali contemporanee: mettere in relazione il patrimonio storico con le pratiche artistiche del presente. Le opere non vengono più considerate elementi isolati all’interno di uno spazio espositivo, ma strumenti capaci di attivare nuove letture del territorio, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza che intreccia conoscenza, partecipazione e scoperta.

In questo senso Trieste Plurale sintetizza efficacemente lo spirito di Varcare la frontiera, festival che da tredici edizioni riflette sul concetto di confine nelle sue molteplici declinazioni, geografiche, culturali e linguistiche. Camminare attraverso Trieste significa allora attraversare anche le molte identità che la città ha assunto nel corso dei secoli, cogliendo come il patrimonio materiale e quello immateriale continuino ancora oggi a dialogare.

La partenza del walking tour è fissata per le ore 10 da Piazza della Libertà. Il percorso ha una durata di circa sessanta minuti, cui segue la visita guidata all’installazione. La partecipazione prevede una quota di 15 euro ed è richiesta la prenotazione tramite l’indirizzo eventi@cizerouno.it. Più che una semplice escursione urbana, l’appuntamento propone un diverso modo di guardare Trieste: una città che continua a raccontarsi attraverso i suoi spazi, le sue memorie e le forme dell’arte contemporanea.


Da info <info@cizerouno.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

A Castelfranco Veneto Jazz Festival: i protagonisti internazionali e italiani

La dodicesima edizione porta nel cuore della Marca Trevigiana protagonisti del jazz internazionale e italiano, affiancando ai concerti un intenso programma didattico dedicato alle nuove generazioni

Dal 7 all’11 luglio 2026 Castelfranco Veneto torna a essere uno dei principali punti di riferimento del jazz italiano. Concerti, masterclass, incontri, jam session e attività diffuse nel centro storico trasformano il festival in un laboratorio culturale aperto a musicisti, studenti e appassionati.


Non tutti i festival musicali riescono a coniugare spettacolo e formazione con la stessa efficacia. Il Castelfranco Veneto Jazz Festival, giunto alla sua dodicesima edizione, ha costruito nel tempo la propria identità proprio attorno a questo equilibrio. Dal 7 all’11 luglio 2026 la città veneta ospiterà cinque giornate di concerti, incontri e attività didattiche che vedranno protagonisti alcuni tra i più autorevoli interpreti della scena jazz internazionale e nazionale, in un dialogo costante con gli studenti e con il territorio.
Diretto artisticamente dal trombettista Gianluca Carollo, il festival è organizzato dal Conservatorio di Musica “Agostino Steffani” e dal Comune di Castelfranco Veneto, con il sostegno della Regione Veneto e la collaborazione di numerose realtà culturali e imprenditoriali del territorio. Una formula che negli anni ha consolidato il ruolo della manifestazione come uno dei principali appuntamenti jazzistici del Nord Italia.

L’apertura del festival, martedì 7 luglio al Teatro Accademico, è affidata a una formazione che riunisce quattro autentiche icone del jazz contemporaneo: il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba, il sassofonista statunitense Chris Potter, il contrabbassista Larry Grenadier e il batterista Eric Harland. Il progetto First Meeting rappresenta uno degli eventi di maggiore richiamo dell’intera manifestazione. Rubalcaba è considerato uno dei più influenti pianisti della sua generazione, mentre Potter, Grenadier e Harland figurano stabilmente tra i protagonisti della scena internazionale degli ultimi decenni. L’incontro tra questi musicisti promette un dialogo creativo che unisce modern jazz, improvvisazione avanzata e suggestioni latinoamericane.

La giornata inaugurale sarà preceduta dall’incontro Miles, The Last Concert, dedicato al centenario della nascita di Miles Davis. L’appuntamento assume un significato particolare per Castelfranco Veneto, che nel luglio del 1991 ospitò l’ultima esibizione italiana ed europea del grande trombettista americano, poche settimane prima della sua scomparsa. L’incontro, curato da Riccardo Brazzale con la partecipazione di Giuseppe “Momo” Mormile, offrirà l’occasione per ripercorrere una pagina significativa della storia del jazz contemporaneo.

Mercoledì 8 luglio il programma si sposta a Villa Barbarella. Nel Salone si esibirà in piano solo Yakir Arbib, musicista noto per la capacità di intrecciare linguaggio jazzistico e repertorio classico in un percorso di continua reinvenzione. In serata il Giardino della villa ospiterà il J&J Organ Trio guidato da Gianluca Carollo, con la partecipazione di Francesca Bertazzo, Mauro Ottolini e Michele Uliana. Il concerto, dedicato alla memoria del contrabbassista castellano Beppe Pilotto, attraverserà hard bop, swing, blues e latin jazz, confermando la vocazione trasversale del festival.

Particolarmente significativa è la presenza di Mauro Ottolini, tra i più originali musicisti italiani contemporanei. Il trombonista veronese sarà protagonista anche la sera successiva, giovedì 9 luglio, sul Sagrato del Duomo con l’Orchestra Ottovolante e la cantante Chiara Luppi. Il progetto propone una rilettura della musica italiana del dopoguerra attraverso le sonorità del jazz, dello swing, del mambo e del cha cha cha, recuperando una stagione musicale che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo del Paese.

Venerdì 10 luglio sarà invece la volta di Fabrizio Bosso. Considerato uno dei più importanti trombettisti europei della sua generazione, Bosso ha costruito una carriera caratterizzata da una straordinaria versatilità, capace di spaziare dal linguaggio bop alla musica popolare, dalle collaborazioni orchestrali ai progetti dedicati ai grandi maestri del jazz. A Castelfranco si presenterà con il suo quartetto, formazione che negli anni ha consolidato un repertorio fondato su swing, improvvisazione e dialogo collettivo.

La chiusura del festival, sabato 11 luglio al Teatro Accademico, sarà affidata a Maria Pia De Vito con Buarqueana. La cantante napoletana, figura centrale del jazz europeo, affronta in questo progetto il repertorio di Chico Buarque de Hollanda traducendone i testi in lingua napoletana. Il risultato è un incontro originale tra due tradizioni musicali accomunate da una forte componente ritmica e poetica. Samba e tammurriata, Brasile e Mediterraneo, convivono in una proposta che supera i confini geografici e linguistici.

Accanto ai concerti principali, il festival rinnova il format delle Notti Blu, introdotto nel 2024 e oggi diventato uno dei suoi segni distintivi. Nelle serate del 9 e 10 luglio il centro storico si animerà con esibizioni diffuse, appuntamenti musicali nei locali cittadini e le dirette radiofoniche de Il Jazzofono di Radio Café, trasformando l’intera città in un grande palcoscenico aperto.

L’aspetto più originale della manifestazione resta tuttavia il rapporto con la formazione musicale. Molti degli artisti ospiti saranno infatti coinvolti in masterclass e attività didattiche rivolte principalmente agli studenti del Conservatorio “Agostino Steffani”. In un’epoca in cui la trasmissione delle competenze artistiche avviene sempre più spesso attraverso percorsi informali e digitali, il confronto diretto tra giovani musicisti e grandi interpreti conserva un valore insostituibile.

A completare il programma saranno le jam session notturne curate dagli studenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio, il percorso pittorico con esposizioni e live painting dell’artista Walter Marin e gli spazi dedicati alla convivialità nel Giardino di Villa Barbarella. Elementi che contribuiscono a trasformare il festival in un’esperienza culturale diffusa, capace di coinvolgere pubblici differenti.

La dodicesima edizione del Castelfranco Veneto Jazz Festival conferma così una formula ormai consolidata: portare sul palco alcuni tra i più importanti protagonisti del jazz contemporaneo e, allo stesso tempo, creare occasioni di crescita, incontro e trasmissione del sapere musicale. Un progetto che guarda al futuro senza dimenticare la memoria di una tradizione che continua a rinnovarsi attraverso il dialogo tra generazioni.


Da Daniele Cecchini <daniele@musicforward.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Padova 2028: la sfida dell’arte passa anche dalla Fondazione Alberto Peruzzo

La Fondazione entra nella rete dei partner della candidatura di Padova a Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028. Un progetto che punta su ricerca, innovazione e partecipazione, con una direzione artistica d’eccezione guidata da Maurizio Cattelan, Marta Papini e Myriam Ben Salah.

Le candidature culturali più solide non nascono da un singolo evento, ma dalla capacità di mettere in relazione istituzioni, università, fondazioni e cittadini. È questa la strada scelta da Padova, che affida la propria candidatura a Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028 a una rete di competenze e visioni condivise, nella quale la Fondazione Alberto Peruzzo assume un ruolo di primo piano.


La Fondazione Alberto Peruzzo sostiene ufficialmente la candidatura di Padova a Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028, progetto promosso dal Comune con il patrocinio della Regione Veneto e costruito attraverso un’ampia collaborazione tra soggetti pubblici e privati. L’iniziativa si inserisce nel nuovo programma istituito dal Ministero della Cultura nel 2024 per valorizzare le città capaci di sviluppare politiche innovative dedicate all’arte contemporanea. Dopo Gibellina, insignita del primo titolo per il 2026, e Alba, designata per il 2027, Padova punta ora a diventare il nuovo laboratorio italiano dedicato alla produzione artistica e alla ricerca interdisciplinare.

La candidatura porta un titolo significativo, “Ancora imparo. Esercizi di dissidenza”, un’espressione che richiama la celebre frase attribuita a Francisco Goya e che sintetizza l’idea di una città capace di rimettersi continuamente in discussione. L’obiettivo non è soltanto valorizzare il patrimonio storico e monumentale di Padova, già riconosciuto a livello internazionale anche grazie ai cicli pittorici del Trecento inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, ma affermare una vocazione contemporanea fondata sulla libertà di pensiero, sulla ricerca scientifica, sull’innovazione e sulla sperimentazione culturale.

Il dossier immagina Padova come un laboratorio europeo nel quale arte contemporanea, università, ricerca, formazione, architettura e spazio pubblico dialogano stabilmente. Tra gli obiettivi figurano la rigenerazione di nuovi luoghi dedicati al contemporaneo, l’ampliamento dell’accesso alla cultura, il coinvolgimento delle giovani generazioni attraverso attività educative e di ricerca, il rafforzamento della cooperazione internazionale e la costruzione di un’eredità culturale destinata a produrre effetti duraturi sul territorio.

All’interno di questa strategia la Fondazione Alberto Peruzzo rappresenta uno dei partner principali del progetto. Il direttore della Fondazione, Marco Trevisan, ha contribuito allo sviluppo del dossier insieme al Comune di Padova, all’Università di Padova, alla Fondazione Chiara e Francesco Carraro, alla Fondazione Bano e a numerose realtà del terzo settore, del mondo produttivo e dell’accoglienza turistica. L’impostazione corale della candidatura riflette la convinzione che la cultura contemporanea possa diventare uno strumento di crescita civile oltre che artistica.

A guidare il progetto sarà una direzione artistica composta da tre figure di rilievo internazionale. Maurizio Cattelan, tra gli artisti italiani più influenti degli ultimi decenni, torna a confrontarsi con la città nella quale è nato dopo una lunga carriera sviluppata tra Bologna, Milano, New York e le principali istituzioni dell’arte contemporanea. Celebre per opere che mettono in discussione convenzioni, linguaggi e sistemi di potere, Cattelan porta nella candidatura un approccio fondato sulla libertà critica e sulla capacità dell’arte di generare dibattito pubblico.

Accanto a lui lavorerà Marta Papini, curatrice che ha dedicato gran parte della propria attività ai rapporti tra arte pubblica, partecipazione e territorio, mentre la dimensione internazionale sarà affidata a Myriam Ben Salah, curatrice franco-tunisina, direttrice della Renaissance Society di Chicago e curatrice del Padiglione francese alla Biennale Arte di Venezia del 2026. Insieme delineano una visione nella quale il contemporaneo non coincide soltanto con la produzione artistica, ma con la costruzione di nuove relazioni tra comunità, ricerca e spazio urbano.

Il progetto è sostenuto anche da un autorevole Comitato Scientifico formato da Cecilia Alemani, curatrice della Biennale Arte di Venezia del 2022, dal Cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dalla rettrice dell’Università di Padova Daniela Mapelli e dall’architetto Renzo Piano, senatore a vita e protagonista dell’architettura contemporanea mondiale. La presenza di competenze così diverse conferma la volontà di costruire un dialogo stabile tra arti visive, architettura, ricerca scientifica, educazione e riflessione sullo spazio pubblico.

Il coinvolgimento della Fondazione Alberto Peruzzo appare coerente con il percorso sviluppato negli ultimi decenni dal suo fondatore. La passione di Alberto Peruzzo per il collezionismo nasce alla fine degli anni Ottanta e si trasforma progressivamente in un progetto culturale orientato alla condivisione del patrimonio artistico. Un passaggio significativo avviene nel 2002 con la pubblicazione del monumentale volume Modern Art – Revolution and Painting, concepito come una sorta di museo in forma di libro, presentato l’anno successivo alla Fiera del Libro di Francoforte e recensito dal Financial Times.

L’evoluzione del progetto prosegue nel 2010 con l’acquisto dell’ex Chiesa di Sant’Agnese, edificio storico nel centro di Padova destinato a diventare la sede della futura Fondazione. Nel frattempo Peruzzo partecipa al recupero del Padiglione Italia della Biennale di Venezia attraverso la società Arzanà Navi, intervenendo nel restauro dell’edificio su invito della maison Louis Vuitton. Nel 2015 nasce ufficialmente la Fondazione Alberto Peruzzo e prende avvio il lungo restauro della chiesa, concluso nel 2023, che restituisce alla città un nuovo spazio espositivo dedicato all’arte moderna e contemporanea.

Oggi la Fondazione custodisce una collezione che attraversa oltre un secolo di storia dell’arte, comprendendo opere di maestri quali Giacomo Balla, Giorgio de Chirico, Pablo Picasso, Joan Miró, Lucio Fontana, Jean Dubuffet, Marc Chagall, Christo, Mimmo Paladino, Fabrizio Plessi, Takashi Murakami e molti altri protagonisti dell’arte internazionale. Le opere vengono esposte a rotazione negli spazi restaurati dell’ex Chiesa di Sant’Agnese, trasformata in un luogo aperto alla città e dedicato al dialogo tra collezionismo, ricerca e divulgazione culturale.

L’adesione della Fondazione Alberto Peruzzo alla candidatura di Padova rafforza così una visione condivisa della cultura come infrastruttura permanente dello sviluppo urbano. Non una semplice successione di eventi, ma un progetto che mette in relazione patrimonio storico, sperimentazione artistica, ricerca universitaria e partecipazione civica. In questa prospettiva la sfida per il titolo di Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028 diventa anche l’occasione per ridefinire il ruolo dell’arte nella costruzione della città del futuro, facendo della collaborazione tra istituzioni e realtà culturali uno dei principali strumenti di innovazione sociale.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

(DE)GENERATE(D): ad Arles la fotografia mette in discussione le regole

Al Festival OFF Arles 2026 una mostra internazionale riflette sul significato della fotografia nell’epoca degli algoritmi, delle identità rigide e dell’intelligenza artificiale, recuperando criticamente un termine tra i più controversi della storia del Novecento.

Le immagini non sono mai innocenti. Possono documentare, convincere, manipolare oppure mettere in crisi le nostre certezze. È da questa consapevolezza che prende forma “(DE)GENERATE(D)”, una mostra che sceglie di confrontarsi con una parola carica di memoria storica per interrogare il presente della fotografia.


Dal 8 al 26 luglio 2026, negli spazi de L’Étoile de la Roquette ad Arles, si svolge (DE)GENERATE(D) – Generated and Degenerated Photography, esposizione inserita nel programma del Festival OFF Arles, la manifestazione che da anni affianca i celebri Rencontres d’Arles proponendo percorsi indipendenti dedicati alla ricerca fotografica contemporanea. L’ingresso è gratuito e il progetto si presenta come una riflessione sul ruolo delle immagini in una società sempre più attraversata da tecnologie digitali, intelligenza artificiale e nuove forme di classificazione culturale.

Il titolo della mostra richiama volutamente una delle pagine più oscure della storia europea. Nel 1937 il regime nazista organizzò a Monaco l’esposizione Entartete Kunst (“Arte degenerata”), destinata a screditare le avanguardie artistiche considerate incompatibili con l’ideologia del Terzo Reich. Opere di artisti come Wassily Kandinsky, Paul Klee, Ernst Ludwig Kirchner, Marc Chagall e molti altri furono presentate al pubblico come esempi di una presunta decadenza culturale, mentre migliaia di lavori venivano confiscati dai musei tedeschi. Quella definizione divenne uno strumento politico per stabilire quali immagini fossero considerate legittime e quali dovessero invece essere escluse dallo spazio pubblico.

A quasi un secolo di distanza, la mostra di Arles non intende rievocare quell’episodio storico in chiave commemorativa, ma utilizzarlo come punto di partenza per interrogare il presente. Secondo il progetto curatoriale, ogni epoca costruisce infatti le proprie categorie di inclusione ed esclusione, decidendo quali immagini risultino rassicuranti e quali invece disturbino gli equilibri culturali dominanti. I momenti di crisi non iniziano necessariamente con la censura esplicita: spesso prendono forma attraverso classificazioni, etichette e criteri apparentemente neutri che finiscono per limitare la complessità dello sguardo.

Il punto di partenza dell’iniziativa nasce da una riflessione di Nicolas Havette, che ha promosso una open call internazionale chiedendo agli artisti di confrontarsi con una domanda volutamente provocatoria: che cosa significa oggi una fotografia “degenerata”? La risposta non consiste in una definizione univoca, ma nell’idea di un’immagine capace di sottrarsi alle convenzioni, di oltrepassare i propri confini disciplinari e di mettere in discussione categorie consolidate. Una fotografia che rifiuta di comportarsi secondo aspettative prestabilite e che, proprio per questo, apre nuove possibilità interpretative.

Sono stati selezionati quasi venti artisti, accomunati non da uno stile condiviso, ma dalla capacità di interrogare criticamente le trasformazioni del presente. Le loro pratiche attraversano linguaggi differenti: fotografia documentaria, archivi, finzione, collage, installazione, immagini vernacolari, sperimentazione analogica e digitale, fino all’impiego dell’intelligenza artificiale come strumento creativo. L’esposizione non propone quindi una tesi precostituita, ma costruisce un dialogo aperto tra esperienze differenti, spesso anche contrastanti.

La fotografia contemporanea vive infatti una stagione di profonda trasformazione. La diffusione di sistemi generativi basati sull’intelligenza artificiale, la crescente centralità degli algoritmi nella selezione delle immagini e la produzione continua di contenuti digitali stanno modificando non soltanto il modo di realizzare una fotografia, ma anche quello di leggerla e attribuirle valore. In questo scenario il dibattito internazionale si concentra sempre più sui concetti di autenticità, autore, manipolazione e veridicità dell’immagine, temi affrontati da musei, università e istituzioni culturali in tutto il mondo.

La mostra suggerisce inoltre una riflessione sul funzionamento delle piattaforme digitali. Gli algoritmi tendono infatti a privilegiare contenuti che confermano comportamenti già osservati, riducendo spesso la visibilità di ciò che appare ambiguo, complesso o difficilmente classificabile. In questo senso la fotografia diventa uno strumento per interrogare i meccanismi con cui vengono costruite le narrazioni contemporanee e per rivendicare il valore del dubbio come elemento essenziale della conoscenza.

Il percorso espositivo è concepito come un grande gabinetto delle curiosità contemporaneo, nel quale le opere dialogano senza seguire un ordine lineare. Le immagini si richiamano, si contraddicono e si contaminano reciprocamente, creando un sistema di relazioni che invita il visitatore a costruire autonomamente il proprio itinerario interpretativo. La curatela non utilizza le opere per illustrare un tema prestabilito, ma per generare attriti, sovrapposizioni e nuove possibilità di lettura.

In un panorama culturale caratterizzato da una crescente richiesta di semplificazione, (DE)GENERATE(D) propone invece il valore della complessità. Le fotografie raccolte ad Arles non offrono risposte definitive, ma pongono domande sul rapporto tra memoria, tecnologia, identità e libertà dello sguardo. È proprio questa disponibilità a mettere in discussione le categorie consolidate a rendere l’esposizione uno degli appuntamenti più stimolanti del Festival OFF 2026, confermando il ruolo di Arles come uno dei principali laboratori internazionali dedicati alla fotografia e alla cultura visiva contemporanea.


Da Nathalie Dran RP <nathalierp@nathalierp.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Rigenerare partendo dalle comunità: Gravalos e Di Monte approdano in Sicilia

Da Catania a Palermo, gli architetti spagnoli Ignacio Grávalos e Patrizia Di Monte portano nell’Isola una riflessione sul futuro dello spazio pubblico. Al centro del confronto, il progetto ESTONOESUNSOLAR e le anticipazioni sul Premio In/Architettura 2026.

Non tutte le trasformazioni urbane cominciano con un grande piano regolatore. Talvolta nascono dall’osservazione di un terreno abbandonato, di uno spazio dimenticato o di una comunità che chiede nuovi luoghi di incontro. È questa la filosofia che ha guidato il lavoro dello studio spagnolo Gravalosdimonte, protagonista di un doppio appuntamento siciliano dedicato ai temi della rigenerazione urbana e dell’architettura contemporanea.


L’architettura come strumento di trasformazione sociale è stata al centro della Lectio Magistralis che Ignacio Grávalos e Patrizia Di Monte, fondatori dello studio Gravalosdimonte di Saragozza, hanno tenuto nella sede di ANCE Catania su iniziativa di IN/ARCH Sicilia. L’incontro ha offerto ai professionisti siciliani l’opportunità di confrontarsi con una delle esperienze europee più significative nel campo della rigenerazione urbana partecipata, ponendo l’accento sul rapporto tra progetto, sostenibilità e coinvolgimento delle comunità locali. Lo studio spagnolo è noto a livello internazionale soprattutto per il programma ESTONOESUNSOLAR, avviato a Saragozza nel 2009. Il progetto ha trasformato circa sessanta lotti urbani inutilizzati, i cosiddetti solares, in spazi pubblici temporanei destinati alla vita collettiva. Piccoli boschi urbani, aree gioco, luoghi per attività sportive, spazi culturali e piazze di quartiere hanno restituito funzioni e identità a vuoti cittadini che fino a quel momento rappresentavano soltanto elementi di degrado. L’iniziativa ha inoltre prodotto un significativo impatto sociale, favorendo l’inserimento lavorativo di persone disoccupate di lunga durata e diventando un modello studiato e replicato in oltre duecento città nel mondo. Il progetto è considerato uno dei casi più interessanti di urbanistica tattica e rigenerazione temporanea sviluppati nell’Europa del XXI secolo.

L’idea alla base di questa esperienza è semplice quanto radicale: una trasformazione urbana è realmente efficace solo quando nasce dall’ascolto di chi vive quotidianamente un territorio. La progettazione non viene quindi interpretata come un esercizio formale, ma come uno strumento capace di costruire relazioni sociali e migliorare la qualità della vita.

Durante l’incontro catanese Patrizia Di Monte ha sottolineato come la tutela dell’identità dei luoghi possa convivere con interventi innovativi, trasformando aree marginali in spazi condivisi capaci di rispondere alle esigenze di bambini, anziani, giovani artisti e diverse comunità presenti nei quartieri. Ignacio Grávalos ha invece richiamato l’attenzione sul ruolo dello spazio pubblico e sulla necessità di riequilibrare il rapporto tra automobili e pedoni, ricordando che camminare rappresenta un diritto fondamentale nella costruzione di città più vivibili. Secondo l’architetto spagnolo, il successo della rigenerazione urbana dipende dalla capacità di coinvolgere cittadini e amministrazioni in un percorso comune, sostenuto dalla ricerca scientifica e dall’innovazione progettuale.

L’iniziativa è stata promossa da IN/ARCH Sicilia insieme all’Ordine e alla Fondazione degli Architetti PPC di Catania, ad ANCE Catania, alla Consulta Regionale degli Ordini degli Architetti PPC della Sicilia e ad AIAPP Sicilia. Dopo i saluti istituzionali di Mariagrazia Leonardi, presidente di IN/ARCH Sicilia, di Melania Salpietro, consigliera dell’Ordine degli Architetti di Catania, e di Paolo Licandri, vicepresidente della Fondazione dell’Ordine, l’introduzione ai lavori è stata affidata a Martina Pappalardo.

Per gli architetti catanesi è stata anche l’occasione di confrontarsi con professionisti la cui attività è ampiamente riconosciuta nel panorama internazionale. I progetti di Gravalosdimonte sono infatti stati pubblicati sulle principali riviste di architettura e presentati in sedi prestigiose come il MAXXI di Roma, il DAZ di Berlino, il Nieuwe Instituut di Rotterdam, la Cité de l’Architecture et du Patrimoine di Parigi, lo Storefront for Art & Architecture di New York e i Nuevos Ministerios di Madrid. Lo studio ha inoltre partecipato a diverse edizioni della Biennale di Architettura di Venezia, uno dei principali osservatori internazionali sulle trasformazioni del progetto contemporaneo.

Rosario Fresta, presidente di ANCE Catania, ha evidenziato come l’incontro rappresenti un’importante occasione di crescita per i giovani progettisti e per il mondo delle costruzioni, mentre Mariagrazia Leonardi ha annunciato che Ignacio Grávalos e Patrizia Di Monte entreranno a far parte della giuria della prossima edizione del Premio In/Architettura 2026 insieme allo stesso Fresta, a Federica Doglio, direttore scientifico di Loqui – LetteraVentidue, a Serafino Sgarlata e allo studio SM Arch, premiato nell’edizione 2023. L’elevato numero di candidature già pervenute testimonia, secondo gli organizzatori, il crescente interesse dei professionisti verso i temi della rigenerazione territoriale.

L’attività di IN/ARCH, fondata nel 1959 da Bruno Zevi, continua del resto a promuovere il confronto tra cultura architettonica, ricerca progettuale e trasformazioni della società. Attraverso premi, mostre, convegni e attività di divulgazione, l’Istituto Nazionale di Architettura ha contribuito nel corso dei decenni a valorizzare le esperienze più innovative dell’architettura italiana e internazionale, favorendo il dialogo tra professionisti, università e istituzioni.

Il percorso siciliano dedicato allo studio Gravalosdimonte proseguirà venerdì 3 luglio a Palermo, nella sede dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia, con il talk “Narrativas de la incertidumbre”, dedicato alle relazioni tra architettura, comunità e trasformazioni urbane. Contestualmente sarà inaugurata la mostra ©ESTONOESUNSOLAR, che ripercorre il pluripremiato programma sviluppato a Saragozza attraverso materiali progettuali, immagini e documentazione dell’intervento. L’iniziativa è organizzata da IN/ARCH Sicilia insieme all’Ordine e alla Fondazione degli Architetti PPC della Provincia di Palermo, con il sostegno della Consulta degli Architetti PPC di Sicilia e il contributo dell’Istituto Cervantes di Palermo e dell’Oficina Cultural dell’Ambasciata di Spagna. La mostra sarà visitabile dal 3 al 17 luglio 2026, dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 17 e il venerdì dalle 9 alle 14.

L’appuntamento siciliano conferma come la rigenerazione urbana sia oggi uno dei principali terreni di confronto dell’architettura contemporanea. L’esperienza di Saragozza dimostra che il recupero degli spazi residuali non produce soltanto nuove funzioni urbane, ma può diventare un motore di inclusione sociale, sostenibilità ambientale e partecipazione civica. Un messaggio che trova particolare risonanza anche nelle città italiane, chiamate sempre più spesso a ripensare il patrimonio esistente prima ancora di consumare nuovo suolo.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Nivola vis-à-vis, a Orani il dialogo dell’arte attraversa il Novecento

Il Museo Nivola presenta il programma espositivo estate-autunno 2026: tre capitoli, quattro mostre e un nuovo allestimento raccontano Costantino Nivola attraverso il confronto con artisti, architetti e protagonisti della cultura del secondo dopoguerra.

Più che una successione di esposizioni, è un progetto di ricerca. Con “Nivola vis-à-vis” il museo di Orani rilegge l’opera di Costantino Nivola mettendola in relazione con figure che ne hanno condiviso esperienze, linguaggi e tensioni sperimentali, aprendo nuove prospettive di studio sul maestro sardo.


Le grandi personalità artistiche si comprendono fino in fondo quando vengono osservate accanto ai loro contemporanei. È da questa idea che nasce “Nivola vis-à-vis”, il nuovo programma espositivo del Museo Nivola di Orani, in provincia di Nuoro, affidato alla cura di Chiara Gatti con il supporto del Comitato Scientifico del museo. L’iniziativa accompagnerà la stagione estate-autunno 2026 attraverso un percorso articolato in tre capitoli tematici, concepiti per approfondire aspetti ancora poco esplorati della ricerca di Costantino Nivola e delle relazioni culturali che hanno segnato il suo percorso artistico.
L’idea del progetto nasce dal confronto con Claire Nivola, figlia dell’artista e rappresentante della famiglia, dal quale è emersa la volontà di costruire un programma fondato sulle “affinità elettive” tra Nivola e alcuni protagonisti del Novecento. La scelta assume un significato particolare anche per la concomitanza con la grande mostra antologica che in autunno vedrà Nivola protagonista alla Triennale di Milano, offrendo così al museo di Orani l’occasione di sviluppare un calendario espositivo complementare e scientificamente coerente.

Il titolo “vis-à-vis” richiama il tema dell’incontro e dello sguardo reciproco. Attorno all’opera di Nivola si sviluppa infatti un dialogo con Gianni Colombo, Ruth Guggenheim, Bruno Munari e Regina Cassolo Bracchi, figure che, in modi diversi, condivisero con lui la tensione verso la sperimentazione e una concezione dell’arte aperta al confronto con architettura, design, spazio e società. La riflessione si ispira anche al pensiero del filosofo Emmanuel Lévinas, per il quale il volto dell’altro rappresenta il luogo in cui prende forma la relazione autentica. È questa idea di confronto a costituire il filo conduttore dell’intero programma.

L’indagine si concentra in particolare su alcune delle esperienze più innovative del secondo dopoguerra, dall’astrazione allo spazialismo fino al concretismo, movimenti accomunati dalla ricerca di nuovi linguaggi espressivi e dalla naturale contaminazione tra discipline diverse. Una prospettiva perfettamente coerente con la figura di Costantino Nivola (1911-1988), artista che nel corso della sua carriera ha saputo attraversare scultura, architettura, grafica e progettazione urbana, sviluppando una ricerca nella quale il rapporto tra opera e ambiente ha assunto un ruolo centrale.

Il primo capitolo, “Stanze”, prenderà avvio il 23 luglio con la mostra “Nivola, Colombo e lo spazio intorno”, curata da Chiara Gatti e Anna Pirisi in collaborazione con l’Archivio Gianni Colombo di Milano. L’esposizione, allestita fino al 25 ottobre nello spazio del Lavatoio, mette in relazione due maestri che, attorno al 1968, affrontavano in maniera sorprendentemente affine il tema dello spazio come esperienza vissuta. Da una parte la Stanza dei sogni di Nivola, dall’altra lo Spazio elastico di Gianni Colombo, affiancati da una Stanza della memoria costruita attraverso la partecipazione della comunità di Orani. Il progetto evidenzia come, per entrambi gli artisti, la stanza non fosse un semplice contenitore architettonico, ma un ambiente capace di mettere in relazione l’uomo con ciò che lo circonda.

Nello stesso periodo il museo celebrerà il centenario del Premio Nobel assegnato a Grazia Deledda con l’esposizione di una scultura in bronzo che Nivola dedicò alla scrittrice nella seconda metà degli anni Settanta. L’opera, concessa in prestito dal Banco di Sardegna, sarà collocata nel nuovo spazio del lucernario, creando un ulteriore dialogo tra la produzione dello scultore e una delle figure più rappresentative della cultura sarda.



Dal 13 novembre 2026 al 21 marzo 2027 il secondo capitolo, “Le relazioni fruttuose”, proporrà due esposizioni dedicate a personalità fondamentali della ricerca artistica del Novecento. La prima sarà riservata a Ruth Guggenheim, moglie di Nivola ma soprattutto artista autonoma e sperimentatrice raffinata. Il progetto, realizzato con opere in parte inedite appartenenti alla famiglia, approfondirà la sua produzione di sculture-gioiello e di lavori nei quali la precisione artigianale si trasforma in ricerca plastica astratta. Il percorso sarà arricchito da una serie di ritratti di Ruth realizzati da Costantino Nivola e mai esposti al pubblico.

La seconda mostra, curata da Lorenzo Giusti e Chiara Gatti, con un contributo storico di Nicoletta Boschiero, metterà a confronto Bruno Munari e Regina Cassolo Bracchi, due protagonisti assoluti della sperimentazione italiana del secondo dopoguerra. Attraverso una selezione di opere e documenti d’archivio, il progetto analizzerà temi che conservano ancora oggi una forte attualità, come il superamento dei confini disciplinari, il rapporto tra arte e industria, la dimensione ambientale dell’opera e la scomposizione della forma. La loro presenza nel programma si lega anche alle convergenze biografiche con Nivola, tra cui la partecipazione alla II Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma del 1935.

Il terzo capitolo, “Corrispondenze”, coinciderà con un profondo riallestimento della collezione permanente. A quindici anni dal precedente intervento, il museo riorganizzerà il proprio percorso espositivo adattandolo anche ai prestiti destinati alla mostra della Triennale di Milano. Il progetto, curato dallo staff del museo con la consulenza dell’architetto Alessandro Floris e del designer Leonardo Sonnoli, consentirà di valorizzare opere finora conservate nei depositi, accogliere nuove donazioni degli eredi e costruire connessioni inedite all’interno della raccolta. Una sezione speciale sarà dedicata alla fotografia, grazie alla collaborazione con l’Archivio Ilisso, che presenterà per la prima volta un ciclo di immagini realizzate da Nivola tra le strade di Orani, restituendo uno sguardo intimo sul paese, sulla sua gente e sul paesaggio della cava di talco.

Il programma riserva inoltre spazio alla contemporaneità con “Ritratto di comunità: Orani”, progetto dell’artista Giammarco Cugusi, previsto tra ottobre e novembre 2026. Attraverso una residenza artistica e un laboratorio partecipativo, gli abitanti del paese saranno coinvolti nella realizzazione di un’installazione collettiva costruita a partire da racconti, incontri e dalla donazione di un bicchiere inciso con una parola scelta da ciascun partecipante. L’opera culminerà in una grande tavolata e in un brindisi aperto al pubblico, riaffermando il ruolo sociale del museo come luogo di partecipazione oltre che di conservazione.

Fondato nel 1995 e gestito dall’omonima Fondazione, il Museo Nivola rappresenta oggi il principale centro internazionale dedicato allo studio dell’artista di Orani. Il complesso architettonico, sviluppato lungo la collina che domina il paese e progettato a partire dall’intervento di Peter Chermayeff, è stato progressivamente ampliato da Umberto Floris, Sebastiano Gaias, Gianfranco Crisci e Alessandro Floris, diventando un luogo in cui architettura, natura e paesaggio dialogano secondo lo spirito che ha sempre caratterizzato la ricerca di Nivola. La collezione permanente conserva centinaia di sculture, dipinti, disegni e numerosi esempi dei celebri sandcast, la tecnica di fusione nella sabbia che rese l’artista noto a livello internazionale e che influenzò profondamente il rapporto tra scultura, spazio pubblico e progetto architettonico. Dal maggio 2026 il museo è inoltre entrato a far parte di AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, confermando il proprio ruolo nel panorama nazionale.

Con “Nivola vis-à-vis” il museo non propone soltanto una successione di mostre, ma un articolato progetto di ricerca che mette al centro relazioni, influenze e corrispondenze. Un invito a rileggere l’opera di Costantino Nivola non come esperienza isolata, ma come parte di una rete di dialoghi che attraversa il Novecento e continua ancora oggi a offrire nuove prospettive sulla storia dell’arte, del design e della cultura del progetto.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

La Loggia di Raffaello, cinque anni di restauro per uno dei capolavori del Rinascimento

Musei Vaticani, World Monuments Fund e Stephen A. Schwarzman Foundation avviano un intervento conservativo senza precedenti sulla Seconda Loggia del Palazzo Apostolico. Il progetto unirà ricerca scientifica, formazione internazionale e nuove tecnologie per restituire piena leggibilità a uno dei cicli decorativi più straordinari del Cinquecento.

Non tutti i grandi restauri riguardano soltanto le opere d’arte. Alcuni diventano occasioni per far progredire la ricerca, trasmettere competenze e ridefinire il modo stesso in cui il patrimonio culturale viene conservato. È questa la prospettiva del nuovo intervento dedicato alla Loggia di Raffaello nei Musei Vaticani.


A Roma ci sono luoghi che raccontano il Rinascimento meglio di qualsiasi manuale di storia dell’arte. Questo è il caso de La Loggia di Raffaello, al secondo piano del Palazzo Apostolico e affacciata sul Cortile di San Damaso. È qui che prende avvio uno dei più importanti interventi conservativi degli ultimi anni: un cantiere quinquennale destinato al restauro dell’ala ovest della Seconda Loggia, promosso dai Musei Vaticani grazie al sostegno del World Monuments Fund (WMF) e della Stephen A. Schwarzman Foundation. Il progetto è stato presentato il 24 giugno nella Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani e rappresenta una delle più significative iniziative internazionali dedicate alla tutela del patrimonio rinascimentale.

Progettata da Raffaello Sanzio e decorata tra il 1517 e il 1519 dalla sua bottega per papa Leone X de’ Medici, la Loggia costituisce una delle espressioni più alte dell’arte rinascimentale applicata all’architettura. Dopo la morte dell’Urbinate nel 1520, furono soprattutto i suoi collaboratori più fidati a completarne la decorazione seguendo fedelmente il linguaggio ideato dal maestro. Tra questi emergono Giulio Romano, autore delle scene bibliche dipinte sulle volte, Giovanni da Udine, responsabile degli straordinari apparati botanici, delle celebri grottesche e degli stucchi all’antica, mentre parte delle decorazioni ornamentali è attribuita a Perin del Vaga. La fortuna dell’opera fu immediata: artisti provenienti da tutta Europa ne studiarono le invenzioni decorative e la Loggia divenne una tappa imprescindibile del Grand Tour, contribuendo alla diffusione del gusto rinascimentale ben oltre i confini italiani.

L’ambiente misura circa 65 metri di lunghezza per 4 di larghezza ed è articolato in tredici campate. Ciascuna presenta quattro episodi biblici dipinti sulle volte: le prime dodici dedicate all’Antico Testamento, l’ultima al Nuovo Testamento. L’insieme costituisce un sofisticato programma iconografico nel quale pittura, architettura e decorazione vegetale dialogano secondo quella concezione unitaria dello spazio che rappresenta una delle conquiste più originali del Rinascimento maturo. Le celebri grottesche, ispirate alle decorazioni della Domus Aurea riscoperta alla fine del Quattrocento, trasformano la Loggia in una delle massime testimonianze della rinascita dell’ornato classico nel XVI secolo.

Il nuovo intervento nasce dalla necessità di affrontare problemi conservativi che si sono progressivamente aggravati nel tempo. Tra il 1813 e il 1814, sotto la supervisione di Antonio Canova, le arcate orientali della Loggia vennero chiuse con vetrate. La trasformazione modificò profondamente il microclima dell’ambiente, riducendo il naturale ricambio d’aria e favorendo la formazione di umidità proveniente dai livelli superiori dell’edificio. A ciò si è aggiunta la particolare fragilità delle tecniche esecutive impiegate nel Cinquecento: sottilissime stesure a secco sulle grottesche, finiture a tempera e a calce applicate su basi ad affresco, pigmenti delicati come l’azzurrite. L’insieme di questi fattori ha determinato uno stato di conservazione particolarmente complesso, rendendo indispensabile una metodologia di intervento estremamente selettiva.

Per definire il protocollo operativo, i Musei Vaticani hanno sviluppato un cantiere pilota sulla sesta campata della Loggia. L’attività si è svolta in due fasi, dal gennaio 2019 al settembre 2020 e successivamente dal gennaio 2023 al dicembre 2024. Le indagini hanno consentito di mettere a punto un sistema di pulitura capace di rispettare la straordinaria delicatezza delle superfici originali, evitando procedure chimiche che avrebbero potuto compromettere gli strati pittorici più fragili.

Come ha spiegato Paolo Violini, responsabile del Laboratorio di Restauro Dipinti e Materiali Lignei dei Musei Vaticani, la soluzione individuata prevede una pulitura “a secco” mediante tecnologia laser a fibra attiva. Dopo numerose prove comparative, questo sistema si è dimostrato il più efficace per controllare con estrema precisione il livello di rimozione dei depositi superficiali, preservando le finiture originali e i residui pittorici più sensibili. Si tratta di una tecnologia ormai consolidata nel restauro delle opere d’arte, ma che in un contesto tanto complesso trova una delle sue applicazioni più impegnative.

L’intervento coinvolgerà oltre venti restauratori dei Musei Vaticani, chiamati a operare su circa 1.300 metri quadrati di superfici decorate. Il lavoro sarà svolto in stretta collaborazione con il Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI, il Gabinetto di Ricerche Scientifiche e l’Ufficio del Conservatore dei Musei Vaticani, integrando competenze storico-artistiche, diagnostica scientifica e restauro specialistico.

Sul piano economico il progetto può contare su un finanziamento di 5,5 milioni di dollari destinati specificamente al restauro dell’ala ovest della Loggia, reso possibile dal World Monuments Fund e dalla Stephen A. Schwarzman Foundation. L’iniziativa si inserisce inoltre nel più ampio programma internazionale “Legacy of Raphael: The Vatican and Beyond”, sostenuto dalla stessa fondazione con un contributo complessivo di 14,275 milioni di dollari, che comprende attività di documentazione digitale, divulgazione e formazione professionale nel settore della conservazione delle pitture murali.

Barbara Jatta, Direttore dei Musei Vaticani, ha sottolineato come questo intervento rappresenti una tappa decisiva sia nella storia del restauro sia negli studi sul Rinascimento italiano. Bénédicte de Montlaur, presidente e CEO del World Monuments Fund, ha evidenziato invece il valore universale della Loggia di Raffaello, definendola uno dei complessi artistici più importanti e delicati al mondo. Stephen Schwarzman ha posto infine l’accento sull’eredità più duratura dell’iniziativa: la formazione di nuove generazioni di restauratori che potranno applicare le competenze acquisite anche alla tutela di altri patrimoni culturali internazionali.

Il progetto guarda già oltre il completamento del cantiere. Grazie al contributo dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums saranno installati un nuovo impianto di illuminazione e nuove vetrate ad alte prestazioni, capaci di filtrare i raggi ultravioletti e ridurre il calore in ingresso, assicurando al tempo stesso una migliore qualità visiva. Sono interventi apparentemente discreti, ma fondamentali per garantire condizioni ambientali più stabili e una conservazione durevole delle decorazioni.

Il restauro della Loggia di Raffaello non rappresenta soltanto un’operazione di recupero materiale. È un progetto che mette insieme ricerca scientifica, cooperazione internazionale e trasmissione delle competenze, confermando come la tutela del patrimonio artistico richieda oggi una visione ampia, nella quale conservazione, conoscenza e formazione procedono insieme. In questo senso il cantiere dei Musei Vaticani diventa non solo un laboratorio di restauro, ma anche un modello di collaborazione internazionale al servizio di uno dei massimi capolavori del Rinascimento.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Spring Attitude oltre il festival: S/A WAVES porta la musica a Roma per l’estate

Dopo il successo della quindicesima edizione, Spring Attitude prolunga la propria presenza in città con S/A WAVES: tre appuntamenti tra luglio e settembre con Mille, Ex-Otago e i Cani, confermando il festival come osservatorio permanente sulla musica contemporanea.

Non più soltanto un festival concentrato in pochi giorni, ma un progetto culturale che accompagna la città durante tutto l’anno. Con S/A WAVES, Spring Attitude trasforma l’estate romana in un percorso di incontri, concerti e nuove esperienze musicali, consolidando un’identità costruita negli anni tra ricerca artistica e partecipazione del pubblico.


La conclusione di un festival non coincide necessariamente con la fine del suo racconto. È questa l’idea che guida S/A WAVES, il format con cui Spring Attitude continua a vivere ben oltre le giornate della manifestazione principale, trasformando la programmazione estiva in un’estensione naturale di un progetto culturale che da oltre quindici anni rappresenta uno dei principali punti di riferimento italiani per la musica contemporanea. Dopo il successo dell’edizione 2026, che alla fine di maggio ha richiamato circa ventimila spettatori negli spazi del Roma Convention Center La Nuvola, il festival torna infatti ad animare la capitale con tre nuovi appuntamenti distribuiti tra luglio e settembre.

Nato nel 2008, Spring Attitude ha progressivamente costruito una propria identità all’interno del panorama musicale europeo, affiancando alle sonorità elettroniche una crescente attenzione verso il pop d’autore, l’indie, la sperimentazione e le nuove tendenze internazionali. Nel tempo il festival ha ospitato artisti provenienti da scene musicali molto diverse, diventando uno spazio di confronto tra linguaggi, generazioni e pubblici differenti. Da questa esperienza prende forma anche S/A WAVES, pensato per mantenere vivo il dialogo con la città durante tutto l’anno e offrire nuove occasioni di incontro tra artisti e spettatori.

Il programma estivo prenderà il via il 1° luglio all’Eur Social Park, dove salirà sul palco Mille, cantautrice, musicista e performer considerata una delle personalità più originali emerse negli ultimi anni nella scena pop italiana. La sua ricerca musicale, che intreccia scrittura cantautorale, elettronica e sensibilità pop, rappresenta bene quella capacità di superare i confini tra i generi che costituisce uno dei tratti distintivi della programmazione di Spring Attitude.

Il secondo appuntamento è fissato per il 12 luglio, ancora all’Eur Social Park, con gli Ex-Otago, protagonisti di uno dei percorsi più significativi dell’indie italiano degli ultimi quindici anni. Il concerto romano si inserisce nel tour celebrativo dedicato al decennale di Marassi, l’album pubblicato nel 2016 che ha rappresentato una svolta nella storia della formazione genovese. Con quel disco la band riuscì infatti ad ampliare il proprio pubblico mantenendo una cifra stilistica personale, fatta di melodie immediate, attenzione ai testi e uno sguardo capace di raccontare la quotidianità con sensibilità generazionale. Ancora oggi Marassi è considerato uno dei lavori più rappresentativi del loro repertorio.

A chiudere il cartellone saranno i due concerti de i Cani, in programma il 10 e l’11 settembre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Il ritorno della formazione guidata da Niccolò Contessa rappresenta uno degli eventi più attesi della stagione live. Dopo il tour autunnale nei club, interamente sold out, e la pubblicazione di post mortem, la band torna infatti a esibirsi nella capitale con due serate destinate a richiamare un pubblico numeroso. Fin dagli esordi, i Cani hanno esercitato un’influenza rilevante sul linguaggio del nuovo cantautorato italiano, contribuendo a ridefinire l’estetica della scena indipendente attraverso un uso originale dell’elettronica, della produzione domestica e di una scrittura capace di raccontare il presente urbano con ironia e lucidità.

La scelta di distribuire gli appuntamenti nell’arco dell’estate riflette una precisa idea progettuale. S/A WAVES non nasce come semplice appendice del festival principale, ma come uno strumento per consolidare una presenza culturale stabile sul territorio, mantenendo vivo il rapporto costruito con il pubblico durante la manifestazione di maggio. L’obiettivo è continuare a osservare le trasformazioni della musica contemporanea, offrendo una programmazione che favorisca l’incontro tra artisti affermati, nuove proposte e comunità di ascoltatori sempre più eterogenee.

In questa prospettiva Spring Attitude conferma una caratteristica che negli anni ne ha accompagnato la crescita: interpretare il festival non come un evento isolato, ma come un laboratorio permanente di produzione culturale. L’attenzione alla qualità artistica, la capacità di leggere l’evoluzione dei linguaggi musicali e il dialogo costante con gli spazi della città hanno contribuito a trasformare la manifestazione in un punto di riferimento per chi segue le nuove tendenze della scena italiana e internazionale.

Con S/A WAVES questa visione si prolunga oltre il calendario tradizionale del festival. Roma diventa così il luogo di una programmazione diffusa che accompagna l’estate con concerti pensati non soltanto come spettacoli, ma come occasioni di scoperta, ascolto e condivisione. Una continuità progettuale che rafforza il ruolo di Spring Attitude come osservatorio privilegiato sulle evoluzioni della musica contemporanea e sulle forme con cui essa continua a costruire relazioni tra artisti, pubblico e città.


Da FAM Press <info@fampress.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences