
Dalla High Line al “Blur Building”, l’architetta newyorkese ha trasformato il concetto di rovina in risorsa e continua a reinventare il rapporto tra architettura, arte e comunità. Il 23 settembre 2025 sarà protagonista al Cersaie di Bologna con una lectio magistralis.
| Intervista a Elizabeth Diller all’Ordine degli Architetti di Roma di Claudia Ricciardi (Architetto e Consigliere OAR) e Giulia Villani (Architetto, Coordinatrice Redazione OAR) Testo di Francesco Nariello, Redazione OAR |
Liz Diller non ama le certezze. La sua architettura, fin dagli esordi, si muove su un crinale di instabilità e di continua ricerca. “Restless”, inquieta, è il termine che più di ogni altro sembra descrivere la sua opera: non un’inquietudine sterile, ma un’energia capace di trasformare i luoghi in esperimenti vivi.
Fondatrice, insieme a Ricardo Scofidio e dal 2004 a Charles Renfro, dello studio Diller Scofidio + Renfro, Diller è oggi una delle figure più influenti nel panorama internazionale. Il suo percorso prende forma alla Cooper Union di New York negli anni Ottanta, in un momento difficile per la città, segnata dal degrado urbano ma anche attraversata da una stagione di radicale sperimentazione culturale. È in quel clima che matura la convinzione che l’architettura non debba limitarsi a erigere muri, ma interrogare la società, contaminarsi con le arti, diventare un reagente critico e poetico.
Negli anni Novanta lo studio si afferma con installazioni e progetti al confine tra performance, arte visiva e costruzione. È un linguaggio che culmina nel Blur Building (2002), icona dell’Expo svizzero di Yverdon-les-Bains: una nube artificiale sospesa sul lago di Neuchâtel, prodotta da migliaia di ugelli vaporizzatori. Un edificio senza forma definita, immateriale, dove i visitatori avanzavano in un paesaggio di nebbia e luce. Un manifesto, più che un padiglione, che ribaltava l’idea stessa di costruzione.
A New York, qualche anno dopo, Diller e Scofidio firmano uno dei progetti urbani più celebrati del nuovo millennio: la High Line (2009-2014). Recuperare un viadotto ferroviario dismesso e pericolante nel West Side per trasformarlo in parco sopraelevato, piazza lineare e passeggiata verde, fu una sfida che univa memoria industriale, paesaggio e funzione pubblica. Oggi la High Line è diventata una delle mete più amate della città, simbolo di come le rovine del moderno possano essere rigenerate come risorse vitali.
L’attenzione per gli spazi collettivi e per le comunità composite ha trovato una nuova espressione con The Shed (2008-2019), il grande centro culturale newyorkese a Hudson Yards. La sua struttura telescopica mobile consente di trasformare l’edificio in base alle esigenze: da spazio chiuso e raccolto a grande arena all’aperto. Un’opera che conferma la continuità tra le prime installazioni concettuali e i progetti urbani su larga scala, un salto non tanto di linguaggio quanto di dimensione.
Accanto alle opere, c’è l’elaborazione teorica. Diller e Scofidio hanno sempre rifiutato i confini disciplinari, alimentando un dibattito internazionale che li ha resi interlocutori privilegiati nei grandi appuntamenti culturali. Nel 2021, ad esempio, il MAXXI di Roma ha ospitato la mostra Restless, che raccoglieva progetti storici e contemporanei legati al tema dell’instabilità concettuale e materiale, cifra distintiva della loro ricerca.
Il riconoscimento più recente è arrivato alla Biennale di Architettura di Venezia del 2023, dove Liz Diller ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera: un premio che sancisce l’importanza di una voce visionaria, capace di aprire nuove prospettive su come pensare gli spazi dell’abitare e della convivenza.
Il 23 settembre, al Cersaie di Bologna, Diller terrà una lectio magistralis. Non sarà soltanto un’occasione per ripercorrere le tappe di una carriera straordinaria, ma soprattutto per ribadire un’idea fondamentale: che l’architettura deve farsi carico delle fratture del nostro tempo, trasformare i resti e le ferite urbane in opportunità di rinascita. Inquieta, sì, ma anche profondamente necessaria.
Le opere chiave di Diller Scofidio + Renfro
- Blur Building (2002) – Expo 2002, Yverdon-les-Bains, Svizzera. Una “nuvola” artificiale sospesa sul lago di Neuchâtel, realizzata con migliaia di vaporizzatori d’acqua. Manifesto dell’architettura immateriale.
- High Line (2009-2014) – New York. Recupero di una linea ferroviaria sopraelevata abbandonata nel West Side, trasformata in parco urbano lineare. È oggi uno dei simboli della città e modello di rigenerazione urbana nel mondo.
- The Shed (2008-2019) – Hudson Yards, New York. Centro culturale polivalente con guscio telescopico mobile che consente di adattare lo spazio a concerti, mostre, eventi all’aperto o al chiuso.
- Alice Tully Hall (2009) – Lincoln Center, New York. Restauro e ampliamento della storica sala da concerto, trasformata in spazio più aperto, flessibile e permeabile alla città.
- Broad Museum (2015) – Los Angeles. Museo d’arte contemporanea ideato come “veil-and-vault”: un guscio poroso che lascia filtrare la luce naturale e custodisce al suo interno gli spazi espositivi e la collezione permanente.
- Museum of Image and Sound (in costruzione) – Rio de Janeiro. Edificio affacciato su Copacabana, concepito come una grande scalinata pubblica che si apre verso l’oceano, integrando architettura e paesaggio urbano.
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