Mese: Luglio 2026

  • Scoprire il Friuli Venezia Giulia: un’estate che unisce giovani, territorio e identità

    Scoprire il Friuli Venezia Giulia: un’estate che unisce giovani, territorio e identità

    Duecentocinquanta studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume partecipano al soggiorno formativo promosso dall’Università Popolare di Trieste. Tra natura, sport e cultura, il progetto rafforza il legame con il Friuli Venezia Giulia e con la Comunità Nazionale Italiana.

    Non tutte le esperienze educative si svolgono tra i banchi di scuola. Alcune prendono forma lungo i sentieri di montagna, davanti a un paesaggio sconosciuto o durante un incontro capace di lasciare un ricordo destinato a durare. È da questa convinzione che nasce “Scoprire il Friuli Venezia Giulia”, il soggiorno estivo che coinvolge 250 studenti delle scuole italiane dell’Istria e di Fiume in un percorso dove formazione, territorio e identità crescono insieme.


    L’educazione non si costruisce soltanto attraverso lo studio, ma anche grazie alle esperienze condivise, alla scoperta dei luoghi e all’incontro con persone capaci di trasmettere valori. È questo il principio che ispira “Scoprire il Friuli Venezia Giulia”, il soggiorno montano estivo promosso dall’Università Popolare di Trieste nell’ambito del Piano permanente di collaborazione con l’Unione Italiana, realizzato in collaborazione con il Consorzio Sappada Dolomiti Turismo e Travel One e sostenuto dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
    L’iniziativa coinvolge 250 alunni delle classi VI e VII delle Scuole Elementari Italiane dell’Istria e di Fiume, provenienti dalle comunità italiane di Croazia e Slovenia. I ragazzi soggiornano presso il Bella Italia EFA Village di Piani di Luzza, nel territorio di Forni Avoltri, nel cuore della Carnia, accompagnati da ventisette insegnanti, tre coordinatrici dell’Università Popolare di Trieste e da uno staff formato da otto istruttori e accompagnatori qualificati. Il programma alterna attività sportive, escursioni naturalistiche, laboratori culturali e momenti di formazione, trasformando il soggiorno in un’esperienza educativa a tutto tondo.

    L’obiettivo va ben oltre quello di offrire una vacanza estiva. Il progetto intende rafforzare il senso di appartenenza alla Comunità Nazionale Italiana, favorire la conoscenza reciproca tra giovani provenienti da territori diversi e consolidare il rapporto con il Friuli Venezia Giulia, regione storicamente legata alle vicende dell’Adriatico orientale. È una prospettiva che trova solide radici nella storia di confine di questo territorio, da sempre crocevia di culture, lingue e tradizioni differenti.

    Da decenni l’Università Popolare di Trieste svolge un ruolo centrale nella promozione della cultura italiana presso le comunità storiche presenti in Slovenia e Croazia. Attraverso iniziative formative, scambi culturali e progetti dedicati alle nuove generazioni, l’istituzione contribuisce a mantenere vivo un patrimonio linguistico e culturale riconosciuto e tutelato anche dagli accordi internazionali che regolano la protezione delle minoranze nazionali.

    Come ha sottolineato il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian, il progetto vuole offrire ai ragazzi un’occasione capace di unire scoperta del territorio, crescita personale e condivisione dei valori della Comunità Italiana. In questa prospettiva il Friuli Venezia Giulia diventa uno spazio di incontro e di cooperazione, nel quale costruire relazioni durature tra giovani appartenenti alla stessa tradizione culturale pur vivendo in Paesi diversi.

    Particolarmente significativa è stata la giornata istituzionale inaugurale, che ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni italiane e croate, confermando il valore del progetto anche sul piano della cooperazione transfrontaliera. Erano presenti l’assessore regionale Pierpaolo Roberti, il deputato al Parlamento croato Marin Corva, il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana Paolo De Marin, il vicesindaco di Sappada Silvio Fauner, il sindaco di Forni Avoltri Fulvio Sluga, oltre al presidente e al segretario generale dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian e Fabrizio Somma.

    Nel suo intervento Pierpaolo Roberti ha evidenziato come la presenza di 250 ragazze e ragazzi delle scuole italiane di Slovenia e Croazia rappresenti un modo concreto per rinsaldare il legame con il Friuli Venezia Giulia e con l’Italia. L’assessore ha inoltre ricordato il valore didattico delle attività previste, che consentono ai partecipanti di conoscere direttamente la montagna, le sue tradizioni e le attività economiche che caratterizzano questo ambiente, coniugando formazione, turismo e identità culturale.

    Tra i momenti più attesi figura l’incontro con due protagonisti dello sport italiano, Silvio Fauner e Pietro Piller Cottrer. I due campioni olimpici condividono con gli studenti il proprio percorso umano e agonistico, raccontando le esperienze che li hanno portati a conquistare complessivamente nove medaglie olimpiche. Attraverso immagini, filmati e testimonianze dirette, i ragazzi possono rivivere alcune delle pagine più significative dello sci nordico italiano, osservando da vicino anche la medaglia d’oro conquistata da Fauner ai Giochi Olimpici Invernali di Lillehammer del 1994, simbolo di una carriera costruita con disciplina, spirito di squadra e determinazione.

    Il percorso educativo si arricchisce anche grazie alla collaborazione con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, che propone lo spettacolo “I Piccoli di Podrecca on the road”. L’iniziativa richiama la straordinaria tradizione dei celebri burattini ideati da Vittorio Podrecca all’inizio del Novecento, ambasciatori della creatività italiana nei principali teatri del mondo, offrendo ai partecipanti un’occasione di incontro con una pagina significativa della storia dello spettacolo nazionale.

    In un’epoca in cui il concetto di confine assume significati sempre più complessi, iniziative come questa dimostrano come la cultura possa trasformarsi in uno strumento concreto di dialogo. La conoscenza del territorio, il contatto con la natura, l’incontro con figure esemplari dello sport e della cultura e la condivisione della lingua italiana diventano elementi di un’unica esperienza formativa, capace di rafforzare il senso di appartenenza senza rinunciare all’apertura europea.

    Il soggiorno “Scoprire il Friuli Venezia Giulia” conferma così il ruolo dell’Università Popolare di Trieste come ponte stabile tra il Friuli Venezia Giulia e le Comunità Italiane dell’Adriatico orientale. Investire sulle nuove generazioni significa infatti costruire relazioni destinate a durare nel tempo, valorizzando una comune identità culturale e linguistica che continua a rappresentare uno degli elementi più significativi della cooperazione tra le due sponde dell’Adriatico.


    Da Federica Zar <zar@apscom.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Casa degli Artisti, tre giorni per entrare nel laboratorio dell’arte contemporanea

    Casa degli Artisti, tre giorni per entrare nel laboratorio dell’arte contemporanea

    Con “Summertime”, dal 7 al 9 luglio, gli spazi di Casa degli Artisti a Milano si aprono al pubblico tra atelier visitabili, residenze, workshop, incontri e il debutto del progetto internazionale “Kaleidoskop”, ponte culturale tra Milano e Friburgo.

    Ci sono luoghi che si visitano per vedere opere concluse e altri che invitano a osservare ciò che accade prima. Casa degli Artisti appartiene alla seconda categoria: uno spazio dove l’arte prende forma attraverso il confronto, la sperimentazione e la condivisione. Dal 7 al 9 luglio 2026 questo processo diventa accessibile al pubblico con “Summertime”, un programma che trasforma gli atelier in luoghi d’incontro e di partecipazione.


    L’arte contemporanea non vive soltanto nelle sale espositive. Sempre più spesso nasce all’interno di residenze, laboratori e studi condivisi, dove artisti, curatori, ricercatori e progettisti sviluppano idee destinate a evolvere nel tempo. È proprio questa dimensione, normalmente riservata ai lavori in corso, a diventare protagonista di Summertime, il palinsesto estivo organizzato da Casa degli Artisti di Milano, in programma il 7, 8 e 9 luglio 2026. Tre giornate durante le quali il pubblico potrà entrare negli atelier, conoscere gli artisti residenti e partecipare direttamente ai processi della ricerca contemporanea.
    Casa degli Artisti, in corso Garibaldi, rappresenta oggi uno dei più significativi centri italiani dedicati alle residenze artistiche. La sua storia affonda le radici nel primo Novecento, quando l’edificio nacque come luogo destinato ad accogliere creativi e intellettuali. Dopo un lungo periodo di chiusura e un importante intervento di recupero, è tornato a vivere come laboratorio multidisciplinare aperto alla città, mantenendo intatta la vocazione originaria: sostenere la produzione culturale e favorire l’incontro tra discipline diverse.

    Questa filosofia emerge con chiarezza nel programma di Summertime, che alterna open studio, workshop partecipativi, incontri pubblici, presentazioni editoriali e momenti conviviali. Più che una semplice rassegna, si tratta di un invito a comprendere come nasce un’opera, osservando da vicino il lavoro quotidiano di artisti impegnati in residenze dedicate alla sperimentazione e alla ricerca.

    Il cuore dell’iniziativa è costituito dagli atelier aperti al pubblico, visitabili ogni giorno dalle 18 alle 21. Gli spazi ospitano i protagonisti della residenza multidisciplinare Omnirica – Spazi Desideranti, dedicata al potere trasformativo dell’immaginazione, con Alessia Bernardini, Max Botticelli, Francesco Ciavaglioli, Tolja Djokovic e Claudia Müller Montes. A questi si affiancano Giulia Pompilj, impegnata nella residenza Italia Pazza, e l’artista paraguaiano Ángel Uriel Barreto, vincitore del Premio Open Borders 2025, che sviluppa una ricerca sul rapporto tra spazio urbano, memoria e pratiche di resistenza attraverso fotografia, video e materiali d’archivio.

    La residenza Omnirica – Spazi Desideranti, attiva per l’intero 2026, propone un confronto tra arti visive, performance, suono e linguaggi ibridi, riflettendo sulla percezione multisensoriale, sulle narrazioni urbane e sulle relazioni tra esseri umani e ambiente. È un esempio di come le residenze contemporanee non siano più semplicemente spazi di lavoro individuale, ma dispositivi culturali nei quali ricerca artistica e partecipazione pubblica si alimentano reciprocamente.

    Martedì 7 luglio il programma prevede anche l’incontro Narrazioni urbane nello spazio desiderante, durante il quale l’architetto Andrea Milani presenterà il volume Andrea Milani. Architetture, pubblicato da Electa nel 2026 e scritto da Marco Mulazzani. L’appuntamento mette in relazione il progetto architettonico con le riflessioni sviluppate dagli artisti in residenza, offrendo un’occasione di confronto sul rapporto tra memoria, paesaggio e trasformazione dello spazio contemporaneo.

    L’acqua costituisce invece il filo conduttore dei workshop aperti al pubblico in programma l’8 e il 9 luglio. Claudia Müller Montes e Alessia Bernardini affrontano questo tema da prospettive differenti, proponendo attività partecipative dedicate ai fiumi, ai corsi d’acqua sotterranei e alla costruzione di archivi condivisi. Ceramica, cartografie collettive, testimonianze e pratiche artistiche diventano strumenti per riflettere sul rapporto tra città, ecosistemi e memoria dei luoghi. Il successivo talk Ontologia liquida amplia ulteriormente il confronto coinvolgendo curatori, geografi, architetti paesaggisti, artisti ed esperti della gestione delle acque.

    Il momento culminante della manifestazione coincide con l’inaugurazione di Kaleidoskop, prevista per la serata del 9 luglio. Più che una mostra tradizionale, il progetto inaugura uno scambio internazionale tra Casa degli Artisti e Kulturwerk T66 di Friburgo, destinato a proseguire fino all’autunno con una doppia esposizione tra Italia e Germania. L’iniziativa nasce dalla convinzione che le residenze artistiche siano luoghi privilegiati per costruire relazioni culturali, favorire la mobilità degli artisti e creare nuove reti europee di collaborazione.

    Curato da Andrea B. Del Guercio insieme a Casa degli Artisti, Kaleidoskop riunisce a Milano le opere di Ute Beyer, Elisabeth Bereznicki, Tanja Bürgelin-Arslan, Matthias Dämpfle, Jürgen Giersch, Thomas Hammelmann, Claudia Michel ed Eva Rosentiel, esponenti della scena artistica di Friburgo. Pittura, fotografia, installazione, scultura, luce e sperimentazione tecnologica convivono in un percorso che riflette la pluralità delle pratiche contemporanee. A partire dal 5 agosto sarà invece Friburgo a ospitare una selezione di artisti legati a Casa degli Artisti, tra cui Arianna Giorgi, Eleonora Roaro, Claudia Müller Montes, Daniele Nicolosi, Alessia Bernardini, Simona Da Pozzo, Francesco Ciavaglioli, Roxy Ceron, Matteo Bicego, Visualcontainer, Concetta Modica e Julija Kasteluči.

    Il titolo Kaleidoskop richiama il funzionamento dello strumento ottico che, a partire dagli stessi elementi, genera immagini sempre nuove. È una metafora efficace per descrivere un progetto che mette in dialogo linguaggi differenti, generazioni diverse e pratiche autonome, costruendo nuove possibilità di confronto tra due realtà artistiche europee. La scelta del formato Open House conferma inoltre la volontà di superare il modello tradizionale della mostra, trasformando gli atelier e gli spazi di lavoro in parte integrante dell’esperienza di visita.

    Nel panorama culturale contemporaneo le residenze artistiche assumono un ruolo sempre più strategico. Non sono semplicemente luoghi di ospitalità, ma laboratori nei quali ricerca, formazione e produzione dialogano con il territorio, favorendo la nascita di progetti interdisciplinari e collaborazioni internazionali. Iniziative come Summertime permettono al pubblico di entrare in questo processo, osservando non soltanto il risultato finale, ma anche il percorso che conduce alla realizzazione di un’opera.

    Per tre giorni Casa degli Artisti apre dunque le proprie porte non tanto per mostrare ciò che è già compiuto, quanto per condividere il valore della ricerca. Un invito a vivere l’arte contemporanea come esperienza in divenire, fatta di incontri, sperimentazioni e relazioni che, proprio come le immagini di un caleidoscopio, continuano a trasformarsi senza mai perdere la propria capacità di sorprendere.


    Da Ufficio Stampa Casa degli Artisti | Emanuela Filippi Eventi e Comunicazione <emanuela.filippi@casadegliartisti.org> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Incontri Provinciali d’Arte, a Leonessa l’arte sceglie il dialogo con il territorio

    Incontri Provinciali d’Arte, a Leonessa l’arte sceglie il dialogo con il territorio

    La prima edizione della rassegna ideata da Silvia Martoni trasforma il borgo reatino in una mostra diffusa, dove artisti, spazi storici e paesaggio diventano protagonisti di un unico percorso culturale.

    Lontano dai grandi circuiti espositivi, esistono luoghi nei quali l’arte riesce ancora a costruire un rapporto diretto con il territorio e con chi lo abita. È da questa idea di prossimità che nasce “Incontri Provinciali d’Arte”, una rassegna che dall’11 luglio al 1° agosto 2026 porterà a Leonessa artisti provenienti da tutta Italia, dando vita a un percorso espositivo diffuso tra architetture storiche, laboratori e spazi della quotidianità.


    Negli ultimi anni il concetto di mostra diffusa si è affermato come una delle modalità più interessanti per valorizzare il patrimonio culturale dei piccoli centri. L’opera d’arte esce dalle sale tradizionali e dialoga con il contesto urbano, invitando il visitatore a scoprire il paesaggio, la storia e le comunità che lo abitano. È questa la filosofia che anima Incontri Provinciali d’Arte, la nuova rassegna promossa dalla Pro Loco Città di Leonessa e accolta con il patrocinio del Comune, in programma dall’11 luglio al 1° agosto 2026 nel suggestivo borgo dei Monti Reatini.
    Il progetto è ideato e curato dall’architetto e artista visiva Silvia Martoni, che trasferisce in questa iniziativa l’esperienza maturata attraverso il proprio blog dedicato all’arte contemporanea. Da anni quello spazio virtuale rappresenta un luogo di incontro tra autori, opere e pubblico; oggi quella rete di relazioni prende forma concreta in una manifestazione che invita artisti provenienti da diverse regioni italiane a confrontarsi con Leonessa, città d’arte situata a circa mille metri di altitudine nel cuore dell’Appennino laziale.

    L’iniziativa nasce anche grazie all’impegno della Pro Loco Città di Leonessa e della vicepresidente Valentina Milano, che ha sostenuto attivamente la realizzazione della rassegna. Il risultato è un progetto che distribuisce eventi e installazioni nello spazio e nel tempo, superando il modello della mostra concentrata in un’unica sede e proponendo invece un’esperienza di visita costruita sul movimento, sull’incontro e sulla scoperta.

    Alla prima edizione partecipano Fabio Imperiale, Fabio Maria Alecci e Gianluca Esposito de La Prima Stanza Home Gallery di Vitorchiano, Fabrizio Di Nardo, Gian Domenico Negroni, il gruppo Le Fonticelle di Frosolone che presenta Riccardo Sala, in arte Riky Boy, Massimo Centaro, Pier Paola Canè, Renata Spuria, conosciuta come Renée, Sabrina Sensoli, Simona Ballesio e Vanessa Nicoli. Si tratta di un insieme eterogeneo di esperienze artistiche che testimonia la varietà della ricerca contemporanea italiana, capace di attraversare linguaggi, tecniche e sensibilità differenti.

    L’inaugurazione è fissata per sabato 11 luglio alle ore 11.30 presso il Loggiato della Chiesa di San Pietro, nel centro storico di Leonessa. Da quel momento il pubblico potrà seguire un itinerario che si svilupperà tra alcuni dei luoghi più rappresentativi del borgo, comprendendo chiostri, chiese, gallerie d’arte, atelier di artisti locali, laboratori artigiani e altri spazi normalmente estranei ai percorsi espositivi tradizionali. L’arte diventa così occasione per leggere il tessuto urbano da una prospettiva diversa, valorizzando il patrimonio storico e architettonico della cittadina.

    Il calendario prevede inoltre alcuni appuntamenti speciali. Il 18 luglio Leonessa ospiterà un gruppo di partecipanti di Sketchcrawl Roma, movimento internazionale che promuove il disegno dal vero come strumento di osservazione e condivisione. I disegnatori lavoreranno tra vicoli, piazze e scorci del centro storico, restituendo attraverso il segno una lettura personale del paesaggio urbano.

    Particolarmente significativa sarà anche l’esperienza proposta da Fabio Imperiale, che dal 17 al 19 luglio esporrà le proprie opere al Rifugio Vallonina. In questo caso il dialogo tra arte e ambiente naturale diventa parte integrante del progetto espositivo: il pubblico potrà raggiungere l’artista in quota e condividere con lui un’esperienza immersa nel paesaggio montano, dove la contemplazione delle opere si intreccia con quella della natura.

    L’idea di fondo della rassegna è quella dell’incontro. Non soltanto tra artisti e visitatori, ma anche tra linguaggi creativi, luoghi e comunità. Per facilitare questo percorso sarà disponibile una mappa che guiderà il pubblico tra le diverse sedi espositive, trasformando la visita in un itinerario culturale attraverso Leonessa e le sue architetture.

    Questa modalità di fruizione riflette una tendenza sempre più diffusa nel panorama europeo. Le mostre diffuse rappresentano infatti uno strumento efficace di rigenerazione culturale, capace di creare nuove connessioni tra patrimonio storico, turismo sostenibile e produzione artistica contemporanea. Inserire opere nei luoghi della vita quotidiana significa stimolare uno sguardo diverso sul territorio e favorire una partecipazione più spontanea, coinvolgendo residenti e visitatori in un’esperienza condivisa.

    In questo senso Incontri Provinciali d’Arte non si limita a presentare una collettiva di artisti contemporanei, ma propone un modo differente di vivere l’arte: meno concentrato sull’evento e più attento alle relazioni che le opere sono in grado di creare con i luoghi che le ospitano. Leonessa diventa così il teatro di un dialogo continuo tra memoria, creatività e paesaggio, dimostrando come anche un piccolo centro possa proporsi come laboratorio culturale aperto, capace di mettere in comunicazione esperienze provenienti da tutta Italia senza rinunciare alla propria identità.


    Da info <info@curart.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Per grazia, quando arte e musica si incontrano nel segno del dono

    Per grazia, quando arte e musica si incontrano nel segno del dono

    A Roma, negli spazi di Bibliothé, una serata intreccia concerti, arti visive, poesia e riflessione filosofica attorno al significato della grazia

    Domenica 5 luglio Bibliothé propone “Per grazia – L’albero dei desideri”, un appuntamento a ingresso libero che mette in dialogo musica da camera, performance artistiche, pensiero spirituale e convivialità. Un percorso culturale che riflette sul valore del dono e della gratuità attraverso linguaggi diversi.


    Nel cuore del centro storico di Roma, tra piazza Venezia e largo Argentina, Bibliothé è un ambiente nel quale libri, cucina, musica e riflessione convivono da anni in una proposta culturale originale. Domenica 5 luglio 2026, dalle 17.30, questo spazio ospita “Per grazia – L’albero dei desideri”, una serata a ingresso libero costruita come un dialogo tra discipline differenti, unite dal filo conduttore della grazia intesa come dono, apertura e possibilità di relazione. Il titolo dell’iniziativa richiama un concetto profondamente radicato nella tradizione cristiana e nella riflessione mistica. La grazia non è il risultato di una conquista personale, né la ricompensa di un merito acquisito. È, al contrario, ciò che viene accolto gratuitamente, un dono che precede ogni azione dell’uomo. Una prospettiva che trova uno dei suoi interpreti più significativi in San Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo del XVI secolo, autore di opere fondamentali come La salita del Monte Carmelo e La notte oscura, nelle quali il cammino spirituale passa attraverso l’abbandono dell’ego e l’apertura a una dimensione di gratuità. Il richiamo alla sua figura costituisce uno dei riferimenti centrali dell’intero programma.

    L’immagine dell’albero dei desideri, scelta come simbolo della manifestazione, rafforza questa visione. Più che rappresentare un obiettivo da raggiungere, l’albero richiama la crescita spontanea della vita, il dono che germoglia e si offre senza essere il frutto di una logica di possesso. Da questa suggestione nasce anche uno dei temi filosofici della serata: il confronto tra la gratuità della grazia e il valore del lavoro umano, non come concetti inconciliabili, ma come prospettive capaci di dialogare.

    Il programma riflette questa impostazione multidisciplinare. L’apertura è affidata al Sestetto di musica da camera del Conservatorio San Pietro a Majella, protagonista di un omaggio a Francis Poulenc, compositore francese che seppe fondere eleganza melodica, sensibilità religiosa e modernità espressiva. Figura di primo piano del gruppo parigino dei Les Six, Poulenc dedicò una parte significativa della propria produzione alla musica sacra, componendo opere come il celebre Gloria e lo Stabat Mater, nelle quali la spiritualità assume una dimensione profondamente umana.

    Alla musica seguirà l’intervento di Ismaele Calaciura Errante, intitolato Riconoscenza o riconoscimento? Apologia del lavoro umano contro la gratuità della grazia. Il tema propone una riflessione su uno dei nodi più attuali della cultura contemporanea: il rapporto tra il valore dell’impegno personale e ciò che, invece, sfugge alla logica della prestazione e del risultato. Più che una contrapposizione ideologica, il confronto si presenta come un’occasione per interrogarsi sul significato del dono nella società contemporanea.

    La serata prosegue alternando registri differenti. Tommaso Valerio Gentile e Havyangel, conosciuto dagli amici come Heavy, daranno vita a momenti performativi che preparano il cuore dell’iniziativa: la presentazione delle opere artistiche ispirate proprio al tema della grazia. L’esposizione sarà accompagnata da un aperitivo ayurvedico, elemento coerente con l’identità stessa di Bibliothé, da sempre attento al dialogo tra cultura occidentale e tradizioni orientali.

    La seconda parte dell’incontro approfondisce ulteriormente il rapporto tra parola e spiritualità. Clara Marcelli propone La parola oltre il linguaggio, riflessione ispirata ancora una volta a San Giovanni della Croce, mentre Tommaso Valerio Gentile presenta Ode e canti, portando la poesia al centro del percorso artistico della serata. A chiudere saranno il Trio di legni del Conservatorio San Pietro a Majella, con un programma dedicato a Wolfgang Amadeus Mozart, seguito dal Sacrificio sonoro e dalla jam session conclusiva, momento aperto all’incontro tra i diversi linguaggi musicali. Tra i protagonisti figurano anche i giovani Yudhisthir Barchi e Ulisse Seni, insieme ai musicisti del Conservatorio partenopeo.

    L’identità di Bibliothé contribuisce in modo determinante al significato dell’iniziativa. Nato come luogo di incontro tra studio e convivialità, ospita una biblioteca specializzata sull’India e sull’indologia, con volumi dedicati alla storia, alla filosofia, allo yoga, all’ayurveda e alle grandi tradizioni spirituali del subcontinente. Alla ricerca bibliografica affianca una proposta gastronomica vegetariana ispirata alla cucina ayurvedica, dando vita a uno spazio nel quale alimentazione, conoscenza e benessere vengono interpretati come aspetti complementari di una stessa esperienza culturale.

    Negli ultimi anni Roma ha visto crescere una rete di luoghi indipendenti capaci di affiancare ai grandi musei e ai teatri istituzionali una programmazione più sperimentale, costruita sull’incontro tra arti diverse. Bibliothé si inserisce pienamente in questa tendenza, privilegiando percorsi che superano la distinzione tradizionale tra concerto, conferenza, esposizione e performance.

    “Per grazia – L’albero dei desideri” rappresenta così molto più di una semplice successione di appuntamenti artistici. È un invito a rallentare, ad ascoltare linguaggi differenti e a riflettere sul significato del dono in un tempo dominato dalla velocità e dalla competizione. Musica, arti visive, filosofia, poesia e convivialità convergono in un’unica esperienza culturale che prova a restituire centralità alla relazione, dimostrando come il dialogo tra discipline diverse possa ancora generare occasioni autentiche di conoscenza e condivisione.


    Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Il Premio Laura Conti, ventisette anni di ricerca per un futuro sostenibile

    Il Premio Laura Conti, ventisette anni di ricerca per un futuro sostenibile

    L’edizione 2026 rinnova l’invito a laureati e ricercatori: al centro ambiente, innovazione, diritti e cultura della sostenibilità

    Da quasi tre decenni il Premio ICU – Laura Conti valorizza le migliori tesi universitarie dedicate alle grandi sfide ambientali e sociali. Un’iniziativa che premia la ricerca, favorisce la divulgazione scientifica e costruisce una memoria condivisa delle idee più innovative sullo sviluppo sostenibile.


    Non tutte le tesi di laurea esauriscono il proprio percorso con la discussione davanti alla commissione. Alcune continuano a vivere, diventano libri, strumenti di lavoro, occasioni di confronto pubblico. È questa la filosofia che anima il Premio ICU – Laura Conti, giunto nel 2026 alla ventisettesima edizione, un riconoscimento che da anni rappresenta uno dei principali punti di riferimento italiani per la valorizzazione della ricerca universitaria dedicata all’ambiente, alla sostenibilità e all’innovazione sociale. Il premio nasce per ricordare Laura Conti, figura centrale dell’ambientalismo italiano. Medico, partigiana, parlamentare, scrittrice e divulgatrice, Conti fu tra le prime personalità del nostro Paese a comprendere come le questioni ambientali non potessero essere separate da quelle sanitarie, educative e sociali. Tra i fondatori della Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, contribuì in maniera decisiva a diffondere una moderna cultura ecologica, affrontando temi allora poco considerati come l’inquinamento industriale, la prevenzione del rischio ambientale e la responsabilità collettiva nella tutela del territorio. Il suo lavoro sul disastro di Seveso del 1976, raccolto anche nel volume Visto da Seveso, rimane uno dei contributi più importanti alla riflessione italiana sul rapporto tra sviluppo industriale e salute pubblica.

    Proprio a questa eredità culturale si ispira il premio promosso dalla Fondazione ICU, in collaborazione con l’Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, che da ventisette anni raccoglie, seleziona e diffonde tesi di laurea dedicate alle molteplici dimensioni della sostenibilità. Nel corso della sua storia il concorso ha già esaminato oltre quattromila elaborati universitari, contribuendo a far emergere studi che, in molti casi, sono diventati strumenti di approfondimento per amministrazioni, associazioni, enti e comitati impegnati nelle politiche ambientali.

    L’edizione 2026 conferma un’impostazione volutamente interdisciplinare. Possono partecipare tesi di laurea triennale, magistrale, master e dottorato discusse nelle università italiane a partire dall’anno accademico 2010-2011. La scadenza per l’invio degli elaborati è fissata al 30 novembre 2026, facendo fede il timbro postale.

    L’ampiezza delle tematiche ammesse testimonia l’evoluzione stessa del concetto di sostenibilità. Accanto ai temi ormai classici, come energie rinnovabili, risparmio energetico, bioedilizia, riciclo e gestione dei rifiuti, trovano spazio argomenti oggi centrali nel dibattito pubblico: mobilità intelligente, economia circolare, consumo responsabile, commercio equo e solidale, tutela della biodiversità, prevenzione ambientale, legislazione a favore dei consumatori, salute pubblica, qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, sicurezza degli utenti, lotta agli sprechi, trasparenza del mercato, ecopacifismo e rapporto tra uomo e altre specie animali. Un panorama che riflette l’evoluzione delle politiche europee sul Green Deal e gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sempre più orientati a integrare ambiente, innovazione tecnologica, inclusione sociale e sviluppo economico.

    L’obiettivo del premio non si limita alla selezione dei lavori migliori. La Fondazione ICU considera infatti ogni tesi un patrimonio di conoscenze che merita di essere conservato e reso accessibile. Per questo motivo gli elaborati vengono progressivamente archiviati in un database consultabile attraverso parole chiave, favorendo l’incontro tra autori, ricercatori e soggetti interessati ad approfondire specifici temi. Si tratta di un archivio destinato a crescere nel tempo, trasformando migliaia di ricerche universitarie in una risorsa condivisa per il mondo scientifico e civile.

    Particolare attenzione viene riservata anche alla divulgazione. Le tesi considerate più significative possono essere pubblicate dall’Ecoistituto del Veneto o dalla stessa Fondazione ICU, mentre altri lavori trovano spazio sulle pagine della rivista Gaia, contribuendo a far uscire la ricerca accademica dagli archivi universitari per raggiungere un pubblico più ampio. È una scelta che interpreta la divulgazione come parte integrante del lavoro scientifico, nella convinzione che la conoscenza produca effetti concreti solo quando diventa patrimonio collettivo.

    Anche il sistema dei riconoscimenti riflette questa impostazione. Oltre ai tre premi principali, pari a 1.000 euro per il primo classificato, 500 euro per il secondo e 250 euro per il terzo, la giuria assegna ogni anno numerosi premi speciali e attestati di merito destinati a valorizzare ricerche particolarmente originali o innovative. La commissione dell’edizione 2026 è composta da Michele Boato, Anna Ciaperoni, Franco Rigosi e Paolo Stevanato.

    In un periodo storico segnato dalla crisi climatica, dalla transizione energetica e dalla necessità di ripensare modelli economici e produttivi, iniziative come il Premio Laura Conti assumono un significato che va oltre il semplice riconoscimento accademico. Offrono infatti visibilità a una generazione di giovani ricercatori chiamati a confrontarsi con problemi complessi, spesso anticipando temi che entreranno solo successivamente nell’agenda politica e istituzionale.

    La storia stessa del premio dimostra come il patrimonio di conoscenze prodotto nelle università possa diventare uno strumento concreto di innovazione culturale e sociale. Ventisette anni di attività hanno costruito una rete di studi, esperienze e competenze che continua ad alimentare il dibattito sulla sostenibilità, mantenendo vivo l’insegnamento di Laura Conti: affrontare le questioni ambientali significa, prima di tutto, comprendere il legame profondo tra natura, società, cultura e responsabilità collettiva.


    Da Fondazione ICU <fondazioneicu@gmail.com>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Vincenzo Cardile, il poeta che diede voce alla Sicilia dimenticata

    Vincenzo Cardile, il poeta che diede voce alla Sicilia dimenticata

    A 189 anni dalla morte torna l’attenzione su uno dei maggiori autori in lingua siciliana tra Sette e Ottocento, sacerdote, letterato e acuto osservatore della società del suo tempo

    Morì il 3 luglio 1837, nel pieno dell’epidemia di colera che devastò Palermo. La sua opera, in gran parte dispersa, continua però a testimoniare il valore della letteratura siciliana e il talento di uno scrittore capace di unire cultura classica, ironia e profonda umanità.


    Ci sono autori che finiscono lentamente ai margini della memoria collettiva. Vincenzo Cardile è uno di questi autori. Eppure, nel panorama della letteratura siciliana tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, il sacerdote nato a Savoca occupò un posto di assoluto rilievo, tanto da essere ricordato dai contemporanei come il “Marziale Siciliano”, un appellativo che ne sintetizzava la brillante vena satirica e la straordinaria capacità di cogliere vizi e contraddizioni della società.
    Il 3 luglio 1837, mentre Palermo era travolta dalla drammatica epidemia di colera che colpì gran parte del Regno delle Due Sicilie, Cardile morì in condizioni di estrema povertà e quasi totale solitudine. Aveva settantasei anni. La sua scomparsa passò quasi inosservata in una città sconvolta dall’emergenza sanitaria, ma privò la cultura siciliana di una delle sue voci più originali. A distanza di 189 anni, la ricorrenza della sua morte rappresenta un’occasione per riscoprire un autore che meriterebbe una presenza ben più stabile nella storia della letteratura isolana.

    Vincenzo Cardile era nato a Savoca il 16 aprile 1761. Fin da giovane ricevette una formazione di alto livello, approfondendo la cultura classica sotto la guida dell’abate Antonino Puliatti. Lo studio del greco e del latino costituì il fondamento della sua educazione umanistica, alla quale affiancò competenze in economia e diritto dopo il trasferimento a Palermo, avvenuto quando aveva appena quindici anni. Solo successivamente intraprese gli studi teologici che lo portarono al sacerdozio.

    Pur possedendo qualità che avrebbero potuto favorirne una brillante carriera ecclesiastica, Cardile scelse una strada diversa. Nel 1792 decise infatti di dedicarsi con particolare impegno all’assistenza dei malati e delle persone più povere, interpretando il ministero sacerdotale come servizio quotidiano piuttosto che come occasione di prestigio personale. Con ironica modestia amava definirsi un semplice “preticciuolo”, espressione che rivela il tratto umano di un uomo lontano da ogni forma di protagonismo.

    La sua vera grandezza si manifestò soprattutto nella scelta linguistica. In un’epoca in cui la produzione letteraria colta privilegiava quasi esclusivamente l’italiano, Cardile decise di scrivere in lingua siciliana. Non si trattava di una scelta folkloristica né di una limitazione culturale. Al contrario, egli considerava il siciliano uno strumento espressivo ricco, efficace e capace di restituire con immediatezza ironia, sfumature psicologiche e osservazione sociale. La sua attività si inserisce in quella lunga tradizione della poesia siciliana che, dalle origini della Scuola Poetica Siciliana del XIII secolo fino agli autori dell’età moderna, ha contribuito in maniera determinante alla formazione della cultura letteraria italiana.

    La produzione di Cardile presenta due volti distinti. Da un lato vi sono le opere destinate alla pubblicazione, prevalentemente di carattere celebrativo ed encomiastico, come Lu triunfu di la Paci, pubblicato nel 1814, o i componimenti dedicati al ritorno dei Borbone nel 1830. Si tratta di testi che riflettono il gusto neoclassico e l’impostazione accademica tipica della cultura ufficiale dell’epoca.

    Ben diverso è il tono della produzione privata, quella che gli procurò la fama presso i contemporanei. Dal 1816, aggravandosi le sofferenze provocate dalla gotta, Cardile ridusse progressivamente la propria attività pubblica e iniziò a ricevere nella sua abitazione un ristretto gruppo di amici e appassionati di poesia. In quelle riunioni prendevano forma componimenti manoscritti oppure recitati oralmente, caratterizzati da uno stile brillante, ironico e spesso impietoso nei confronti delle debolezze umane. Era una poesia costruita sull’osservazione diretta, ricca di umorismo e allusioni, che richiamava per molti aspetti l’opera del poeta latino Marco Valerio Marziale, celebre autore degli Epigrammi. Da qui nacque il soprannome di “Marziale Siciliano”, forse enfatico, ma indicativo della considerazione di cui godeva.

    Purtroppo proprio questa parte della sua produzione è quella che ha subito le perdite più gravi. Di numerosi lavori oggi conosciamo soltanto i titoli, tra cui Lu spitali di li pazzi e Lu viaggiu a li Campi Elisi, mentre i testi sono andati dispersi. Rimane invece testimonianza di un piccolo manoscritto, Uttavi di don Vincenzu Cardili, conservato presso la Biblioteca comunale di Palermo, documento prezioso per ricostruire almeno in parte la sua attività poetica.

    Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia. La gotta lo costrinse a una vita sempre più ritirata nella modesta abitazione che lui stesso chiamava con amara ironia “la grutta”. Alla sofferenza fisica si aggiungevano ristrettezze economiche che egli sintetizzava in un’espressione rimasta celebre: «lu nenti l’aiu, mi manca la cosa». In poche parole riusciva a condensare il senso della propria condizione, affrontata con lucidità e senza rinunciare alla sottile vena umoristica che aveva accompagnato tutta la sua esistenza.

    La sua morte coincise con uno dei momenti più drammatici della storia siciliana dell’Ottocento. L’epidemia di colera del 1837 provocò migliaia di vittime e alimentò un clima di tensione sociale che sfociò anche in rivolte popolari, nate dalla diffusione di false accuse di avvelenamento delle acque. In quel contesto di paura e disordine la scomparsa di Cardile passò quasi inosservata, contribuendo a un progressivo oblio della sua figura.

    Riscoprirne oggi l’opera significa restituire visibilità a una stagione della letteratura siciliana ancora poco conosciuta. I suoi versi attendono una nuova edizione critica che renda nuovamente accessibile un patrimonio rimasto per troppo tempo confinato nelle biblioteche e negli archivi. Recuperare Vincenzo Cardile non significa soltanto rendere omaggio a un autore dimenticato, ma riportare alla luce una tradizione culturale che ha saputo fare della lingua siciliana uno straordinario strumento di poesia, riflessione e satira sociale. A quasi due secoli dalla sua scomparsa, quella voce continua a ricordare quanto la ricchezza della letteratura italiana sia fatta anche delle sue grandi espressioni regionali, troppo spesso trascurate e ancora in attesa di essere pienamente riscoperte.


    Da Accademia della Lingua Siciliana <accademialinguasiciliana@gmail.com> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • La percezione diventa esperienza con Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard

    La percezione diventa esperienza con Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard


    Al MUNAV di Venezia le ricerche di Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard si incontrano in una mostra che esplora il rapporto tra visione, movimento e ambiente

    Dal 10 luglio al 19 settembre 2026 il Museo Storico Navale di Venezia ospita “PERCEZIONE / NATURA. Visioni tra iride e cinetica”. Il dialogo tra Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard trasforma il museo in uno spazio dove arte contemporanea, natura e percezione ridefiniscono il modo di osservare il mondo.


    C’è un momento, durante ogni viaggio, in cui lo sguardo smette di limitarsi a registrare ciò che vede e comincia a interpretarlo. È da questa esperienza, familiare a chiunque abbia osservato l’orizzonte dal mare, che prende forma PERCEZIONE / NATURA. Visioni tra iride e cinetica, la mostra ospitata dal MUNAV – Museo Storico Navale di Venezia dal 10 luglio al 19 settembre 2026 e curata da Marcello Palminteri. Più che una semplice esposizione, il progetto propone una riflessione sul vedere come processo dinamico, mutevole e profondamente legato al rapporto tra individuo e ambiente. L’iniziativa si inserisce nel programma di valorizzazione culturale del museo promosso da D’Uva S.r.l., concessionaria della gestione del MUNAV per conto di Difesa Servizi. Attraverso mostre temporanee, eventi e nuove modalità di fruizione, il progetto mira ad ampliare la funzione del museo, trasformandolo da luogo della conservazione storica a laboratorio di produzione culturale capace di mettere in dialogo il patrimonio con la ricerca artistica contemporanea.

    La sede espositiva contribuisce in modo determinante al significato della mostra. Il Museo Storico Navale, istituito nel 1923 con Regio Decreto, occupa un antico edificio quattrocentesco che in epoca veneziana era destinato a granaio della Serenissima. Oggi custodisce uno dei più importanti patrimoni navali italiani: quarantadue sale distribuite su cinque livelli, circa seimila metri quadrati dedicati alla storia della Repubblica di Venezia, della marineria nazionale e della Marina Militare. Il complesso comprende inoltre il Padiglione delle Navi e il sommergibile Enrico Dandolo, testimonianza della tecnologia subacquea sviluppata durante la Guerra Fredda. Un luogo nel quale il viaggio rappresenta da sempre una metafora della conoscenza e dell’esplorazione.

    È proprio il tema del viaggio a suggerire la chiave di lettura dell’intero percorso espositivo. Navigare significa modificare continuamente il proprio punto di osservazione, confrontarsi con la distanza, con la luce, con il mutare del paesaggio. La percezione non è mai immobile, ma nasce dall’interazione tra chi osserva e ciò che viene osservato. Su questa idea convergono, pur attraverso linguaggi profondamente diversi, le opere di Annalaura di Luggo e Ferruccio Gard.

    La ricerca di Annalaura di Luggo ruota attorno all’occhio come luogo simbolico dell’identità. Da anni l’artista napoletana sviluppa un’indagine fotografica e installativa sulle iridi umane, trasformandole in immagini di grande formato dove il dato biologico diventa racconto personale. In questa mostra lo sguardo si apre ulteriormente al dialogo con il mondo naturale: iridi di persone e animali si intrecciano con paesaggi, elementi vegetali e dettagli organici, suggerendo una continuità tra individuo e ambiente. L’occhio non rappresenta soltanto uno strumento della visione, ma una soglia attraverso cui memoria, sensibilità ed esperienza si riflettono nel paesaggio circostante.

    Accanto a questa ricerca si sviluppa il percorso di Ferruccio Gard, tra i protagonisti dell’arte programmata e cinetica italiana. Nato a Venezia nel 1940, Gard ha elaborato fin dagli anni Sessanta un linguaggio fondato sulle interazioni tra geometria, colore e movimento percettivo. Le sue opere cambiano aspetto in relazione allo spostamento dello spettatore, dimostrando come la visione non sia mai un fenomeno oggettivo, ma il risultato di un’interazione continua tra luce, superficie e osservatore. La sua ricerca si inserisce nella stagione dell’arte programmata sviluppatasi in Italia negli stessi anni grazie ai gruppi T e N e al sostegno teorico di figure come Bruno Munari e Umberto Eco, che individuarono nell’opera aperta e partecipativa una delle direzioni più innovative dell’arte contemporanea.

    L’allestimento costruisce un dialogo costante tra queste due esperienze artistiche. Non si limita ad affiancare le opere, ma organizza il percorso attraverso corrispondenze cromatiche, rimandi visivi e relazioni percettive. Le tonalità presenti nelle iridi e negli elementi naturali fotografati da Annalaura di Luggo trovano un contrappunto nelle vibrazioni ottiche e nelle sequenze geometriche elaborate da Ferruccio Gard. Il visitatore è così guidato lungo una narrazione nella quale natura e astrazione, interiorità e movimento, figurazione e percezione si richiamano reciprocamente, generando nuove possibilità di lettura.

    Il progetto curatoriale evita quindi il confronto tra due poetiche autonome per privilegiare una costruzione condivisa del significato. Ogni opera modifica la percezione di quella successiva e l’intero percorso assume la forma di un’esperienza immersiva nella quale il pubblico diventa parte integrante dell’esposizione. È una concezione della mostra coerente con le più recenti riflessioni museologiche, orientate a favorire un rapporto attivo tra visitatore e opera, superando la tradizionale osservazione passiva.

    La scelta del MUNAV come sede dell’iniziativa rafforza ulteriormente questa impostazione. La storia della navigazione è infatti anche la storia dello sguardo: cartografi, esploratori e marinai hanno costruito nei secoli nuove immagini del mondo modificando continuamente il proprio punto di vista. In questo senso il museo non costituisce un semplice contenitore, ma diventa parte integrante del racconto, offrendo un contesto nel quale la riflessione sulla percezione acquista una dimensione storica oltre che artistica.

    PERCEZIONE / NATURA dimostra così come due linguaggi apparentemente lontani possano convergere in una medesima domanda: quanto di ciò che vediamo appartiene realmente al mondo e quanto nasce invece dalla nostra esperienza? Nel dialogo tra le fotografie di Annalaura di Luggo e le opere cinetiche di Ferruccio Gard, il visitatore scopre che osservare non significa soltanto guardare, ma partecipare attivamente alla costruzione della realtà. È questo il filo conduttore di una mostra che, nel cuore del Museo Storico Navale di Venezia, trasforma il viaggio nello spazio in un viaggio dentro i meccanismi stessi della visione.


    Da Cristina Gatti – Press & P.R. <press@cristinagatti.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • Frank Denota, dieci anni di memoria, identità e immaginario contemporaneo

    Frank Denota, dieci anni di memoria, identità e immaginario contemporaneo

    A Venezia la Fondazione Marta Czok presenta Anthology 2015-2025, una mostra che ripercorre un decennio di ricerca dell’artista newyorkese attraverso opere provenienti dall’Archivio Frank Denota e da importanti collezioni private internazionali.

    Sedici dipinti raccontano l’evoluzione di un linguaggio pittorico che intreccia riflessione sociale, tensione narrativa e cultura urbana. Al centro dell’iniziativa anche la presentazione del volume che documenta dieci anni di attività dell’artista.


    C’è un momento, nel percorso di ogni artista, in cui il lavoro accumulato nel tempo diventa una narrazione coerente. È questo il punto di vista da cui prende forma Anthology 2015-2025, la mostra che la Fondazione Marta Czok di Venezia ospita dal 3 al 15 luglio 2026, offrendo al pubblico l’occasione di osservare l’evoluzione della ricerca di Frank Denota attraverso una selezione di sedici lavori provenienti dall’Archivio Frank Denota di New York e da importanti collezioni private europee e statunitensi.
    L’esposizione è stata concepita come un progetto parallelo ai principali appuntamenti veneziani dedicati all’arte contemporanea e propone una sintesi significativa della produzione realizzata tra il 2015 e il 2025. Più che una tradizionale retrospettiva, il percorso mette in evidenza la continuità di una ricerca che, nel corso degli anni, ha consolidato un linguaggio personale, riconoscibile per la capacità di fondere racconto visivo, osservazione della società e forte impatto espressivo.

    Fulcro dell’iniziativa è anche la presentazione del volume Anthology 2015-2025, pubblicazione che raccoglie un decennio di attività artistica e ne documenta gli sviluppi. A introdurre il libro sarà Jacek Ludwig Scarso, curatore della mostra, autore e studioso delle arti contemporanee, il cui contributo propone una lettura critica dell’opera di Denota nel quadro delle trasformazioni culturali che caratterizzano il nostro tempo.

    Le opere selezionate affrontano questioni che attraversano gran parte dell’arte contemporanea: identità, memoria, alienazione, desiderio e vulnerabilità sociale. Nella pittura di Denota questi temi prendono forma attraverso immagini sospese tra realtà e simbolo, dove figure, oggetti e ambienti diventano elementi di una narrazione aperta, lasciando allo spettatore il compito di completarne il significato. È una modalità espressiva che privilegia l’ambiguità e il dialogo con chi osserva, trasformando il dipinto in uno spazio di riflessione più che di semplice rappresentazione.

    Frank Denota nasce a New York nel 1967 e cresce in un ambiente fortemente permeato dalla cultura artistica della città. Fin da giovane entra in contatto con personalità come Andy Warhol, Keith Haring e il celebre gallerista Leo Castelli, figure che hanno profondamente influenzato la scena artistica internazionale della seconda metà del Novecento. Pur scegliendo un percorso da autodidatta, dal 1993 si dedica con continuità alla pittura, approfondendo lo studio di autori fondamentali come Mark Rothko e Jackson Pollock, due protagonisti dell’Espressionismo astratto americano che hanno ridefinito il rapporto tra gesto, colore e superficie.

    Nel 2010 fonda insieme a LAII e Paul Kostabi il movimento GANT, esperienza che anticipa un successivo avvicinamento alla Street Art e alla Pop Art. Più che aderire rigidamente a una corrente, Denota sviluppa un linguaggio che mette in relazione suggestioni provenienti da questi ambiti, costruendo un lessico visivo personale nel quale convivono energia urbana, memoria della pittura americana e sensibilità narrativa.

    Il contesto newyorkese rimane infatti uno degli elementi centrali della sua formazione. Dalla stagione della Pop Art, che negli anni Sessanta trasformò immagini e simboli della cultura di massa in materia artistica, fino alle esperienze della Street Art maturate tra gli anni Ottanta e Novanta, la città rappresenta un laboratorio permanente nel quale la contaminazione tra linguaggi ha favorito la nascita di nuove forme espressive. La ricerca di Denota sembra inserirsi in questa tradizione senza limitarsi a riproporne i codici, preferendo una riflessione sulla condizione umana che utilizza la forza dell’immagine come strumento di interrogazione del presente.

    La mostra veneziana arriva inoltre in un momento di crescente attenzione da parte del mercato internazionale. Recentemente il dipinto Smoker, di dimensioni 40 × 50 centimetri, ha stabilito il nuovo record d’asta dell’artista raggiungendo i 10.000 euro, un risultato che conferma l’interesse crescente di collezionisti e investitori nei confronti della sua produzione e il consolidamento della sua presenza in collezioni private europee e americane.

    La scelta di Venezia non appare casuale. Da oltre un secolo la città costituisce uno dei principali punti di riferimento internazionali per il confronto sull’arte contemporanea, grazie al ruolo esercitato dalla Biennale e alla presenza di fondazioni, musei e spazi espositivi che alimentano un dialogo costante tra artisti, studiosi e pubblico internazionale. Inserire Anthology 2015-2025 in questo contesto significa offrire una nuova occasione di lettura del percorso di Frank Denota, mettendo in relazione i risultati raggiunti con le prospettive future di una ricerca ancora in evoluzione.

    L’esposizione della Fondazione Marta Czok restituisce così l’immagine di un artista che, nell’arco di dieci anni, ha costruito una poetica coerente e riconoscibile, capace di confrontarsi con i temi più complessi della contemporaneità senza rinunciare alla forza evocativa della pittura. Più che un bilancio conclusivo, Anthology 2015-2025 rappresenta una tappa significativa di un percorso ancora aperto, nel quale la riflessione sul presente continua a trovare nell’immagine uno dei suoi strumenti più efficaci.


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    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • L’arte contemporanea come leva economica e strategica per le aziende

    L’arte contemporanea come leva economica e strategica per le aziende

    Alla Fabbrica del Vapore di Milano una grande mostra celebra il decennale del Movimento Arte Etica. Opere, installazioni, fotografie, video e un innovativo percorso narrativo invitano il pubblico a riflettere sul rapporto tra estetica, coscienza civile e trasformazioni della società contemporanea.

    Può l’arte limitarsi a essere bella? Oppure ogni gesto creativo porta con sé una responsabilità nei confronti del mondo? È attorno a questa domanda, tanto antica quanto attuale, che prende forma “La misura dell’UNO”, una mostra collettiva che trasforma il decennale del Movimento Arte Etica in un’occasione di confronto sulle sfide culturali del nostro tempo.


    Dal 5 giugno al 13 settembre 2026 gli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano ospitano “La misura dell’UNO”, esposizione che celebra i dieci anni del Movimento Arte Etica e propone una riflessione sul ruolo dell’artista nella società contemporanea. Curata da Sandro Orlandi Stagl, coprodotta dal Comune di Milano e organizzata da ARTantide Gallery di Verona, la mostra riunisce autori appartenenti a generazioni e linguaggi differenti attorno a un interrogativo destinato ad attraversare l’intero percorso espositivo: è ancora possibile produrre arte senza interrogarsi sulle conseguenze etiche dell’atto creativo?

    L’esposizione nasce da un presupposto preciso: tra etica ed estetica non esiste una contrapposizione, bensì una relazione dinamica. La libertà espressiva continua a rappresentare uno dei principi fondamentali dell’arte contemporanea, ma questa libertà non esclude una responsabilità nei confronti della realtà, della memoria collettiva e delle trasformazioni sociali. È proprio questa tensione a costituire il filo conduttore dell’intero progetto.

    Il titolo della mostra sintetizza efficacemente tale impostazione. “La misura dell’UNO” richiama infatti la ricerca di un principio di unità all’interno della complessità del presente. In un’epoca caratterizzata da una molteplicità di linguaggi, informazioni e punti di vista, il percorso espositivo invita a ricomporre il frammento senza cancellarne la ricchezza, suggerendo che l’arte possa ancora offrire strumenti per comprendere il mondo anziché limitarsi a rappresentarlo.

    La riflessione sviluppata da Sandro Orlandi Stagl prende avvio dalla condizione dell’artista contemporaneo, oggi spesso sospeso tra le logiche del mercato, la necessità della visibilità e il desiderio di autenticità. Da qui emerge una domanda destinata a coinvolgere anche il visitatore: di che cosa è responsabile un’opera d’arte? La risposta non assume mai il tono di una prescrizione morale. Al contrario, il progetto propone un percorso aperto, nel quale la bellezza viene interpretata come una forma di presa di posizione, capace di generare relazioni, interrogativi e consapevolezza.

    Il percorso riunisce dipinti, fotografie, disegni, installazioni, sculture, opere sonore e video, costruendo un dialogo continuo tra differenti modalità espressive. Ogni autore conserva la propria autonomia linguistica, ma contribuisce a una riflessione collettiva che affronta alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: cambiamento climatico, tutela della biodiversità, crisi energetiche, migrazioni, memoria storica, identità, distruzione del patrimonio culturale nelle aree di conflitto, sovraesposizione mediatica, dipendenza dai social network e nuove forme di inquinamento ambientale e culturale.

    Gli artisti coinvolti rappresentano esperienze molto diverse della scena contemporanea: Afran, Gino Alberti, Marco Bertìn, Angelo Bonello, Carlo Bonfà, Julia Bornefeld, Francesco Carofiglio, Luigi Dellatorre, Massimo Donà, Gianfranco Gentile, Marco Gradi, Franco Mazzucchelli, Matteo Mezzadri, Jorge R. Pombo, Antonio Riello, Alberto Salvetti e Alessandro Zannier. La pluralità delle poetiche diventa parte integrante del progetto curatoriale, che evita qualsiasi lettura univoca per favorire un confronto aperto tra sensibilità differenti.

    Uno degli aspetti più innovativi dell’iniziativa riguarda il sistema di fruizione. Accanto alla visita tradizionale, accompagnata da didascalie e QR code di approfondimento, il pubblico può scegliere un percorso narrativo immersivo ideato da Alessandra Pacilli. L’esperienza sonora, interpretata da doppiatori professionisti, accompagna il visitatore attraverso cinque differenti voci narrative, costruite come figure retoriche che suggeriscono connessioni simboliche senza imporre un’unica interpretazione delle opere. La visita diventa così un’esperienza personale, nella quale il racconto si intreccia con lo spazio espositivo e con la sensibilità di ciascun visitatore.

    Questa attenzione alla mediazione culturale riflette un orientamento ormai consolidato nella museologia contemporanea. Negli ultimi decenni musei e istituzioni culturali hanno progressivamente affiancato ai tradizionali apparati didattici strumenti narrativi, multimediali e partecipativi capaci di ampliare l’accessibilità senza semplificare i contenuti. L’obiettivo non è sostituire il rapporto diretto con l’opera, ma offrire differenti livelli di lettura, adatti sia al pubblico specializzato sia ai visitatori meno esperti.

    Anche il Comune di Milano interpreta la mostra come un’occasione per riaffermare il valore pubblico della cultura. Nel testo istituzionale che accompagna il progetto, l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi sottolinea come l’arte possa costituire uno strumento di osservazione critica e partecipazione civile, capace di affrontare le complessità del presente attraverso linguaggi accessibili e coinvolgenti. La presenza di una componente narrativa appositamente sviluppata per l’esposizione rafforza questa volontà di rendere il dialogo con il pubblico sempre più inclusivo.

    Il decennale del Movimento Arte Etica non si esaurisce nella mostra. Il programma comprende infatti numerosi eventi collaterali dedicati al rapporto tra creatività e società. Tra questi si inserisce “Bellezza sostenibile. L’arte contemporanea come leva economica e strategica per le aziende”, incontro in programma il 9 luglio nello Spazio Messina 2 della Fabbrica del Vapore. Rivolto a imprenditori, manager e professionisti, l’appuntamento approfondirà il contributo che l’arte può offrire ai processi di innovazione, sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa, all’interno del progetto Arte e Impresa promosso dalla manifestazione.

    “La misura dell’UNO” dimostra come una mostra possa essere molto più di una semplice successione di opere. Diventa un laboratorio di idee nel quale arte, filosofia, società e partecipazione si incontrano senza rinunciare alla complessità. In un tempo segnato dalla frammentazione delle esperienze e dalla velocità della comunicazione, il progetto invita a rallentare lo sguardo e a interrogarsi sul significato stesso del fare artistico. Non offre risposte definitive, ma restituisce all’arte una delle sue funzioni più profonde: aprire spazi di riflessione, stimolare il dialogo e ricordare che ogni autentica esperienza estetica contiene sempre anche una responsabilità verso il mondo.


    Da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it> 
    Articolo a cura della Redazione Experiences
  • La città si racconta camminando. Un itinerario di memorie, arte e paesaggio

    La città si racconta camminando. Un itinerario di memorie, arte e paesaggio

    Il festival “Varcare la frontiera” propone un nuovo percorso esperienziale che attraversa il Porto Vecchio fino al Magazzino 26, dove l’installazione “Balena” di María Sánchez Puyade conclude il proprio dialogo con il Museo del Mare e con la storia della città.

    Ci sono città che si comprendono osservandole dall’alto e altre che chiedono di essere percorse lentamente. Trieste appartiene a questa seconda categoria. Le sue piazze, il porto, le architetture e le lingue che vi si intrecciano raccontano una storia complessa che continua a rinnovarsi. È da questa idea di città vissuta nasce “Trieste Plurale”, un walking tour che unisce narrazione urbana e arte contemporanea.


    Il prossimo 5 luglio 2026 Trieste diventa il teatro di un’esperienza che invita a leggere il paesaggio come un grande archivio di storie. Nell’ambito della tredicesima edizione del festival Varcare la frontiera, l’associazione Interferenze Cizerouno propone Trieste Plurale, un percorso guidato che parte da Piazza della Libertà, attraversa il Porto Vecchio e si conclude al Magazzino 26 con la visita all’installazione immersiva Balena dell’artista multimediale María Sánchez Puyade.
    L’iniziativa si inserisce nella tradizione dei walking tour culturali che negli ultimi anni hanno trasformato il semplice atto del camminare in uno strumento di conoscenza. Non si tratta di visite guidate nel senso tradizionale del termine, ma di percorsi narrativi capaci di mettere in relazione urbanistica, storia, identità sociale e patrimonio culturale. Una modalità ormai consolidata in molte città europee, nella quale il visitatore diventa parte attiva dell’esplorazione e costruisce una relazione diretta con gli spazi attraversati.

    A guidare il percorso sarà Francesca Pitacco, figura ormai riconosciuta nell’ambito dei progetti di narrazione urbana promossi da Cizerouno. Il suo itinerario accompagnerà i partecipanti attraverso alcuni dei luoghi più significativi della trasformazione contemporanea di Trieste, mettendo in luce il carattere cosmopolita della città, da sempre punto d’incontro tra culture, lingue e tradizioni differenti. La posizione geografica, al confine tra il mondo latino, quello germanico e quello slavo, ha infatti reso Trieste uno dei principali laboratori culturali dell’Europa centro-orientale fin dai tempi dell’Impero asburgico.

    Il punto di partenza sarà Piazza della Libertà, storico accesso monumentale alla città per chi arrivava in treno o dal porto. Da qui il gruppo si muoverà verso il Porto Vecchio, oggi interessato da uno dei più importanti programmi italiani di rigenerazione urbana. Nato nel XIX secolo come infrastruttura strategica dell’Impero austro-ungarico, il Porto Vecchio – oggi Porto Vivo – rappresenta uno straordinario esempio di archeologia industriale affacciata sull’Adriatico. I suoi grandi magazzini in muratura, i moli e gli edifici tecnici raccontano una stagione in cui Trieste era il principale sbocco marittimo dell’Europa danubiana.

    L’itinerario conduce fino al Magazzino 26, edificio simbolo di questo patrimonio recuperato, oggi sede di attività culturali e museali. Qui i partecipanti visiteranno Balena, installazione site-specific realizzata da María Sánchez Puyade, artista che sviluppa la propria ricerca attraverso linguaggi multimediali e pratiche partecipative. L’opera si presenta come una balena a grandezza naturale costruita in legno e rivestita da un intreccio di lana bianca, una presenza monumentale che occupa lo spazio espositivo trasformandolo in un ambiente immersivo.

    L’installazione non si limita alla dimensione visiva. A completarne l’esperienza interviene una componente sonora costituita da una ballata composta dalla stessa artista. I testi, scritti in italiano, spagnolo e inglese, vengono interpretati dalla cantautrice triestina Irene Brigitte su musiche di Luca Ciut. La pluralità linguistica non rappresenta un semplice elemento formale, ma richiama la natura multiculturale di Trieste, città nella quale il dialogo tra idiomi diversi costituisce da secoli una componente essenziale dell’identità collettiva.

    La scelta della balena possiede inoltre un forte valore simbolico. Nella storia dell’arte e della letteratura questo grande mammifero marino è stato spesso associato ai temi del viaggio, della memoria, dell’ignoto e del rapporto tra uomo e mare. In una città come Trieste, il cui sviluppo economico e culturale è indissolubilmente legato all’Adriatico, la sua presenza assume un significato ulteriore, evocando il mare non soltanto come spazio geografico ma come luogo di incontro, di attraversamento e di trasformazione.

    La visita rappresenta anche l’atto conclusivo della prima edizione di FOCUS, manifestazione annuale promossa da Liberarti Associazione Culturale e dedicata agli artisti attivi in Friuli Venezia Giulia in dialogo con il patrimonio storico e territoriale della regione. Proprio il 5 luglio, alle ore 18, Balena terminerà infatti il proprio periodo espositivo al Museo del Mare, chiudendo un percorso che ha intrecciato arte contemporanea, spazio museale e riflessione sul paesaggio costiero.

    L’iniziativa conferma una tendenza sempre più evidente nelle politiche culturali contemporanee: mettere in relazione il patrimonio storico con le pratiche artistiche del presente. Le opere non vengono più considerate elementi isolati all’interno di uno spazio espositivo, ma strumenti capaci di attivare nuove letture del territorio, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza che intreccia conoscenza, partecipazione e scoperta.

    In questo senso Trieste Plurale sintetizza efficacemente lo spirito di Varcare la frontiera, festival che da tredici edizioni riflette sul concetto di confine nelle sue molteplici declinazioni, geografiche, culturali e linguistiche. Camminare attraverso Trieste significa allora attraversare anche le molte identità che la città ha assunto nel corso dei secoli, cogliendo come il patrimonio materiale e quello immateriale continuino ancora oggi a dialogare.

    La partenza del walking tour è fissata per le ore 10 da Piazza della Libertà. Il percorso ha una durata di circa sessanta minuti, cui segue la visita guidata all’installazione. La partecipazione prevede una quota di 15 euro ed è richiesta la prenotazione tramite l’indirizzo eventi@cizerouno.it. Più che una semplice escursione urbana, l’appuntamento propone un diverso modo di guardare Trieste: una città che continua a raccontarsi attraverso i suoi spazi, le sue memorie e le forme dell’arte contemporanea.


    Da info <info@cizerouno.it>
    Articolo a cura della Redazione Experiences
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