A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue

Aperta al pubblico il 28 novembre, il Palazzo di Città di Cagliari accoglie per la prima volta in Sardegna una grande esposizione dedicata ad Antonio Ligabue (1899–1965), il pittore ribelle e visionario che ha sconvolto il panorama artistico del Novecento con la forza primordiale delle sue immagini.

A Cagliari la prima grande mostra dedicata ad Antonio Ligabue, uno degli artisti più emozionanti ed intensi del Novecento italiano.

Dal 28 novembre il Palazzo di Città di Cagliari – grazie alla collaborazione con Arthemisia – ospita 60 capolavori di Ligabue, tracciando un percorso che mette al centro la potenza espressiva delle sue immagini, la radicalità del suo linguaggio e la sua straordinaria capacità di leggere il mondo attraverso gli occhi dell’arte.

Un percorso alla scoperta del “Van Gogh italiano”, che invita a leggere Ligabue non attraverso i miti biografici, ma nella forza straordinaria della sua pittura.


28 novembre 2025 – 7 giugno 2026
Palazzo di Città, Cagliari

“Antonio Ligabue. La grande mostra” presenta 60 capolavori – tra oli e disegni– che ripercorrono l’intero arco creativo di un artista fuori da ogni schema, capace di trasformare la sua vita difficile in una straordinaria avventura pittorica.A Cagliari viene proposto un avvincente percorso tra i temi centrali dell’universo di Antonio Ligabue: le scene di vita contadina, le carrozze, le troike, i postiglioni che rievocano la memoria delle stampe popolari e della tradizione rurale, fino ai celeberrimi autoritratti, nei quali l’artista affronta il proprio volto come un campo di battaglia interiore.

Figura complessa e profondamente umana, Ligabue – definito da molti il “Van Gogh italiano” – è stato per anni un emarginato, che ha trovato nella pittura la sua forma più autentica di riscatto e che ha saputo trasformare il suo dolore in arte.
Egli non dipingeva: ruggiva sulla tela. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni della realtà, ma visioni di un mondo interiore che esplode in colori accesi, pennellate vigorose e animali carichi di vita e simbolo.
Le fiere, tema ricorrente del suo immaginario, sembrano incarnare la sua stessa forza istintiva: tigri, aquile e leoni dipinti con energia quasi febbrile, in cui la natura si fa metafora dell’anima. Accanto a esse, animali domestici, cavalli, buoi e cani fedeli, osservati con uno sguardo di empatia e dolcezza, rimandano al bisogno di affetto e appartenenza di un uomo spesso incompreso.

Ogni opera è un grido, una confessione, una rivelazione: Ligabue dipingeva come si vive – con urgenza, con passione, con dolore e meraviglia.
Il suo lavoro rivela la tensione di un uomo che cercava nella pittura la propria salvezza e che, attraverso il colore e la forma, tentava di riscattare la propria condizione di solitudine. Nei suoi occhi e nelle sue bestie feroci si legge la stessa fiamma: quella di un artista che ha vissuto la vita come una continua sfida contro il destino.

La forza di Ligabue risiede proprio nella sua autenticità radicale. Pur lontano dalle correnti artistiche dominanti del suo tempo, ha anticipato tendenze che solo più tardi avrebbero esaltato la libertà espressiva e la spontaneità creativa. La sua tecnica apparentemente istintiva, quasi primitiva, infrange le regole accademiche e invita a un’esperienza estetica più diretta, più viscerale.
Entrare in contatto con le sue opere significa confrontarsi con una verità senza filtri, con un’arte che nasce dal bisogno di esistere, di affermarsi, di raccontare la vita nella sua forma più cruda e struggente. Ogni dipinto è un racconto di sé, ma anche un frammento universale di umanità.

Il percorso espositivo – con opere come il raramente esposto Circo all’aperto(1955–1956) o Leopardo nella foresta (1956–1957), Aratura (1944–1945), Diligenza con castello (1957–1958) e Autoritratto con berretto da fantino (novembre 1962) – offre così non solo una straordinaria immersione visiva, ma anche un’occasione di riflessione sul valore dell’arte come strumento di liberazione personale e di riconciliazione con il mondo.

Seguendo una ripartizione cronologica, sono narrate le diverse tappe dell’opera e della storia di un uomo tanto straordinario da aver appassionato negli anni migliaia di persone, diventando addirittura protagonista di film e sceneggiati televisivi, sin dagli anni ’70.
Dal 28 novembre, dunque, il Palazzo di Città di Cagliari diventa il palcoscenico di un viaggio emozionante dentro l’anima di un artista indomabile, dove ogni colore racconta una ferita e ogni tela si fa specchio di una vita vissuta fino all’estremo.

Organizzata dal Comune di CagliariAssessorato alla Cultura, Spettacolo e TurismoPalazzo di Città – Musei Civici, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna, in collaborazione con Arthemisia, la mostra è curata da Francesco Negri Francesca Villanti.
Il catalogo è edito da Moebius.

Apprezzato e compreso da importanti critici e studiosi negli ultimi anni della sua esistenza, cadde nell’oblio dopo la sua scomparsa. Bollato semplicisticamente come un pittore naif – una definizione che finì per sminuirne il reale valore artistico, portando a non considerarlo adeguatamente – per lungo tempo, Ligabue rimase nell’ombra, una figura di nicchia conosciuta solo da pochi appassionati, ingiustamente trascurato dai grandi circuiti dell’arte. Solo negli ultimi decenni, grazie a un rinnovato interesse da parte di critici e istituzioni, si è compreso appieno il suo valore di artista autentico e

originale, pur nella sua eccentricità. Un talento spesso frainteso, che celava una poetica unica e stratificata, in grado di restituire sulla tela tutta la sublime semplicità e drammaticità del mondo naturale. Tuttavia, nel tentativo di rivalutarne l’opera artistica, spesso si è finito per trascurare l’aspetto umano e personale dell’uomo Ligabue. Eppure, per comprenderne appieno la grandezza, è fondamentale considerare entrambi questi aspetti, inscindibilmente legati.

Le sue tele, caratterizzate da uno stile unico e originalissimo nel rappresentare soprattutto soggetti animali con un realismo quasi sconcertante, furono accantonate e relegate nell’ambito del mero folklore popolare. Si perse così di vista la profondità della sua ricerca pittorica, la capacità di cogliere l’essenza più intima delle creature ritratte, trasmettendone con potenza l’istinto primordiale.

Ma non si può parlare dell’arte di Ligabue senza conoscerne la vita, né si possono capire le sue opere se non si entra nel mondo di quel piccolo uomo sfortunato e folle, pieno di talento e poesia.

Nato a Zurigo nel 1899 da madre di origine bellunese e da padre ignoto, viene dato subito in adozione ad una famiglia svizzera. Già dall’adolescenza manifesta alcuni problemi psichiatrici che lo portano, nel 1913, a un primo internamento presso un collegio per ragazzi affetti da disabilità.
Nel 1917 viene ricoverato in una clinica psichiatrica, dopo un’aggressione nei confronti della madre affidataria Elise Hanselmann che, dopo varie vicissitudini, deciderà di denunciarlo ottenendo l’espulsione di Antonio dalla Svizzera il 15 maggio del 1919 e il suo invio a Gualtieri, il comune d’origine del patrigno (il marito della madre naturale, che odierà sempre).

Ligabue non parla l’italiano, è incline alla collera e incompreso dai suoi contemporanei, viene soprannominato “el Matt” dagli abitanti di Gualtieri che ne rifiutano i dipinti e il valore artistico, costringendolo a prediligere la via dell’alienazione e della solitudine.
Dopo tormentati e inquieti anni di vagabondaggio in cui vive solamente dei pochi sussidi pubblici e si rifugia nell’arte per esprimere il suo disagio esistenziale, a cavallo tra il 1928 e il 1929 incontra Renato Marino Mazzacurati (importante artista della Scuola Romana) che ne comprende il talento artistico e gli insegna ad utilizzare i colori.

Con singolare slancio espressionista e con una purezza di visione tipica dello stupore di chi va scoprendo – come nell’infanzia – i segreti del mondo, Ligabue si dedica alla rappresentazione della lotta per la sopravvivenza degli animali della foresta; si autoritrae in centinaia di opere cogliendo il tormento e l’amarezza che lo hanno segnato, anche per l’ostilità e l’incomprensione che lo circondavano; solo talvolta pare trovare un po’ di serenità nella rappresentazione del lavoro nei campi e degli animali che tanto amava e sentiva fratelli.

Nel 1937 viene nuovamente ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di San Lazzaro a Reggio Emilia per autolesionismo e per “psicosi maniaco–depressiva” nel marzo del 1940.
È il 1948 quando comincia a esporre le sue opere in piccole mostre e ottenendo, sotto la guida di Mazzacurati, qualche riconoscimento e a guadagnare i primi soldi.

Ma il successo è breve: dopo essersi permesso solo qualche lusso, nel 1962 viene sopraggiunto da una paresi e ricoverato all’ospedale di Guastalla dove continua a dipingere e dove termina la sua vita il 27 maggio del 1965.


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