

Un monologo musicale restituisce voce e storia a tre modelle del Merisi, attraversando la Roma controriformista tra luce pittorica e oscurità sociale. Un debutto che è anche omaggio umano e artistico.
di Marta Bellomi
C’è qualcosa di profondamente umano, quasi domestico, nel gesto di accendere una candela. Una luce fragile, imperfetta, che non illumina tutto ma lascia intravedere ciò che conta. È da questa stessa luce, intermittente e viva, che prende forma “Di lume e di candela. Tre modelle per Caravaggio”, spettacolo che inaugura il 23 maggio al Teatro Radar di Monopoli la XXII edizione del Ritratti Festival . Un debutto che ha il peso delle cose necessarie, perché nasce da un’assenza – quella del suo autore, Nicola Pedone – e insieme da una presenza che resiste, nella scrittura, nella musica, nelle immagini.
Pedone, musicologo e voce raffinata di Rai Radio3, ha lasciato questo lavoro come un gesto compiuto e insieme aperto, affidato a chi lo avrebbe portato in scena. L’idea originaria è di Francesca Simone, la regia di Carlo Bruni, la voce narrante di Nunzia Antonino. Intorno, un piccolo ensemble che mescola corde e respiro – Silvia Grasso al violino, Gaetano Simone al violoncello e viola da gamba, Maddalena Licinio, Pierluigi Ostuni alla tiorba, con la partecipazione del soprano Paola Leoci – in un tessuto sonoro che attraversa il Seicento senza irrigidirlo, scegliendo pagine che vanno da Claudio Monteverdi a Johannes Hieronymus Kapsberger, passando per autori meno frequentati ma altrettanto eloquenti .
Al centro non c’è il pittore, o non soltanto. Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, resta sullo sfondo come una presenza inquieta e necessaria, quasi un catalizzatore. Il fuoco è sulle tre donne che hanno prestato volto e corpo alle sue tele: Anna Bianchini, Fillide Melandroni e Maddalena Antognetti. Nomi che emergono dai registri giudiziari e dai documenti dell’epoca, spesso legati alla prostituzione, alla marginalità, a una sopravvivenza difficile. Eppure sono proprio quei volti – segnati, veri, non idealizzati – a diventare icone di sacralità.

Caravaggio, si sa, rompe con la tradizione accademica che predilige modelli astratti e perfetti. Sceglie invece la strada più rischiosa: quella del reale. Le sue Madonne hanno piedi sporchi, le sue sante sembrano donne incontrate per strada. Non è una provocazione gratuita, ma una dichiarazione di poetica. Nella Roma tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, attraversata dalla Controriforma e da un controllo morale sempre più stringente, quella scelta ha un peso. E anche un prezzo.
Lo spettacolo costruisce un dialogo tra le tre modelle, alternando le loro vite quotidiane ai personaggi che incarnano nei dipinti. C’è Anna, detta Annuccia, con la sua fragile determinazione. C’è Fillide, più consapevole, capace di attraversare i salotti e i tribunali con una certa autonomia. E c’è Lena, forse la più enigmatica, legata a Caravaggio anche da un rapporto che va oltre la posa. Le loro storie si intrecciano, si sovrappongono, si contraddicono. Parlano di denaro, di desiderio, di sfruttamento. Parlano di corpi venduti e di immagini che li riscattano, almeno in parte.
È una Roma doppia quella che emerge: splendida e crudele. Da una parte i cantieri del Barocco nascente, le chiese che si riempiono di marmi e affreschi, la committenza ecclesiastica che chiede arte capace di commuovere e convincere. Dall’altra, vicoli sporchi, bordelli tollerati, vite che scorrono ai margini. In questo spazio ambiguo, le modelle di Caravaggio si muovono come figure di passaggio, necessarie ma invisibili.
Pedone non indulge mai nel pietismo. Il suo sguardo è partecipe ma misurato, attento alle sfumature. Le tre donne non sono vittime esemplari né eroine moderne: sono persone, con le loro contraddizioni, le loro strategie di sopravvivenza, i loro piccoli slanci. In questo, lo spettacolo riesce a restituire una verità che è storica ma anche profondamente contemporanea. Perché il tema del corpo esposto, utilizzato, giudicato, non appartiene solo al passato.
Il dispositivo scenico è essenziale, quasi raccolto. La parola si appoggia alla musica senza esserne sovrastata, le immagini dialogano con il racconto senza diventare didascaliche. Si ha l’impressione che tutto sia al servizio di una memoria da ricostruire, pezzo per pezzo. Non un affresco monumentale, ma una serie di dettagli che, messi insieme, compongono un volto.
Non è un caso che questo lavoro apra un’edizione del festival dedicata alla creatività femminile, sotto il titolo “è verità il nome”. Un progetto che si interroga sulle identità rimaste a lungo nell’ombra, sulle storie non raccontate o raccontate a metà. In questo senso, le tre modelle di Caravaggio diventano simboliche, ma senza perdere la loro concretezza.
Antonia Valente, direttrice artistica del festival, ha parlato di un gesto necessario: portare in scena questo testo oggi significa non solo rendere omaggio a Pedone, ma continuare un dialogo che lui ha iniziato. Un dialogo che passa attraverso la musica, ma anche attraverso una certa idea di cultura come spazio condiviso, accessibile, capace di tenere insieme estetica e vita.
Dopo questa anteprima, il Ritratti Festival proseguirà fino a luglio con concerti, incontri, attività diffuse tra teatri, chiostri, terrazze e paesaggi affacciati sul mare . Ma è difficile non pensare che questa apertura contenga già, in nuce, tutto il senso del percorso: la volontà di mettere in relazione le arti, le persone, i luoghi. E forse anche di accendere, ancora una volta, quella piccola luce che permette di vedere – senza illusioni, ma con una certa tenerezza – ciò che altrimenti resterebbe nell’ombra.
| Articolo redazionale |
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