
Una mostra ampia e sorprendente riporta Mimmo Rotella al centro della scena. Una retrospettiva che attraversa sessant’anni di immagini, cinema e città. Tra décollage e icone popolari, Genova riscopre un artista che ha trasformato la pubblicità in poesia urbana. E che, oggi più che mai, parla al nostro modo di guardare il mondo.
di Davide Rinaldi
Ci sono artisti che aggiungono. E poi c’è Mimmo Rotella, che invece toglie. Strappa, lacera, scopre. E proprio per questo rivela. A Genova, nelle sale di Palazzo Ducale, la grande retrospettiva inaugurata il 24 aprile celebra i vent’anni dalla sua scomparsa con una chiarezza rara: per capire l’Italia del secondo Novecento, conviene passare dai muri delle città.
Rotella – nato a Catanzaro nel 1918, morto a Milano nel 2006 – è stato un inventore prima ancora che un artista riconosciuto. Il décollage, la tecnica che lo ha reso celebre, nasce quasi per caso negli anni Cinquanta: manifesti pubblicitari strappati dai cartelloni urbani, poi ricomposti sulla tela. Un gesto semplice, quasi vandalico, che diventa linguaggio. Non più dipingere il mondo, ma portarlo dentro l’opera, con tutte le sue pieghe e le sue contraddizioni.
La mostra genovese, tra le più complete mai dedicate al maestro, segue proprio questa traiettoria. Si parte dai primi esperimenti, quando Rotella osserva le città italiane del dopoguerra trasformarsi in un mosaico di immagini – cinema, politica, consumi – e capisce che lì, su quei muri, sta accadendo qualcosa di nuovo. Non è solo pubblicità: è un racconto collettivo.
E qui viene il punto interessante. Oggi siamo sommersi da immagini digitali, scrolliamo senza sosta, archiviamo senza ricordare. Rotella lavorava sull’opposto: immagini fisiche, sporche, strappate. Eppure il risultato non è così distante. Anche lui selezionava, isolava, ricombinava. Solo che lo faceva con le mani, e lasciava visibili le cicatrici.
Nelle sale di Palazzo Ducale si incontrano i suoi celebri décollage cinematografici – volti di star hollywoodiane, titoli di film, colori saturi – ma anche lavori meno noti, che mostrano un artista inquieto, curioso, mai fermo. Rotella dialoga con il Nouveau Réalisme, movimento europeo che negli anni Sessanta prova a riportare la realtà dentro l’arte, accanto a figure come Yves Klein e Arman. Ma mantiene sempre una sua autonomia: più ironico, più narrativo, più italiano.
E italiano è anche il suo rapporto con il cinema. I manifesti che strappa e ricompone raccontano un’epoca: l’arrivo delle grandi produzioni americane, il boom economico, il desiderio diffuso di modernità. Guardarli oggi è un po’ come sfogliare un album di famiglia, con qualche pagina strappata. Non tutto è leggibile, ma proprio per questo affascina.
La mostra non si limita a celebrare. Documenta. Ricostruisce. E, cosa rara, non annoia. Il percorso espositivo accompagna il visitatore con intelligenza, senza sovraccaricare. Si capisce dove si è, e soprattutto perché. Un dettaglio che non è scontato: spesso le retrospettive diventano maratone per specialisti, qui invece si respira.
C’è poi un aspetto che colpisce, e che forse spiega il successo dell’esposizione: Rotella è contemporaneo senza volerlo essere. Le sue opere parlano di comunicazione visiva, di sovrapposizione di messaggi, di rumore urbano. Esattamente ciò che viviamo ogni giorno, solo con strumenti diversi. Cambiano i supporti, non la sostanza.
Genova, in questo senso, è una scelta azzeccata. Città di stratificazioni, di muri che raccontano storie, di segni lasciati e cancellati. Palazzo Ducale diventa così non solo contenitore, ma parte del discorso. Le opere dialogano con gli spazi, con la luce, con il passaggio del tempo.
E poi c’è il pubblico. Non quello distratto delle inaugurazioni, ma quello curioso, che si ferma, guarda, confronta. Forse perché Rotella non chiede competenze, ma attenzione. Non serve sapere tutto, basta osservare. E magari riconoscere qualcosa: un volto, un titolo, un colore che sembra familiare.
In fondo, il successo di questa mostra sta qui. Nel ricordarci che l’arte non è sempre aggiungere, spiegare, costruire. A volte è togliere. Strappare il superfluo. Lasciare emergere ciò che resta. E scoprire che, sotto, c’è molto più di quanto pensassimo.
| Articolo redazionale |
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