La luce che trema sul mondo – La luce si fa polvere e la polvere si fa Pace

Un trittico come visione del presente

L’opera La luce si fa polvere e la polvere si fa Pace di Francesco Guadagnuolo si presenta come una struttura verticale che articola tre livelli di percezione: il cielo, l’interno umano e la città. Questa verticalità non è soltanto un dispositivo formale, ma una lettura stratificata del nostro tempo, in cui la luce diventa materia politica, testimonianza e possibilità.

Guadagnuolo costruisce un trittico interno al quadro che non illustra la guerra, ma ne restituisce la pressione atmosferica: una condizione che altera la visione, la percezione e la memoria collettiva. La luce, in quest’opera, non è un elemento neutro: è un agente che si spezza, si fa polvere, si trasforma in un segno fragile di Pace.

Il cielo inciso: la guerra come fenomeno atmosferico

Nella parte superiore, un paesaggio montuoso iraniano immerso in un blu petrolio profondo è attraversato da fenditure luminose: traiettorie di missili e droni che incidono il cielo come fratture. Le ombre delle rocce si deformano, la foschia assume tonalità violente, e la notte diventa un campo di tensione. La guerra non è rappresentata direttamente: è percepita come distorsione del visibile, come alterazione della luce stessa.

La stanza sospesa: interiorità e responsabilità

La sezione centrale introduce una stanza vuota, in penombra, attraversata da una luce sospesa tra alba e tramonto. È uno spazio essenziale, privo di figure, che diventa metafora dell’interiorità collettiva. La finestra aperta non mostra la guerra, ma un cielo trattenuto, immobile, come se il tempo fosse stato interrotto.

La parola PEACE appare rarefatta, quasi dissolta nella polvere di luce. Non è un messaggio diretto, ma un segno minimo, un respiro che attraversa lo spazio e si posa sul mondo come possibilità fragile. La sua presenza introduce una dimensione etica che non impone, ma invita alla responsabilità.

La città ferita: la luce come minaccia

Nella parte inferiore, un paesaggio urbano iraniano notturno è attraversato da bagliori energetici che penetrano nelle case e nelle strade. La luce non illumina: invade, disturba, genera inquietudine. Le finestre illuminate sono come occhi costretti a restare aperti; quelle oscure custodiscono un silenzio più profondo, un enigma che appartiene alla vulnerabilità dei territori colpiti.

La città non è rappresentata come vittima passiva, ma come organismo che resiste, che assorbe e restituisce la tensione del conflitto.

Una politica della luce

Il trittico costruisce una narrazione verticale che attraversa guerra, sospensione e pace possibile. La luce scende dal cielo alla stanza, dalla stanza alla città, trasformandosi in polvere e poi in segno. La politica dell’opera non è dichiarativa: è una politica della percezione. La Pace non è rappresentata come certezza, ma come apparizione fragile, come possibilità che emerge proprio nella consapevolezza dell’inquietudine.

Guadagnuolo, attraverso quest’opera, mette il mondo in uno stato di attesa: un tempo sospeso in cui la luce che trema sul mondo diventa la forma più necessaria della Pace.

Intervista al Maestro Francesco Guadagnuolo

Ambasciatore di Pace dell’Universal Peace Federation – ONG con “Special Consultative Status” presso il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) delle Nazioni Unite

«La luce, per me, è sempre un atto politico»

Domanda Maestro Guadagnuolo, in quest’opera la luce sembra essere il vero soggetto. Che cosa rappresenta per lei questa trasformazione?

Guadagnuolo La luce è la prima cosa che la guerra spezza. Non parlo solo della luce fisica, ma della capacità di vedere il mondo senza paura. Quando la luce si fa polvere, rivela la fragilità dell’umano. Ma nella polvere c’è anche un seme: la possibilità che la Pace trovi un varco.

«La stanza vuota è l’interno di tutti noi»

Domanda Perché collocare al centro del trittico una stanza vuota attraversata da una luce sospesa?

Guadagnuolo La stanza è un luogo universale. Non appartiene ad un Paese o ad un popolo: appartiene all’essere umano quando la storia lo supera. La guerra entra nelle case, ma entra anche nei pensieri. La stanza vuota è ciò che resta quando tutto è stato scosso. La luce che entra è una domanda aperta.

«La parola PEACE non è un messaggio: è un respiro»

Domanda La parola PEACE appare fragile, quasi dissolta. Perché questa scelta?

Guadagnuolo Non volevo imporre un messaggio. La pace non s’impone: s’invoca, si desidera, si teme. Ho voluto che la parola fosse fragile, come se potesse sparire da un momento all’altro. È un respiro che attraversa la stanza e si posa sul mondo, ma potrebbe anche non arrivare.

«La città ferita è un organismo che resiste»

Domanda La città notturna è attraversata da bagliori violenti, ma non appare mai passiva.

Guadagnuolo La città è un corpo. Le finestre illuminate sono occhi che non possono chiudersi. Alcune restano oscure perché custodiscono il silenzio, la paura, la speranza. Non volevo rappresentare la distruzione, ma la resistenza. Anche nella notte più dura, la città continua a respirare.

«Dipingo la guerra per parlare della pace»

Domanda In che modo quest’opera s’inserisce nel suo percorso artistico?

Guadagnuolo Ho sempre creduto che l’arte debba tenere aperto un varco. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alla guerra, ma possiamo trasformare la visione in un atto di responsabilità. Dipingo la guerra per parlare della Pace, perché la Pace è una scelta fragile e urgente.


Da osservatorioartecont@libero.it

Arsia ha ricordato le 185 vittime della tragedia mineraria del 1940

Promossa dal Comune di Arsia e dalla Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi” di Albona con la collaborazione dell’Università Popolare di Trieste, si è svolta sabato scorso ad Arsia una solenne commemorazione dell’86° anniversario della tragedia mineraria del 28 febbraio 1940, che causò la morte di 185 minatori e il ferimento di altri 146, segnando in modo indelebile la storia della città e dell’intera regione. Una giornata intensa, nel segno della memoria condivisa e della cooperazione internazionale, che ha rinnovato il legame storico, culturale e umano tra Italia e Croazia.

Arsia ha ricordato le 185 vittime della tragedia mineraria del 1940.

Una giornata di memoria, riflessione e dialogo tra Italia e Croazia nel racconto del Presidente dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian

L’iniziativa ha visto una partecipazione numerosa e sentita di autorità civili e istituzionali, rappresentanti delle comunità locali, delegazioni italiane e croate, oltre a cittadini e studenti.
La cerimonia si è aperta nella sala della SACO Rudar con gli interventi del sindaco di Arsia, Leo Knapić, dei coorganizzatori e degli ospiti d’onore, tra cui l’Ambasciatore d’Italia in Croazia Paolo Trichilo, il Ministro Plenipotenziario Daniele Rampazzo e il Presidente di Federesuli Renzo Codarin.

 
“Nei discorsi” – afferma il Presidente dell’Università Popolare di Trieste, Edvino Jerian, presente alla cerimonia insieme al Segretario Generale Fabrizio Somma – “è stato sottolineato il valore della memoria come fondamento per costruire un futuro basato sul rispetto, sulla cooperazione e sulla tutela dei diritti umani, in particolare quello del lavoro sicuro, tema quanto mai attuale.
Particolarmente toccante il momento culturale affidato agli alunni della Scuola Elementare “Ivan Batelić” di Arsia e al Coro della Comunità Italiana “Giuseppina Martinuzzi” di Albona, diretto dalla maestra Denana Levak. A seguire, l’esecuzione dei 185 rintocchi della campana Alma Mater Dolorosa ha scandito uno dei momenti più intensi della mattinata, in un silenzio carico di commozione”.
La giornata è proseguita con la messa di suffragio nella chiesa di Santa Barbara, patrona dei minatori, e con un momento conviviale, occasione di incontro e dialogo tra i partecipanti.

“Nel pomeriggio, nello spazio dell’ex cinema di Piazza della Repubblica” – conclude Jerian – “è andata in scena la rappresentazione teatrale “262 vestiti appesi”, di Alessandro Idonea e Maria Elise Corsaro, ispirata alla tragedia mineraria di Marcinelle del 1956. Uno spettacolo intenso ed emozionante, che ha attraversato sogni, speranze e drammi di chi ha vissuto la miniera, riportando al centro il tema della sicurezza sul lavoro come diritto umano fondamentale. La messinscena, sostenuta da numerose istituzioni italiane e croate e accompagnata da sottotitoli in croato, ha riscosso grande apprezzamento da parte del pubblico”. La commemorazione si è conclusa con la visita guidata alla miniera di Arsia, permettendo agli ospiti di toccare con mano i luoghi simbolo di una tragedia che continua a parlare alle coscienze, invitando a non dimenticare.


Aps comunicazione Snc
di Aldo Poduie e Federica Zar
viale Miramare, 17 • 34135 Trieste
Tel. e Fax +39 040 410.910
zar@apscom.it
Da Federica Zar <zar@apscom.it>

Casa degli Artisti: Lotte del quartiere Garibaldi contro gli sfratti e le demolizioni (1972-1975)

Quando agli inizi degli anni Settanta centinaia di famiglie del quartiere Garibaldi iniziarono a ricevere gli avvisi di sfratto per far posto al tracciato della nuova metropolitana, la prospettiva era chiara e drammatica: perdere la casa, essere espulsi dal centro città, scomparire come comunità. Tra il 1972 e il 1975 quel rischio concreto generò una delle più intense e precoci mobilitazioni urbane del secondo Novecento milanese, capace di sospendere le demolizioni e di affermare, per la prima volta, il diritto degli abitanti a restare. Una vittoria parziale, fragile, ma decisiva, che oggi torna alla luce.

LOTTE DEL GARIBALDI 1972–1975
Una storia di sfratti annunciati, resistenza urbana e diritto alla casa nel cuore di Milano

A cura di
Nicoletta Petrus, Salvatore Porcaro, Alberto Saibene

10 – 20 marzo 2026
opening 10 marzo, h. 18,30

Una produzione di
Casa degli Artisti

Patrocinio del Municipio 1 del Comune di Milano

13 marzo, h 18,30
Incontro con gli abitanti del quartiere e i testimoni delle lotte

Dal 10 al 20 marzo 2026 Casa degli Artisti ospita Lotte del Garibaldi 1972–1975, una mostra che ricostruisce una delle esperienze più significative di mobilitazione urbana nella storia recente di Milano: la resistenza degli abitanti del quartiere Garibaldi contro il progetto di demolizione delle case storiche per la realizzazione della linea verde della metropolitana e la loro sostituzione con nuovi edifici.

Quando Metropolitana Milanese avviò il piano di sventramento di corso Garibaldi, gli abitanti iniziarono a ricevere gli avvisi di sfratto. Il rischio di restare senza casa fu immediato e diffuso. In risposta, nel febbraio 1972, presso il Cinema Teatro Fossati, nacque il Comitato di Quartiere Garibaldi, attorno al quale si coagularono residenti, movimento studentesco, scuole, parrocchie della zona (San Simpliciano e Santa Maria Incoronata), una parte della sinistra partitica e le istituzioni locali. Nello stesso anno venne fondato il sindacato inquilini SUNIA.Dal 1972 al 1975 il quartiere fu attraversato da un’intensa attività politica e sociale: assemblee di caseggiato, riunioni pubbliche al Teatro Fossati, incontri con il Consiglio di Zona 1, visite casa per casa, cortei, momenti di confronto spesso tesi e segnati dall’urgenza di difendere un diritto elementare, quello all’abitare. Attraverso l’applicazione delle leggi 167 e 865, il Comitatoriuscì a bloccare una parte significativa delle demolizioni, a impedire l’espulsione degli abitanti e a ottenere soluzioni temporanee come le case-albergo durante le ristrutturazioni. Il Comune avviò espropri di stabili privati lasciati in stato di degrado o abbandono.

Al centro della mobilitazione vi era un’idea allora radicale: riqualificare senza demolire, migliorare senza espellere, preservando il tessuto sociale e l’identità storica del quartiere. Un’esperienza collettiva che molti protagonisti definirono come una piccola “Comune” urbana, fondata sulla partecipazione diretta e sulla solidarietà tra abitanti.

Nel 1976 il valore politico e culturale di quella lotta venne riconosciuto a livello nazionale, con l’invito del Comitato di Quartiere Garibaldi a partecipare alla Biennale di Venezia, Padiglione Italia, attraverso una mostra documentaria.

Oggi, in una città profondamente segnata dai processi di gentrificazione, Lotte del Garibaldi 1972–1975 riporta alla luce una storia in gran parte dimenticata, ma decisiva per comprendere l’origine delle trasformazioni urbane contemporanee. Il percorso espositivo si articola attraverso documenti d’archivio, volantini, fotografie, manifesti, materiali audiovisivi e testimonianze, provenienti da una lunga ricerca in archivi pubblici e privati – Archivio della Fondazione ISEC, Archivio Giuliana Petrus (in corso di donazione alla Fondazione ISEC di Sesto San Giovanni), Archivio Fredi Drugman (CASVA), Archivio Massimo Cecconi, Archivio Gabriele Devecchi e Corinna Morandi, Archivio Denti – restituendo la complessità di una vicenda collettiva che intreccia storia urbana, pratiche di cittadinanza attiva e produzione dal basso dello spazio pubblico.

L’allestimento si sviluppa nelle tre campate della sala al piano terra di Casa degli Artisti, articolando la narrazione secondo differenti chiavi di lettura. Nella prima campata, una serie di tavoli ricostruisce cronologicamente le vicende attraverso una scansione per anni, dal 1972 al 1975, evidenziando l’evoluzione delle lotte e delle forme organizzative. La seconda campata propone un’organizzazione tematica, articolata in tavoli che approfondiscono quattro nuclei specifici. Arte dà spazio agli artisti che in quegli anni contribuirono alla lotta con la propria creatività, mettendo le pratiche artistiche al servizio della mobilitazione. Fotografia si avvale del Fondo De Bellis presso Archivio Fondazione ISEC, con gli scatti di Giancarlo De Bellis, storico reporter dell’edizione milanese de l’Unità, che documentano dall’interno le mobilitazioni e la vita del quartiere. Civico prende avvio da un numero civico individuato come caso emblematico, di cui vengono ricostruite le vicissitudini durante le lotte, offrendo uno sguardo puntuale e situato sul conflitto. Interni, infine, restituisce la dimensione capillare dell’organizzazione: le assemblee nei cortili, il lavoro casa per casa, le reti di partecipazione che hanno reso possibile un coinvolgimento diffuso della popolazione. La terza campata accoglie la proiezione del documentario, della durata di 15’, Lotta Garibaldi!, a cura di Simone Pera e Alberto Saibene, che intreccia materiali d’archivio e interviste ai testimoni delle lotte, restituendo in forma corale la memoria viva di quell’esperienza.

Un valore simbolico particolare assume il luogo che ospita la mostra: Casa degli Artisti, edificio che rientrava tra quelli destinati alla demolizione e che venne salvato proprio grazie alle lotte del Comitato di Quartiere Garibaldi.

Il 13 marzo alle h. 18,30, si svolgerà un incontro pubblico con gli abitanti del quartiere di allora e di oggi e con alcune delle persone che furono protagoniste dirette di quelle lotte, come momento di confronto e trasmissione diretta della memoria. Il talk sarà coordinato dai curatori della mostra.


Scheda tecnica
LOTTE DEL GARIBALDI 1972-1975
10-20 marzo 2026
Casa degli Artisti
Corso Garibaldi 89/A (entrata da via Tommaso da Cazzaniga), Milano
www.casadegliartisti.com     info@casadegliartisti.org

Orari di apertura
dal martedì alla domenica, dalle 12:30 alle 19:00, con chiusura il lunedì

A cura di:
Nicoletta Petrus, Salvatore Porcaro, Alberto Saibene
Con la collaborazione di Massimo Cecconi
Video a cura di Simone Pera

Si ringraziano per i prestiti: 
Fondazione ISEC, Sesto San Giovanni, CASVA, Milano

Si ringraziano:
Armando Bertacchi, Giuseppe Denti, Archivio Gabriele Devecchi, Milano,
Archivio Giuliana Petrus, Milano, Giuseppe Baresi e Mietta Albertini

Con il patrocinio del Municipio 1 del Comune di Milano 

Ufficio Stampa Casa degli Artisti
Emanuela Filippi | Eventi e Comunicazione
+39 392 3796688.   emanuela.filippi@casadegliartisti.org
Da Ufficio Stampa Casa degli Artisti | Emanuela Filippi <emanuela.filippi@casadegliartisti.org>

Milano, Independent Artists: ConTatto – Tessitura artistica di Adriana Puppi

Nello spazio milanese di via Maroncelli 7, Independent Artists presenta
“ConTatto”, personale dell’artista tessile Adriana Puppi.

L’artista ungherese nella sua tessitura riprende spesso i motivi etnici della sua cultura, non rinnegando le sue origini ma bensì prendendo spunto da esse. Nelle sue opere gioca stilizzando le forme e motivi, utilizzando molteplici filati per dare profondità e luce ai soggetti tessuti.
Adriana Puppi utilizza il tessuto come mezzo espressivo. Le sue opere sono un esempio eloquente di come il tessuto possa trasformarsi in un linguaggio universale, ricco di simboli e significati. Le sue creazioni tessili catturano non solo l’occhio, ma anche il tatto e persino l’anima, invitando lo spettatore a immergersi in un mondo di texture, colori e emozioni.

Adriana Puppi dopo aver frequentato il Liceo Artistico Statale di Pécs, in Ungheria, ha conseguito nel 1967 il diploma in tessitura di tappeti e arazzi. Nello stesso anno ha iniziato a insegnare arti decorative e tessitura in Ungheria. Trasferitasi in Italia nel 1969, ha proseguito la propria attività artistica partecipando a mostre e iniziative culturali e insegnando la tecnica della tessitura in vari corsi, rivolti sia ad adulti sia a bambini. Nel corso della sua carriera ha sperimentato l’uso dei filati, grazie anche alla possibilità di utilizzare migliaia di rocchette fornitele da amiche magliaie. A partire dal 1998, con la progressiva chiusura e il fallimento delle maglierie di Carpi e Maranello, ha potuto recuperare gratuitamente materie prime destinate alla produzione di maglioni e capi di abbigliamento. Dal 2007 si è trasferita nelle colline modenesi, immersa nella natura, tra querce, tigli e ulivi. Qui ha scoperto nuove e inaspettate materie prime da utilizzare nell’ordito — come scarti di cortecce, rami, radici e foglie — traendo ispirazione dall’ambiente circostante e inserendo nelle sue opere anche elementi provenienti direttamente dalla natura.       

L’esposizione apre al pubblico Giovedì 5 marzo e sarà visitabile fino al prossimo 14 marzo 2026. Gli orari di apertura sono i seguenti: dal mercoledì al sabato, dalle ore 15:00 alle ore 19:00. L’ingresso alla mostra è libero e gratuito. Indirizzo esposizione: via Maroncelli 7, Milano.


PERIODO: Dal 5 al 14 marzo 2026
INDIRIZZO: Via Maroncelli 7, Milano
INAUGURAZIONE: Giovedì 5 marzo, ore 18:00 – 20:00
APERTURE: mercoledì – sabato, 15:00 – 19:00.

INDEPENDENT ARTISTS – VILLA BRENTANO
VIA MAGENTA, 25 – BUSTO GAROLFO (MI) 20038
Info email: segreteria@independentartists.eu
Da Info Gruppo Tec-Mobil <info@gruppotecmobil.it> 

A Roma negli spazi dentro e fuori di Blocco 13: Maurizio Pierfranceschi: SECONDO STATO

L’opera in costante evoluzione di Maurizio Pierfranceschi: SECONDO STATO a Blocco 13

Può un artista tornare sui propri passi? Ripensarci? È quello che ha fatto Maurizio Pierfranceschi con Secondo Stato, la personale inaugurata sabato 21 febbraio a Roma negli spazi dentro e fuori di Blocco 13 in via Benzoni 13 – associazione culturale no profit che si dedica alla promozione dell’arte contemporanea, composta da tredici artisti, tra cui lo stesso Pierfranceschi, e un critico – e visitabile fino al prossimo 30 marzo su appuntamento. È partito da un trittico che non lo rappresentava più, ne ha fatto un dittico, e dalla figura dormiente nel quadro ha estratto i sogni, o i diversi momenti di un sogno, che sono andati a materializzarsi in piccole sculture in gesso. Una nuova esplorazione intensa e multilivello dell’atto creativo, che mostra come passato e presente dell’artista si fondano in un continuo processo di trasformazione. Noto per un linguaggio che unisce pittura e scultura in sinergia armonica, Pierfranceschi propone in questa mostra una conversazione, tra opere dialoganti tra loro e con lo spazio espositivo, e addirittura con lo spazio immediatamente fuori quello, provando a rendere visibile il filo che unisce memoria, sogno e materia artistica, tra pitture, sculture e installazioni site-specific.

Il fulcro concettuale della mostra è l’idea di metamorfosi. Il titolo, «Secondo stato», allude alla trasformazione di un’opera storica dell’artista (Il risveglio), che qui diventa “Il Sonno”, rielaborata e reinterpretata nei suoi elementi formali e iconografici, in un singolare processo di reinvenzione che trasporta il visitatore in un mondo sospeso tra coscienza e inconscio.  

L’itinerario espositivo quindi parte proprio da quel dittico di grande formato, collocato sulla parete laterale della prima sala, a sinistra, che ritrae una figura dormiente. Questa immagine, sospesa tra realismo e sfera onirica, non è solo un riferimento formale, ma un vero dispositivo narrativo che richiama il tema del viaggio mentale, tra visione e memoria. Le pennellate, vibranti e misurate, creano un ritmo visivo organico, capace di evocare un “paesaggio interno” fatto di sogni, frammenti e simboli.  Anche l’altro manufatto presente in questa prima sala, insieme a “Rublev” e “Getsemani”, “Albero solo”, è una rielaborazione, legata ad un tema carissimo all’artista, che è l’albero, appunto.

Nel cortile che si affaccia ad angolo su due strade emerge un’installazione in ferro e gesso concepita appositamente per lo spazio, “Piccolo monumento” e poi il “Boschetto”. Qui la scultura dialoga con l’architettura esterna, inserendosi nel tessuto urbano e vegetale con la stessa semplicità delle opere su tela. Le forme, in gesso bianco, concretizzazione dei sogni del dormiente, acquisiscono nuova vita e presenza, sembrano evocare piccole “divinità domestiche” che spuntano dal terreno sui loro supporti in ferro realizzati nelle Marche come elementi atemporali e profondamente simbolici, liberamente interpretabili tanto dai visitatori che dai passanti che pure possono vederle.

La mostra si situa idealmente in continuità con la ricerca di Pierfranceschi, che già nelle personali precedenti – da Opere su carta (2023) alla retrospettiva Muta e mutevole (2024) – ha esplorato la coesistenza tra pittura e scultura, sonno e veglia, realtà e sogno. Secondo stato non è solo un titolo, ma una condizione in cui patrimonio proprio di un artista è soggetto a continua mutazione, in accordo con la visione di un’arte come incessante trasformazione, capace di risignificare i materiali, le immagini e lo spazio.  Un’arte che certamente non si limita a rappresentare la realtà, ma la rimodella, invitando chi guarda a un confronto attivo con l’opera, trasformata in una esperienza da vivere.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com>

All’Hyunnart Studio la mostra di Rita Angelotti Biuso “Chiari del bosco”

Il 14 marzo 2026, dalle ore 18.00, Hyunnart Studio presenta la personale di Rita Angelotti Biuso, “Chiari del bosco”, con testo critico di Tiziana Musi.

In mostra una serie di dipinti ad olio, realizzati sin dal 1993 fino alle più recenti tele del 2026, in cui si denota una progressiva predilezione per l’astrazione lirica e per il tema del paesaggio, divenuto protagonista assoluto della sua poetica. “La natura è percepita, non come realtà statica e stabile, ma come fenomeno in continuo movimento. Rita Angelotti Biuso si compenetra con il paesaggio, attraverso pennellate rapide di colore, nervosamente sovrapposte in una spuma materica luminosa che si espande dalle ombre. Il colore giocato su variazione timbriche dense si fa segno ritmico, si apre su squarci di luce verticali decentrati, o scontorna un centro di spazio- luce”.

Rita Angelotti Biuso
chiari del bosco
 
testo di
Tiziana Musi
 
14 marzo – 24 aprile 2026
 
Inaugurazione sabato 14 marzo 2026, ore 18.00
 
Hyunnart Studio, viale Manzoni 85-87, Roma 00185

La ricerca dell’artista si fonda sulla necessità di arrivare in modo anarchico alla pittura, attraverso ripetute stesure di colore, continuamente ripensate, annullate, sperimentando anche linguaggi differenti: la scrittura (nel 2018 pubblica un piccolo libro “Scritti Incompiuti”), la poesia, l’assemblage, l’incisione.  “Posso essere anarchica a trasformare la mia idea in corso d’opera e dopo mille ripensamenti tornare alla primigenia”, afferma l’artista.

Nelle opere di Rita Angelotti Biuso la vita e l’arte si sono fuse in una progressiva sedimentazione di emozioni e sovrapposte in una costante sperimentazione quotidiana del fare, che si rivelano anche nella sua abitazione/studio, dove sono raccolti numerosi oggetti realizzati con scarti del quotidiano, bottiglie di plastica, pezzi di legno, frammenti di carte colorate, ecc. Il percorso espositivo dello Hyunnart Studio cercherà di restituire alcune atmosfere dello studio dell’artista.

Rita Angelotti Biuso, Roma 1934, si diploma in scenografia nel 1957 con Toti Scialoja e Mario Rivasecchi.
Mostre in Italia, Germania, Romania. Vive a Roma.


Hyunnart Studio
viale Manzoni 85-87, Roma 00185
orario settimanale: dal martedì al venerdì 16.00/18.30
per appuntamento: 3355477120, pdicapua57@gmail.com
Da Simona Pandolfi <pandolfisimona.sp@gmail.com>

Genova: Finissage e presentazione del libro ufficiale – “Cucire il mondo”

Siamo lieti di invitarvi al finissage della mostra “Cucire il mondo” di Luigi Dellatorre, che si terrà il 5 marzo 2026 presso il Galata Museo del Mare di Genova.

In occasione della chiusura della mostra, verrà presentato il libro ufficiale dedicato al progetto espositivo. La pubblicazione sarà presentata da Virginia Monteverde, alla presenza dell’artista.

Un momento speciale per ripercorrere insieme il viaggio creativo della mostra e incontrare Luigi Dellatorre.

Vi aspettiamo per condividere questa serata conclusiva.


Da Paolo Mozzo <paolo.mozzo@artantide.com> 

Per i Giochi Paralimpici Milano Cortina 2026: Mountains of Light, United in Diversity

Concepita fin dalla sua ideazione come parte integrante del percorso culturale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, l’installazione urbana Mountains of Light, United in Diversity è dedicata con la stessa centralità ai valori che uniscono entrambe le manifestazioni: inclusione, accessibilità, rispetto delle differenze e riconoscimento dello sport come spazio condiviso di relazione tra persone, culture e abilità.

Installazione urbana per Piazza Città di Lombardia  – Palazzo Lombardia
All’interno del progetto Oasi Life Experience –  Casa Lombardia 6 febbraio 2026 – 15 marzo 2026
Ideazione e produzione artistica: Quadruslight
Curatela di Quadruslight Team: Fortunato D’Amico, Consiglia Farinella e Paola Martino

VISION

L’installazione Mountains of Light – United in Diversity è progettata per Piazza Città di Lombardia nell’ambito del progetto Oasi Life Experience a Casa Lombardia, promosso dall’agenzia Idea Integrale e realizzato da Quadruslight, ideatore e promotore della mostra, con la curatela di Quadruslight Team: Fortunato D’Amico, Consiglia Farinella e Paola Martino.

Il progetto assume la forma di un segno visivo emblematico, capace di raccontare con forza poetica il legame tra montagna, sport, sostenibilità ambientale, uguaglianza e dialogo tra i popoli. La sua ideazione si inserisce in dialogo diretto con lo spirito delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, evocando valori di cooperazione, rispetto dei territori alpini e responsabilità condivisa verso le risorse naturali.

Al centro della visione risiede il principio che la pluralità delle identità etniche, culturali, linguistiche o di genere non indebolisce, ma rafforza. Le società prosperano quando le differenze vengono riconosciute, illuminate, celebrate.

Le quattro montagne di luce, retroilluminate attraverso avanzati sistemi Quadruslight, emergono come grandi superfici riflettenti capaci di catturare e rilanciare la luminosità che le avvolge. La neve che ricopre idealmente le cime diventa un amplificatore naturale della luce: i versanti si trasformano in schermi che ridistribuiscono un bagliore comune, simbolo di una risorsa preziosa condivisa.

Lo sport, inteso come linguaggio universale di pace, e rappresentato dalle opere degli artisti, crea luoghi di incontro tra atlete e atleti provenienti da regioni e culture differenti. Le discipline invernali diventano così spazi simbolici di collaborazione, rispetto e armonia.

CONCEPT
La piramide specchiante. Il cuore della montagna

Al centro dell’installazione si erge una piramide specchiante, cuore simbolico e visivo del progetto. L’installazione Mountains of Light-United in Diversity assume la piramide come forma architettonica e concettuale centrale. La piramide viene intesa come artefatto umano che traduce la montagna in costruzione, una forma primaria che richiama stabilità, orientamento e ascesa, elementi costitutivi dell’esperienza montana e dello sport invernale. Il suo profilo ascensionale rimanda all’archetipo della montagna come luogo sacro e di connessione tra cielo e terra, spazio in cui l’azione umana si misura con la verticalità, il limite e la responsabilità.

Nel quadro delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, la montagna rappresenta il luogo fisico e simbolico da cui le discipline invernali hanno origine. La piramide rende questa relazione leggibile nello spazio urbano, trasformando il paesaggio alpino in una forma riconoscibile e condivisa, capace di dialogare con il contesto architettonico contemporaneo.

La piramide stabilisce inoltre un dialogo ideale con la Piramide del Louvre di Parigi, città che ha ospitato le più recenti Olimpiadi estive. Questo riferimento introduce un ponte culturale e simbolico tra eventi olimpici e capitali internazionali. Il legame si rafforza attraverso la figura di Ieoh Ming Pei, autore dell’iconica piramide parigina e anche tra i progettisti di Palazzo Lombardia.

Si genera così una continuità architettonica e culturale che collega Milano a una rete globale di città, istituzioni e spazi pubblici, in cui l’architettura diventa strumento di rappresentazione collettiva.

La collocazione dell’installazione in Piazza Città di Lombardia, di fronte a Palazzo Lombardia, attribuisce alla montagna un ruolo centrale nello spazio istituzionale. La sede della Regione diventa il luogo in cui il territorio alpino, normalmente percepito come periferico, viene assunto come elemento fondante dell’identità pubblica e del progetto olimpico. In questo senso, l’installazione svolge una funzione di anticipazione e promozione culturale delle Olimpiadi Invernali, attiva nel periodo che precede l’evento.

All’interno della piramide si sviluppa un dialogo tra montagne artificiali e montagne reali. Le immagini fotografiche mettono in relazione grandi architetture piramidali storiche, come Giza, Angkor Wat e le piramidi mesoamericane, con montagne reali collocate nei quattro punti cardinali. Le piramidi storiche vengono lette come montagne costruite, espressione del tentativo umano di stabilire un rapporto simbolico e duraturo con il paesaggio naturale.

Questa relazione non stabilisce gerarchie, ma evidenzia una continuità di senso: la montagna naturale e quella artificiale condividono una funzione di riferimento, attraversamento e orientamento collettivo. La piramide centrale diventa così una soglia spaziale e visiva, luogo di convergenza tra geografie, culture e modi differenti di abitare la montagna.

Il gesto sportivo che abita la montagna

All’esterno, la struttura accoglie immagini dedicate agli sport invernali, realizzate da artisti chiamati a interpretare le discipline olimpiche. Se l’interno è dedicato alla montagna come forma e archetipo, l’esterno restituisce il gesto sportivo come pratica contemporanea che abita quel paesaggio. Lo sport viene presentato come linguaggio condiviso, capace di trasformare la montagna in spazio di incontro, regole comuni e dialogo tra differenze.

L’installazione, nel suo insieme, costruisce una relazione chiara tra territorio, sport e spazio pubblico, rendendo visibile il significato delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 come evento radicato nella montagna e aperto al mondo.

1.  Facciate interne
Le montagne del mondo. Geografia simbolica e orientamento olimpico.

Le facciate interne dell’installazione definiscono uno spazio di orientamento e relazione, costruito attorno alla piramide centrale come fulcro visivo e concettuale. Attorno a questo nucleo si dispongono quattro cerchi luminosi a terra, ciascuno dedicato a una montagna simbolica riferita a una grande area geografica del pianeta: Nord, Sud, Est, Ovest.

Ogni cerchio funziona come punto di riferimento spaziale, contribuendo a costruire una geografia essenziale, leggibile e condivisa, che supera i confini nazionali e mette in relazione territori lontani.

Al centro di questa disposizione si inserisce un quinto elemento luminoso, sospeso verso lo Zenit, dedicato alla Costellazione del Dragone. Visibile durante tutto l’anno nel cielo lombardo e tra i più antichi simboli celesti associati alla città di Milano, la costellazione introduce una dimensione verticale che completa la geografia terrestre. Il riferimento al cielo stabilisce una continuità tra orientamento umano, paesaggio naturale e memoria simbolica del luogo.

Le cinque presenze, quattro terrestri e una celeste, costruiscono una struttura di relazioni che richiama, senza riprodurli formalmente, i cinque anelli olimpici. Il riferimento resta intenzionalmente non letterale: ciò che emerge è un principio di equilibrio, coesistenza e armonia, in cui ogni elemento mantiene la propria identità all’interno di un sistema unitario.

Questa articolazione visiva è sviluppata attraverso un corpus fotografico che mette in relazione montagne artificiali e montagne reali. Le immagini delle architetture piramidali e delle montagne naturali sono realizzate da Roberto Polillo, Daniela Pellegrini, Susanna e Francesco De Fabiani e Gianni Maffi.

2.  Le facciate esterne
Lo sport come strumento di relazione e spazio condiviso.

Le quattro facciate della struttura esterna modellati a forma di “L”, ospitano visual contemporanei dedicati agli sport invernali protagonisti di Milano Cortina 2026.

Attraverso linee dinamiche, graffiti, pattern e cromie ispirate agli elementi naturali, vengono evocati: l’energia umana, il rapporto con la montagna, la tensione al movimento e il senso di equilibrio e dialogo con l’ambiente.

Lo sport non è rappresentato come competizione, ma come territorio comune, capace di unire comunità e favorire rispetto reciproco.

Ognuna delle quattro facciate della struttura esterna saranno affidate a quattro street artists di fama internazionali: Oliver D’Auria, Iena Cruz, Solo & Diamond, KayOne. Le stesse opere che rivestiranno la struttura della mostra saranno riproposte all’interno dell’area lounge dell’Oasi Experience, realizzate in tecnica Quadruslight nel formato 200 × 150 cm (h).

Presentate come corpus unitario, le opere interpreteranno le discipline olimpiche e paralimpiche nello spirito dell’evento, celebrando i valori di inclusione, energia condivisa e dialogo tra le differenze.

3.  Totem esterni: montagna, sport e sostenibilità.

All’esterno dell’installazione sono collocati totem descrittivi, orientati verso i quattro spigoli.

Questi elementi approfondiscono tre assi tematici:

  • la montagna come bene comune da proteggere
    • la fragilità degli ecosistemi alpini e lo scioglimento dei ghiacciai
    • il ruolo dello sport come strumento di pace e solidarietà

I contenuti includono:

  • dati scientifici e infografiche
    • riferimenti agli Accordi di Parigi
    • richiamo all’Agenda 2030
    • principi ONU sul valore dello sport come mezzo di cooperazione internazionale L’opera diventa così anche un presidio educativo.

OBIETTIVI

  • Generare un segno di unione tra le diverse aree del mondo attraverso una narrazione visiva condivisa.
    • Creare un orizzonte simbolico che unisce arte, architettura, sport e sostenibilità.
    • Ricordare il valore originario e fragile della montagna, promuovendone la tutela.
    • Restituire allo sport un ruolo culturale e sociale, non solo atletico.
    • Promuovere una visione di collaborazione globale, dove la competizione diventa dialogo e il gesto sportivo genera connessioni.
    • Rendere Milano un luogo che accoglie, invita e illumina le differenze.

CONCLUSIONE

Mountains of Light. United in Diversity, ideato e prodotto da Quadruslight, con la curatela di Quadruslight Team – Fortunato D’Amico, Consiglia Farinella e Paola Martino – promosso da Idea Integrale nell’ambito del progetto Oasi Life Experience a Casa Lombardia, trasforma Piazza Città di Lombardia in un paesaggio simbolico di luce e relazione, dal 6 febbraio al 15 marzo 2026.

Una costellazione terrestre e celeste insieme:
un’architettura di luce che unisce montagne, culture, sport e futuro.

L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.


CONTATTI                                                                                                                                                        
quadruslight.it

Francesco De Bellis
Mail: f.debellis@quadruslight.it
Consiglia Farinella
Mail: quadruslight@keygallery.eu
Da Paola Martino <p.martino66@gmail.com>

Spazio Eventi Orler – Marcon (Venezia): PULSE mostra antologica di Mister Clay

Dal 27 marzo al 17 aprile 2026, Spazio Eventi Orler ospita PULSE, mostra antologica dedicata allo street artist Mister Clay, che riunisce 30 opere realizzate dal 2023 a oggi, tra cui numerosi lavori inediti, offrendo una visione ampia e rappresentativa della produzione più recente dell’artista.

MISTER CLAY 
PULSE 
27.03>17.04.2026

Spazio Eventi Orler 
via Porta Est, 9 Marcon (Ve)

Il titolo PULSE richiama il battito del cuore, elemento simbolico che attraversa in modo ricorrente l’immaginario di Mister Clay. Nei celebri “Allucinati” che popolano la sua ricerca visiva, il naso a forma di cuore diventa un segno distintivo e poetico: un dettaglio iconico che trasforma il volto in un centro emotivo, suggerendo vulnerabilità, energia vitale e connessione umana. Un battito visivo che si ripete da opera a opera, costruendo un ritmo narrativo riconoscibile e fortemente identitario.

La mostra rappresenta un momento significativo nel percorso recente dell’artista, mettendo in relazione opere rappresentative degli ultimi anni con produzioni più nuove. L’inclusione di lavori inediti contribuisce ad ampliare la lettura della sua ricerca, evidenziandone
evoluzioni formali e nuove aperture narrative.

Il percorso espositivo accompagna il visitatore all’interno dell’universo visivo di Mister Clay, tra personaggi iconici, simboli ricorrenti ed elementi emotivi che definiscono un linguaggio immediatamente riconoscibile.

Il progetto curatoriale, sviluppato in collaborazione con Spazio Eventi Orler, valorizza il rapporto tra opera e spazio, costruendo una narrazione fluida che guida il pubblico in un’esperienza immersiva e
contemporanea.

L’esposizione conferma la vocazione di Spazio Eventi Orler come punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea, offrendo al pubblico e ai collezionisti l’opportunità di scoprire, in un unico percorso, opere rappresentative e lavori mai presentati prima.

Attivo dal 1997, Mister Clay avvia il proprio percorso nel mondo del writing e del lettering, ispirandosi al Wild Style newyorkese. Con il tempo, il suo linguaggio visivo si evolve fino a dare origine a Gli Allucinati: figure essenziali, colorate e immediate, capaci di trasmettere messaggi di gioia, amore e umanità attraverso una semplicità diretta e universale.

Gli Allucinati abitano i muri di numerose città italiane e internazionali e si schierano idealmente dalla parte di chi si sente fuori posto, degli emarginati, dei fragili, di chi ha bisogno di un sorriso. Non seguono bandiere né ideologie: il loro credo è il colore, la loro missione è la pace. In un tempo che spesso spegne l’immaginazione, queste presenze attivano piccole rivoluzioni gentili, murale dopo murale, restituendo allo spazio urbano una dimensione emotiva, inclusiva e profondamente umana.

Nel corso degli anni, Mister Clay ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, affermando una voce riconoscibile nel panorama dell’arte urbana contemporanea, capace di muoversi con naturalezza tra strada, spazio pubblico e contesto espositivo.

Negli ultimi anni, Mestre diventa uno dei territori centrali del suo intervento urbano.

Nel 2023 realizza Gli Allucinati sulle pareti interne del centro sociale Rivolta a Marghera, dando vita a un murales monumentale di circa 6 metri di altezza per 50 metri di lunghezza, intervento che rafforza il legame tra arte, comunità e spazio condiviso. Nello stesso periodo partecipa alla mostra Dialoghi Urbani. Street Art vs Museo, progetto che mette in relazione linguaggio urbano e istituzione culturale: in questa occasione realizza un’opera site-specific all’esterno e un live painting su un muro di proprietà del Museo M9, in contemporanea alla mostra dedicata a Banksy, instaurando un dialogo diretto tra street art, spazio museale e pubblico.

All’inizio del 2024 firma l’opera temporanea Coloriamoci di Pace in via Gino Allegri, nel centro di Mestre. Durante il Summer Garden 2024, i Giardini di via Piave si trasformano in una galleria a cielo aperto grazie a una serie di interventi diffusi su cabine elettriche, cestini, pali della luce e muretti, portando Gli Allucinati nella quotidianità urbana.

Il 2024 è segnato anche da un’intensa attività espositiva e performativa: la DARSEN-ART Music Gallery presenta a Cervia la mostra personale Ancora Amore… per Favore; lo storico studio Fonoprint commissiona all’artista un’opera; mentre Audi Motorclass lo invita a personalizzare una Audi “All Street”, accompagnando l’intervento con una mostra e una performance live. A fine anno partecipa con un live painting al Garage Market di Padova.

Nel 2025 il percorso di Mister Clay conosce nuovi e significativi sviluppi. A Londra presenta la mostra personale Let’s Come Together presso la Galleria Cris Contini a Notting Hill; a Treviso espone Allucinazioni, personale a cura di Gianluca Piscolich alla Galleria Carlo Alberto. Nello stesso anno realizza Inno alla Vita, progetto di arte pubblica commissionato dal Comune di Venezia, che comprende 20 installazioni pittoriche dedicate alla riqualificazione di oggetti urbani lungo Via Castellana, a Zelarino (Ve) trasformando il paesaggio quotidiano in uno spazio di colore, partecipazione e cura collettiva.


STATEMENT 

Per molti anni ho dipinto la mia solita tag wild style nel sottopasso che collega Marcon a Gaggio. Quanti pezzi, al freddo d’inverno e al caldo d’estate, sempre lì a provare e riprovare per migliorare la mia tecnica, il mio stile. Con il sogno di vivere d’arte, sempre tra la mente e un po’ di frustrazione perché non vi riuscivo, dipingevo instancabilmente.

Chi l’avrebbe mai detto che proprio in quel luogo sarebbe passato uno dei più grandi galleristi d’Italia? Stefano Orler, a seguito di un ritiro di patente, passò proprio in quel sottopasso in bicicletta per andare a lavoro nella loro sede di Marcon. Si fermò, scambiammo due chiacchiere e il numero. In quel periodo, su di me, vi era una netta voglia di rivoluzione: da anni cercavo dei figurativi semplici da inserire a fianco delle mie scritte e, qualche tempo dopo l’incontro con Stefano, mi uscirono i primi personaggi. Cominciai a fare un bel po’ di pareti con questi personaggi un po’ strani, non sapendo nemmeno io il perché, ma la loro combinazione e il risultato finale mi davano allegria, serenità ed energia.

Chi l’avrebbe mai pensato che la combinazione di un po’ di cerchi in rettangolo e dei cuori potesse dare un risultato così sorprendente?

In quel periodo mi diedero in concessione una cabina dell’Enel, sempre a Marcon, e decisi di realizzare questi strani personaggi su questa cabina invece delle mie solite scritte.

Il risultato era incredibile, un totem di colore!

Destino volle che Stefano abitasse proprio vicino a questa cabina e, passando con l’auto (dopo che gli avevano ridato la patente), notò la cabina. Mi scrisse su WhatsApp e andai nella loro sede. Mi disse che voleva portarmi ad ArtePadova, di fargli un po’ di tele e magari una grande opera.

Nei giorni successivi passai il mio tempo nel magazzino di casa a realizzare le prime tele con gli Allucinati. Il tempo a disposizione non era molto, ma giorno e notte, imperterrito, creai queste tele. Finite le tele, fu la volta della grande opera e andai nella sede di Artenetwork a realizzare quest’opera gigantesca. Con tutto il materiale andammo ad ArtePadova.

Dopo questa serie di eventi, Stefano mi chiese di collaborare con loro con un contratto di esclusiva e da lì si aprirono le danze. Una serie di progetti incredibili si realizzarono a catena, uno dietro l’altro, e da quel muro in quello sporco sottopasso passai ad esporre e dipingere al museo M9 di Mestre, la nuova Audi All Street, la mitica Fonoprint di Bologna (lo studio di registrazione fondato da Lucio Dalla, dove hanno registrato e registrano i migliori cantautori e gruppi italiani), un sacco di mostre in Italia e all’estero, progetti vari con il Comune di Venezia e altri comuni che quasi fatico a raccontare.
Questi strani personaggi, che presero poi il nome di Allucinati grazie a un passante che, mentre dipingevo, mi disse: “Ah, che belli, sembrano un po’ allucinati!”, si evolsero nello stile e nella forma e trovai modo di inserirli in vari contesti e mondi.

Per me non è stato facile il passaggio dal muro alla tela. Non avevo mai dipinto molto su tela e trovarmi a capire e inventarmi tutte le tecniche che ora uso per realizzare delle buone opere non è stato semplice. Molti mi dicono: “Sarai contento di aver realizzato il tuo sogno!”. Beh, sì, in parte, ma vi assicuro che fare l’artista non è come quel mito che molti credono sia. Lo dico soprattutto ai giovani: fare l’artista significa impegnarsi ad evolvere il proprio stile, ascoltare, guardare e capire come si realizzano alcune tecniche, imbiancare le tele, dipingerle, fotografare poi l’opera, archiviarla al PC, realizzare progetti, bozze e presentazioni per gli enti comunali, organizzare mostre, disegnare grafiche, tenere contatti con le persone. Insomma, tutta una serie di cose che ti impegnano da mattina a sera, sette giorni su sette, senza sosta.

Mister Clay e gli Allucinati continueranno sicuramente il loro viaggio, e la spinta e la fortuna di aver incontrato Stefano in quel sottopasso sono state senza dubbio la svolta decisiva.

Ci tenevo a scrivere questa piccola storia proprio perché questa mostra personale verrà fatta a Marcon, nella sede di Artenetwork, non molto distante da quel rinomato sottopasso.


INAUGURAZIONE
Venerdì 27 marzo 2026 — ore 18.00
Seguirà un rinfresco
È gradita prenotazione

PERIODO ESPOSITIVO
27 marzo – 17 aprile 2026
Sede: Spazio Eventi Orler
Orari: da lunedì a sabato
10:00-13:00 e 14:00-18:00
domenica su appuntamento

Spazio Eventi Orler
via Porta est, 9 Marcon (Ve)

CONTATTI
+39 331 6780414
+39 041 4567816
artepertuttisrls@gmail.com
Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>

Padova: Chiesa di S. Antonio Abate e Basilica di Santa Giustina

L’Associazione culturale “Padova Urbs Organi APS” annuncia la nuova edizione della rassegna quaresimale, che per il 2026 sarà articolata in sette appuntamenti da sabato 7 marzo a domenica 29 marzo 2026 nella Chiesa di S. Antonio Abate in via Savonarola 176, e nella Basilica di Santa Giustina con ingresso libero ed inizio alle ore 17.00.

Rassegna concertistica Padova Urbs Organi
Concerti di Quaresima
Padova dal 7 al 29 marzo 2026
Chiesa di S. Antonio Abate e Basilica di Santa Giustina

La rassegna Padova Urbs Organi è realizzata con il Patrocinio del Comune di Padova, il contributo dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova e la collaborazione di Asolo Musica nell’ambito del progetto Cantantibus Organis, Circuito Organistico Regionale.
Dichiara Viviana Romoli, direttrice artistica della rassegna padovana: “Sarà un’interessante occasione per ascoltare esecutori straordinari e programmi musicali ‘sartoriali’ perfettamente pensati, ideati e realizzati per mettere in luce le eccellenti caratteristiche foniche dell’organo Zanin della chiesa di S. Antonio Abate al Collegio Mazza dove si svolgeranno i cinque concerti. Grazie alla proficua collaborazione con gli Amici della Musica, due concerti saranno inseriti nella programmazione del REMA – Early Music Day, in occasione della giornata europea della musica antica. Inoltre, la rassegna si arricchisce della novità di due Vespri d’Organo a S. Giustina, per promuovere il progetto di restauro del grande organo della basilica.”

Gli appuntamenti e gli interpreti della rassegna concertistica Padova Urbs Organi

La rassegna si apre domenica 8 marzo con il Quoniam Ensemble, un insieme di fagotti rinascimentali (dulciane), voce ed organo, giunto al 25esimo anno di attività, molto noto per l’accuratezza delle esecuzioni basate sulla prassi esecutiva storicamente informata e sulla ricercatezza dei raffinati programmi, oltre all’interessante ed ipnotico suono delle dulciane barocche di Paolo Tognon che si uniranno all’organo magistralmente suonato da Marco Vincenzi ed alla melodiosa voce del soprano Chiara Ardolino. In programma musiche di Franz Tunder, Heinrich Schütz, Johann Sebastian Bach, Nicholaus Bruhns, C. Monteverdi, Dietrich Buxtheude.

Il secondo appuntamento, domenica 15 marzo, vedrà protagonista la concertista internazionale Irene de Ruvo che proporrà un bellissimo programma in cui il tema principale sarà la figura di Johann Sebastian Bach, con un interessante parallelismo fra alcuni suoi predecessori e suo figlio Carl Philip Emanuel.

Sabato 21 e domenica 22 marzo si terranno due concerti in collaborazione con Gli Amici della Musica. Avremo l’occasione davvero unica di ascoltare il celebre organista Léon Berben che eseguirà due diversi programmi, il primo incentrato sugli autori pre-bachiani della Germania del nord, ed il secondo interamente incentrato sulla figura di Johann Sebastian Bach, con un “Passion-program” spettacolare.

A chiudere la rassegna, domenica 29 marzo, sarà l’originalissimo “Due-duo” composto da due fratelli, Johann e Joseph Höhn, l’uno organista e violinista, l’altro organista e violoncellista; potremo così ascoltare un variegato programma incentrato su alcuni brani per organo a quattro mani, alcuni per organo e violino, altri ancora per organo e violoncello. In programma musiche di Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Haendel, Joseph Gabriel Rheinberger, Arvo Pärt, Georg Böhm, Adolf Friedrich Hesse, Johann Georg Albrechtsberger.

A cornice di questa ricca rassegna quaresimale, due Vespri d’organo che si svolgeranno sabato 7 e sabato 28 marzo alle ore 17.00 nella basilica di S. Giustina, inseriti in un importante progetto teso alla riqualificazione ed al restauro del grande organo Pugina/Michelotto presente in basilica, che sarà finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. I concerti saranno eseguiti da alcuni meritevoli allievi dei corsi accademici della classe del M° Pierpaolo Turetta, docente della cattedra di Organo e Composizione organistica del Conservatorio “C. Pollini” di Padova.

La rassegna conferma così la propria vocazione: unire qualità artistica, valorizzazione degli strumenti e collaborazione tra realtà culturali padovane, offrendo al pubblico momenti di ascolto e di riflessione nel tempo di Quaresima.

Si ringraziano il Collegio “Don N. Mazza” per la collaborazione ed il patrocinio, L’Abbazia di S. Giustina, il Conservatorio C. Pollini di Padova, la libreria musicale Armelin, l’Associazione ITALIARMENIA.

Calendario e programma

Concerti di Quaresima, Chiesa di S. Antonio Abate – via Savonarola 176, Padova ore 17.00
 
Domenica 8 marzo
Quoniam Ensemble – Giubileo 25° anno di attività
Paolo Tognon, dulciana basso e soprano; Marco Vincenzi, organo; Chiara Ardolino, soprano
Musiche di F. Tunder, Heinrich Schütz, J.S. Bach, N. Bruhns, C. Monteverdi, D. Buxtheude
 
Domenica 15 marzo
Irene De Ruvo, organo
Musiche di C.P.E. Bach, J.S. Bach, D. Buxtehude, J.P. Sweelinck
 
Sabato 21 marzo – concerto in collaborzione con Gli Amici della Musica
Léon Berben, organo
Musiche di M. Weckmann, H. Scheidemann, A. van Noordt, J.B. Froberger
 
Domenica 22 marzo – Concerto in collaborazione con Gli Amici della Musica
Léon Berben, organo
Musiche di J.S. Bach
 
Domenica 29 marzo
“Due duo” fratelli Hoehn
Joseph Hoehn, organo/violino; Johannes Hohen, organo/violoncello
Musiche di J.S. Bach, G.F. Haendel, J.G Rheinberger, A. Pärt, G. Böhm, A. F. Hesse, J.B. Albrechtsberger

Vespri d’Organo a S. Giustina – Basilica di S. Giustina, Prato della Valle, Padova – ore 17.00
 
Sabato 7 marzo
Stefano Ferro, Alvise Munarin, organo
Musiche di J.S. Bach, C. Franck
 
Sabato 28 marzo
Martino Grigoletto, Matteo Miotto, Giovanni Schianto, organo
Musiche di J.S. Bach, C. Franck,  J.G. Walther

Info:
tutti i concerti si terranno alle ore 17.00. L’ingresso è libero e gratuito.
Per informazioni su programmi e orari: pagina Facebook e Instagram: Padova Urbs Organi. Sito internet: www.padovaurbsorgani.it 
Mail: padovaurbsorgani@gmail.com
 
Contatti per la Stampa
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canella@studiopierrepi.it
Da Studio Pierrepi <canella@studiopierrepi.it>