
Il festival svizzero Bieler Fototage sceglie la “Vulnerabilità” come tema centrale, aprendo uno spazio visivo e narrativo sulle fragilità contemporanee. Un appuntamento che unisce ricerca artistica e impegno civile, coinvolgendo collettivi e autori da tutta Europa.
di Marta Bellomi
Ci sono parole che, se pronunciate ad alta voce, sembrano perdere forza. “Vulnerabilità” è una di queste. Eppure a Bienne, cittadina svizzera ordinata e discreta, questa parola diventa materia concreta, immagine, gesto. Il Bieler Fototage – inaugurato il 9 maggio, con anteprime molto partecipate già nei giorni precedenti – ha scelto proprio questo tema per la sua nuova edizione, trasformandolo in un filo conduttore che attraversa mostre, incontri e progetti disseminati nella città.
Non è una scelta casuale. Da anni il festival si è costruito una reputazione precisa nel panorama europeo: quella di un luogo dove la fotografia non è soltanto estetica, ma presa di posizione. Qui arrivano artisti e collettivi che usano l’immagine come strumento di racconto e di interrogazione, spesso con uno sguardo dichiaratamente politico. La vulnerabilità, in questo contesto, non è debolezza ma condizione condivisa, punto di partenza per comprendere ciò che accade intorno.
Camminando tra gli spazi espositivi – gallerie, centri culturali, luoghi riconvertiti – si ha la sensazione che il festival non voglia proteggere lo spettatore. Le immagini chiedono attenzione, a volte anche resistenza. Raccontano migrazioni, confini attraversati, identità in movimento. Ma lo fanno senza retorica, evitando l’effetto spettacolare che spesso accompagna questi temi. È uno sguardo che si avvicina, che prova a restare accanto.
Una parte significativa della programmazione è dedicata proprio ai collettivi internazionali, sempre più presenti e sempre più centrali. Non si tratta solo di una scelta curatoriale, ma di un segnale: la fotografia contemporanea tende a uscire dall’individualità per farsi pratica condivisa. In molti progetti esposti a Bienne si percepisce questo passaggio. Le storie non sono mai isolate, ma intrecciate, costruite insieme a chi le vive.
Tra i lavori più discussi ci sono quelli che affrontano le migrazioni da una prospettiva interna. Non più solo il viaggio o l’arrivo, ma il tempo sospeso dell’attesa, la quotidianità nei luoghi di transito, le relazioni che nascono in condizioni precarie. Le immagini non cercano di spiegare, piuttosto di restituire una presenza. Volti, mani, dettagli che parlano di esistenze spesso invisibili.
Accanto a questo, emerge con forza anche il tema delle battaglie femministe. Non come capitolo separato, ma come parte integrante di un discorso più ampio sulla vulnerabilità dei corpi e dei diritti. Le fotografe e i collettivi coinvolti raccontano storie di autodeterminazione, ma anche di violenza e resistenza quotidiana. Il linguaggio visivo si fa diretto, a tratti intimo, senza rinunciare alla complessità.
Il Bieler Fototage è nato nel 1998 e negli anni ha saputo trasformarsi, mantenendo una coerenza di fondo. Oggi è considerato uno dei festival fotografici più attenti alle pratiche emergenti e alle questioni sociali. La sua dimensione relativamente contenuta – rispetto ad altri grandi eventi europei – è forse uno dei suoi punti di forza. Permette una fruizione più lenta, più attenta, quasi domestica.
Bienne, città bilingue al confine tra culture, sembra il luogo adatto per ospitare questo tipo di riflessione. Qui la convivenza tra lingue e identità diverse è parte della vita quotidiana. Il festival si inserisce in questo contesto senza forzature, dialogando con il territorio e con chi lo abita. Non è un evento calato dall’alto, ma un processo che coinvolge la città.
Anche il pubblico sembra rispondere in modo partecipe. Non si tratta solo di addetti ai lavori, ma di visitatori curiosi, spesso giovani, che si muovono tra le mostre con attenzione. Forse perché i temi trattati riguardano da vicino la loro esperienza. La vulnerabilità, in fondo, è qualcosa che si riconosce senza bisogno di spiegazioni.
Il programma include anche incontri, workshop, momenti di confronto che ampliano il discorso oltre l’immagine. Qui emerge un altro aspetto importante del festival: la volontà di creare uno spazio di dialogo. Non solo tra artisti e pubblico, ma tra discipline diverse. La fotografia si intreccia con la sociologia, con la politica, con le pratiche attiviste.
In un’epoca in cui le immagini sono ovunque e spesso consumate in modo rapido, il Bieler Fototage propone una pausa. Chiede di guardare con più attenzione, di soffermarsi. Non è un invito semplice, ma necessario. Perché dietro ogni immagine, soprattutto quando parla di vulnerabilità, c’è una storia che merita tempo.
Forse è proprio questo il senso più profondo del festival. Non offrire risposte, ma creare le condizioni per una comprensione più lenta e più umana. In un mondo che tende a nascondere le fragilità, Bienne le mette al centro, senza paura. E nel farlo, ricorda che guardare – davvero – è già un modo per prendersi cura.
| Articolo redazionale |
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