
Nei giorni dell’inaugurazione della Biennale, Venezia torna a essere un laboratorio aperto dove le esposizioni parallele spesso raccontano il presente con maggiore libertà. Dalla retrospettiva dedicata a Judy Chicago al progetto spirituale di Wallace Chan, la città si riempie di percorsi che uniscono memoria, materia e visione.
di Giulio Rinaldi
A Venezia, nei mesi della Biennale, l’arte non resta chiusa nei padiglioni ufficiali. Esce dalle sedi istituzionali, attraversa calli e fondamenta, occupa palazzi, chiese sconsacrate, spazi industriali e gallerie private. È una geografia parallela che ogni volta modifica il volto della città. Accanto alla grande esposizione internazionale, crescono infatti le mostre collaterali: eventi autonomi, spesso meno rumorosi, ma capaci di intercettare tendenze, linguaggi e sensibilità che difficilmente trovano posto dentro le strutture più ufficiali.
Quest’anno, mentre la Biennale diretta da Koyo Kouoh richiama migliaia di visitatori da tutto il mondo, alcune delle proposte più discusse arrivano proprio da questi percorsi laterali. Non è una novità. Venezia ha sempre avuto questa doppia natura: da una parte il centro riconosciuto del sistema artistico internazionale, dall’altra una costellazione di iniziative indipendenti che finiscono spesso per raccontare meglio il tempo presente.
Tra le esposizioni più visitate c’è la retrospettiva dedicata a Judy Chicago alla Galleria Alberta Pane. L’artista americana, oggi considerata una delle figure centrali dell’arte femminista del secondo Novecento, porta a Venezia un lavoro che attraversa oltre cinquant’anni di ricerca. Judy Chicago, nata a Chicago nel 1939 con il nome di Judith Sylvia Cohen, ha costruito la propria carriera sfidando un sistema artistico dominato quasi esclusivamente dagli uomini. Negli anni Sessanta e Settanta il suo lavoro contribuì a ridefinire il rapporto tra arte, identità femminile e politica culturale.
La mostra veneziana ripercorre alcune tappe fondamentali della sua produzione: disegni preparatori, opere su carta, ceramiche, fotografie e installazioni che riflettono sui temi del corpo, della memoria e della rappresentazione sociale delle donne. Molti visitatori arrivano inevitabilmente al confronto con “The Dinner Party”, l’opera monumentale realizzata tra il 1974 e il 1979 e oggi conservata al Brooklyn Museum di New York. Anche chi non la conosce direttamente ne ritrova qui l’eco: la volontà di restituire visibilità a figure femminili cancellate dalla storia ufficiale.
Alla Galleria Alberta Pane il percorso evita però l’effetto celebrativo. Le opere dialogano con gli spazi in modo essenziale, lasciando emergere soprattutto il carattere umano della ricerca di Judy Chicago. Non c’è compiacimento ideologico. Semmai una riflessione continua sul tempo, sull’invecchiamento, sulla vulnerabilità. Temi che oggi, in una stagione culturale spesso dominata dall’urgenza e dalla semplificazione, acquistano una forza particolare.
Poco distante, in un contesto completamente diverso, il progetto di Wallace Chan nella Cappella di Santa Maria della Pietà propone invece un’esperienza quasi immersiva. L’artista di Hong Kong, noto internazionalmente soprattutto come gioielliere e scultore, lavora qui sul rapporto tra spiritualità, trasformazione della materia e silenzio.
La Cappella della Pietà non è uno spazio neutro. È un luogo carico di memoria veneziana, legato anche alla figura di Antonio Vivaldi, che proprio lì lavorò nel Settecento con l’orchestra e il coro dell’Ospedale della Pietà. Inserire un progetto contemporaneo in un ambiente del genere comporta sempre un rischio: quello della sovrapposizione estetica o della semplice scenografia. Wallace Chan evita in gran parte questa trappola scegliendo un linguaggio sobrio, costruito su materiali traslucidi, superfici riflettenti e grandi sculture che sembrano sospese tra organismo naturale e forma astratta.
Le sue opere non cercano l’effetto spettacolare immediato. Richiedono tempo e attenzione. Alcune sembrano evocare strutture biologiche marine, altre ricordano fossili o frammenti minerali. Tutto il progetto insiste sull’idea di metamorfosi. La luce naturale che filtra nella cappella modifica continuamente la percezione delle superfici e dei volumi. È una mostra che cambia durante il giorno e che obbliga il visitatore a rallentare.
In questi giorni Venezia vive proprio di questa alternanza tra sovraffollamento e contemplazione. Fuori dalle sedi espositive si formano code interminabili. I vaporetti sono pieni di collezionisti, studenti, curatori, turisti e giornalisti. Dentro molti spazi, invece, si ritrova ancora una dimensione quasi silenziosa. È uno dei paradossi più interessanti della città: il luogo simbolo del turismo globale riesce ancora, a tratti, a offrire esperienze intime.
Le mostre collaterali hanno anche un’altra funzione importante. Permettono agli artisti e ai curatori una maggiore libertà rispetto ai grandi dispositivi istituzionali. Non devono necessariamente rappresentare una nazione, aderire a un tema generale o rispondere a logiche diplomatiche. Possono muoversi con più autonomia. Per questo spesso anticipano linguaggi che diventeranno centrali negli anni successivi.
Negli ultimi decenni Venezia ha visto nascere, proprio attraverso questi percorsi paralleli, alcune delle esperienze più significative dell’arte contemporanea internazionale. Fondazioni private, collezioni permanenti e spazi indipendenti hanno progressivamente trasformato la città in un centro culturale attivo durante tutto l’anno. La presenza di istituzioni come Palazzo Grassi, Punta della Dogana o la Collezione Peggy Guggenheim ha contribuito a consolidare questa identità.
La Biennale resta naturalmente il cuore del sistema. Fondata nel 1895, continua a rappresentare uno dei principali osservatori internazionali sulle trasformazioni artistiche contemporanee. Ma attorno a quel nucleo cresce ogni volta una città temporanea fatta di eventi, incontri, esposizioni e relazioni professionali. Una specie di capitale culturale provvisoria che dura alcuni mesi e poi lentamente si dissolve.
In questo contesto le mostre di Judy Chicago e Wallace Chan sembrano indicare due direzioni diverse ma complementari. Da una parte la memoria storica e civile, il bisogno di rileggere il passato attraverso nuove prospettive. Dall’altra la ricerca spirituale, il rapporto tra materia e trascendenza, il tentativo di restituire centralità all’esperienza percettiva.
Sono percorsi differenti, ma accomunati da una stessa idea dell’arte come strumento di conoscenza e non soltanto di intrattenimento visivo. Ed è forse questo il dato più interessante della stagione veneziana di quest’anno. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla continua sovrapproduzione di contenuti, alcune delle esposizioni più riuscite sono proprio quelle che chiedono allo spettatore una cosa semplice e ormai rara: fermarsi a guardare.
| Articolo redazionale |
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