
L’opera comparsa nel 2019 sulla facciata di Palazzo San Pantalon a Venezia entra definitivamente nella collezione della banca. Un intervento di recupero che intreccia arte urbana, fragilità ambientale e memoria civile.
Un bambino con il giubbotto di salvataggio, una mano alzata verso il cielo e un razzo di segnalazione acceso. Da anni, passando lungo il Rio di Ca’ Foscari, i veneziani lo guardavano come si guarda qualcosa di familiare e insieme doloroso. Ora The Migrant Child di Banksy è stato restaurato e salvato definitivamente grazie all’intervento di Banca Ifis. Non è soltanto una notizia d’arte: è una storia che parla di città, di acqua, di confini e di ciò che scegliamo di conservare.
di Marta Bellomi
Ci sono opere che entrano nella vita delle persone senza chiedere permesso. Appaiono all’improvviso su un muro, su una serranda, all’angolo di una strada, e lentamente diventano parte del paesaggio sentimentale di una città. È successo anche a Venezia, nel maggio del 2019, quando sulla facciata scrostata di Palazzo San Pantalon comparve la figura di un bambino migrante dipinta da Banksy. Un piccolo corpo in equilibrio sull’acqua, il giubbotto di salvataggio arancione, il braccio sollevato a reggere un fumogeno rosa. Un’immagine semplice e fortissima, come spesso accade nei lavori dell’artista britannico, capace di comprimere politica, pietà e ironia in pochi dettagli.
Per anni quell’opera è rimasta lì, esposta all’umidità della laguna, alla salsedine, alle maree sempre più aggressive che lentamente consumano Venezia e i suoi muri. I turisti la fotografavano dai vaporetti, gli studenti dell’università Ca’ Foscari la indicavano agli amici, i residenti finivano quasi per controllarne ogni giorno lo stato di salute. Perché l’arte urbana vive anche di questo rapporto ambiguo con il tempo: nasce spesso per essere effimera, ma quando un’opera riesce a toccare qualcosa di profondo nella sensibilità collettiva, l’idea della sua scomparsa diventa difficile da accettare.

Adesso The Migrant Child è stato salvato. Banca Ifis ha completato l’acquisizione e il restauro dell’opera, annunciando la conclusione di un intervento che era iniziato nel 2024 con la messa in sicurezza del murale. Il lavoro di recupero è stato affidato a restauratori specializzati sotto la supervisione della Soprintendenza veneziana. Non si trattava di una procedura semplice: restaurare un Banksy significa intervenire su una superficie fragile, nata fuori dai circuiti museali tradizionali, rispettando al tempo stesso la natura originaria dell’opera.
La banca ha scelto di mantenere il murale nel luogo per cui era stato concepito, evitando il distacco della parete. È una decisione importante, quasi una dichiarazione culturale. Molte opere di street art, una volta riconosciute dal mercato come preziose, vengono rimosse e trasferite in spazi protetti, perdendo però il rapporto con il contesto urbano che le aveva generate. Il bambino migrante di Venezia continuerà invece a guardare il canale, le barche e i passanti, come se il suo destino fosse inseparabile dall’acqua su cui è apparso.
Banksy, del resto, ha sempre costruito il proprio linguaggio dentro la contraddizione. È probabilmente l’artista contemporaneo più famoso e insieme il più invisibile. La sua identità resta sconosciuta nonostante decenni di indagini giornalistiche, ipotesi e ricostruzioni. Nato a Bristol, città che dagli anni Ottanta è stata uno dei laboratori europei più vitali della cultura underground, Banksy ha trasformato la street art in un fenomeno globale, mantenendo però uno sguardo ostinatamente laterale. Le sue immagini parlano di guerra, consumismo, controllo sociale, migrazioni, ma riescono a farlo con immediatezza popolare, senza il linguaggio spesso autoreferenziale dell’arte contemporanea.
A Venezia era arrivato quasi in sordina, durante i giorni della Biennale del 2019. In quell’occasione aveva allestito anche una bancarella abusiva in Piazza San Marco, esponendo una serie di tele che componevano una gigantesca nave da crociera mentre nessuno sembrava riconoscerlo. Poco dopo comparve il bambino migrante sul muro di Dorsoduro. L’opera venne immediatamente interpretata come una riflessione sul Mediterraneo trasformato in frontiera tragica dell’Europa contemporanea.

Negli anni in cui il murale è nato, il tema delle migrazioni attraversava il dibattito pubblico europeo con una durezza crescente. Le immagini delle traversate nel Mediterraneo, dei soccorsi in mare e dei naufragi erano ormai parte della cronaca quotidiana. Banksy scelse di raccontare quel dramma non attraverso scene spettacolari, ma con la figura isolata di un bambino. Un bambino che non chiede nulla apertamente, ma che sembra segnalare la propria presenza al mondo. Il razzo rosa acceso nella notte lagunare diventa così un gesto di sopravvivenza e insieme una domanda morale.
Venezia, poi, rende tutto ancora più simbolico. Città fragile per definizione, sospesa tra bellezza e rischio di dissoluzione, Venezia conosce bene l’idea della precarietà. Le grandi acque alte degli ultimi anni hanno mostrato quanto sia delicato il suo equilibrio. Anche il murale di Banksy ha sofferto le conseguenze del clima e dell’umidità: infiltrazioni, muffe, erosioni avevano compromesso parte della superficie pittorica. Il restauro si è concentrato soprattutto sulla stabilizzazione dell’intonaco e sulla protezione dell’opera dagli agenti atmosferici.
L’intervento di Banca Ifis si inserisce in una strategia culturale che l’istituto porta avanti da tempo. Negli ultimi anni la banca ha investito nella valorizzazione artistica attraverso mostre, progetti espositivi e il recupero di opere contemporanee. Con il salvataggio di The Migrant Child il discorso cambia però scala emotiva. Qui non si tratta soltanto di sostenere l’arte come patrimonio economico o identitario, ma di assumersi la responsabilità di conservare un’immagine che parla direttamente del presente.
C’è qualcosa di curioso, quasi inevitabilmente ironico, nel vedere un’opera nata come gesto clandestino diventare oggetto di tutela istituzionale. È uno dei paradossi della street art contemporanea. Nata come forma di espressione marginale, spesso illegale, oggi viene battuta nelle aste internazionali per cifre milionarie e difesa dalle stesse istituzioni che un tempo l’avrebbero cancellata. Eppure, nel caso di Banksy, questa contraddizione non sembra svuotare la forza politica delle immagini. Forse perché il suo lavoro continua a parlare un linguaggio accessibile, immediato, ancora capace di produrre disagio.
Anche il mercato dell’arte ha contribuito a trasformare Banksy in un fenomeno unico. Le sue opere vengono vendute nelle principali case d’asta del mondo con quotazioni altissime. Nel 2021 Love is in the Bin, la celebre opera parzialmente autodistrutta durante un’asta Sotheby’s nel 2018, è stata aggiudicata per oltre 18 milioni di sterline. Ma accanto alla dimensione economica continua a esistere quella popolare. Le persone fotografano i suoi murales non perché siano costosi, ma perché vi riconoscono una narrazione comprensibile, spesso emotiva.

The Migrant Child possiede questa stessa immediatezza. Non richiede spiegazioni teoriche. Basta guardarlo. Forse è anche per questo che i veneziani hanno seguito con apprensione le fasi del degrado dell’opera. In una città abituata a convivere con capolavori secolari, quel bambino dipinto appena cinque anni fa era già diventato parte della memoria urbana.
Il recupero ha avuto anche una forte componente tecnica. I restauratori hanno lavorato per consolidare i materiali originari senza alterare l’intervento di Banksy. La conservazione della street art presenta problemi molto diversi rispetto ai dipinti tradizionali: vernici spray, intonaci esposti all’esterno e supporti non progettati per durare rendono ogni operazione particolarmente delicata. Negli ultimi anni diversi studiosi e istituti internazionali hanno iniziato a sviluppare protocolli specifici per la tutela dell’arte urbana, riconoscendo il valore storico di opere nate fuori dai musei.
Resta naturalmente una domanda aperta: che cosa significa conservare un’opera nata forse per essere temporanea? Molti artisti urbani considerano l’erosione, la cancellazione o la sovrapposizione parte integrante del processo creativo. Banksy non ha mai espresso pubblicamente una posizione definitiva sul destino del murale veneziano. Tuttavia la scelta di salvarlo sembra rispondere più al legame creato con la città che a una logica puramente collezionistica.
In fondo, il bambino migrante di Venezia è diventato qualcosa di più di un semplice murale. È un segnale visivo entrato nell’immaginario collettivo europeo. I turisti continuano a cercarlo lungo il canale come si cercano certi dettagli nascosti delle città amate. Gli studenti lo fotografano nelle giornate di nebbia. I residenti ormai gli parlano quasi come si parla a un vicino silenzioso.
E forse è proprio questa la qualità più rara dell’arte contemporanea: riuscire a smettere di sembrare contemporanea. Diventare presenza quotidiana, memoria condivisa, parte di una conversazione collettiva che continua negli anni senza bisogno di spiegazioni continue.
Adesso The Migrant Child resterà a Venezia. Continuerà a stare lì, affacciato sull’acqua inquieta della laguna, mentre le barche passano lente e i turisti alzano i telefoni per fotografarlo. Ma sotto quella semplicità da immagine quasi infantile continuerà a esistere la domanda che Banksy aveva lasciato sul muro nel 2019: chi stiamo scegliendo di vedere, e chi invece preferiamo lasciar sparire sullo sfondo delle nostre città.
| Articolo redazionale |
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