Dal 14 al 18 maggio il Lingotto torna a essere il centro nevralgico dell’editoria italiana

La 38ª edizione del Salone Internazionale del Libro riporta a Torino centinaia di autori, editori e intellettuali, mentre il Salone Off invade quartieri, teatri e biblioteche. Ma dietro la festa dei libri si intravede il ritratto inquieto di un Paese che celebra la cultura come si celebra un antico rito civile, pur praticandolo sempre meno.

Per cinque giorni Torino diventa una repubblica letteraria provvisoria. Al Lingotto si incontrano editori, scrittori e lettori da tutto il mondo, mentre la città si trasforma in un laboratorio culturale diffuso. Il Salone del Libro resta il più importante appuntamento editoriale italiano, ma anche uno specchio delle contraddizioni culturali del Paese.


di Andrea Montesi

C’è qualcosa di magnificamente ambiguo nel Salone Internazionale del Libro di Torino. Da quasi quarant’anni l’Italia vi accorre come i fedeli a una processione laica, trascinando trolley, manoscritti, illusioni editoriali e un certo provincialismo elegante che è il vero stile nazionale. Dal 14 al 18 maggio, il Lingotto Fiere tornerà a essere il santuario della parola stampata: migliaia di metri quadrati occupati da editori, autori, agenti letterari, traduttori, aspiranti romanzieri, professori universitari e lettori compulsivi che sfogliano libri come altri tastano reliquie.

La 38ª edizione del Salone conferma Torino come capitale morale dell’editoria italiana. Non Milano, che pubblica libri come si producono detersivi. Non Roma, troppo occupata a trasformare ogni discorso culturale in una questione di correnti e clientele. Torino conserva invece un rapporto quasi industriale con la cultura: severo, operaio, disciplinato. Del resto il Salone nacque qui nel 1988, in una città ancora attraversata dall’ombra lunga della FIAT e della sua religione produttiva. È significativo che il più grande evento letterario italiano viva proprio dentro il Lingotto, l’antica fabbrica progettata da Giacomo Matté-Trucco negli anni Venti, quella con la pista sul tetto dove un tempo correvano automobili e oggi sfilano editori in sneaker bianche e occhiali da intellettuale europeo. Ogni epoca ha i suoi templi. Il nostro ha stand modulari, luci LED e file interminabili per un firmacopie.

Il Salone non è soltanto una fiera editoriale. È il teatro dove l’Italia mette in scena la propria nostalgia di nazione colta. Per cinque giorni ci convinciamo di vivere ancora nel Paese di Calvino, Pavese, Ginzburg, Eco. Poi arrivano le statistiche e il sipario cade. Secondo i dati ISTAT e dell’Associazione Italiana Editori, oltre un terzo degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Eppure il Salone cresce, si espande, moltiplica eventi, ospiti internazionali, dirette, podcast, incontri-spettacolo. È la grande contraddizione contemporanea: la cultura come spettacolo di massa in un Paese che pratica sempre meno l’abitudine lenta e silenziosa della lettura.

Ma sarebbe sciocco liquidare Torino come una semplice fiera vanitosa. Dentro quel gigantesco organismo cartaceo avviene ancora qualcosa di autentico. Gli editori indipendenti resistono accanto ai colossi. I traduttori diventano improvvisamente visibili. Gli autori dialogano davvero con i lettori. Si discute di guerra, filosofia, intelligenza artificiale, poesia, Medio Oriente, ecologia, censura, sessualità, memoria europea. Per qualche giorno il libro smette di essere un prodotto decorativo e torna a essere un detonatore di idee.

La forza del Salone sta soprattutto nella sua natura anfibia. Da una parte è una macchina economica enorme. L’editoria italiana vale miliardi di euro e il Salone rappresenta uno snodo decisivo per diritti, distribuzione, promozione e relazioni internazionali. Dall’altra parte conserva una dimensione quasi artigianale. Si continua a parlare di libri guardandosi negli occhi, cosa ormai rara in un ecosistema culturale dominato dagli algoritmi e dalla velocità isterica dei social network.

Naturalmente il Salone è anche un monumento alle nevrosi culturali italiane. Ogni anno esplodono polemiche: editori esclusi, ospiti contestati, dibattiti politici trasformati in risse ideologiche. Del resto i libri, in Italia, non vengono quasi mai presi sul serio finché non diventano occasione di conflitto. È una vecchia malattia nazionale. Da noi la cultura è rispettata soprattutto quando può essere usata come arma.

Eppure proprio questa conflittualità rende Torino viva. In altre capitali europee gli eventi letterari assomigliano a congressi notarili dell’intelligenza. Ordinati, educati, sterilizzati. Il Salone torinese conserva invece qualcosa di caotico e perfino plebeo. Nei corridoi si mescolano studenti, professori, influencer, pensionati, critici, adolescenti in cerca di manga e collezionisti di prime edizioni. È un piccolo esperimento democratico, forse involontario, certamente imperfetto.

Accanto al programma ufficiale torna anche il Salone Off, la manifestazione parallela che negli anni ha trasformato l’intera città in una mappa culturale diffusa. Biblioteche, librerie, scuole, carceri, teatri, case del quartiere, musei e circoli ospiteranno incontri, letture e spettacoli. È probabilmente qui che il Salone mostra il suo volto migliore. Non nel gigantismo commerciale del Lingotto, ma nella capacità di contaminare Torino, di insinuarsi nei suoi spazi quotidiani, di fare della letteratura una presenza urbana concreta.

Torino, del resto, è una città che possiede una malinconia intellettuale perfetta per i libri. Le sue piazze severe, i portici interminabili, la luce grigia del Po, l’eleganza trattenuta dei caffè storici sembrano fatte apposta per la conversazione letteraria. Nietzsche impazzì qui. Pavese vi ambientò il proprio esilio esistenziale. Primo Levi trasformò la disciplina torinese in una forma morale della scrittura. Non è un caso che il Salone abbia trovato proprio in questa città il proprio habitat naturale.

Quest’anno sono attesi centinaia di ospiti italiani e internazionali, editori provenienti da tutta Europa e migliaia di professionisti del settore. Il programma comprenderà presentazioni, lectio magistralis, confronti politici, reading, laboratori e incontri dedicati all’editoria per ragazzi, alla traduzione e alle nuove forme digitali della narrazione. Il Salone continua infatti a interrogarsi sul rapporto tra libro e tecnologia, tema inevitabile in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di scrivere romanzi, recensioni e perfino poesie.

È qui che il discorso si fa più interessante e più feroce. Perché il vero rischio non è che le macchine scrivano libri. Il vero rischio è che gli uomini smettano di leggere con profondità. Il mercato contemporaneo premia la velocità, la semplificazione, il consumo compulsivo delle storie. Il libro rischia di diventare un accessorio identitario: qualcosa da mostrare, fotografare, accumulare. Il Salone combatte anche contro questa deriva, pur essendone in parte complice. Da una parte alimenta il circo mediatico dell’editoria. Dall’altra continua a offrire spazi di riflessione autentica.

Forse è proprio questa contraddizione a renderlo necessario. Il Salone del Libro non rappresenta un paradiso culturale. È piuttosto un campo di battaglia. Un luogo dove convivono mercato e pensiero critico, marketing e letteratura, vanità e ricerca intellettuale. Ma almeno lì, per cinque giorni, i libri tornano al centro della vita pubblica. E in un Paese che spesso considera la cultura un lusso ornamentale, non è poco.

Alla fine, il Salone di Torino resta soprattutto questo: una gigantesca illusione collettiva. L’illusione che la parola scritta possa ancora cambiare qualcosa. Che un romanzo, un saggio, una poesia possano incidere sul modo in cui guardiamo il mondo. È un’illusione fragile, forse perfino ingenua. Ma le civiltà muoiono precisamente quando smettono di credere nelle proprie illusioni migliori.


Articolo redazionale

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