
Un festival diffuso attraversa la città emiliana e prova a dare forma a ciò che sfugge allo sguardo. Tra grandi autori e nuove generazioni, la fotografia diventa racconto sospeso del nostro tempo.
di Andrea Valenti
C’è sempre un momento, all’inizio di ogni primavera, in cui Reggio Emilia cambia passo. Non accade all’improvviso. È qualcosa che si insinua, discreto, tra le strade, nei chiostri silenziosi, nei palazzi che sembrano custodire ancora il respiro di chi li ha attraversati. È allora che torna Fotografia Europea, e con essa una domanda che non ha mai smesso di farsi strada: che cosa resta, davvero, di ciò che vediamo.
La XXI edizione, aperta dal 30 aprile al 14 giugno 2026, si muove lungo una linea sottile, quasi impercettibile. Il titolo – “Fantasmi del quotidiano” – suggerisce una presenza più che un tema. Non si tratta di apparizioni, ma di tracce. Di ciò che non è più e tuttavia continua a premere, come un ricordo che non vuole dissolversi. Il festival, promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, riunisce ancora una volta autori affermati e giovani sguardi, affidando la curatela ad Arianna Catania, Tim Clark e Luce Lebart, con un percorso storico firmato da Walter Guadagnini.
Il cuore della manifestazione resta nei Chiostri di San Pietro, dove la fotografia si dispone come un racconto a più voci. Qui Felipe Romero Beltrán osserva il confine tra Messico e Stati Uniti come uno spazio sospeso, dove l’attesa diventa materia visiva. Mohamed Hassan scava invece nella propria storia familiare, intrecciando immagini e parole in un dialogo intimo con la memoria. Più freddo, ma non meno inquieto, è lo sguardo di Salvatore Vitale, che racconta la vita invisibile dei lavoratori della gig economy, intrappolati in una rete di algoritmi e valutazioni.
Altrove, la fotografia si fa quasi evanescente. Marine Lanier guarda alla natura alpina come a un archivio vivente, mentre Ola Rindal trasforma macchie e crepe in paesaggi interiori. Tania Franco Klein mette in scena la fragilità dell’identità, replicando una stessa scena con soggetti diversi, come a suggerire che ogni immagine è sempre, inevitabilmente, una costruzione. E Giulia Vanelli, ispirandosi a Milan Kundera, prova a fermare il tempo, o almeno a trattenerne l’eco.
C’è poi un corridoio, lungo e quasi ipnotico, dove le immagini di Frédéric D. Oberland si intrecciano al suono. È un’esperienza che sfugge alla definizione, come se la fotografia cercasse un’altra lingua per dire ciò che non basta più vedere. Poco distante, Simona Ghizzoni lavora sul territorio, coinvolgendo la comunità in un progetto che restituisce alla figura femminile il ruolo di custode della memoria e, insieme, di anticipazione del futuro.
Ma è forse a Palazzo da Mosto che il discorso si fa più esplicito. “Ghostland”, la mostra collettiva, osserva il nostro tempo come un paesaggio filtrato dagli schermi. Non più realtà, ma superficie riflettente. Qui le immagini si moltiplicano, si deformano, si dissolvono. La guerra diventa un punto cieco, la crisi climatica un gioco crudele, l’identità una sequenza di riflessi. Non c’è denuncia, o almeno non nel senso tradizionale. Piuttosto una lenta presa di coscienza: ciò che vediamo non coincide più con ciò che è.
Eppure, nel mezzo di questa incertezza, la fotografia continua a interrogare se stessa. Lo fa con decisione nella grande mostra allestita a Palazzo Scaruffi, dove due secoli di immagini scorrono come un unico racconto. Dalla prima veduta fissata da Nicéphore Niépce nel 1826 – quella finestra aperta sul tempo che segna l’inizio della storia fotografica – fino alle immagini che oggi abitano gli schermi dei nostri telefoni. In mezzo, i volti di Nadar, le sperimentazioni di Man Ray, le cronache di Dorothea Lange e Walker Evans. Non una semplice sequenza, ma un percorso che mostra come la fotografia non si sia limitata a registrare il mondo, ma abbia contribuito a costruirlo.
Il resto della città partecipa, come sempre, a questo movimento. Il Circuito OFF dissemina mostre in luoghi inattesi – negozi, cortili, abitazioni – trasformando Reggio Emilia in una mappa aperta, dove ogni spazio può diventare immagine. E poi gli incontri, le letture portfolio, i dialoghi tra scrittori, artisti e studiosi. Un programma fitto, che non cerca di spiegare, ma di creare connessioni.
Forse è questo, alla fine, il punto. Fotografia Europea non offre risposte. Si limita a indicare una direzione, come una luce accesa in una stanza vuota. I fantasmi di cui parla non fanno paura. Restano lì, ai margini dello sguardo, pronti a riaffiorare. E noi, osservandoli, scopriamo che non sono altro che il riflesso di ciò che siamo stati – o forse di ciò che potremmo ancora diventare.
| Articolo redazionale |
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