
Tra scandali, alleanze e capolavori, il Premio Strega celebra ottant’anni senza perdere la sua natura ambigua. Una mostra al Macro e una finale storica in Campidoglio segnano il passaggio da rito privato a istituzione pubblica, mentre la nuova dozzina conferma il ruolo centrale del premio nel panorama editoriale italiano.
di Elena Serra
C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui raccontiamo la letteratura: non solo nei libri che leggiamo, ma nei rituali che costruiamo intorno a essi. Il Premio Strega è forse il più evidente di questi rituali, una liturgia laica che da ottant’anni mescola ambizione e giudizio, talento e relazione, qualità e strategia. Non è un difetto – è un dato di fatto. E come tutti i fatti culturali, merita di essere osservato senza ingenuità.
Nato nel 1947 nel salotto romano di Maria e Goffredo Bellonci, lo Strega non è stato soltanto un premio letterario. È stato, fin dall’inizio, un progetto politico nel senso più alto del termine: ricostruire un’identità culturale in un Paese uscito devastato dalla guerra e dal fascismo. Attorno a quel tavolo si riunivano scrittori, intellettuali, editori – gli “Amici della Domenica” – con l’idea che la letteratura potesse contribuire a rifondare la democrazia. Non era un gesto neutro. Era una presa di posizione.
Da allora, il premio ha accompagnato tutte le trasformazioni della società italiana. Ha incoronato autori destinati a diventare classici e ha sollevato polemiche che ancora oggi alimentano il dibattito pubblico. Perché lo Strega è anche questo: un dispositivo che rende visibili le tensioni del campo culturale. Le cosiddette “annate grasse” e quelle più deboli, le accuse di voti pilotati, le alleanze tra case editrici, le rivalità personali. Nulla di tutto questo è estraneo alla letteratura. Semmai ne rivela le condizioni materiali.
La mostra “Uno, cinque, dodici”, ospitata dal 29 aprile al Museo Macro di Roma e curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, prova a raccontare proprio questa complessità. Non si limita a esporre libri, ma costruisce una vera e propria drammaturgia del premio attraverso documenti, fotografie, ritagli di giornale, dediche e oggetti. È un invito a guardare dietro le quinte, a riconoscere che la letteratura non vive in uno spazio astratto, ma dentro relazioni, conflitti, contesti sociali. In questo senso, lo Strega diventa uno specchio – a tratti impietoso – dei nostri vizi e delle nostre virtù.
Le storiche discussioni davanti alle bottiglie gialle del liquore Strega – simbolo materiale e insieme ironico del premio – raccontano una comunità intellettuale capace di grande vivacità, ma anche di una certa inclinazione al pettegolezzo. È una “società letteraria” che non ha mai smesso di essere insieme brillante e contraddittoria, elegante e disordinata. E forse è proprio questa ambivalenza a renderla così resistente nel tempo.
L’edizione 2026 segna un passaggio simbolico importante. La finale dell’8 luglio si terrà per la prima volta in Piazza del Campidoglio, cuore istituzionale della città di Roma. Non è solo un cambio di sede: è la formalizzazione di un percorso che porta lo Strega fuori dai suoi luoghi tradizionali per inscriverlo pienamente nello spazio pubblico. Se il salotto dei Bellonci rappresentava l’intimità di una comunità culturale, il Campidoglio rappresenta la sua esposizione, la sua responsabilità verso la collettività.
La LXXX edizione, annunciata il 1° aprile 2026 presso la Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, celebra gli ottant’anni con 79 libri proposti e una dozzina finalista che riflette la pluralità della narrativa contemporanea. Tra i nomi più attesi figurano Teresa Ciabatti con Donnaregina, Mauro Covacich con Lina e il sasso e Bianca Pitzorno con La sonnambula. Accanto a loro, autori come Maria Attanasio, Ermanno Cavazzoni e Michele Mari testimoniano una continuità di ricerca che attraversa generazioni e stili.
La selezione – affidata a un comitato direttivo presieduto da Giovanni Solimine e composto, tra gli altri, da Paolo Giordano e Melania G. Mazzucco – non è mai un atto puramente tecnico. È una scelta che orienta lo sguardo, che decide quali voci meritano di essere ascoltate e quali rischiano di restare ai margini. Anche per questo lo Strega continua a essere discusso: perché il potere di nominare è sempre anche un potere di escludere.
Il cosiddetto #StregaTour, con oltre 25 tappe in tutta Italia e all’estero tra aprile e giugno, amplia ulteriormente il raggio d’azione del premio. Non si tratta solo di promozione editoriale, ma di costruzione di comunità di lettori. In un tempo in cui la lettura sembra spesso relegata a pratica individuale, questi incontri restituiscono alla letteratura una dimensione condivisa.
Eppure, resta una domanda di fondo: cosa misura davvero il Premio Strega? La qualità letteraria? Il consenso editoriale? La capacità di un libro di intercettare il presente? Probabilmente tutte queste cose insieme, in una combinazione che non può essere ridotta a un unico criterio. È proprio questa complessità a renderlo uno strumento utile, se lo si guarda con spirito critico.
Lo Strega non è un arbitro imparziale né un semplice spettacolo mediatico. È un campo di forze in cui si intrecciano estetica e politica, mercato e ricerca, individualità e appartenenza. Raccontarlo significa accettare questa tensione, senza cedere alla tentazione di semplificare. Perché la letteratura, come la società che la produce, è sempre più di una storia lineare. E il Premio Strega, nel bene e nel male, continua a ricordarcelo.
| Articolo redazionale |
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