Ex-Otago, dieci anni di Marassi con l’album simbolo dell’indie italiano in concerto

Il 12 luglio l’Eur Social Park ospita una delle tappe più attese del tour dedicato al disco che ha cambiato il percorso della band genovese. L’appuntamento rientra nella programmazione estiva di S/A WAVES, il progetto con cui Spring Attitude continua a portare musica contemporanea nella Capitale durante tutto l’anno.

Ci sono album che, con il passare degli anni, continuano a evocare un’epoca. Questo è il caso di Marassi, il disco degli Ex-Otago che dieci anni dopo la pubblicazione torna protagonista di un tour celebrativo, confermando il posto conquistato nella storia recente del pop indipendente italiano.


Domenica 12 luglio gli Ex-Otago saliranno sul palco dell’Eur Social Park di Roma per una delle tappe del tour dedicato al decennale di Marassi, l’album pubblicato nel 2016 che rappresentò un autentico punto di svolta nella loro carriera. L’evento fa parte della rassegna estiva S/A WAVES, il format con cui Spring Attitude prolunga l’attività del celebre festival romano attraverso concerti e appuntamenti dedicati alla musica contemporanea. L’apertura delle porte è prevista alle ore 20.00. La tournée arriva dopo un percorso particolarmente significativo per il gruppo ligure, reduce da un tour nei club interamente sold out e da una serie di concerti europei che hanno confermato l’affetto del pubblico verso una delle formazioni più rappresentative della scena indie nazionale. Il concerto romano offrirà l’occasione di riascoltare integralmente o quasi il repertorio di Marassi, affiancato dai brani che hanno segnato le diverse fasi della produzione degli Ex-Otago.

Pubblicato nel 2016 e successivamente certificato disco d’oro, Marassi prende il nome dall’omonimo quartiere di Genova, città d’origine della band. L’album contribuì a portare il gruppo fuori dalla dimensione più strettamente indipendente, imponendolo all’attenzione del grande pubblico grazie a un linguaggio capace di fondere pop, cantautorato ed elettronica con una scrittura attenta alla quotidianità. Brani come Quando sono con te, La nostra pelle e I giovani d’oggi sono diventati negli anni punti di riferimento della produzione del gruppo, raccontando con leggerezza e autenticità relazioni, periferie urbane, identità generazionali e trasformazioni sociali.

Fondati a Genova nei primi anni Duemila, gli Ex-Otago hanno attraversato l’evoluzione della musica indipendente italiana accompagnandone i principali cambiamenti. Se agli esordi la loro cifra stilistica guardava soprattutto all’alternative pop internazionale, nel tempo il gruppo ha sviluppato una scrittura sempre più personale, capace di coniugare immediatezza melodica e attenzione narrativa. L’approdo al grande pubblico è stato graduale, senza rinunciare a quella dimensione quotidiana che continua a distinguere i loro testi.

Il concerto romano assume così un significato che va oltre la semplice celebrazione di un anniversario discografico. Ripercorrere Marassi significa tornare a un momento in cui il pop indipendente italiano trovò una nuova maturità espressiva, superando la dimensione di fenomeno di nicchia per dialogare con un pubblico molto più ampio. Molte delle canzoni dell’album hanno mantenuto nel tempo una sorprendente attualità, dimostrando come il racconto delle piccole esperienze personali possa trasformarsi in una narrazione collettiva.

L’appuntamento si inserisce nella programmazione di S/A WAVES, il progetto con cui Spring Attitude mantiene vivo il rapporto con la città anche oltre le giornate del festival. Nato a Roma nel 2010, Spring Attitude si è affermato come uno dei principali eventi italiani dedicati alla musica elettronica, al pop d’avanguardia e alle nuove tendenze internazionali, ampliando progressivamente la propria proposta fino a diventare un laboratorio permanente di produzione culturale. L’ultima edizione del festival ha richiamato oltre ventimila spettatori negli spazi del Roma Convention Center La Nuvola, confermando la crescita di una manifestazione ormai stabilmente inserita nel panorama europeo.

La stagione estiva di S/A WAVES proseguirà fino a settembre e si concluderà con due concerti particolarmente attesi: il 10 e l’11 settembre sarà infatti la volta de i Cani, che torneranno nella Capitale all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone dopo il recente ritorno discografico con post mortem e il successo del tour autunnale nei club. Due appuntamenti destinati a chiudere una programmazione che conferma la volontà di Spring Attitude di offrire durante tutto l’anno occasioni di incontro con alcune delle realtà più interessanti della musica contemporanea.


Da FAM Press <info@fampress.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Carolus L. Cergoly e Pier Paolo Pasolini, il dialogo della memoria attraversa Trieste

Il festival Varcare la frontiera porta in scena un confronto ideale tra il poeta triestino e uno dei suoi più autorevoli interpreti. Al Teatro Stabile Sloveno, le Poesie clandestine diventano un percorso nella storia culturale di una città dove identità, lingue e memoria continuano a intrecciarsi.

Trieste è una città che ha imparato a raccontarsi attraverso molte lingue e molte appartenenze. In questo paesaggio di confine si colloca l’incontro ideale tra Carolus L. Cergoly e Pier Paolo Pasolini, due autori che, pur appartenendo a esperienze diverse, hanno condiviso un’attenzione profonda per il valore della parola e per la complessità della storia.


Venerdì 10 luglio, alle ore 21, il Teatro Stabile Sloveno di Trieste ospita Poesie clandestine, uno degli appuntamenti più significativi della tredicesima edizione di Varcare la frontiera, il festival multidisciplinare promosso dall’associazione culturale Cizerouno. La serata mette in relazione l’opera del poeta triestino Carolus L. Cergoly con il celebre giudizio critico che Pier Paolo Pasolini dedicò alla sua produzione poetica, restituendo al pubblico un dialogo ideale tra due protagonisti della cultura italiana del Novecento.
L’iniziativa assume un valore particolare anche perché il 2026 coincide con il venticinquesimo anniversario di attività di Cizerouno, realtà nata nel 2001 con l’obiettivo di promuovere il dialogo culturale tra Italia, Slovenia e l’area adriatica, facendo del territorio di confine un luogo di incontro tra linguaggi, discipline e tradizioni diverse. Il festival Varcare la frontiera, giunto alla tredicesima edizione e dedicato quest’anno al tema delle Interferenze, rappresenta la sintesi di questa vocazione internazionale.

Carolus Ludovico Cergoly, nato a Trieste nel 1908 e scomparso nella stessa città nel 1987, occupa una posizione singolare nella letteratura italiana del Novecento. Formatosi nel clima culturale mitteleuropeo che caratterizzò la Trieste asburgica, sviluppò una scrittura capace di attraversare quattro lingue – triestino, italiano, tedesco e sloveno – mantenendole sempre autonome, senza mai fonderle in un’unica voce. Questa pluralità linguistica rifletteva la natura stessa della città, crocevia di culture, commerci e identità che, tra Otto e Novecento, aveva visto convivere comunità italiane, slovene, tedesche, ebraiche e croate.

Fu proprio questa originalissima esperienza linguistica ad attirare l’attenzione di Pier Paolo Pasolini. Nel 1974, recensendo Inter pocula, poesie segrete triestine, lo scrittore friulano definì Cergoly «una dichiarazione di squisitezza storica», cogliendo nella sua opera una raffinatezza culturale lontana dalle consuete esperienze della poesia dialettale. Secondo Pasolini, il triestino di Cergoly non nasceva dal desiderio di rappresentare il popolo, ma dall’uso naturale di una lingua appartenente alla propria formazione borghese e cosmopolita. Per questo lo accostò idealmente a Italo Svevo, riconoscendogli una sensibilità letteraria profondamente legata all’identità storica della città.

La serata del 10 luglio concentra l’attenzione soprattutto sulla sezione conclusiva dell’opera, Le clandestine, nella quale il tono della poesia cambia radicalmente. L’ironia, il gusto per il gioco linguistico e la leggerezza che caratterizzano molte pagine precedenti lasciano spazio al ricordo della comunità ebraica triestina travolta dalla persecuzione nazista. È in queste poesie che il plurilinguismo, osservava Pasolini, smette di essere una cifra stilistica per trasformarsi in una necessità espressiva, capace di dare voce a una tragedia che riguarda l’intera storia europea.

Il riferimento alla Risiera di San Sabba conferisce a questi testi una forza particolare. Situata alla periferia di Trieste, la Risiera costituisce un luogo unico nella storia italiana: fu infatti l’unico campo di concentramento nazista presente sul territorio nazionale dotato di forno crematorio. Tra il 1943 e il 1945 vi furono imprigionati, torturati e uccisi partigiani, oppositori politici ed ebrei destinati alla deportazione. Dal 1965 il complesso è monumento nazionale e continua a rappresentare uno dei principali luoghi della memoria della Shoah in Italia.

Nelle poesie dedicate a quella tragedia Cergoly sceglie di sottrarre le vittime all’anonimato, restituendo loro identità e dignità attraverso i nomi propri. Arone Pakitz, Simon, Paola, Rachele Fuà, Alvise Tron tornano così a vivere nella parola poetica, trasformando la memoria individuale in memoria collettiva. È proprio questa attenzione alla persona che rende ancora oggi la sua scrittura straordinariamente attuale.

A dare voce ai testi sarà Nikla Petruška Panizon, attrice della compagnia stabile del Teatro Stabile Sloveno, già apprezzata nelle precedenti edizioni del festival. La sua conoscenza del lessico triestino e delle sfumature linguistiche del territorio costituisce uno degli elementi centrali dello spettacolo, costruito come un continuo dialogo tra la parola poetica di Cergoly e le riflessioni critiche di Pasolini.

Il percorso dedicato allo scrittore friulano proseguirà anche il giorno successivo, quando il Teatro Stabile Sloveno ospiterà un nuovo appuntamento che ne ripercorrerà la figura attraverso le testimonianze di David Maria Turoldo e Libero Mazzi. Due serate consecutive che confermano la volontà di Varcare la frontiera di esplorare la cultura del Novecento non come patrimonio da celebrare, ma come occasione di confronto con le questioni ancora aperte della memoria, delle identità e delle frontiere, temi che Trieste continua a incarnare con rara intensità.


Da info <info@cizerouno.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Lea Contestabile, la memoria prende forma tra terra, tessuti e identità

Con Con le mani sporche di terra ti ho baciata prende avvio la grande mostra antologica dedicata all’artista abruzzese nell’ambito de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Un percorso diffuso che racconta mezzo secolo di lavoro attraverso opere capaci di intrecciare memoria, materia e appartenenza.

Ci sono artisti che costruiscono immagini e altri che custodiscono tracce. Lea Contestabile appartiene a questa seconda categoria: la sua opera non si limita a rappresentare il mondo, ma raccoglie frammenti di vite, oggetti, affetti e paesaggi trasformandoli in una memoria condivisa. È da questa tensione tra esperienza personale e patrimonio collettivo che prende avvio il primo capitolo della sua grande antologica aquilana.


Dal 17 luglio al 30 agosto Palazzo Benedetti ospita Con le mani sporche di terra ti ho baciata, la prima sezione della mostra antologica dedicata a Lea Contestabile e inserita nel programma ufficiale de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Curata da Mariano Cipollini, l’esposizione inaugura un progetto di ampio respiro che accompagnerà l’intero anno culturale attraverso diverse sedi istituzionali dell’Aquila e della provincia, ciascuna chiamata a raccontare una stagione, un linguaggio o un aspetto della lunga ricerca dell’artista. L’iniziativa, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila, coinvolge anche altri studiosi, tra cui Barbara Drudi, Francesca Franco e Simone Battiatto, offrendo una lettura corale di un percorso creativo sviluppato nell’arco di cinquant’anni.

Il progetto riunisce circa cinquanta opere, tante quanti sono gli anni di attività di Contestabile, ma rinuncia volutamente alla tradizionale successione cronologica. Le opere dialogano tra loro secondo affinità poetiche e materiali, mettendo in relazione temi ricorrenti, tecniche differenti e continui rimandi tra passato e presente. La mostra si sviluppa nelle dieci sale di Palazzo Benedetti, edificio storico restituito alla città proprio in occasione dell’anno da Capitale della Cultura, trasformandosi in un itinerario che invita il visitatore a ricostruire il proprio rapporto con il tempo e con il ricordo.

Nata a Ortucchio nel 1949, Lea Contestabile si forma all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, dove consegue il diploma in Pittura nel 1973. Nello stesso anno ottiene una borsa di studio presso la Calcografia Nazionale di Roma, approfondendo le tecniche incisorie, mentre nel 1977 completa gli studi in Tessitura all’Istituto d’Arte di Penne. Fin dagli esordi il suo lavoro si sviluppa lungo una traiettoria interdisciplinare, nella quale pittura, incisione, tessitura, ceramica, installazione e ricerca materica si fondono in un linguaggio personale che supera le tradizionali distinzioni tra arti maggiori e arti applicate.

Parallelamente all’attività artistica, Contestabile ha dedicato gran parte della propria vita alla formazione. Dal 1976 al 2014 ha insegnato all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila discipline che spaziano dall’Anatomia artistica alla Psicologia della forma, contribuendo alla crescita di intere generazioni di artisti. Nel 1995 ha fondato il MuBAq – Museo dei Bambini L’Aquila, esperienza pionieristica nell’educazione artistica dell’infanzia, oggi ospitata nel Villaggio dei Bambini di Fossa, nato dopo il terremoto del 2009 in memoria delle più giovani vittime del sisma. Dal 2021 dirige inoltre la rassegna interdisciplinare Seminiamo Arte, confermando una concezione dell’arte come pratica educativa e responsabilità civile.

La ricerca di Lea Contestabile occupa una posizione originale nel panorama dell’arte contemporanea italiana. Pur dialogando con le esperienze della fiber art, dell’arte ambientale e delle pratiche installative sviluppatesi dagli anni Sessanta in poi, mantiene una forte autonomia espressiva. Fili, tessuti, fotografie di famiglia, terrecotte, oggetti recuperati, immagini sacre e profane, ricami, giocattoli e materiali poveri non vengono utilizzati come semplici elementi compositivi, ma diventano strumenti attraverso cui dare forma a una geografia dell’esistenza, dove ogni frammento conserva una memoria e ogni memoria continua a produrre significato.

È proprio questa dimensione che Mariano Cipollini pone al centro della propria lettura critica. Secondo il curatore, il lavoro di Contestabile non può essere ridotto ai temi della memoria o dell’appartenenza, pur così evidenti nella sua produzione. L’artista costruisce piuttosto uno spazio nel quale tangibilità e intangibilità convivono, cercando un equilibrio tra ciò che resta e ciò che inevitabilmente scompare. Le opere diventano così luoghi nei quali materia e pensiero sembrano avvicinarsi fino quasi a dissolversi, trasformando il ricordo in un’esperienza aperta, capace di interrogare il presente anziché limitarsi a conservarne le tracce.

Nel testo critico emerge con forza anche il rapporto tra l’artista e il proprio territorio. Cipollini individua nel “microcosmo” delle origini il punto da cui prende forma l’intera ricerca: una comunità, una casa, un paese che diventano metafore di un’appartenenza più ampia. Da qui nasce quella continua attenzione verso le affettività, i legami familiari e le eredità culturali che attraversano molte installazioni, fino a opere come Il gran riparo, dove il tema dell’accoglienza si trasforma in una riflessione sul significato stesso dell’abitare e dell’essere parte di una comunità.

L’immagine del tessere ritorna costantemente nella poetica di Contestabile. Non riguarda soltanto il filo o il telaio, ma il modo in cui relazioni, ricordi e identità vengono ricomposti in nuove configurazioni. Cipollini osserva come l’artista “modifichi il mosaico” delle vite dei suoi protagonisti, facendo riaffiorare persone, gesti e destini che il tempo sembrava avere cancellato. I suoi lavori non evocano la nostalgia di un mondo perduto, ma costruiscono connessioni tra generazioni, offrendo al visitatore un archivio aperto, continuamente riscrivibile.

Particolarmente significativa è anche la riflessione sul ruolo del femminile. Nel saggio critico si sottolinea come le figure femminili, a lungo confinate in ruoli marginali dalla narrazione storica, ritrovino nelle opere di Contestabile una piena autonomia simbolica. Attraverso fotografie, tessuti ereditati, oggetti domestici e memorie familiari, l’artista restituisce dignità a un patrimonio di esperienze spesso rimasto invisibile, trasformandolo in elemento fondativo della propria ricerca.

Negli ultimi anni il lavoro di Lea Contestabile ha ottenuto un crescente riconoscimento internazionale, con mostre personali organizzate in Italia, Croazia, Turchia e Cina e la partecipazione a importanti rassegne dedicate alla fiber art e alle pratiche contemporanee. Questa diffusione testimonia la capacità della sua opera di dialogare con contesti culturali differenti senza perdere il forte radicamento nella cultura abruzzese, che continua a rappresentare il principale laboratorio della sua ricerca.

Inserita nel programma de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, Con le mani sporche di terra ti ho baciata assume così un significato che supera la dimensione celebrativa. L’antologica restituisce il profilo di un’artista che ha fatto della memoria una materia viva, della terra una metafora dell’appartenenza e dell’arte uno strumento per trasformare esperienze individuali in patrimonio collettivo. Una ricerca che continua a interrogare il presente senza smettere di dialogare con il passato, dimostrando come le storie custodite negli oggetti, nei tessuti e nei gesti quotidiani possano ancora parlare al nostro tempo.


Da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Loud Garden Festival, a Siracusa il nuovo polo della musica elettronica

Il 1° agosto debutta la prima edizione del festival ideato da Garden House Club e Loud Contact. Tra techno, house e sperimentazione sonora, il progetto punta a consolidare la Sicilia come nuovo laboratorio della club culture europea.

La musica elettronica non è più soltanto un linguaggio da club. Da anni rappresenta uno spazio di ricerca artistica, progettazione culturale e sperimentazione sonora. È da questa visione che prende forma Loud Garden Festival, una nuova manifestazione che sceglie Siracusa come punto d’incontro tra grandi protagonisti internazionali e nuove energie della scena italiana.


Sabato 1° agosto debutterà a Siracusa la prima edizione di Loud Garden Festival, nuovo appuntamento dedicato alla musica elettronica contemporanea nato dalla collaborazione tra Garden House Club e Loud Contact, piattaforma creativa impegnata nella promozione della scena elettronica underground internazionale. Il festival si svolgerà negli spazi di Garden House XXL, nuova area del Garden House Club progettata per ospitare eventi di maggiore dimensione alle porte della Riserva naturale orientata del fiume Anapo. L’evento si svilupperà dal tramonto fino all’alba, alternando live set e dj set distribuiti su due palchi. La proposta artistica attraversa differenti territori della musica elettronica, dalla techno alla house, dalle sonorità più profonde e ipnotiche alle espressioni di ricerca contemporanea, mantenendo al centro la qualità dell’ascolto, l’attenzione per il suono e il dialogo tra artisti, pubblico e ambiente. Un’impostazione che riflette una concezione della club culture ormai consolidata a livello internazionale, nella quale il festival non è soltanto intrattenimento ma esperienza culturale condivisa.

La line-up della prima edizione riunisce alcune delle figure più autorevoli della scena elettronica europea. Tra queste spicca Marcel Dettmann, storico resident del Berghain di Berlino e protagonista della rinascita della techno tedesca dagli anni Duemila. Il suo lavoro ha contribuito a ridefinire il linguaggio del club contemporaneo attraverso una ricerca rigorosa sulle strutture ritmiche e sulle possibilità espressive della musica elettronica.

Accanto a lui sarà presente Donato Dozzy, tra gli artisti italiani più apprezzati a livello internazionale. Produttore, dj e sperimentatore sonoro, Dozzy ha sviluppato negli anni un linguaggio personale che coniuga minimalismo, ambient, techno e ricerca timbrica, collaborando con alcune delle principali etichette indipendenti europee. La sua presenza conferma la crescente autorevolezza della scena elettronica italiana nel panorama internazionale.

Completa il nucleo principale della programmazione Francesco Del Garda, conosciuto per i suoi lunghi set esclusivamente in vinile e per una selezione musicale capace di attraversare house, techno e rarità provenienti da archivi sonori di epoche diverse. Con lui salirà sul palco anche Anthea, artista attiva da anni tra Londra, Berlino e Ibiza, protagonista di una ricerca che unisce house, techno e influenze minimal. La line-up comprende inoltre GNMR, Gianmarco Orsini, Lumiere e Innerlakes, rappresentanti di una nuova generazione di musicisti italiani che stanno contribuendo al rinnovamento della scena elettronica nazionale.

La nascita di Loud Garden Festival rappresenta un nuovo passaggio nella crescita del Garden House Club. Nato nel 2025, il club inaugura nel 2026 la sua seconda stagione con l’obiettivo di consolidare un progetto capace di mettere in relazione artisti internazionali, nuove produzioni italiane e pubblico locale. Nel corso dell’anno il calendario ospiterà nomi come Ryan Elliott, Roman Flügel, Tama Sumo, Vladimir Ivkovic, Ivan Smagghe, Francesco Del Garda e MATISA, confermando una programmazione orientata verso le espressioni più autorevoli della club culture europea.

Particolare attenzione è stata riservata anche alla progettazione tecnica dello spazio. Per la stagione 2026 Garden House Club ha realizzato un nuovo impianto audio custom-built con amplificazione Powersoft, processori DSP di ultima generazione e un articolato intervento di trattamento acustico che comprende oltre 240 pannelli fonoassorbenti distribuiti su più di 170 metri quadrati. Una scelta che riflette una tendenza sempre più diffusa nei migliori club europei, dove la qualità dell’ascolto viene considerata parte integrante dell’esperienza culturale e non un semplice requisito tecnico.

Negli ultimi due decenni la musica elettronica ha conosciuto una profonda trasformazione. Da fenomeno prevalentemente legato alla dimensione notturna è diventata un ambito di produzione artistica riconosciuto da istituzioni culturali, musei e festival internazionali. Manifestazioni come Sónar a Barcellona, Dekmantel ad Amsterdam o Unsound a Cracovia hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra musica, arti visive, tecnologia e ricerca sonora, influenzando anche numerose realtà italiane. In questo scenario la Sicilia sta progressivamente costruendo una propria identità, favorita da un crescente interesse verso progetti che coniugano qualità artistica, valorizzazione del territorio e apertura internazionale.

Loud Garden Festival nasce proprio all’interno di questa evoluzione. L’obiettivo dichiarato non è soltanto proporre una line-up di alto livello, ma contribuire alla costruzione di una comunità culturale capace di mettere in relazione scena locale e network europei, consolidando il ruolo della Sicilia come spazio fertile per la musica contemporanea e per le nuove forme della club culture. In questa prospettiva, la prima edizione del festival rappresenta non un punto di arrivo, ma l’inizio di un progetto destinato a crescere negli anni, facendo della qualità artistica e della ricerca sonora i propri principali elementi distintivi.


Da FAM Press <info@fampress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Con il Medagliere a Bologna un viaggio tra oggetti rari e storie dimenticate

Dal Museo Civico Archeologico emerge un volto inedito della numismatica: fiches aristocratiche, cammei del Grand Tour, pesi monetali islamici, gioielli realizzati con false monete e strumenti originali della zecca raccontano secoli di vita quotidiana, tecnica e cultura materiale.

Le monete sono soltanto una parte della storia. Intorno a esse ruota un universo di oggetti che testimoniano commerci, giochi, viaggi, artigianato e innovazioni tecnologiche. La nuova esposizione del Medagliere del Museo Civico Archeologico di Bologna invita a scoprire proprio questo patrimonio meno conosciuto, ma altrettanto affascinante.


Quando si pensa a un medagliere, l’immaginazione corre immediatamente a monete antiche, emissioni preziose e medaglie commemorative. In realtà, il patrimonio numismatico conserva anche una quantità di oggetti che, pur condividendo materiali, tecniche e forme con le monete, raccontano aspetti molto diversi della storia sociale ed economica. È proprio questa prospettiva a guidare “Il Medagliere si rivela. Non solo monete… curiosità dal Medagliere”, il nuovo appuntamento della rassegna promossa dal Museo Civico Archeologico di Bologna, visitabile gratuitamente dall’8 luglio al 7 settembre 2026 nell’atrio del museo. Curata da Paola Giovetti e Laura Marchesini, l’esposizione rappresenta il nono capitolo di un progetto nato nel 2023 per valorizzare una delle più importanti raccolte numismatiche italiane.

Il Medagliere bolognese custodisce circa centomila beni numismatici che coprono un arco cronologico straordinariamente ampio, dalle prime forme di monetazione, sviluppatesi nell’Asia Minore tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C., fino all’euro. A questo patrimonio si aggiunge un nucleo di circa sedicimila medaglie realizzate dalla metà del Quattrocento ai giorni nostri, testimonianza dell’evoluzione di una forma artistica che, a partire dalle celebri opere di Pisanello, trasformò la medaglia in un raffinato mezzo di celebrazione civile e politica.

La nuova esposizione sceglie però una strada diversa. Ventisette oggetti, accomunati dal rapporto con la moneta ma destinati a funzioni completamente differenti, raccontano il gusto, le abitudini e le competenze tecniche di epoche lontane. Il risultato è un percorso che amplia il significato stesso della numismatica, mostrando come essa sia anche una preziosa fonte per comprendere la cultura materiale e la vita quotidiana.

Tra gli oggetti più eleganti figurano sei fiches da gioco in madreperla, realizzate tra il XVIII e il XIX secolo da artigiani cinesi per le grandi famiglie aristocratiche europee e americane. Nei salotti dell’alta società il gioco delle carte era un importante rito sociale e, al posto del denaro, si utilizzavano raffinati gettoni ai quali venivano attribuiti valori convenzionali. Le manifatture cinesi producevano esemplari personalizzati con stemmi araldici e iniziali dei committenti, sfruttando la luminosità naturale della madreperla ricavata dalle grandi ostriche perlifere. Illuminati dalla luce delle candele, questi piccoli capolavori contribuivano allo sfarzo delle serate mondane.

Di natura completamente diversa sono le insolite pedine lignee del tric-trac, antico gioco di strategia considerato il diretto predecessore del moderno backgammon. Prodotte tra XVI e XVII secolo soprattutto a Norimberga, importante centro europeo della lavorazione del legno e della metallurgia, queste pedine imitano perfettamente l’aspetto delle medaglie pur essendo realizzate mediante pressione su dischi lignei. Raffiguravano papi, principi, condottieri e personaggi dell’antichità classica, trasformando il gioco in una rappresentazione simbolica degli equilibri politici e religiosi dell’Europa moderna.

Un’altra sezione conduce nel mondo del Grand Tour, il lungo viaggio di formazione che tra Settecento e Ottocento rappresentava una tappa quasi obbligata per i giovani aristocratici europei. Napoli, con gli scavi di Pompei ed Ercolano e il fascino del Vesuvio, era una delle mete più ambite. Da qui provenivano i raffinati cammei scolpiti nella pietra lavica, piccoli rilievi raffiguranti profili classici e soggetti mitologici che divennero autentici simboli di prestigio culturale. Gli esemplari conservati nel Medagliere provengono dalla donazione del collezionista Giorgio Tabarroni, figura di primo piano negli studi sulla storia della scienza e appassionato numismatico.

Alla stessa raccolta appartengono una collana e un paio di orecchini apparentemente composti da autentiche monete greche e romane. Le analisi hanno però rivelato una storia molto più interessante: si tratta infatti di falsi moderni realizzati in piombo e rivestiti da una sottile lamina d’argento. Alcuni esemplari sono riconducibili a celebri falsari dell’Ottocento come Carl Wilhelm Becker e Peter Rosa, figure note agli studiosi per l’elevata qualità delle loro imitazioni. Questi oggetti testimoniano come il fenomeno della contraffazione numismatica abbia accompagnato il collezionismo fin dalle sue origini, diventando esso stesso materia di studio.

Tra i manufatti più insoliti figurano quattro dischi in vetro provenienti dall’Egitto del Califfato fatimita, databili tra X e XII secolo. A prima vista sembrano monete colorate, ma la loro funzione era completamente diversa. Erano infatti pesi monetali utilizzati per verificare il corretto peso dei dinar e dei dirham, poiché nell’economia islamica medievale il valore delle monete dipendeva dalla quantità effettiva di metallo prezioso contenuta. Il vetro costituiva il materiale ideale perché non poteva essere limato o alterato senza lasciare tracce evidenti, garantendo così la precisione delle verifiche effettuate nei mercati e nelle attività di cambio.

L’esposizione offre anche l’occasione di osservare da vicino gli strumenti utilizzati nella storica zecca di Bologna, attiva fino all’Unità d’Italia. Conio, punzone e medaglia dedicata al capitano Francesco de Marchi illustrano concretamente il complesso processo di produzione delle medaglie nel XVIII secolo. Autore dell’opera fu Filippo Balugani, scultore e medaglista bolognese che nel 1767 ottenne la prestigiosa nomina a maestro dei coni grazie proprio all’eccezionale qualità del ritratto realizzato per questa prova di concorso. Accanto agli strumenti sono esposte anche due piastre metalliche utilizzate per verificare la resa dei punzoni e la qualità delle incisioni prima della realizzazione definitiva del conio. Si tratta di documenti tecnici di grande interesse, che permettono di comprendere il livello di precisione raggiunto dagli artigiani delle antiche zecche.

Più che una semplice mostra numismatica, “Non solo monete… curiosità dal Medagliere” propone un viaggio nella storia della produzione artistica e manifatturiera. Ogni oggetto racconta un diverso modo di utilizzare immagini, metalli, pietre o vetro, dimostrando come la moneta abbia spesso superato la propria funzione economica per diventare ornamento, gioco, strumento tecnico o simbolo di prestigio.

La rassegna conferma anche il valore del Medagliere del Museo Civico Archeologico di Bologna come luogo di ricerca e divulgazione. Attraverso un’esposizione di dimensioni contenute ma scientificamente rigorosa, il museo restituisce al pubblico una parte poco conosciuta delle proprie collezioni, mostrando come la storia possa essere raccontata anche da oggetti apparentemente marginali. È proprio in queste curiosità, spesso trascurate rispetto ai grandi capolavori, che si nasconde una delle testimonianze più vive della cultura materiale europea.


Da Ufficiostampabolognamusei Ufficiostampabolognamusei <ufficiostampabolognamusei@comune.bologna.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

La biblioteca che custodisce cinque secoli di meraviglie. A Busseto un patrimonio raro

Dal Monte di Pietà fondato nel Cinquecento ai libri d’artista del Novecento, la Biblioteca di Busseto conserva tesori della storia della stampa, della tipografia e della cultura europea. Un luogo poco conosciuto, ma sorprendentemente vivo, visitabile gratuitamente ogni seconda domenica del mese.

Alcuni dei libri più importanti della storia occidentale non si trovano nelle grandi biblioteche nazionali, ma in un elegante palazzo seicentesco della pianura parmense. Qui convivono incunaboli, capolavori rinascimentali, libri proibiti, edizioni bodoniane e opere d’arte contemporanea, raccontando cinque secoli di cultura attraverso la forma stessa del libro.


La Biblioteca di Busseto, nel cuore della provincia di Parma, potrebbe essere un esempio fra quei luoghi che sembrano appartenere a una geografia segreta della cultura. Non perché siano nascosti, ma perché la loro fama non è ancora proporzionata al valore di ciò che custodiscono. Frequentata quotidianamente dai lettori del territorio e aperta come servizio pubblico, conserva uno dei patrimoni bibliografici più sorprendenti d’Italia, capace di attraversare oltre cinque secoli di storia della stampa, dell’editoria e dell’arte del libro. La sede è il monumentale Palazzo del Monte di Pietà, costruito nel 1679, edificio che racconta una vicenda iniziata molto prima. Il Monte di Pietà venne infatti fondato nel 1537 dai frati francescani con il sostegno della famiglia Pallavicino come istituzione di solidarietà sociale. Non era soltanto un luogo destinato al credito: concedeva prestiti di grano durante le carestie, aiutava le famiglie più povere, finanziava le doti delle ragazze prive di mezzi e sosteneva gli studi dei giovani più promettenti. Fu proprio questo sistema di assistenza a permettere al giovane Giuseppe Verdi, nato nelle vicine Roncole, di proseguire la propria formazione musicale a Milano, dando avvio a una delle più straordinarie carriere della storia dell’opera italiana.

Nel corso dei secoli il patrimonio librario si è arricchito grazie a donazioni, acquisizioni e importanti vicende storiche. Un momento decisivo arrivò nel 1768, quando l’espulsione dei Gesuiti dal Ducato di Parma portò nella biblioteca numerosi volumi appartenuti all’ordine religioso. Quel nucleo costituisce ancora oggi il cuore del fondo antico, con incunaboli, cinquecentine e preziose edizioni che testimoniano la stagione d’oro della tipografia europea. Negli ultimi anni la raccolta si è ulteriormente ampliata con la Collezione Mingardi, dedicata sia ai libri antichi sia ai livre d’artista del Novecento, mentre la Fondazione Cariparma continua ad arricchire il patrimonio con acquisizioni di assoluto rilievo e con iniziative espositive dedicate al grande pubblico. In questi giorni è esposta anche una monumentale edizione della Divina Commedia illustrata da Amos Nattini, una delle imprese editoriali italiane più ambiziose del secolo scorso.

Tra i capolavori conservati spicca l’Hypnerotomachia Poliphili, stampata da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499 e universalmente considerata uno dei vertici assoluti dell’arte tipografica rinascimentale. Il volume affascina ancora oggi per l’equilibrio tra testo, illustrazioni e impaginazione, oltre che per il celebre acrostico nascosto nelle iniziali dei trentotto capitoli, attraverso il quale l’autore rivela la propria identità: «Poliam Frater Franciscus Columna Peramavit». Il carattere utilizzato da Manuzio, perfezionato nei secoli successivi, è all’origine del celebre Bembo, uno dei font più diffusi nella tipografia contemporanea.

Non meno straordinarie sono le Cronache di Norimberga di Hartmann Schedel, pubblicate nel 1493. Con oltre milleottocento xilografie, rappresentano una delle opere illustrate più importanti del Quattrocento. Tra gli artigiani coinvolti nella realizzazione delle matrici figurava con ogni probabilità anche il giovane Albrecht Dürer, destinato a diventare uno dei grandi protagonisti dell’arte europea. Curiosamente, la stessa incisione veniva spesso riutilizzata per raffigurare città differenti, segno di un’epoca in cui il valore simbolico dell’immagine prevaleva sulla precisione documentaria.

La biblioteca conserva anche uno dei libri più discussi del Rinascimento, lo Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato. Pubblicato sotto pseudonimo negli anni Trenta del Cinquecento, il poema filosofico venne inserito nell’Indice dei libri proibiti per le sue posizioni considerate eterodosse. Quando le autorità ecclesiastiche identificarono l’autore, questi era già morto; le sue ossa furono riesumate e bruciate, mentre il libro continuò a circolare in tutta Europa, arrivando a superare sessanta edizioni. Una delle rare copie cinquecentesche sopravvissute è oggi conservata proprio a Busseto.

Parma è anche la città di Giambattista Bodoni, il tipografo che tra Settecento e Ottocento trasformò il libro in un’opera di rigorosa eleganza formale. I suoi caratteri, ancora oggi tra i più celebri della storia della grafica, sono entrati stabilmente nella cultura visiva internazionale. Tra le acquisizioni della Fondazione Cariparma figura una preziosa edizione dell’Oratio Dominica, il Padre Nostro stampato in decine di lingue del mondo. Più che un testo religioso, l’opera nasceva come campionario tipografico, destinato a mostrare la qualità dei caratteri disponibili in officina. Un principio che anticipa, per certi aspetti, l’uso dei testi dimostrativi adottati ancora oggi nella progettazione dei font digitali.

Il percorso arriva fino al Novecento grazie alla Collezione Mingardi, dove il libro smette definitivamente di essere soltanto supporto della parola scritta per diventare oggetto artistico. Accanto al celebre Jazz di Henri Matisse trovano posto il rivoluzionario Depero Futurista, il celebre “libro imbullonato” progettato da Fortunato Depero nel 1927, e uno dei più sorprendenti libri pop-up di Andy Warhol, che contiene elementi tridimensionali, un disco cartaceo funzionante, un preservativo e perfino una pagina impregnata di LSD, testimonianza della cultura pop americana degli anni Sessanta. Opere che dimostrano come il libro possa trasformarsi in esperienza sensoriale, oggetto di design e opera d’arte al tempo stesso.

Questo patrimonio non è rinchiuso in un archivio riservato agli studiosi. La Biblioteca di Busseto continua a svolgere la funzione per cui è nata: essere un luogo pubblico di conoscenza. Le sale storiche sono utilizzate quotidianamente da studenti e lettori, mentre ogni seconda domenica del mese il progetto Meravigliosa Biblioteca apre gratuitamente anche gli ambienti normalmente non accessibili, comprese le antiche casseforti del Monte di Pietà, attraverso visite guidate su prenotazione. È un modo concreto per restituire alla collettività una raccolta che appartiene alla storia culturale italiana e che continua a crescere grazie all’impegno della Fondazione Cariparma.

In un’epoca dominata dalla lettura digitale e dalla circolazione immateriale delle informazioni, la Biblioteca di Busseto ricorda che il libro è anche un oggetto progettato, costruito e pensato. Ogni volume custodisce non solo un testo, ma una storia di tipografia, di arte, di tecnica e di società. È forse questa la ragione per cui una visita tra i suoi scaffali lascia la sensazione di aver attraversato non una semplice biblioteca, ma cinque secoli di cultura europea raccontati attraverso la materia stessa della carta.


Da Chiara Alfieri <alfieri@Fondazionecrp.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

Quando la musica diventa cittadinanza. A Ponticelli torna “Come Suona il Caos”

La quinta edizione del festival ideato da Maurizio Capone trasforma la periferia orientale di Napoli in uno spazio di creatività, educazione ambientale e partecipazione sociale. Concerti, laboratori, incontri e percorsi formativi coinvolgono giovani, associazioni e cittadini in un progetto che unisce cultura e sostenibilità.

Esistono festival che nascono per intrattenere e altri che scelgono di modificare il territorio in cui prendono forma. “Come Suona il Caos” appartiene a questa seconda categoria: un laboratorio collettivo nel quale la musica diventa linguaggio educativo, occasione di incontro e strumento per immaginare una comunità più consapevole.


Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli, torna a essere il centro di un’esperienza culturale che mette al centro le persone prima ancora dello spettacolo. Il 14 e 15 luglio il Centro Ciro Colonna dei Maestri di Strada ospita la quinta edizione di “Come Suona il Caos”, manifestazione ideata e diretta da Maurizio Capone, musicista da sempre impegnato nella sperimentazione di strumenti costruiti con materiali di recupero e nella diffusione di una cultura della sostenibilità attraverso il linguaggio musicale.

Il festival è il punto di arrivo di un percorso iniziato il 1° luglio con laboratori musicali, attività creative, workshop scientifici e iniziative educative che coinvolgono ragazze e ragazzi del territorio. I giovani partecipanti non sono semplici spettatori: salgono sul palco, collaborano all’organizzazione e diventano parte integrante del progetto, confermando una filosofia che considera la cultura un processo condiviso e non un evento da consumare passivamente.

La collaborazione con l’associazione Maestri di Strada, attiva da oltre vent’anni nelle periferie napoletane, rafforza questa impostazione. L’organizzazione, nata per contrastare la dispersione scolastica e l’emarginazione giovanile attraverso percorsi educativi innovativi, ha trasformato nel tempo numerosi quartieri della città in luoghi di sperimentazione sociale. La scelta di ospitare il festival al Centro Ciro Colonna assume quindi un valore simbolico: la cultura viene proposta là dove può diventare strumento concreto di inclusione, crescita personale e partecipazione civica.

Le attività formative rientrano nel progetto S.T.E.M. – Scuola, Territorio, Educazione, Motivazione, promosso da Maestri di Strada insieme alla cooperativa NuReCo, all’associazione Trerrote e al Consorzio STRESS Scarl, con il sostegno del Fondo per la Repubblica Digitale. Accanto ai laboratori musicali trovano spazio percorsi scientifici, incontri, visite guidate ed esperienze pensate per rafforzare il rapporto tra educazione, territorio e innovazione sociale.

Tra le iniziative in programma figurano attività presso l’Area Marina Protetta della Gaiola, una delle più importanti aree naturalistiche del Golfo di Napoli, percorsi di navigazione e formazione in mare realizzati con l’associazione Scugnizzi a Vela e una visita alla Masseria Antonio Esposito Ferraioli di Afragola, bene confiscato alla criminalità organizzata e oggi trasformato in presidio di legalità, agricoltura sociale e cittadinanza attiva. Sono esperienze che mostrano come tutela dell’ambiente, memoria civile e partecipazione possano diventare parte integrante di un progetto culturale.

Il programma del 14 luglio si apre alle ore 18 con il convegno “L’Acqua – ‘A mamma ‘e tutt’e mamme”, dedicato al valore dell’acqua come bene comune e alla crescente emergenza climatica. Interverranno rappresentanti di Greenpeace, Stop Biocidio, N’Sea Yet e Verdi Ambiente e Società, insieme ad altri studiosi e attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente. Il dibattito affronta temi oggi centrali, dalle conseguenze delle siccità alle alluvioni sempre più frequenti, ricordando come la gestione delle risorse idriche rappresenti una delle grandi sfide del XXI secolo. La serata prosegue con il laboratorio di Maurizio Capone dedicato alla costruzione di strumenti musicali ricavati da materiali riciclati e con le performance teatrali dei giovani coinvolti nei laboratori di Trerrote Teatro Ricerca Educazione.

La giornata del 15 luglio è invece dedicata soprattutto alle nuove generazioni. Sul palco si alternano i ragazzi del laboratorio musicale guidato da Maurizio Capone presso il Teatro della Parrocchia di Piazza Ottocalli, gli allievi dei Maestri di Strada e gli studenti coinvolti nel progetto Cultura che Classe, promosso dal Comune di Napoli. Un programma che mette al centro la creatività giovanile come occasione di crescita individuale e collettiva.

Il momento conclusivo del festival è affidato, alle ore 21, all’anteprima di “Electro Junk”, il nuovo spettacolo di Capone & BungtBangt, formazione conosciuta per aver trasformato materiali destinati allo scarto in strumenti musicali perfettamente funzionanti. Bidoni, tubi, lattine, componenti metallici e oggetti di uso quotidiano diventano parte di un linguaggio sonoro che unisce percussioni urbane, elettronica e ricerca musicale. Un’idea che richiama le esperienze internazionali dell’upcycling applicato alla musica, dimostrando come il recupero dei materiali possa diventare anche una forma di espressione artistica. Ospite speciale della serata sarà il cantautore Andrea Tartaglia.

Fin dal pomeriggio spazio anche ad altri protagonisti della scena musicale emergente, con le esibizioni del cantautore Andrea Calabrese, dei rapper del Collettivo SongArt, della Scuderia Rappers di Mariotto Longman, dei Collect_Ivo e il dj set di Carlamour, in un programma che valorizza linguaggi artistici differenti e offre visibilità a giovani interpreti del territorio.

Accanto agli eventi musicali sarà attivo per tutta la manifestazione il Villaggio di Come Suona il Caos, uno spazio dedicato alle associazioni impegnate nella tutela dell’ambiente, nella promozione dei diritti civili, della mobilità sostenibile e della partecipazione civica. Tra le realtà coinvolte figurano Greenpeace, Stop Biocidio, Gaiola Onlus, WAU, Gridas, CleaNap, Napoli Pedala!, Cantiere Giovani e numerose altre organizzazioni che operano quotidianamente sul territorio.

Nel panorama dei festival italiani dedicati alla sostenibilità, “Come Suona il Caos” occupa una posizione originale perché supera la tradizionale distinzione tra spettacolo, educazione e impegno civile. La musica diventa il punto d’incontro tra discipline diverse, capace di mettere in relazione arte, ecologia, innovazione sociale e cittadinanza attiva. È una formula che guarda soprattutto alle periferie urbane, non come luoghi da raccontare attraverso le difficoltà, ma come laboratori nei quali possono nascere nuove forme di partecipazione culturale.

Il messaggio che arriva da Ponticelli è semplice quanto attuale. Il caos evocato dal titolo del festival non rappresenta soltanto il disordine delle città contemporanee, ma anche l’energia creativa che nasce quando persone, competenze e sensibilità differenti si incontrano. Da questa energia possono prendere forma nuove comunità, nuovi linguaggi e una diversa idea di futuro, costruita partendo dalla cultura e dalla responsabilità condivisa.


Da giulio di donna <feedback@hungrypromotion.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Maremma: arte, natura e tutela animale dialogano nelle “Montagne Incantate”

A Rocchette di Fazio una mostra riporta alla luce il lato meno conosciuto del grande regista ferrarese. Le sue sperimentazioni tra fotografia e pittura incontrano le opere di Enrica Fico Antonioni e Francesca De Mai in un progetto che celebra i trent’anni di Animanatura e la nascita della Fondazione Animanatura ETS.

Alcune opere sembrano trovare il luogo che le aspettava da sempre. Le “Montagne Incantate” di Michelangelo Antonioni arrivano nel cuore della Maremma toscana, dove il paesaggio, la tutela della biodiversità e la ricerca artistica diventano parte di un unico racconto dedicato alla relazione tra uomo e natura.


Non tutti ricordano che Michelangelo Antonioni, oltre a essere uno dei più influenti registi del Novecento, coltivò per decenni una profonda ricerca nel campo delle arti visive. La pittura, il collage e la fotografia rappresentarono per lui un laboratorio creativo parallelo al cinema, un territorio nel quale sperimentare nuove forme di percezione dello spazio, del colore e del paesaggio. Proprio questa produzione meno conosciuta è al centro della mostra “Le Montagne Incantate”, inaugurata il 18 luglio 2026 nella Pieve di Santa Cristina, a Rocchette di Fazio, nel comune di Semproniano, e visitabile fino al 9 agosto. Curata da Matteo Pacini e promossa dalla Fondazione Animanatura ETS, l’esposizione si inserisce nel programma celebrativo per i trent’anni del rifugio per animali di Semproniano e per la nascita della nuova fondazione dedicata alla tutela della fauna e dell’ambiente.

L’origine del progetto nasce da una coincidenza dal forte valore simbolico. Il protagonista è Mihal, un giovane leone di quattro anni trasferito dall’Albania alla Maremma dopo un viaggio di oltre tremila chilometri attraverso l’Europa. La sua storia di recupero e accoglienza è diventata l’immagine di un nuovo inizio per Animanatura, realtà che dopo trent’anni di attività evolve nella Fondazione Animanatura ETS. È stata Enrica Fico Antonioni, madrina dell’iniziativa, a cogliere nello sguardo dell’animale una qualità evocativa capace di richiamare l’universo poetico del marito Michelangelo Antonioni, suggerendo un dialogo tra arte contemporanea, paesaggio e sensibilità ambientale.

Fulcro dell’esposizione è la serie “Le Montagne Incantate”, composta da una quarantina di opere recentemente riscoperte. Si tratta di immagini nate dall’elaborazione pittorica di piccoli collage successivamente ingranditi fotograficamente, un procedimento che richiama, anche sul piano concettuale, il tema dello sguardo e dell’ingrandimento sviluppato da Antonioni nel celebre film Blow-Up del 1966. Le superfici si trasformano così in paesaggi sospesi tra astrazione e realtà, dove la montagna perde ogni funzione descrittiva per diventare materia visiva, struttura cromatica e spazio mentale.

L’interesse di Antonioni per la pittura accompagna una parte significativa della sua vita. A partire dagli anni Sessanta il regista approfondisce la ricerca artistica anche grazie ai rapporti con protagonisti dell’arte internazionale, tra i quali Mark Rothko, la cui riflessione sul colore come esperienza emotiva lasciò tracce riconoscibili nella sensibilità del cineasta ferrarese. Nella residenza di Trevi, in Umbria, Antonioni sviluppò una produzione fatta di collage, fotografie manipolate e composizioni astratte che solo negli ultimi anni stanno ricevendo un’adeguata attenzione critica come parte integrante della sua opera complessiva.

Accanto ai lavori del regista dialogano le opere di Enrica Fico Antonioni e Francesca De Mai, accomunate da una riflessione sul rapporto tra natura e immaginazione. Enrica Fico, regista, produttrice e artista, costruisce le proprie composizioni utilizzando elementi vegetali raccolti nei boschi umbri e lungo la costa maremmana: foglie, petali, cortecce, conchiglie e frammenti naturali diventano materia narrativa di paesaggi interiori nei quali il collage incontra la pittura. Francesca De Mai, formatasi all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sviluppa invece una ricerca che intreccia stampa artigianale, grafica contemporanea, design e tecniche manuali, dando vita a opere che riflettono sul legame simbolico tra esseri umani e mondo animale.

La mostra assume un significato particolare anche per il luogo che la ospita. La Pieve di Santa Cristina, immersa nel paesaggio delle Rocchette di Fazio, diventa il punto d’incontro tra patrimonio storico, arte contemporanea e natura, offrendo un contesto coerente con la poetica delle opere esposte. Il progetto si inserisce infatti in un programma culturale più ampio attraverso il quale la Fondazione Animanatura intende affiancare all’attività di recupero e protezione degli animali una riflessione sul rapporto tra esseri umani, ambiente e linguaggi artistici contemporanei.

Le celebrazioni ricordano inoltre il percorso iniziato nel 1996 con il Centro Recupero Animali Selvatici della Maremma, nato grazie alla collaborazione tra WWF Italia e Provincia di Grosseto. Negli anni la struttura ha ampliato progressivamente le proprie competenze fino a diventare un centro di riferimento nazionale per l’accoglienza di animali selvatici ed esotici non reintroducibili in natura. Dal 2000 è riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica quale struttura di referenza per gli animali pericolosi e dal 2007 opera come centro per la conservazione ex situ della fauna riconosciuto dalla Regione Toscana. Oggi Animanatura Wild Sanctuary occupa oltre ottanta ettari di ambienti naturali e ospita circa quattrocentocinquanta animali appartenenti a più di cinquanta specie, proponendosi non come uno zoo tradizionale, ma come un santuario dedicato alla cura, alla conservazione e all’educazione ambientale.

L’arrivo di Mihal rappresenta concretamente questa filosofia. Cresciuto in Albania in un contesto che non rispondeva più alle esigenze della specie, il giovane leone è stato trasferito in Toscana grazie alla collaborazione tra Fondazione Animanatura ETS, Dungler Foundation for Animal Welfare e Albanian Wildlife Rescue Team. Nel santuario potrà vivere in spazi più estesi e instaurare relazioni sociali con altri esemplari, a partire dalla leonessa Saturnia. Per sostenere il suo primo anno di permanenza è stata avviata anche una raccolta fondi destinata a coprire parte delle spese di gestione.

L’inaugurazione della mostra, prevista il 18 luglio, sarà accompagnata dalla visita al santuario, dagli incontri istituzionali dedicati alla nascita della Fondazione Animanatura ETS e da un concerto dei The Dreamers nel borgo di Rocchette di Fazio, trasformando la giornata in un momento di incontro tra arte, musica e tutela ambientale.

“Le Montagne Incantate” dimostra come il paesaggio possa essere interpretato non soltanto come soggetto artistico, ma come luogo di responsabilità condivisa. Le opere di Antonioni, nate dalla continua ricerca sul vedere e sul trasformare l’immagine, trovano oggi una nuova attualità accanto a un progetto dedicato alla conservazione della biodiversità. È un dialogo che supera i confini disciplinari e ricorda come cultura, natura e cura del vivente possano alimentarsi reciprocamente, offrendo nuove prospettive sul modo di abitare il mondo.


Da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

ArtUP: l’intelligenza artificiale nuovo curatore dell’esperienza museale

Una piattaforma italiana integra AI, cloud e data analytics per aiutare musei, gallerie e collezioni a trasformare il patrimonio artistico in un’esperienza digitale, accessibile e personalizzata. Il debutto avviene con la mostra dedicata ai Macchiaioli a Palazzo Reale di Milano.

L’innovazione nel mondo dell’arte non passa soltanto dai nuovi linguaggi creativi. Sempre più spesso riguarda il modo in cui le opere vengono raccontate, conservate e condivise con il pubblico. È in questo scenario che nasce ArtUP, una piattaforma sviluppata in Italia per accompagnare la trasformazione digitale delle istituzioni culturali e rendere l’esperienza di visita più coinvolgente e inclusiva.


La digitalizzazione del patrimonio culturale è ormai una delle principali sfide per musei, fondazioni e siti storici. Non si tratta semplicemente di trasferire cataloghi su supporti digitali, ma di ripensare il rapporto tra opere, istituzioni e visitatori attraverso strumenti capaci di integrare narrazione, analisi dei dati e intelligenza artificiale. È con questo obiettivo che nasce ArtUP, piattaforma sviluppata a Milano per la gestione delle collezioni artistiche e la realizzazione di esperienze digitali sia in presenza sia da remoto. Le caratteristiche del progetto e le modalità di utilizzo sono illustrate nel comunicato di presentazione.
Pensata per musei, gallerie, fondazioni, complessi religiosi e collezioni private, la piattaforma riunisce in un unico ambiente funzioni che normalmente richiedono strumenti differenti. Oltre alla catalogazione delle opere, consente di produrre audioguide multilingue attraverso l’intelligenza artificiale, progettare percorsi curatoriali, guidare il pubblico durante la visita e amministrare contemporaneamente più sedi espositive e più artisti. L’obiettivo è semplificare il lavoro dei professionisti della cultura senza rinunciare alla qualità della mediazione scientifica.

L’idea nasce dall’incontro tra competenze tecnologiche e conoscenza diretta del settore museale. Al progetto hanno infatti collaborato direttori di musei, curatori, galleristi e collezionisti, così da costruire uno strumento modellato sulle esigenze operative delle istituzioni culturali. Fondatore è Federico Bolondi, imprenditore che ha contribuito allo sviluppo dell’internet mobile europeo attraverso le esperienze di Gsmbox e Bitage; al suo fianco Paolo Barbesino, da oltre vent’anni impegnato nell’innovazione digitale dei servizi finanziari. Strategic Advisor è Marco Benatti, architetto di formazione, cofondatore di Matrix e ideatore del portale Virgilio, una delle prime grandi piattaforme dell’internet italiano.

Negli ultimi anni il concetto stesso di museo è profondamente cambiato. La definizione approvata dall’International Council of Museums (ICOM) nel 2022 descrive il museo come un’istituzione permanente che non soltanto conserva e ricerca, ma comunica, interpreta e favorisce la partecipazione delle comunità. In questo contesto le tecnologie digitali rappresentano un supporto sempre più importante per ampliare l’accessibilità e personalizzare la visita, senza sostituire il valore dell’esperienza diretta davanti all’opera.

ArtUP si inserisce proprio in questa evoluzione. La piattaforma abbina un dispositivo fisico, l’ArtUP Box, a un’applicazione universale. QR code, tecnologia NFC e beacon permettono al visitatore di ricevere automaticamente contenuti contestuali mentre si muove negli spazi espositivi. Audio, video, realtà aumentata, percorsi interattivi e sistemi di riconoscimento delle opere vengono così integrati in un’unica esperienza, adattabile all’identità grafica e curatoriale di ogni istituzione. La piattaforma è inoltre predisposta per dialogare con sistemi di biglietteria, e-commerce, NFT e strumenti di lead generation.

Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’utilizzo dei dati. Attraverso sistemi di analytics è possibile comprendere come i visitatori si muovono negli spazi, quali opere suscitano maggiore interesse e quali contenuti risultano più efficaci. Informazioni preziose sia per migliorare l’organizzazione delle esposizioni sia per sviluppare nuove strategie di valorizzazione del patrimonio culturale.

Secondo i dati diffusi dalla società, oltre il 30% dei visitatori coinvolti nelle prime sperimentazioni sceglie già percorsi personalizzati e ascolta più di dieci narrazioni audio durante la visita. L’obiettivo dichiarato è estendere ulteriormente questa modalità di fruizione attraverso strumenti di realtà aumentata e nuove forme di interazione tra pubblico e opere.

Il debutto operativo della piattaforma è avvenuto con la mostra I Macchiaioli, ospitata a Palazzo Reale di Milano. Per l’esposizione sono stati realizzati sedici audiocontenuti geolocalizzati in collaborazione con Audio Tales, dedicati al contesto storico del movimento pittorico. I racconti si attivano automaticamente quando il visitatore entra nelle diverse sale, attraverso QR code oppure mediante l’applicazione collegata ai beacon installati lungo il percorso. Sono disponibili itinerari differenziati, compreso uno dedicato ai ragazzi, e contenuti in lingua italiana e inglese.

La scelta di rendere disponibile gratuitamente la piattaforma per la gestione di un massimo di dieci opere in due lingue rappresenta un elemento significativo del progetto. L’Italia possiede infatti un patrimonio culturale estremamente diffuso, composto non soltanto da grandi musei ma anche da chiese, ville storiche, castelli, piccoli musei civici e collezioni locali che spesso dispongono di risorse economiche limitate. Un modello freemium può contribuire ad avvicinare queste realtà alla digitalizzazione senza richiedere investimenti iniziali particolarmente onerosi.

Il contesto economico conferma il crescente interesse verso questo settore. Secondo i dati riportati da Nomisma, il mercato dell’arte in Italia vale 1,36 miliardi di euro e ha generato nel 2023 un impatto economico complessivo di 3,86 miliardi. Su scala mondiale l’industria supera i 580 miliardi di dollari e il segmento specifico dell’arte digitale è destinato a raggiungere circa 17,7 miliardi di dollari entro il 2032. Parallelamente cresce l’impiego di strumenti basati sull’intelligenza artificiale, sulla blockchain, sugli NFT e sulle esperienze immersive, tecnologie che stanno modificando tanto le modalità di fruizione quanto quelle di gestione e valorizzazione delle collezioni.

In questo scenario ArtUP propone una visione nella quale l’innovazione tecnologica non sostituisce il patrimonio artistico, ma ne amplia le possibilità di lettura e di accesso. L’intelligenza artificiale diventa così uno strumento al servizio della conoscenza, capace di supportare curatori e conservatori, migliorare l’esperienza dei visitatori e offrire nuove opportunità di valorizzazione a un patrimonio culturale diffuso che costituisce una delle principali ricchezze dell’Italia.


Da ArtUP PR <artup@mobox.it> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

Storie, il paesaggio della memoria secondo Silvestro Bonaventura

Alla Casina Vanvitelliana di Bacoli la nuova tappa della mostra personale dell’artista. Un percorso in cui immagini, architetture e ricordi si intrecciano in una riflessione sul tempo, sull’identità e sulla trasformazione dello sguardo.

Ci sono opere che chiedono di essere osservate e altre che sembrano chiedere di essere attraversate. La ricerca di Silvestro Bonaventura appartiene a questa seconda categoria: non racconta semplicemente dei luoghi, ma invita a entrare nello spazio incerto della memoria, dove ogni immagine conserva tracce del passato senza rinunciare a interrogare il presente.


Dal 16 luglio al 2 agosto 2026 la Casina Vanvitelliana di Bacoli ospita “Storie”, mostra personale di Silvestro Bonaventura promossa da Oltreforma APS, ideata dalle gallerie L2Arte e HR Docks Gallery e curata da Rosanna Accordino. L’esposizione raccoglie alcune delle opere più rappresentative della recente produzione dell’artista, costruendo un itinerario che mette al centro memoria, identità ed esperienza personale, trasformate in un linguaggio visivo aperto all’interpretazione dello spettatore.
Il titolo della mostra sintetizza efficacemente la natura del progetto. Le “storie” non sono infatti racconti lineari, ma frammenti che si accumulano nel tempo come sedimenti della memoria. Ogni opera costituisce una tessera di un mosaico più ampio, nel quale esperienze individuali e riferimenti collettivi convivono senza gerarchie. Lo spettatore è così chiamato a ricostruire connessioni personali, completando idealmente un racconto che rimane volutamente aperto.

Questa concezione della memoria trova profonde affinità con alcune delle principali riflessioni filosofiche e storico-artistiche del Novecento. La memoria non è intesa come semplice conservazione del passato, ma come processo dinamico di continua rielaborazione. Ogni immagine diventa il luogo in cui esperienza, percezione e immaginazione si incontrano, dando vita a nuove possibilità di lettura. L’opera d’arte non offre quindi una risposta definitiva, ma apre uno spazio di relazione tra ciò che è stato e ciò che continua a trasformarsi nel presente.

La scelta della Casina Vanvitelliana contribuisce in modo determinante alla forza del progetto. Edificata nel XVIII secolo su progetto attribuito a Carlo Vanvitelli, figlio del celebre Luigi, la piccola residenza borbonica sorge su un isolotto del lago Fusaro ed è collegata alla terraferma da un lungo ponte ligneo. Pensata originariamente come casino di caccia e luogo di rappresentanza della corte, la struttura è diventata nel tempo uno dei simboli architettonici dei Campi Flegrei, grazie alla sua posizione sospesa sull’acqua e al delicato equilibrio tra architettura e paesaggio.

Non è un caso che proprio l’acqua diventi la principale chiave interpretativa della mostra. Nel comunicato si sottolinea come questo elemento non rappresenti soltanto il contesto naturale della Casina, ma trovi una corrispondenza diretta nell’immaginario dell’artista. Nelle opere di Bonaventura edifici, oggetti e paesaggi sembrano infatti immersi in una dimensione liquida che attenua i contorni, modifica le prospettive e dissolve i confini tra realtà e ricordo. La memoria assume così una consistenza fluida, in continua trasformazione, dove ciò che appare nitido può improvvisamente sfumare e ciò che sembrava perduto riemerge sotto nuove forme.

Questa ricerca sulla percezione colloca il lavoro di Bonaventura all’interno di una sensibilità contemporanea che guarda al paesaggio non come semplice rappresentazione del reale, ma come costruzione mentale ed emotiva. Le immagini non descrivono fedelmente uno spazio, bensì restituiscono il modo in cui esso viene interiorizzato, ricordato e continuamente reinterpretato dall’esperienza individuale.

Anche il percorso espositivo riflette questa idea di trasformazione. Prima di approdare a Bacoli, Storie era stata presentata al Collegio Fratelli Cairoli di Pavia e successivamente al Castello di Francolise. Ogni sede ha modificato il dialogo tra le opere e l’ambiente circostante, dimostrando come il contesto architettonico non sia un semplice contenitore, ma un elemento attivo nella costruzione del significato dell’esposizione. Alla Casina Vanvitelliana questa relazione raggiunge una particolare intensità, grazie alla presenza costante dell’acqua e alla forte identità storica del luogo.

Il progetto curatoriale di Rosanna Accordino valorizza proprio questa dimensione relazionale. Le opere non occupano semplicemente lo spazio espositivo, ma instaurano con esso un dialogo continuo, trasformando la visita in un attraversamento percettivo. Il passato non viene evocato come immagine immobile o nostalgica, ma come materia viva, ancora capace di interrogare il presente e di suggerire nuove interpretazioni.

In questo senso Storie si inserisce in una tendenza sempre più diffusa dell’arte contemporanea, che privilegia l’esperienza rispetto alla semplice contemplazione. Il visitatore è chiamato a costruire il proprio percorso interpretativo, lasciandosi guidare dalle analogie, dai vuoti, dalle sospensioni e dalle stratificazioni che attraversano l’intera ricerca dell’artista.

La mostra conferma così il ruolo della Casina Vanvitelliana come luogo privilegiato di incontro tra patrimonio storico e linguaggi contemporanei. In un edificio nato per il piacere della contemplazione del paesaggio, l’opera di Silvestro Bonaventura introduce una riflessione sul modo in cui i luoghi continuano a vivere attraverso le immagini, i ricordi e le trasformazioni della memoria. Più che una successione di opere, Storie propone un’esperienza di attraversamento, nella quale architettura, acqua e arte contemporanea si fondono in un unico racconto visivo, aperto alle interpretazioni di chi osserva.


Da Press Galleria L2ARTE <press@l2arte.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences