La libertà di stampa non si ferma alla frontiera

L’Europa continua a valutare la salute democratica dei propri media usando parametri nazionali, mentre concentrazioni editoriali, piattaforme digitali e influenze politiche si muovono su scala transnazionale. È il paradosso di un continente che parla di libertà di stampa senza guardare davvero dove oggi si forma il potere dell’informazione.


di Clara Montesi

C’è una domanda che l’Europa evita accuratamente di porsi. E quando una democrazia smette di farsi le domande giuste, il problema non è soltanto politico: è morale. Davvero crediamo che la libertà dei media possa essere misurata dentro i confini di uno Stato nazionale mentre il potere dell’informazione ormai si muove senza passaporto, senza dogane, senza geografia?
L’Unione Europea continua a compilare classifiche, rapporti, indicatori. Osserva i singoli paesi come se fossimo ancora nel Novecento, quando i giornali avevano padroni riconoscibili, le televisioni trasmettevano entro i confini nazionali e il controllo dell’informazione coincideva quasi perfettamente con il controllo politico interno. Ma il mondo è cambiato. E forse l’Europa non se n’è accorta fino in fondo.

L’articolo pubblicato da The Conversation affronta una questione che dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora a cuore il significato della parola “democrazia”. L’UE monitora la libertà dei media attraverso strumenti come il Media Pluralism Monitor, progetto sviluppato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Un sistema sofisticato, apparentemente rigoroso, che valuta rischi legati all’indipendenza editoriale, alla concentrazione proprietaria, alla trasparenza e alle pressioni politiche. Ogni paese riceve il suo punteggio. Ogni paese viene analizzato separatamente.

Ed è qui che nasce il cortocircuito. Perché il potere mediatico contemporaneo non ragiona più in termini nazionali. Le grandi concentrazioni editoriali attraversano il continente. Le piattaforme digitali decidono quali contenuti rendere visibili o invisibili su scala globale. I capitali che acquistano televisioni, quotidiani e gruppi editoriali spesso arrivano dall’estero. Eppure il sistema europeo continua a osservare il problema come se bastasse controllare cosa accade dentro i singoli Stati.

È una visione miope. Peggio: è una visione rassicurante. E le istituzioni adorano le illusioni rassicuranti. Negli ultimi vent’anni il panorama mediatico europeo è stato attraversato da fusioni, acquisizioni, concentrazioni economiche sempre più aggressive. Gruppi privati con interessi energetici, finanziari o industriali hanno comprato quote rilevanti dell’informazione continentale. Non perché amino il giornalismo. Il giornalismo non produce abbastanza denaro da giustificare certi investimenti. Produce però qualcosa di molto più prezioso: influenza.

La storia europea lo dimostra da tempo. In Italia il conflitto d’interessi tra potere politico e controllo televisivo ha segnato decenni di dibattito pubblico. In Ungheria Viktor Orbán ha consolidato un sistema mediatico fortemente allineato al governo attraverso acquisizioni, pressioni economiche e redistribuzione della pubblicità statale. In Polonia il tema dell’indipendenza editoriale è diventato uno dei nodi centrali dello scontro tra Bruxelles e i governi nazionalisti degli ultimi anni. Ma il punto non è soltanto questo. Il punto è che oggi le influenze non si fermano ai confini.

Un investitore può controllare media in più paesi contemporaneamente. Una piattaforma americana può alterare il dibattito pubblico europeo più di molti governi nazionali. Un algoritmo può decidere la visibilità di una notizia meglio di un direttore responsabile. E allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha misurare la libertà di stampa ignorando la dimensione transnazionale del potere mediatico?

Secondo il rapporto citato nell’analisi di The Conversation, il problema emerge con particolare evidenza nell’Europa centrale e orientale, dove diversi gruppi stranieri possiedono quote significative dei sistemi informativi locali. Formalmente il pluralismo esiste. Nella pratica, il controllo economico può produrre dipendenze sottili ma potentissime. Perché il potere moderno raramente censura apertamente. Molto più spesso seleziona, orienta, premia, silenzia.

Ed è qui che il linguaggio europeo mostra tutta la propria ipocrisia burocratica. Si parla continuamente di “pluralismo”, ma il pluralismo non è una semplice quantità di voci. Non basta moltiplicare i canali se il potere economico resta concentrato. Non basta avere cento testate se dieci soggetti controllano i flussi pubblicitari, le infrastrutture digitali o la distribuzione delle notizie.

Oriana Fallaci diffidava profondamente delle parole svuotate dalla diplomazia. Aveva capito che il linguaggio istituzionale spesso serve a evitare la realtà, non a descriverla. E oggi la parola “pluralismo” rischia esattamente questo: diventare una formula neutra dietro cui nascondere squilibri enormi.

Il vero tema non è quanti giornali esistano. Il vero tema è chi abbia il potere di condizionare l’agenda pubblica europea. E questo potere oggi è sempre più opaco.

Le piattaforme digitali rappresentano il caso più evidente. Meta, Google, TikTok, X non producono soltanto tecnologia: organizzano gerarchie dell’attenzione. Decidono cosa vediamo, cosa ignoriamo, cosa diventa virale, cosa scompare nel rumore di fondo. Sono attori editoriali senza assumersi fino in fondo responsabilità editoriali. E l’Europa continua a rincorrerli con regolamenti che arrivano sempre un passo dopo.

Il Digital Services Act e il European Media Freedom Act rappresentano tentativi importanti di regolazione. Bruxelles prova finalmente a costruire strumenti comuni contro le pressioni indebite sui media e contro l’opacità algoritmica. Ma resta una contraddizione enorme: la sovranità democratica continua a essere pensata in termini nazionali, mentre l’ecosistema informativo è ormai strutturalmente globale.

È una frattura che riguarda anche il pubblico. Per decenni ci hanno insegnato che la libertà di stampa coincidesse con l’assenza della censura statale. Ma oggi il problema è più complesso. Un giornale può essere formalmente libero e sostanzialmente dipendente da interessi economici, finanziari o tecnologici che nessun elettore ha scelto.

La questione diventa allora profondamente civile. Perché senza informazione indipendente non esiste cittadinanza consapevole. E senza cittadini consapevoli la democrazia si trasforma in una procedura vuota, perfettamente funzionante dal punto di vista tecnico ma incapace di produrre libertà reale.

Forse il punto più inquietante è proprio questo: il controllo contemporaneo raramente si presenta come repressione. Si presenta come normalità. Come comodità. Come abbondanza di contenuti. È il paradosso dell’epoca digitale: mai nella storia abbiamo avuto accesso a così tante informazioni e mai come oggi il rischio di manipolazione sistemica è stato tanto diffuso.

L’Europa continua a misurare i media paese per paese perché è più semplice. Le mappe nazionali rassicurano. Danno l’illusione di poter delimitare il problema. Ma il potere dell’informazione contemporanea assomiglia molto più a una rete che a una frontiera. E chi continua a osservare il mondo con strumenti vecchi finisce inevitabilmente per non vedere il pericolo nuovo.


Articolo redazionale

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