
Quarant’anni di lavoro raccontano molto più di una carriera individuale: raccontano la nascita di un mestiere, l’evoluzione di un linguaggio, la costruzione di un modo di stare nel sistema dell’arte. La storia di Studio Esseci è anche la storia di come la comunicazione culturale italiana abbia imparato a darsi una forma, una disciplina e una responsabilità.

| Come è nato Studio Esseci ? Un ufficio stampa culturale di primo piano di Guido Raineri Vicedirettore – Experiences |
Un mestiere che non c’era
Quando tutto comincia, a metà degli anni Ottanta, l’ufficio stampa culturale è un soggetto vago, spesso accessorio. Più vicino alle pubbliche relazioni che al lavoro giornalistico vero e proprio, affidato talvolta a mediazioni informali, a conoscenze salottiere, a una gestione poco strutturata delle informazioni. È in questo contesto che prende forma l’esperienza di Studio Esseci, uno studio che nasce lontano dai grandi centri decisionali e che proprio per questo è costretto, fin dall’inizio, a inventare un metodo.
Il suo fondatore, Sergio Campagnolo, non arriva da un percorso lineare. Appassionato di giardinaggio, gatti neri e viaggi, il giovane inizia gli studi di medicina, collabora con alcuni quotidiani, vive in un collegio universitario all’interno dell’Abbazia di Santa Giustina a Padova. È lì che, quasi per caso, gli viene chiesto di occuparsi dell’ufficio stampa di una mostra. Non sa esattamente in cosa consista quel ruolo, ma accetta. Funziona. Da quell’esperienza nasce una scelta che cambia tutto: abbandonare una strada già tracciata come medicina per costruirne una nuova, senza modelli consolidati a cui fare riferimento.
Dalla provincia al sistema nazionale
La prima intuizione è semplice e radicale: l’ufficio stampa non può limitarsi a “promuovere”, deve informare. Deve conoscere i contenuti, capire i progetti espositivi, saperli raccontare senza sovrapporsi al lavoro critico ma rendendolo possibile. È un lavoro che richiede studio, tempo, presenza fisica. Visitare le mostre, parlare con i curatori, conoscere gli artisti, costruire un rapporto di fiducia con i giornalisti.
Negli anni, Studio Esseci cresce seguendo questa linea. Non punta sull’espansione rapida, ma sulla continuità. Dalla sede di Padova riesce progressivamente a lavorare su tutto il territorio nazionale, costruendo una rete che copre quasi ogni regione italiana. Un risultato tutt’altro che scontato per uno studio indipendente, fuori dai grandi circuiti della comunicazione istituzionale.
Il dato numerico – oltre milleduecento mostre seguite in quarant’anni – conta, eccome, ma fino a un certo punto. Più rilevante è il tipo di incarichi affrontati: grandi eventi, rassegne di ricerca, progetti territoriali, iniziative di respiro internazionale. Dalla gestione della comunicazione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia fino al lavoro per TEFAF a Maastricht e New York, Studio Esseci dimostra che anche uno studio “di provincia” può diventare un interlocutore stabile del sistema culturale globale.
Uno stile, prima ancora di un servizio
Col tempo emerge un tratto distintivo: uno stile. Non un marchio riconoscibile in senso grafico, ma un modo di lavorare. I comunicati sono pensati per essere strumenti di lavoro, non testi promozionali. Le conferenze stampa diventano occasioni di confronto, non semplici passerelle. Il rapporto con i giornalisti si fonda sulla stima reciproca e sulla correttezza delle informazioni.
Non è un caso che una parte consistente degli incarichi arrivi proprio su segnalazione dei giornalisti stessi. È forse questo uno degli indicatori più chiari del ruolo svolto da Studio Esseci: essere percepiti come mediatori affidabili, capaci di rispettare il lavoro di chi scrive e di chi crea.
Dietro questo approccio c’è una formazione trasversale. Dopo aver lasciato medicina, Campagnolo si laurea in sociologia e in discipline dello spettacolo, accumulando esperienze che vanno dalla comunicazione scientifica al sociale, dal mondo industriale alla cultura. Tutto confluisce in un mestiere che, negli anni, diventa sempre più complesso e stratificato.
Il tempo del web e le nuove responsabilità
Con l’avvento del digitale, il lavoro dell’ufficio stampa cambia profondamente. La velocità dell’informazione aumenta, i canali si moltiplicano, il rischio di semplificazione cresce. Studio Esseci attraversa questa trasformazione senza rinnegare il proprio metodo, ma adattandolo. Il web diventa uno strumento inevitabile, non un fine. La qualità delle informazioni resta centrale.
È qui che emerge una distinzione netta: l’ufficio stampa è, per sua natura, “di parte”, chiamato a valorizzare un progetto. Ma proprio per questo ha il dovere di essere preciso, trasparente, documentato. Il compito della critica resta un altro, e la separazione dei ruoli va preservata. È una visione etica del mestiere, maturata sul campo e mai sbandierata come principio astratto.
Il passaggio di testimone
Dopo quarant’anni, arriva il momento di fermarsi. Campagnolo lascia lo studio a una squadra che ha lavorato con lui a lungo, condividendone metodo e visione. La direzione passa a Roberta Barbaro e Simone Raddi, affiancati da Elisa ed Elisabetta, in un passaggio che non segna una cesura ma un’evoluzione.
L’idea è chiara: chi subentra deve interpretare i cambiamenti. Le nuove generazioni hanno strumenti diversi, uno sguardo diverso, e proprio per questo possono portare Studio Esseci oltre la sua prima forma, mantenendone l’impianto etico e professionale.
Un’eredità che resta
Raccontare come nasce un ufficio stampa culturale significa, in fondo, raccontare come si costruisce un mestiere. Studio Esseci non nasce da un piano industriale, ma da una serie di scelte coerenti nel tempo: studiare, ascoltare, rispettare i ruoli, investire nelle relazioni umane prima che nelle strategie di visibilità.
Il bilancio non è solo professionale. È umano. È la consapevolezza di aver contribuito a dare forma a un settore, di aver aperto strade, di aver dimostrato che anche lontano dai riflettori si può incidere in modo duraturo. Il resto – nuovi progetti, nuovi percorsi personali – appartiene al tempo che viene.
Lo studio continua. Il metodo resta. E questa, forse, è la misura più concreta di un’eredità riuscita.
| Redazione Experiences |
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