Die Gelbe Wand, la soglia invisibile della fotografia

A Pordenone nasce un nuovo spazio dedicato alla ricerca contemporanea e inaugura con “The Cosmic Prayer”, prima personale europea del fotografo giapponese Gak Yamada

A Pordenone apre Die Gelbe Wand, nuovo centro per la fotografia contemporanea, e sceglie di inaugurare con il lavoro inquieto e visionario di Gak Yamada, artista giapponese che trasforma la fotografia in materia fragile, ferita, quasi rituale.


di Andrea Valenti

A volte le città cambiano senza fare rumore. Accade in un edificio dismesso, dietro una facciata anonima, nel momento in cui qualcuno decide che uno spazio vuoto può ancora custodire una promessa. A Pordenone, nel percorso che conduce al 2027 – anno in cui la città sarà Capitale italiana della Cultura – accade qualcosa di simile con Die Gelbe Wand, nuovo spazio espositivo nato all’interno dei Mercati Culturali Pordenone. Un luogo dedicato alla fotografia contemporanea e alle sue zone di confine, inaugurato con “The Cosmic Prayer”, prima mostra personale europea dell’artista giapponese Gak Yamada.

La sede ha qualcosa di emblematico: un ex supermercato di ottocento metri quadrati trasformato attraverso una collaborazione tra enti pubblici e privati. Non soltanto un recupero architettonico, ma un tentativo di immaginare un nuovo centro gravitazionale culturale nel Nord-Est italiano. Die Gelbe Wand nasce infatti con una vocazione internazionale precisa, guardando soprattutto alla fotografia sperimentale sviluppata nell’area tedesca e in Giappone. Una traiettoria non casuale, che cerca di mettere in dialogo linguaggi periferici e sensibilità spesso lontane dai grandi circuiti europei.

Per aprire questo nuovo capitolo è stato scelto un autore che sfugge alle definizioni. Nato nella prefettura di Ehime nel 1973, Gak Yamada attraversa la fotografia come un territorio instabile. Prima i viaggi in Africa durante gli anni universitari, poi il lungo soggiorno in India e Nepal, dove il confronto con il buddhismo e con una dimensione spirituale più profonda sembra incrinare il suo sguardo. Tornato in Giappone, racconta di avere iniziato a vedere improvvisamente immagini interiori traboccanti di colore. Fu allora che abbandonò la macchina fotografica, vendette tutta l’attrezzatura e si dedicò esclusivamente alla pittura astratta.

Per quasi sette anni Yamada dipinge come se dovesse liberarsi di qualcosa. Poi arriva il silenzio creativo, la paralisi. A riportarlo verso la fotografia è un libro capitale della cultura visiva giapponese del Novecento: Farewell Photography di Daido Moriyama, pubblicato nel 1972, opera estrema e corrosiva che rivoluzionò il linguaggio fotografico giapponese introducendo immagini sporche, sovraesposte, mosse, lontanissime dall’idea occidentale di perfezione tecnica. Yamada vi riconosce una possibilità nuova: non fotografia, non pittura, ma una terza forma ancora indefinita.

Da quel momento la sua ricerca prende una direzione radicale. I suoi lavori non cercano di rappresentare il reale, quanto piuttosto di attraversarlo, consumarlo, ferirlo. Le opere esposte a Pordenone seguono questa traiettoria come un unico racconto frammentato. La prima sala è occupata dalla serie HIGAN, forse il momento più direttamente fotografico del suo percorso. Le immagini, ispirate apertamente all’opera di Moriyama, coprono un’intera parete e producono una sensazione quasi fisica. Non sembrano fotografie da osservare una a una, ma una massa visiva continua, un muro di apparizioni intermittenti.

È qui che si comprende come Yamada lavori soprattutto sulla soglia. Ogni immagine è il residuo di una trasformazione. In alcune serie l’artista immerge le stampe nell’acqua per giorni interi, osservando il diverso comportamento chimico delle carte Fujifilm e Kodak. La superficie fotografica si sfalda lentamente, perde strati, lascia emergere colori inattesi. Nella serie Red il blu scompare quasi del tutto e resta un rosso denso, inquieto, che Yamada sfrega con le dita fino a trasformarlo in una ferita cromatica. Non c’è alcun compiacimento estetico nella distruzione: semmai la volontà di mostrare quanto fragile sia l’immagine contemporanea, continuamente consumata dall’eccesso visivo del presente.

In Threshold la distruzione diventa ancora più lenta e impersonale. Le fotografie vengono lasciate all’aperto per settimane, esposte al vento e alla pioggia. Quando ritornano in studio sono ormai alterate dagli agenti atmosferici, quasi corrose. Yamada interviene allora con acrilici, foglie d’oro e d’argento, nastro adesivo e persino fuoco. La carta brucia, si apre, lascia intravedere il buio retrostante. La fotografia smette definitivamente di essere superficie e diventa oggetto. È forse questo il nucleo più intenso della sua ricerca: il tentativo di raggiungere un punto in cui immagine e materia coincidano.

Nella seconda sala il percorso cambia ancora. Appaiono light box, suoni, bagliori sospesi. Yamada parla del light box come di una forma rituale, un kata, termine che nella tradizione giapponese indica una struttura codificata capace però di generare libertà creativa. Qui il suono entra nelle opere come una vibrazione sotterranea. Non accompagna le immagini: sembra piuttosto evocarle. L’effetto è straniante, quasi ipnotico.

Tra i lavori più enigmatici c’è Ku (“Cielo”), realizzato attraverso uno scanner anziché con una macchina fotografica. Gli oggetti – frammenti di carta washi, piccoli materiali quotidiani – sembrano galleggiare in uno spazio senza gravità. Lo scanner elimina il punto di vista umano e trasforma la ripresa in una specie di registrazione neutrale e spettrale. Le cose perdono peso, diventano tracce luminose. Guardandole si ha l’impressione che stiano per dissolversi da un momento all’altro.

La ricerca più recente approda invece alla serie Kankō, dove le fotografie deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore. I segni ricordano la scrittura cuneiforme, le antiche iscrizioni su osso o argilla, i caratteri oracolari cinesi. Yamada è attratto dall’idea che ogni gesto artistico nasca da una stessa urgenza primitiva: lasciare un segno prima che il tempo cancelli tutto. In queste opere la fotografia smette quasi di esistere come medium autonomo e diventa reliquia, tavola arcaica, preghiera materiale.

Negli ultimi anni il lavoro dell’artista ha iniziato a ottenere riconoscimenti importanti. Nel 2022 Yamada ha vinto il Ruinart Japan Award nell’ambito della KYOTOGRAPHIE International Portfolio Review, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla fotografia contemporanea in Asia. Le opere nate durante la residenza artistica in Francia sono poi confluite nella mostra del KYOTOGRAPHIE 2023, visitata da oltre seimila persone. Gran parte di quei lavori è stata successivamente acquisita dall’“anonymous art project” sostenuto dal Gruppo Melco. Per il 2026 è già prevista inoltre la partecipazione al Demo Festival del New Museum di New York.

Ma forse i riconoscimenti raccontano soltanto una parte minima di ciò che accade davanti alle opere di Yamada. Perché la sensazione più persistente, uscendo da Die Gelbe Wand, è che quelle immagini non chiedano davvero di essere comprese. Restano lì, come superfici sopravvissute a un incendio, come frammenti recuperati dopo una lunga notte. Eppure continuano a emanare qualcosa. Una vibrazione lieve, ostinata. Quasi una voce sommessa che arriva da molto lontano.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo redazionale

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