
Il “maestro ungherese dell’apocalisse” riceve il massimo riconoscimento per un’opera che attraversa il buio del Novecento e del presente, restituendo al lettore la vertigine dell’umano e un barlume di pietas.
| László Krasznahorkai (Gyula, 5 gennaio 1954) è uno scrittore ungherese e vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2025, assegnato dall’Accademia Svedese «per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte». LEGGI ANCHE SU WIKIPEDIA |
Il Nobel per la Letteratura 2025 è stato attribuito a László Krasznahorkai, scrittore ungherese nato nel 1954, figura di culto della narrativa europea contemporanea. Da tempo soprannominato — per definizione di Susan Sontag — “il maestro dell’apocalisse”, Krasznahorkai ha costruito un’opera inconfondibile per visione e linguaggio, dove il mondo sembra collassare lentamente sotto il peso delle sue stesse rovine morali. La sua prosa è densa, ipnotica, ossessiva; le frasi si inseguono come flussi di coscienza che descrivono l’impossibilità della redenzione e, insieme, la tenacia della speranza.
Un autore fuori dal tempo
Il suo esordio, Satantango (1985), nacque — come lui stesso racconta — “durante la castrazione di un maiale”, episodio che sintetizza perfettamente la crudezza del suo universo. Ambientato nel crepuscolo dell’Ungheria comunista, il romanzo tratteggia una comunità smarrita nella miseria e nell’attesa di una salvezza che non arriverà mai. Ne venne tratto, nel 1994, un film di oltre sette ore diretto da Béla Tarr, con cui Krasznahorkai avrebbe collaborato per più di vent’anni: da Perdizione (1988) a Il cavallo di Torino (2011). La loro fu una delle più potenti simbiosi artistiche del cinema e della letteratura dell’Europa centro-orientale.
Il successo internazionale arrivò con Melancolia della resistenza (1989), allegoria visionaria del disfacimento di una società travolta da un caos primordiale. È da qui che Sontag trasse la celebre definizione di “maestro dell’apocalisse”. Da allora Krasznahorkai non ha mai smesso di inseguire un ideale di totalità romanzesca: «Non ho mai scritto il libro che avevo in mente — confessa — ma la forza magica delle parole continua a prevalere sul buon senso».
A questa ricerca inesausta appartengono Guerra e guerra (1999), Il ritorno del barone Wenckheim (2016) e Herscht 07769 (2021), oltre ai racconti di Seiobo è discesa quaggiù (2008) e Avanti va il mondo (2013, pubblicato in Italia nel 2024). Tutte opere abitate da un’umanità smarrita, convinta di essere alla fine dei tempi eppure incapace di accorgersene del tutto.
Tra Kafka e Bernhard
Nella sua scrittura si riconosce l’eredità di Franz Kafka, che l’autore considera il suo vero maestro: “Senza Kafka non avrei mai scritto una parola”, ha dichiarato. Ma nella vertigine sintattica e nel ritmo ossessivo delle sue frasi riecheggia anche Thomas Bernhard, di cui Krasznahorkai condivide il sarcasmo tragico e il rifiuto di ogni consolazione. Tuttavia, laddove Bernhard cerca la sinfonia dell’invettiva, lo scrittore ungherese insegue i movimenti naturali e contraddittori del mondo: flussi e riflussi che restituiscono la vita come un organismo ferito, profanato dall’uomo e dal linguaggio stesso.
Nel corso degli anni, la sua narrativa ha assunto toni via via più ironici, quasi beffardi. Se in Satantango e Melancolia della resistenza la speranza è un’illusione residuale, in Guerra e guerra e nel Barone Wenckheim l’autore introduce un umorismo rarefatto, che scava nelle miserie umane senza disprezzo. Persino Herscht 07769, uscito da Bompiani in Italia nel 2022, può essere letto come un romanzo comico, una risata nera contro il destino.
L’apocalisse come rivelazione
In questa apparente desolazione, la critica ha spesso colto una forma di pietas. L’apocalisse di Krasznahorkai non è solo distruzione, ma anche rivelazione: una lente attraverso cui l’autore indaga l’abisso dell’uomo e la possibilità minima — eppure reale — di un contatto, di un gesto solidale, di un istante di compassione.
Nei suoi romanzi non c’è speranza collettiva, ma sopravvive la speranza dei singoli: fragile, intermittente, destinata forse a fallire, ma comunque necessaria. “L’essere umano — ha spiegato dopo l’annuncio del Nobel — resta la mia ispirazione più profonda. Nonostante tutto, la letteratura può ancora dare speranza a chi sente che la vita è viva appena.”
Un premio che illumina il buio
Tradotto in Italia grazie alla costanza di Dóra Varnai per Bompiani (con l’eccezione di Melancolia della resistenza, curata da Dóra Mészáros e Bruno Ventavoli), Krasznahorkai ha conquistato il pubblico solo negli ultimi anni, dopo la vittoria del Man Booker International Prize nel 2015. L’assegnazione del Nobel riconferma la centralità di una letteratura che rifiuta ogni semplificazione e affronta il nostro presente come un’epoca di crisi permanente.
Nel suo universo non c’è redenzione, ma una fessura di luce attraversa comunque il buio. «La bellezza, la nobiltà e il sublime — ha detto ricevendo il premio — esistono ancora in sé e per sé. Sono ciò che ci resta per continuare a guardare.»
Forse, proprio in questo equilibrio tra disperazione e pietà, tra ironia e rovina, si nasconde la ragione più profonda per cui László Krasznahorkai è oggi la voce giusta per raccontare il nostro tempo: un mondo alla fine, ma ancora capace di pronunciare parole di senso.
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