
Ci sono abitudini che consideriamo naturali solo perché siamo immersi nel tempo che le ha prodotte. Ma basta cambiare prospettiva, immaginare lo sguardo di chi verrà dopo di noi, perché molte certezze inizino a incrinarsi. Da questa intuizione parte una riflessione che attraversa cultura, politica e memoria collettiva.
di Elena Serra
C’è qualcosa di profondamente destabilizzante nel provare a guardare il presente come se fosse già passato. Non il passato monumentale delle guerre o delle rivoluzioni, ma quello quotidiano delle abitudini, dei gesti automatici, delle convinzioni condivise che smettiamo di interrogare proprio nel momento in cui diventano normali. È questo il centro della riflessione proposta da Giovanni De Mauro su Internazionale, in un articolo significativamente intitolato Misteri, dove la domanda iniziale sembra quasi un gioco intellettuale ma finisce per trasformarsi in una critica severa del nostro tempo. Quali sono le cose che oggi consideriamo ovvie e che le generazioni future troveranno assurde, incomprensibili o persino crudeli?
L’idea nasce da una domanda posta dal New York Times a studiosi, scrittori e osservatori della contemporaneità. Una specie di esercizio di archeologia anticipata: guardare il presente con lo stupore che oggi riserviamo alle pratiche del passato, dagli interventi chirurgici senza anestesia alla schiavitù legalizzata. Kevin Kelly, teorico della cultura digitale e fondatore della rivista Wired, ha compilato una lista che ha il tono provocatorio delle profezie ma anche la precisione delle diagnosi sociali. Ci saranno epoche, suggerisce Kelly, in cui sembrerà inspiegabile che gli esseri umani abbiano mangiato animali morti “con entusiasmo”, avvolto il cibo nella plastica, accettato l’ergastolo come forma ordinaria di giustizia o lasciato che le persone guidassero automobili lanciate a centinaia di chilometri all’ora.
L’elenco colpisce perché non parla di fantascienza. Non immagina civiltà extraterrestri o tecnologie impossibili. Parla di noi, adesso. E soprattutto parla del modo in cui il potere culturale riesce a trasformare comportamenti storicamente determinati in automatismi morali. È il meccanismo più efficace di ogni sistema sociale: convincerci che ciò che esiste sia inevitabile.
Del resto la storia è piena di normalità crollate all’improvviso. Per secoli l’aristocrazia europea ha considerato naturale mandare bambini di dieci anni a lavorare nelle miniere. Negli Stati Uniti la segregazione razziale è stata legge fino agli anni Sessanta del Novecento. In Italia il delitto d’onore è rimasto nel codice penale fino al 1981. Ogni epoca costruisce i propri tabù e le proprie cecità, spesso con argomenti presentati come razionali, scientifici o addirittura morali.
È qui che la letteratura diventa uno strumento politico, oltre che narrativo. De Mauro cita Ian McEwan e il suo romanzo Quello che possiamo sapere, ambientato nel 2119 in un Regno Unito devastato dai cambiamenti climatici e dalle crisi sociali. A un certo punto il protagonista, uno studioso di letteratura, si imbatte in una descrizione dei “bagni di sole”, pratica che per oltre mezzo secolo ha spinto milioni di europei a esporsi deliberatamente ai raggi ultravioletti per ottenere una pelle abbronzata. L’elemento che appare incomprensibile ai contemporanei del romanzo non è soltanto il rischio sanitario, ormai noto da decenni, ma il paradosso culturale che quella moda conteneva: il desiderio di scurire la pelle in società ancora profondamente attraversate dal razzismo bianco.
È una contraddizione che racconta molto del nostro rapporto con il corpo e con il privilegio. L’abbronzatura, oggi associata al benessere e al tempo libero, nasce come simbolo di distinzione sociale. Fino all’Ottocento la pelle chiara indicava appartenenza alle classi agiate, mentre quella scura era il segno di chi lavorava nei campi. Nel Novecento il significato si rovescia: diventare abbronzati significa poter viaggiare, andare in vacanza, disporre di tempo libero. Ma il corpo continua a essere trattato come una superficie simbolica su cui il potere scrive gerarchie, desideri e paure.
I misteri del presente, allora, non sono enigmi astratti. Sono le incoerenze che scegliamo di non vedere perché ci coinvolgono troppo da vicino. Ed è forse questo il motivo per cui certe riflessioni provocano fastidio. Mettono in discussione non soltanto ciò che facciamo, ma il linguaggio con cui giustifichiamo ciò che facciamo.
Pensiamo al rapporto con l’ambiente. Sappiamo da anni che la plastica monouso sta alterando ecosistemi marini e terrestri. Conosciamo gli effetti dell’inquinamento atmosferico, l’impatto dell’industria fossile, la velocità del riscaldamento globale. Eppure continuiamo a comportarci come se la crisi climatica fosse un problema teorico o differibile. Secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ogni anno finiscono negli oceani oltre undici milioni di tonnellate di plastica. La parte più inquietante non è il dato in sé, ma l’assuefazione collettiva che produce. Le immagini delle isole di rifiuti galleggianti o degli animali soffocati dai materiali sintetici non bastano più a interrompere la routine del consumo.
Forse il vero mistero, per chi verrà dopo di noi, sarà proprio questo: come sia stato possibile convivere con l’evidenza senza modificare radicalmente il sistema che la produceva.
Lo stesso vale per il rapporto con la guerra. Kelly inserisce nella sua lista anche l’idea di considerare normali le bombe. E detta così sembra una frase estrema, quasi infantile nella sua semplicità. Ma è esattamente questa semplicità a renderla difficile da contestare. La storia contemporanea è piena di conflitti raccontati attraverso il lessico dell’inevitabilità: missioni di pace, danni collaterali, operazioni speciali. Il linguaggio serve spesso ad addomesticare l’orrore, a renderlo compatibile con la continuità della vita quotidiana.
Michela Murgia aveva scritto più volte che il potere si riconosce dalla capacità di nominare le cose. Non esiste dominio che non passi attraverso una manipolazione del vocabolario. Chiamare “emergenza” un fenomeno strutturale, “merito” un privilegio ereditato o “sicurezza” una limitazione dei diritti significa orientare il pensiero prima ancora del dibattito. Anche per questo gli articoli come quello di De Mauro sono preziosi: perché interrompono la grammatica automatica dell’epoca e costringono a guardare ciò che normalmente resta invisibile.
I misteri più interessanti non sono quelli che attendono una soluzione definitiva. Sono quelli che rivelano la fragilità delle nostre convinzioni. Ogni civiltà crede di essere il punto più avanzato della storia, salvo poi diventare il reperto archeologico di qualcun altro. Forse la maturità di una società si misura proprio dalla capacità di dubitare delle proprie normalità, prima che sia troppo tardi.
| Articolo redazionale |
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