
Nel 1926 la letteratura italiana vive un momento irripetibile: esce Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello e Grazia Deledda riceve il Premio Nobel. A un secolo di distanza, critici e studiosi tornano a interrogarsi su quell’anno straordinario, in cui due visioni opposte dell’esistenza hanno segnato il destino della narrativa europea.

| Pirandello e il “Nobel delle donne” 1926, l’anno d’oro della letteratura italiana di Giulio Rinaldi storia della letteratura e cultura del Novecento |
Nella cronologia della letteratura esistono anni che sembrano concentrare un’intera stagione culturale. Il 1926 è uno di questi. In pochi mesi l’Italia letteraria vede affermarsi due opere e due personalità che rappresentano modi quasi opposti di intendere l’uomo, la società e il destino. Da una parte Luigi Pirandello, già celebre drammaturgo e narratore, pubblica il romanzo Uno, nessuno e centomila, forse la sua riflessione più radicale sull’identità. Dall’altra, Grazia Deledda, scrittrice sarda di straordinaria forza narrativa, riceve il Premio Nobel per la Letteratura.
A distanza di cento anni, editori e riviste culturali tornano a interrogarsi su quella coincidenza simbolica: due autori diversissimi che, nello stesso momento storico, portano la letteratura italiana al centro della scena internazionale.
Pirandello e la crisi dell’identità
Quando Uno, nessuno e centomila appare nel 1926, Pirandello ha già rivoluzionato il teatro europeo con opere come Sei personaggi in cerca d’autore. Il romanzo rappresenta però un passo ulteriore nella sua esplorazione filosofica.
Il protagonista, Vitangelo Moscarda, scopre improvvisamente che l’immagine che gli altri hanno di lui non coincide con quella che egli ha di sé. Da questa intuizione nasce una vertigine: ognuno di noi, per gli altri, è una persona diversa.
La conseguenza è radicale. L’identità individuale si frantuma in una molteplicità di percezioni. L’io non è più una realtà stabile ma un gioco di specchi. In questo senso il romanzo anticipa molte delle inquietudini del pensiero novecentesco: la crisi del soggetto, la relatività della verità, la percezione dell’esistenza come costruzione sociale.
Pirandello scrive con uno stile limpido e ironico, ma sotto la leggerezza narrativa si nasconde una domanda profondamente moderna: esiste davvero un’identità autentica?
Il Nobel di Grazia Deledda
Nello stesso anno, l’Accademia di Svezia assegna il Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda. È un evento storico: per la prima volta una scrittrice italiana riceve il riconoscimento più prestigioso del mondo letterario.
Deledda, nata a Nuoro nel 1871, aveva costruito la propria opera raccontando la Sardegna con uno sguardo insieme realistico e simbolico. Nei suoi romanzi – da Canne al vento a Elias Portolu – il paesaggio dell’isola diventa teatro di passioni universali: colpa, redenzione, destino.
La motivazione del Nobel sottolineava proprio questa capacità di trasformare una realtà regionale in una dimensione narrativa universale. In un’epoca in cui il mondo letterario era dominato da figure maschili, il riconoscimento a Deledda fu interpretato anche come un segnale importante per la presenza femminile nella cultura europea. Non a caso molti commentatori parlarono allora del “Nobel delle donne”.
Radici e modernità
Se Pirandello e Deledda sembrano appartenere a universi lontani, in realtà condividono una tensione comune: il tentativo di raccontare l’uomo moderno.
Pirandello lo fa attraverso la crisi dell’identità e il relativismo delle percezioni. Deledda attraverso la forza dei destini individuali immersi in un mondo arcaico ma carico di simboli.
La Sardegna dei suoi romanzi non è soltanto un luogo geografico. È una scena morale dove gli individui si confrontano con leggi non scritte, con il peso della tradizione e con il senso della colpa. Anche qui emerge una dimensione profondamente novecentesca: il conflitto tra individuo e società.
Due visioni complementari
Riletti oggi, Pirandello e Deledda appaiono quasi come i poli di una stessa tensione culturale. Pirandello rappresenta la modernità inquieta, urbana, psicologica. I suoi personaggi vivono in un mondo dove le certezze si dissolvono e la realtà appare instabile.
Deledda invece racconta una dimensione più antica, dove il destino sembra guidato da forze profonde – la terra, la tradizione, la religione – ma dove i drammi umani sono altrettanto universali. Entrambi, però, mettono al centro la stessa domanda: che cosa significa essere individui in una società che cambia?
Un centenario che invita alla rilettura
Il centenario del 1926 ha riacceso l’interesse per queste due figure. Mostre, convegni e nuove edizioni stanno riportando l’attenzione su opere che non appartengono soltanto alla storia letteraria italiana, ma al patrimonio della cultura europea.
Rileggere Uno, nessuno e centomila oggi significa confrontarsi con la crisi dell’identità nell’era dei social e delle identità digitali. Tornare a Deledda significa invece scoprire come una scrittura radicata nella terra possa parlare a lettori di ogni tempo.
Forse è proprio questo il segreto della loro permanenza: due percorsi diversi che continuano a interrogare il presente. E che ricordano come la grande letteratura non smetta mai di dialogare con il futuro.
Note essenziali
Luigi Pirandello pubblicò Uno, nessuno e centomila nel 1926, dopo una lunga gestazione iniziata anni prima. Il romanzo è considerato una delle opere più importanti della narrativa del Novecento. Nello stesso anno Grazia Deledda ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione di aver rappresentato con profondità artistica la vita della sua terra natale e le passioni universali dell’animo umano. Fu la seconda donna al mondo a ottenere il Nobel letterario dopo Selma Lagerlöf (1909).
| Redazione Experiences |
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