


Alla Casa degli Artisti di Milano, NABA mette in scena una mostra che interroga il presente tra performance, teoria e pratica condivisa. Dal 13 al 17 maggio, studenti e docenti della Nuova Accademia di Belle Arti trasformano lo spazio espositivo in un laboratorio vivo. Tra installazioni, incontri e azioni performative, “The Witness” riflette sul ruolo dell’artista come testimone attivo della contemporaneità.
di Salvatore Greco
C’è stato un tempo in cui all’artista si chiedeva di guardare. Di osservare il mondo con un certo distacco, magari anche con una punta di superiorità – quella necessaria per restituirlo sotto forma di opera. Oggi invece sembra che guardare non basti più. Bisogna esserci, stare dentro le cose, prenderne posizione. E possibilmente anche sporcarsi le mani. “The Witness”, la mostra organizzata da NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – alla Casa degli Artisti di Milano, parte proprio da qui: dall’idea che l’artista contemporaneo non sia più uno spettatore privilegiato, ma un testimone coinvolto, immerso fino al collo nelle contraddizioni del presente.
La mostra, in programma dal 13 al 17 maggio 2026, nasce da una collaborazione tra NABA e Casa degli Artisti, con il patrocinio del Municipio 1. Non è un dettaglio burocratico: è piuttosto il segnale di un’alleanza tra istituzioni che condividono una certa idea di cultura – aperta, attraversabile, quasi porosa. Del resto, Casa degli Artisti è uno di quei luoghi che sembrano fatti apposta per ospitare esperimenti di questo tipo: un edificio con una storia che risale al 1909, oggi trasformato in un centro di produzione contemporanea dove atelier, residenze e spazi pubblici convivono in una specie di ecosistema creativo in costante mutazione.
“The Witness” si inserisce nel più ampio Public Program 2026 di NABA, una costellazione di eventi che si distribuiscono tra Milano, Roma e altri spazi culturali, con l’ambizione – nemmeno troppo nascosta – di costruire un dialogo continuo tra accademia e città. Non è poco, soprattutto in un’epoca in cui le istituzioni culturali rischiano spesso di parlare tra loro senza accorgersi del mondo fuori.
Il cuore della mostra è una domanda semplice solo in apparenza: cosa significa essere testimoni oggi, in un tempo in cui tutto è già visto, registrato, condiviso? Viviamo immersi in una visibilità permanente, dove ogni gesto può diventare contenuto e ogni evento una storia da raccontare in tempo reale. In questo scenario, l’artista potrebbe sembrare una figura ridondante. E invece no. Secondo il progetto curatoriale, è proprio qui che il suo ruolo si fa cruciale: non tanto nel produrre nuove immagini, quanto nel dare forma e senso a quelle che rischiano di perdersi nel rumore di fondo.
A lavorare su questo crinale sono gli studenti e i docenti del Dipartimento di Arti Visive di NABA: dal Triennio in Pittura e Arti Visive al Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali, fino ai master dedicati al mercato dell’arte, alla fotografia e all’ecologia. Un insieme eterogeneo, selezionato da un comitato che definire “di eccellenza” non è una formula vuota: tra i nomi coinvolti figurano artisti e curatori come Yuri Ancarani, Adrian Paci, Francesco Jodice, Marcello Maloberti e Patrick Tuttofuoco. Gente che, per capirci, non si limita a testimoniare: spesso contribuisce a scrivere le regole del gioco.

L’allestimento, progettato da Matilde Cassani Studio, merita una parentesi a parte. Non tanto per un vezzo architettonico, quanto per la sua capacità di dialogare con il tema della mostra. Gli spazi della Casa degli Artisti vengono riconfigurati attraverso strutture in grigliato di alluminio antisdrucciolo – materiali recuperati da una precedente sfilata di moda. Dipinti in tonalità lilla e pesca, questi elementi diventano tavoli, panche, pareti, nicchie. Il risultato è curioso: qualcosa che nasce come superficie dura, quasi ostile, si trasforma in un ambiente accogliente. Una piccola metafora, forse, di quello che l’arte prova a fare con la realtà.
Ma “The Witness” non si esaurisce nella dimensione espositiva. Anzi, a voler essere precisi, la mostra è solo una parte di un palinsesto più ampio che include performance, incontri teorici, momenti di confronto con il sistema dell’arte. L’inaugurazione del 13 maggio, per esempio, non è un semplice brindisi con opere appese alle pareti: è un dispositivo attivo, con interventi performativi che coinvolgono lo spazio interno ed esterno. Filippo Paci interroga il limite fisico con il proprio corpo, Francesca Furone lavora su dinamiche collettive, Priscilla Lucena Pinto riflette sull’identità come costruzione dello sguardo. Tre approcci diversi, un’unica domanda di fondo: dove finisce l’opera e dove comincia la realtà?
Il giorno successivo, il 14 maggio, si entra nel territorio della teoria con il Curatorial Day. La tavola rotonda “Biografie immaginative” apre una riflessione che prosegue nel Curatorial Forum, dove studenti e alumni affrontano temi come ecologia, memoria, femminismi, decolonialismo. Parole che circolano spesso, forse anche troppo, ma che qui vengono rimesse in gioco attraverso pratiche concrete. La giornata si chiude con la lecture di Steven Henry Madoff, figura di riferimento nel panorama curatoriale internazionale, che presenta il suo libro “Unseparate”, dedicato alle estetiche di rete e all’interdisciplinarità.
Il 15 maggio cambia registro: si passa dal pensiero all’incontro diretto con il mercato. I collezionisti Marta Orsola Sironi e Mauro Mattei entrano in scena per uno studio visit che mette gli studenti davanti a una realtà spesso percepita come distante. Non è solo una questione di vendere opere, ma di capire come queste si inseriscono in un sistema più ampio. In serata, Yuri Ancarani introduce una selezione di videoarte, riportando l’attenzione sulla dimensione visiva e narrativa.

Il 16 maggio è dedicato alle performance, guidate dalle artiste Gaia De Megni e Marina Cavadini, con un focus sul rapporto tra corpo e materiali. Qui la teoria si dissolve definitivamente nella pratica, in un continuo scambio tra gesto e significato. Il giorno successivo, il 17 maggio, la chiusura è affidata a Collective Artender, collettivo nato da un laboratorio partecipativo: una scelta che suona quasi come una dichiarazione d’intenti, perché mette al centro la dimensione collettiva della creazione.
Dietro tutto questo c’è NABA, un’istituzione che, dalla sua fondazione nel 1980 per iniziativa di Ausonio Zappa, ha cercato di scardinare la rigidità accademica tradizionale. Oggi è la più grande Accademia di Belle Arti in Italia e una delle poche a mantenere un equilibrio credibile tra formazione e sperimentazione. La sua presenza in classifiche internazionali come il QS World University Rankings non è solo un dato statistico, ma il riflesso di una strategia che punta sull’interdisciplinarità e sull’apertura verso le nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale.
In fondo, “The Witness” funziona proprio perché non pretende di dare risposte definitive. Si limita – si fa per dire – a mettere in scena una serie di domande, lasciando che siano le opere, i corpi, le parole a tentare qualche risposta. In un’epoca in cui tutto sembra già raccontato, non è poco. Anzi, è forse l’unico modo per continuare a guardare senza smettere di vedere.
| Articolo redazionale |
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