

Abstract/meccanica: 1 stampa fotografica: gelatina d’argento.
Dal 24 settembre 2025 all’11 gennaio 2026, Palazzo Reale ospita una retrospettiva monumentale con oltre 300 opere che ripercorrono l’universo creativo di Man Ray, artista ribelle e poliedrico che ha rivoluzionato la fotografia e contaminato pittura, cinema e oggetti dadaisti. La mostra “Man Ray. Forme di luce”, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, raccoglie a Palazzo Reale circa 300 opere.

Alice. B. Toklas e Gertrude Stein (1922) esposta alla National Gallery of Art nel 2022. Una stampa in bianco e nero alla gelatina d’argento dei due personaggi letterari citati, nel salotto di Stein nel 1922. Sotto l’immagine si trovano la firma di Man Ray e l’anno scritti a matita.

Belle Haleine, Eau de Voilette . Riprodotto sulla copertina della rivista New York Dada . Fotografia di un “readymade” realizzato con una bottiglia di profumo del marchio Rigaud con un’etichetta modificata. La fotografia fu pubblicata sulla copertina di New York Dada , New York, aprile 1921 (cfr. The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines: Volume III: Europe
Un artista senza confini
“Uomo raggio”: così amava farsi chiamare Emmanuel Radnitsky, nato a Filadelfia nel 1890 da una famiglia ebraica russa emigrata negli Stati Uniti. Con questo pseudonimo – Man Ray – costruì una delle carriere più eclettiche e visionarie del Novecento. Fotografo, pittore, regista, inventore di oggetti dadaisti e sperimentatore instancabile, incarnò lo spirito delle avanguardie europee con una libertà che ancora oggi resta esemplare.
La mostra “Man Ray. Forme di luce”, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, raccoglie a Palazzo Reale circa 300 opere tra fotografie vintage, disegni, litografie, film, sculture e documenti. È un percorso che attraversa sessant’anni di creatività, tra surrealismo, dadaismo, moda e cinema. In catalogo, edito da Silvana, compaiono testi dei curatori e un contributo di Raffaella Perna.
Oggetti che fanno pensare
Il cuore dell’esposizione è popolato da icone che hanno fatto la storia dell’arte del XX secolo. In mostra tornano oggetti carichi di ironia e provocazione come Cadeau (un ferro da stiro chiodato), Objet indestructible (un metronomo con l’occhio di una musa), Obstruction (installazione di grucce sospese), insieme a pezzi meno noti ma altrettanto destabilizzanti. Sono oggetti che rovesciano l’uso comune e introducono lo spettatore in un mondo in cui l’arte non illustra la realtà, ma la sovverte.
Accanto a essi, i celebri ritratti e nudi femminili: corpi trasformati in forme astratte e al tempo stesso intensamente sensuali, immagini che hanno definito un’estetica duratura della modernità.
Parigi, capitale delle avanguardie
Dopo gli esordi a New York, dove fu vicino a Marcel Duchamp e conobbe le avanguardie europee, Man Ray si trasferì a Parigi nel 1921. Nella capitale francese entrò in contatto con il gruppo surrealista di André Breton, stringendo rapporti con Louis Aragon, Paul Éluard e altri protagonisti dell’epoca.
Sono gli anni della sua relazione con Kiki de Montparnasse, modella e cantante, immortalata in fotografie destinate a entrare nell’immaginario collettivo: Le Violon d’Ingres (1924) e Noire et blanche (1926) restano ancora oggi due immagini-simbolo della fusione tra corpo e metafora.
Negli stessi anni sperimenta i rayograph, fotogrammi realizzati senza macchina fotografica, in cui gli oggetti posati direttamente sulla carta fotosensibile lasciano impronte enigmatiche. Tristan Tzara, poeta dadaista, descrisse quelle immagini come “quando gli oggetti sognano”.
Solarizzazioni, moda e cinema
Alla fine degli anni Venti, l’incontro con Lee Miller aprì una nuova fase: insieme perfezionarono la tecnica della solarizzazione, che circonda i soggetti di un alone luminoso dall’effetto spettrale. Man Ray portò questa sperimentazione anche nel campo della moda, lavorando per couturier come Paul Poiret, Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, contribuendo a dare un volto nuovo alla fotografia editoriale.
Nel 1933, con Meret Oppenheim, realizzò la serie Érotique-voilée, tra le più audaci della sua produzione. Parallelamente, si dedicò al cinema d’avanguardia: film come Le Retour à la Raison (1923), Emak Bakia (1926) e L’Étoile de Mer (1928) restano prove pionieristiche di un linguaggio visivo che intrecciava poesia, movimento e sperimentazione tecnica.
Dall’esilio americano al ritorno in Europa
Con l’occupazione nazista, Man Ray rientrò negli Stati Uniti nel 1940, stabilendosi a Los Angeles. Qui conobbe la ballerina e modella Juliet Browner, che sposò e che divenne musa di numerosi ritratti. Nel 1951 tornò definitivamente a Parigi, dove rimase fino alla morte nel 1976.
Il suo lascito è immenso: ha legittimato la fotografia come forma d’arte, anticipato pratiche concettuali e installative, influenzato la moda e il design editoriale, aperto la strada a un’idea di arte come esperienza libera, ironica, poetica e multimediale.
Un’eredità che parla al presente
La retrospettiva milanese dialoga, quasi in contemporanea, con quella del Metropolitan Museum of Art di New York (Man Ray: When Objects Dream, 14 settembre 2025 – 1 febbraio 2026), più focalizzata sui rayograph. L’Italia sceglie invece di restituire al pubblico l’ampiezza dell’universo manrayano, con un percorso che non si limita alle fotografie ma include oggetti, disegni, film e documenti.
Per i curatori, l’obiettivo è chiaro: mostrare l’intera portata di un artista che non accettò mai barriere di medium o di linguaggio. La sua lezione, affermano, “continua a influenzare generazioni di artisti e fotografi: l’idea che l’arte possa essere assurda, poetica o provocatoria è oggi onnipresente”.
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
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