
Due mostre complementari, a Mesagne e Lecce, riportano al centro della scena l’arte meridionale dell’Ottocento, in dialogo con Parigi e con il mito dell’Impressionismo. Curate da Isabella Valente, entrambe offrono l’occasione per ripensare un secolo ricco di contraddizioni, troppo a lungo ridotto a semplice “eco francese”.
L’estate pugliese ha visto nascere due progetti espositivi gemelli, che proseguiranno nel cuore dell’autunno. Entrambi hanno come timoniera Isabella Valente, tra le massime studiose della pittura e scultura meridionale tra Ottocento e primo Novecento.
La prima mostra, “Negli anni dell’Impressionismo. Da Monet a Boldini: artisti in cerca di libertà”, è ospitata al Castello Svevo di Mesagne (Brindisi) fino al 26 novembre 2025. Con oltre 150 dipinti, si propone come una ricca antologia che racconta le tensioni del genio artistico postunitario italiano in rapporto alla scena parigina, capitale culturale indiscussa del XIX secolo.
La seconda, dal titolo “Eravamo innamorati del Vero. De Nittis, Toma, Netti, De Nigris, artisti pugliesi tra Napoli e Parigi”, si svolge invece al Museo Storico di Lecce fino al 18 ottobre 2025. Qui l’attenzione si concentra sugli artisti pugliesi che, tra l’ambiente partenopeo e la capitale francese, costruirono linguaggi visivi capaci di dialogare con il Realismo europeo senza mai perdere la loro identità.
L’Ottocento meridionale, tra Napoli e Parigi
Non stupisce che le due mostre trovino sede in Puglia. Alcuni dei protagonisti della pittura italiana dell’Ottocento – da Giuseppe De Nittis a Gioacchino Toma, da Michele De Nigris a Netti – pur legati a Napoli per formazione o adozione, erano di origine pugliese. E proprio dalla Puglia, più che da altre regioni del Sud, provennero alcune delle personalità più rilevanti nel dialogo con la modernità francese.
Per decenni, però, la critica italiana ha guardato a quell’Ottocento con sospetto. Roberto Longhi, forse il più influente storico dell’arte del Novecento, considerava l’arte italiana postunitaria un “secolo stupido”, salvando a malapena pochi illustratori e poco altro. Il peso del giudizio longhiano, unito a una generale tendenza a leggere tutto attraverso la lente francese, ha contribuito a ridimensionare la ricchezza di quel periodo.
Oggi, grazie a studiosi come Isabella Valente, si torna invece a considerare quelle esperienze nella loro complessità, riconoscendo che il naturalismo meridionale e le sperimentazioni di pittori come De Nittis non furono meri epigoni parigini, ma percorsi autonomi che rispondevano a esigenze sociali e culturali italiane.
Il mito del Vero
Uno dei temi ricorrenti delle due mostre è il rapporto con il “Vero”, inteso come tensione verso la realtà. A Napoli, a partire da Domenico Morelli, si sviluppò una pittura che cercava di aderire alla vita quotidiana con intenti moralistici o narrativi, talvolta scivolando nell’aneddoto. Titoli come Il viatico dell’orfana di Toma o Che freddo di De Nittis rappresentano bene questa inclinazione.
Ma cosa significava essere “innamorati del Vero”? Per gli italiani dell’Ottocento, il Vero era spesso un racconto sociale o sentimentale, una cronaca illustrata. Per gli impressionisti francesi, invece, la questione si ribaltava: era il quadro stesso a farsi legge del Vero, come dimostrano le sperimentazioni di Degas, Manet o Cézanne. In Italia, dunque, il naturalismo fu spesso intriso di narrazione, mentre in Francia la pittura tendeva a farsi autonoma, un laboratorio di linguaggi formali.
Il critico Eugenio Montale, in un suo celebre aneddoto parigino, sintetizzò questa differenza in una formula semplice: “arte con aneddoto o senza aneddoto”. E proprio questa divergenza segna la distanza fra le scuole.
Un confronto senza complessi
Le due mostre pugliesi non nascondono questa distanza, ma provano a raccontarla senza complessi. Anzi, sottolineano i punti di forza italiani: il primato della “carne”, della materia pittorica e della forza espressiva, che in molti casi seppe superare il puro racconto aneddotico.
Nei cataloghi, i saggi critici – compreso quello di Renato Miracco, che mette a confronto De Nittis e Manet – rivelano letture nuove e talvolta provocatorie. Non si tratta di accorciare forzatamente le distanze, ma di valorizzare la specificità italiana, evitando lo “schiacciamento francese” che per lungo tempo ha reso secondario l’Ottocento nazionale.
Un secolo da riscoprire
L’Ottocento italiano resta un terreno fertile e ancora parzialmente inesplorato. Accanto alle grandi figure come Boldini o De Nittis, vi sono intere generazioni di artisti meridionali che hanno contribuito a definire il volto moderno della pittura europea, muovendosi tra Napoli, Firenze, Parigi e Londra.
Le due mostre pugliesi, con approcci complementari, offrono dunque l’occasione di rimettere in discussione schemi critici consolidati e di rivendicare il valore di un secolo che non fu solo imitazione, ma anche invenzione, dialogo e resistenza culturale.
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