
Non solo macchine per scrivere o calcolatori, ma un’idea di società. A Palazzo Sturm oltre un secolo di storia industriale si ricompone in immagini, grafica e visione civile. Un percorso che mostra come comunicare possa diventare un atto culturale.
di Giulio Rinaldi
In passato c’erano aziende italiane che non si limitavano a produrre oggetti, ma provavano a dare forma a un’idea di mondo. Quella storia passa oggi da Bassano del Grappa, nelle sale affrescate di Palazzo Sturm, dove la mostra “Olivetti. L’arte di comunicare” ricostruisce un capitolo esemplare del Novecento industriale europeo.
Dal 24 aprile al 27 settembre 2026, oltre centotrenta materiali tra manifesti, brochure, libri, manuali e oggetti raccontano la nascita e l’evoluzione di uno stile che ha segnato la comunicazione visiva contemporanea. Non è un’esposizione nostalgica. Piuttosto, è un tentativo di capire come si costruisce un linguaggio capace di durare nel tempo.
Il luogo non è casuale. Palazzo Sturm ospita anche il Museo della Stampa Remondini, memoria di una tradizione tipografica che nel Settecento aveva già reso Bassano un centro produttivo e culturale di respiro internazionale. Qui la storia degli Olivetti trova un contrappunto naturale: due famiglie, lontane nel tempo ma vicine nella visione, entrambe capaci di coniugare industria e cultura.
L’azienda fondata a Ivrea da Camillo Olivetti nel 1908 nasce come fabbrica di macchine per scrivere. Ma è con il figlio Adriano che diventa qualcosa di più. Negli anni Trenta prende forma un modello di impresa che tiene insieme innovazione tecnologica, responsabilità sociale e attenzione all’estetica. Non è un dettaglio. In Olivetti la forma non è decorazione: è parte del messaggio.
È in quegli anni che viene istituito l’Ufficio Sviluppo e Pubblicità, un laboratorio che coinvolge designer, architetti, grafici, fotografi, scrittori. Tra loro, nomi che segneranno la cultura visiva del Novecento, come Giovanni Pintori, Marcello Nizzoli, Ettore Sottsass. La comunicazione diventa un sistema: ogni elemento – dal prodotto alla brochure, dall’architettura aziendale alla pubblicità – contribuisce a costruire un’identità coerente.
La mostra segue questa evoluzione attraverso cinque sezioni. La prima, dedicata al racconto dell’impresa, mostra come le pubblicazioni aziendali abbiano contribuito a costruire una narrazione interna ed esterna. Non semplici strumenti informativi, ma veri dispositivi culturali, capaci di definire un’immagine condivisa.
Nelle sezioni successive emerge il rapporto tra prodotto e comunicazione. Fin dalle origini, Olivetti comprende che la qualità tecnica non basta: serve una forma che sappia parlare. Manifesti, pieghevoli, cataloghi accompagnano l’evoluzione delle macchine, dalle prime Lettera 22 ai sistemi informatici degli anni Sessanta e Settanta. Ogni oggetto è pensato per essere compreso e riconosciuto.
Colpisce, in particolare, la cura per i dettagli apparentemente minori: libretti di istruzioni, imballaggi, campionari. Anche qui la grafica è essenziale, leggibile, mai superflua. È un linguaggio che tiene insieme rigore e chiarezza, tecnica e umanità. Non si tratta di sedurre, ma di spiegare.
Un’altra sezione è dedicata agli strumenti quotidiani: calendari, agende, pubblicazioni periodiche. Oggetti comuni che diventano occasioni di diffusione culturale. Non è difficile capire perché. In Olivetti ogni prodotto è pensato come parte di un ambiente più ampio, in cui il lavoro e la vita si intrecciano.
L’ultima parte del percorso affronta il tema più ambizioso: il rapporto tra impresa e comunità. Adriano Olivetti immagina una fabbrica che non sia isolata, ma inserita nel territorio. Nascono così progetti urbanistici, iniziative editoriali, attività culturali rivolte ai dipendenti e alla cittadinanza. La comunicazione accompagna e sostiene questa visione, diventando strumento di partecipazione.
Non è un’utopia astratta. A Ivrea, negli anni Cinquanta, questa idea prende forma concreta: quartieri per i lavoratori, biblioteche, servizi sociali. L’azienda diventa un luogo in cui si produce non solo ricchezza, ma anche conoscenza.
La mostra di Bassano restituisce questa complessità senza retorica. Lo fa attraverso materiali che parlano da soli, ma anche con un percorso che invita a guardare con attenzione. Non si tratta solo di osservare oggetti, ma di capire come sono stati pensati.
Accanto all’esposizione, un programma di attività amplia il racconto. Laboratori per le scuole, incontri pubblici, visite guidate accompagnano il pubblico in un’esperienza che vuole essere partecipata. Il ciclo “Imprese di visione”, ad esempio, mette in dialogo il passato con il presente, interrogando il ruolo della comunicazione nelle aziende contemporanee.
C’è anche un’audioguida, accessibile tramite smartphone, e una pubblicazione che raccoglie storie e materiali della collezione. Segni di un’attenzione che continua a privilegiare l’accessibilità, senza rinunciare alla qualità.
Alla fine del percorso resta una domanda semplice: cosa significa oggi comunicare? In un’epoca dominata dalla velocità e dall’eccesso di immagini, la lezione di Olivetti appare quasi controcorrente. Comunicare, suggerisce questa storia, non è riempire spazi, ma dare senso. Non è accumulare segni, ma scegliere quelli necessari.
Forse è per questo che quelle grafiche, quei caratteri tipografici, quelle pagine progettate con cura continuano a parlare. Non appartengono solo al loro tempo. Raccontano un’idea di equilibrio tra forma e contenuto che non ha perso attualità.
E allora la mostra di Bassano non è solo un omaggio. È un invito a guardare con più attenzione ciò che ci circonda. Perché, come ricordava lo stesso Adriano Olivetti, la bellezza non è un lusso. È una responsabilità.
| Articolo redazionale |
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