Nato nel 1919 dalla visione di Walter Gropius, il Bauhaus è stato un laboratorio in cui architettura, arti visive e artigianato hanno ridefinito il concetto stesso di abitare. Dal clima espressionista di Weimar al rigore razionalista di Dessau, la sua eredità ha attraversato il Novecento.
Un’idea nuova di scuola: alle origini del Bauhaus
Il termine Bauhaus significa letteralmente “casa del costruire”. Ma la formula non rende la portata rivoluzionaria di ciò che fu concepito a Weimar nel 1919. Le radici dell’istituto risalgono al 1906, quando il granduca di Sassonia fonda una scuola d’arte volta alla formazione di artigiani e decoratori. È Walter Gropius, giovane architetto già vicino alle avanguardie, a trasformarla radicalmente dopo la Prima guerra mondiale, fondendo due istituzioni preesistenti e dando vita a un’entità del tutto nuova: Staatliches Bauhaus.
Nel Manifesto del 1919, illustrato da un’incisione di Lyonel Feininger, Gropius formula un programma tanto radicale quanto necessario: unire le arti e i mestieri per costruire “l’edificio del futuro”. Non una scuola d’arte tradizionale, né un politecnico, ma un laboratorio in cui pittori, scultori, architetti e artigiani lavorano fianco a fianco nella convinzione che la progettazione, per essere moderna, debba essere collettiva e interdisciplinare.
L’imprinting espressionista e il mito di Morris
La prima fase del Bauhaus risente profondamente del clima culturale tedesco dei primi anni Venti. L’espressionismo – con la sua tensione morale e il suo gusto per l’astrazione simbolica – è la cultura madre della scuola di Weimar. Molti docenti e studenti guardano ancora al modello Arts & Crafts di William Morris, all’idea dell’artigiano-artista e al ruolo sociale dell’arte.
In quegli anni si formano i primi laboratori: tessitura, ceramica, teatro, metalli, tipografia. L’obiettivo è creare oggetti belli, funzionali, accessibili. Il mestiere è al centro del percorso: prima si impara a lavorare, poi a progettare.
Dal colore all’industria: l’arrivo dell’avanguardia
La svolta si consuma tra il 1922 e il 1923 con due nuovi protagonisti: Theo van Doesburg, fondatore del De Stijl, e László Moholy-Nagy, il grande innovatore dell’arte costruttivista. Con loro il Bauhaus compie un salto decisivo: dall’espressionismo ai volumi puri, dai simboli alle forme geometriche, dal laboratorio artigianale all’idea di design industriale.
Il motto cambia tono: “Arte e tecnica – una nuova unità”.
È il 1924 quando Gropius pubblica il memorandum che segna al tempo stesso l’affermazione e la prima crisi della scuola. Le tensioni politiche nella Weimar del dopoguerra e le difficoltà economiche portano alla chiusura della sede di Weimar.
Dessau: la scuola diventa un’icona dell’architettura moderna
Il futuro del Bauhaus sembra compromesso, finché il borgomastro di Dessau offre alla scuola un nuovo spazio e un sostegno politico inatteso. Gropius progetta personalmente l’edificio che aprirà nel 1926: un manifesto di vetro, acciaio e intonaco bianco che entrerà immediatamente nella storia dell’architettura.
A Dessau il Bauhaus cresce, si struttura, diventa finalmente Scuola statale d’arte. Nasce il dipartimento di architettura affidato a Hannes Meyer, che nel 1928 succede allo stesso Gropius nella direzione. Meyer, fautore di un approccio più sociale e politicamente impegnato, entra presto in contrasto con il governo locale: dopo due anni è costretto alle dimissioni.
A subentrargli è Ludwig Mies van der Rohe. Con Mies, il Bauhaus assume un volto ancora più internazionale e rigoroso, orientato verso una produzione industriale di alta qualità. Ma l’avvento del nazionalsocialismo condanna la scuola: nel 1933 il Bauhaus viene definitivamente chiuso, accusato di “decadentismo”.
Un’eredità immensa: Kandinsky, Klee, Feininger, Schlemmer
Il peso culturale del Bauhaus non sta solo nei suoi edifici. Lì hanno lavorato alcuni dei più influenti artisti del Novecento:
- Wassily Kandinsky, teorico della spiritualità nel colore;
- Paul Klee, autore di uno dei corsi più importanti dell’intera scuola;
- Lyonel Feininger, cui si deve la xilografia del Manifesto;
- Oskar Schlemmer, creatore del celebre Triadisches Ballett e della nuova concezione dello spazio scenico.
Il Bauhaus è stato la prima vera comunità moderna di ricerca artistica: un luogo in cui l’arte dialogava con la vita quotidiana e con l’industria, traducendo l’avanguardia in progetti concreti.
Nasce il Razionalismo: lo “stile internazionale”
In parte ereditato dal Bauhaus, in parte già presente nel dibattito europeo precedente, il Razionalismo si impone tra gli anni Venti e Trenta come linguaggio architettonico dominante. Le radici sono molteplici: Frank Lloyd Wright negli Stati Uniti, Tony Garnier in Francia, Le Corbusier in Svizzera, Gropius in Germania.
Il Razionalismo o International Style si riconosce subito:
- volumi geometrici puri, spesso cubici;
- grandi superfici vetrate;
- assenza di decorazione;
- intonaco bianco come colore della modernità;
- pianta libera e struttura a vista.
Non è un linguaggio neutro: è il frutto della fiducia nella tecnologia e nella capacità della forma di rispondere ai bisogni dell’uomo moderno. Paradossalmente, proprio la sua natura rigorosa e monumentale lo rende appetibile anche ai regimi totalitari degli anni Trenta, che ne sfruttano la forza simbolica pur tradendo il pensiero democratico da cui era nato.
Il Bauhaus dopo il Bauhaus: la diaspora e il mondo nuovo
La chiusura forzata del 1933 non spegne, ma diffonde il Bauhaus. Molti maestri emigrano negli Stati Uniti: Moholy-Nagy fonda a Chicago il New Bauhaus; Mies van der Rohe guida la scuola di architettura dell’Illinois Institute of Technology; altri confluiscono nelle università americane e britanniche, contribuendo a definire il volto dell’architettura moderna nelle nuove metropoli.
Le Corbusier, seppur estraneo alla scuola, porta avanti gli stessi ideali nella Francia degli anni Venti e Trenta, contribuendo alla diffusione mondiale della “macchina per abitare”.
Il risultato è un cambiamento irreversibile: dagli uffici di Manhattan alle case mediterranee, dagli oggetti di design ai caratteri tipografici, l’idea di modernità nasce – anche – dentro le aule del Bauhaus.
In definitiva, il Bauhaus non è solo una scuola, né un movimento. È la promessa di un’arte capace di trasformare la vita quotidiana. Un mito fondato sul lavoro collettivo e sulla fiducia nella forma come strumento di democrazia e progresso. Una lezione che, a un secolo di distanza, non ha ancora esaurito la sua forza.

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