Nella città scaligera un laboratorio diffuso, mentre l’Europa cerca ancora di capirsi

Dal 4 maggio Verona si trasforma in un crocevia di idee e linguaggi. Tra incontri, mostre e dibattiti, il festival Verona Europa mette a fuoco le tensioni e le promesse del continente. Senza illusioni, ma con una certa ostinazione culturale.


di Carlo Venturi

Con Verona Europa – festival avviato il 4 maggio – la città scaligera prova a smettere i panni dell’oleografia turistica per infilarsi in quelli, meno comodi ma più utili, di un osservatorio sul presente. Non è un’operazione scontata. Parlare d’Europa oggi significa muoversi su un terreno sdrucciolevole: guerre ai confini, equilibri politici fragili, identità che si sfilacciano. Il rischio è quello di scivolare nella retorica o, peggio, nel convegno autoreferenziale. Verona Europa, almeno nelle intenzioni, evita entrambi. Mette insieme geopolitica e arte, accademia e divulgazione, e prova a farli dialogare senza troppi inchini reciproci.

Il formato è quello ormai rodato dei festival culturali diffusi. Ma qui la dispersione non è un difetto: è metodo. Gli incontri si spargono tra sedi istituzionali, spazi espositivi e luoghi universitari, coinvolgendo direttamente l’Università di Verona e una rete di istituzioni locali. La città diventa una mappa da attraversare, più che un contenitore da riempire.

Il cuore della rassegna sono i talk sugli scenari internazionali. Non conferenze decorative, ma tentativi – riusciti o meno – di mettere ordine nel caos. Si discute di equilibri globali, di relazioni tra Stati, di un’Europa che oscilla tra ambizione politica e impotenza strategica. Non mancano le voci discordi, e meno male: il consenso unanime, in questi casi, è il primo segnale che qualcosa non funziona.

Accanto alla parola, l’immagine. Mostre diffuse che cercano di raccontare il continente attraverso linguaggi artistici contemporanei. Qui il rischio è opposto: dire troppo senza dire nulla. Ma quando il progetto regge, l’arte riesce dove la politica fallisce – suggerisce, evoca, mette in crisi senza pretendere soluzioni. E in tempi di slogan facili, non è poco.

Verona Europa si inserisce in un filone ormai consolidato di festival italiani dedicati all’attualità – dalla geopolitica all’economia, passando per la filosofia. La differenza, semmai, sta nel taglio europeo esplicito. Non un tema tra gli altri, ma l’asse portante. Una scelta che ha un suo coraggio, perché obbliga a confrontarsi con un’identità che esiste più nei documenti che nella percezione quotidiana.

L’Europa, del resto, è un oggetto curioso. Nasce come progetto politico ed economico nel secondo dopoguerra, si consolida con i trattati – da Roma a Maastricht – e si allarga fino a comprendere 27 Stati membri. Ma più cresce, più fatica a definirsi. È mercato, è istituzione, è promessa. Ma raramente è sentimento condiviso. Ed è proprio su questo scarto che il festival prova a lavorare.

Il coinvolgimento dell’università non è un dettaglio. Iniziative come questa funzionano solo se riescono a mettere in contatto ricerca e cittadinanza. Non basta portare nomi noti sul palco: serve costruire un tessuto critico. L’ateneo veronese, con i suoi dipartimenti e le sue competenze, diventa così uno dei motori della rassegna. Non sempre visibile, ma essenziale.

C’è poi la questione del pubblico. A chi parla Verona Europa? Non certo a una platea specialistica, ma nemmeno a un pubblico distratto. Il target è quello intermedio – il lettore curioso, il cittadino che vuole capire senza farsi incantare. Una categoria sempre più rara, e proprio per questo preziosa.

Naturalmente, non tutto funziona alla perfezione. Alcuni incontri rischiano di scivolare nel già detto, certi dibattiti si allungano più del necessario. È il difetto tipico dei festival: la tentazione di riempire ogni spazio. Ma sono inciampi fisiologici, che non compromettono l’impianto generale.

Più interessante è il segnale politico, nel senso alto del termine. In un’epoca in cui le città sembrano inseguire modelli standardizzati di attrattività culturale, Verona prova a costruire una propria identità. Non più solo patrimonio da conservare, ma piattaforma di confronto. È una scommessa, e come tutte le scommesse può essere persa. Ma almeno è giocata.

Alla fine, Verona Europa non risolve il problema dell’identità europea – sarebbe chiedere troppo a un festival. Però lo mette a tema, lo espone, lo rende discutibile. E già questo, di questi tempi, è un risultato. Perché il vero rischio non è non avere risposte. È smettere di farsi domande.


Articolo redazionale

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